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Full text of "I borboni di Napoli al cospetto di due secoli"

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ITALIAN  HI  STORY 

OF  THE 

RISORGIMENTO  PERIOD 

THE  COLLECTION  OF 

H.NELSON  GAT 

A.M.18U6 


BOUGUT  J*ROM  THE  BEQUEST  OF 

|ÌRCHffiALD<^Rf<XX)UDG| 

AB.  18  8  7 
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AL  COSPETTO  DI  DIE  SEGOLI 


PER 

GIUSEPPE  BUTTA 

iVo&  salvator  rexper  multam  virtutem. 
Psal.  32 

II  y  adésfihoses  que  toni  le  morule  dit, 
parcequ'  elles  ont  été  dites  une  fois. 
(Montesquieu—  Grandeur  et  decadence 
des  Romains.\ 


Volume  II. 


NAPOLI 

TIPOGRAFIA  BEL  GIORNALE    LA  DISCUSSIONE 
1877 


33rA  saM-^TJ 


HARVARD  COLLEGE   LIBRARY 

H.  tJELSON  G^Y 

RISORGIMENTO  COLLECTION 

COOLIDGE  FUND 

193/ 


Estratto  dal  giornale  la  discussione 


Proprietà  letteraria 


Regno    di    Francesco    i. 
sommàrio 

A  Ferdinando  1  succede  suo  figlio  che  si  titola 
Francesco  I,.  Disposizioni  e  ^decreti  di  questo  So- 
vrano. Viaggio  del  medesimo  :  in  Milano  fa  una 
Convenzione  con  V  imperatore  d'  Austria  circa  il  ri* 
tiro  delle  truppe  tedesche  da  questo  Regno.  Grazie 
ed  -esecuzioni-  capitali.  Altre  grazie  in  occasione 
della  nascita  di  un  principe  reale.  11  re  assolda  al* 
tri  tre  reggimenti  svizzeri.  Aumenta  V  esercito  na- 
zionale e  la  flotta.  Questione  con  la  Reggenza  di 
Tripoli.  I  settarìi  tentano  altre  rivoluzioni.  Repres- 
sioni governative.  Accuse  contro  Francesco  I. 

Il  5.  gennaio  1825,  il  successore  di  Ferdi- 
nando 1°  di  Borbone  ài  ritirò,  col  resto  della 
real  famiglia  nel  palazzo  di  Capodimonte,  ove 
dimorò  tutto  il  tempo  de'  lugubri  uffrzii;  colà 
anche  prese  stanza  la  vedova  del  defunto  re. 
duchessa  di  Floridia,  forse  la  più  dolente  di 
tutti. 

Terminati  i  funerali,  il  15  dello  stesso  me» 
se,  il  novello  sovrano  ricevè  il  giuramento' 
dalle,  truppe  in  gran  tenuta,  schierate  in  va- 
rie piazze  di  questa  capitale;  ed  avendo  pub- 
blicato il  primo  decretò,  col  quale  nominava 

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_  4  — 

suo  fratello  Leopoldo  comandante  della  Guar- 
dia reale,  si  firmò  Francesco  1°;  il  suo  pri- 
mogenito Ferdinando  prese  il  titolo  di  duca 
di  Calabria,  il  corpo  diplomatico,  il  consiglio 
di  Stato  ordinario,  i  capi  di  corte,  i  gentiluo- 
.  mini  di  camera  e  i  generali  si  recarono  a 
"Capodimonte  per  tributargli"  omaggio.  In  se- 
guito, da  tutte  le  autorità  del  Regno,  gli  giun- 
sero felicitazioni   e  proteste  di  fedeltà. 

112  febbraio»  Francesco  1°,  insieme  eon  tutta 
la  real  famiglia,  si  recò  al  Duomo  in  forma 
pubblica,  ove  si  cantò  il  Te  Deum  ;  ed  uni- 
formandosi al  pio  uso  de'suoi  maggiori,  come 
di  tanti  altri  re  avevi  ,  angioini  ed  ara- 
gonesi, offrì  in  dono  a  S.  Gennaro  un  grosso 
gioiello  di  zaffiri  e  brillanti  per  ornare  là 
pettiglia  di  quel  Santo  Martire. 

Il  Regjio  di  Francesco  1°  fu  il  più  breve 
di. quel  lo  de*  due  sovrani  che  lo  precedettero, 
essendo  durato  meno  di  sei  anni;  e  si  può  .ri- 
guardare come  un  intervallo  tra' regni  lunghis- 
simi dei  due  Ferdinanda  Quel  periodo  di  tem- 
po presenta  pochi  avvenimenti  interessanti  , 
ed  io  li  segnalerò  con  la  massima  brevità. 

I  rivoluzionarii ,  i  carbonari,  non  tenendo 
conto  del  male  che  aveano, fatto  a  questo  Re- 
gno con  repubbliche  e  costituzioni  inoppor- 
tune, speravano  molto  in  Francesco  1°.  Que- 
sto sovrano  si  era  mostrato  schiettamente  li- 
berale nel  principio  della  rivoluzione  di  lu- 
glio 1820  ,  credendo  in  buona  fede  che  dai 
ribelli  si  fosse  voluto  veramente  il  bene  dei 
popolo  ;  nondimeno  dopo  il  disinganno  ,  alla 
-  entrata  de'  tedeschi  in  Napoli,  si  mostrò  ge- 
neroso  e   clemente  ;   tanto  che    il  generalo 

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—  5  — 

francese  Lafayette  ,  scrivendo  a  Guglielmo 
Pepe,  designava  il  principe,  ereditario  Fran- 
cesco di  Borbone  ,  chiamandolo  :  votre  com» 
pagnon  constitutionnel.  Tutto  ciò  prova  che  i 
Borboni  di  Napoli  non  erano  avversi  agli. or- 
dini rappresentativi  ,  *  ma  furono  costretti  a 
tenersi  stretto  il  potere  nelle  loro  mani,  per- 
chè i  'rivoluzionarti  voleano  impossessarsene 
per  offenderli  e  scacciarli  dal  trono  e  poi 
tiranneggiare  i  popoli  innocenti. 
-  Francesco  I ,  salendo  al  trono  y  confermò 
tutti  i  funzionarti  ed  impiegati  del  governo 
del  suo  genitore,  proseguendo  il  sistema  di 
costui ,  conciossiachè ,  anche  volendolo  ,  i 
tempi  e  le  circostanze  gli  vietavano  di  fa- 
re altrimenti.  Con  decreto  dell' 8  febbraio 
di  quell'anno,  accordò  piena  amnistia  a'  sol- 
dati e  sott'uffiziali  disertori  e  felloni;  la  pena 
dell'ergastolo  f.u  commutata  in  quella  de'  fer- 
ri, e  ridotta  a  minor  tempo  la  prigionia  e  la 
reclusione,  eccettuando  i  soli  condannati  per 
furto. 

Le  sale  della  Reggia  furono  schiuse  ad  o- 
gni  ceto  di  persone  ,  le  udienze  sovrane  di- 
vennero facili ,  i  ricorrenti  o  i  chiedenti 
qualche  grazia ,  non  si  partivano  mai  scon- 
tenti da  quel  sovrano.  Il  quale  se  non  potea 
concedere  quel  che  gli  si  domandava,  usava 
sempre  cortesi  e  clementi  parole  nel  negale 
ciò  che  gli  "era  chiesto. 

Francesco  I,  sènza  curarsi  dello  sbraitare  dei 
più  accaniti  se ttarii,  che  avrebbero  voluto  ri-   * 
forme  politiche   per    cominciar  da   capo    le 
loro  ribalderie,  pensò  al  vero  bene   de'  suoi 
popoli   e   al  decoro  nazionale ,    con   liberare 


_6  — 

qoeàto  Regno  dall' occupazione  tedesca,  che 
tanto  nocumento  arrecava  alla  finanza.  Per- 
Tocche  ,"  avendo  lasciato  vicario  generale  del 
Regno  il  principe  ereditario,  allora  giovanetto 
di  15  aijni,  partì  per  Milano,  insieme  alla  re- 
gina ed  al  piccolo  figlior  conte  d'Aquila,  per 
concertarsi  con  Y  imperatore  d'  Austria,  che 
trovavasi  .allora  in  quella  città,  circa  il  ritiro 
delle  truppe  austriache  dimoranti  in  questa 
Regno. 

Gli  augusti  viaggiatori  passarono  da  Roma 
per  compiere  la  visita  prescritta  dal  Giubileo, 
correndo  allora  l' anno  Santo.  Visitarono  il 
Sommo  Pontefice  Leone  XII,  dal  quale  rice- 
vettero in  dono  un  magnifico  reliquiario  con 
un  pezzo  della  Santacroce;  perlocchè  fu  poi 
stabilita  nella  cappella  del  palazzo  reale  la 
festa  dell'Esaltazione  della  Croce.  Da' Roma 
'si  recarono  ad  Assisi  per  visitare  quel  San- 
.  tuario  ,  e  per  ,la  via  di  Firenze  e  Parma  ,  il 
15  màggio,  giunsero  a  Milano,  ove  furono  ri- 
cevuti con  grandi  onori  dall'imperatore  d'Au- 
stri. I  due  sovrani,  il  26  di  quel  mese,  con- 
chiusero la  seguente  convenzione  :  cioè  che 
le  truppe  tedesche  rimarrebbero  nel  Regno 
delle  Due  Sicilie  fino  a  marzo  del  1827  ,  e 
che  una  colonna  di  diecimila  e  quattrocento 
uomini  si  ritirerebbe  in  Austria  nel  comin- 
ciare del  prossimo  agosto,  come  di  fatti  av- 
venne. 

il  rè  con  la  regina  e  il  piccolo  principe 
reale  si  recarono  a  Torino  per  visitare  .l'au- 
gusta sorella  Maria  Cristina  regina  di  Sarde- 
gna. Dopo  alquanti  giorni  di  dimora  in  quella 
città,  partirono    per  Livorno,  ove  giunti  tro- 

_. 


—  T  — 

ararono  una  flottiglia  napoletana  che  li  atten- 
4eà.  1113  luglio  gli  augusti,  viaggiato  ri  s^  im- 
barcarono sul  vascello  il  Vesuvio  e  fecero 
vela  per  Napoli;  ebbero  un  pessimo  viaggio, 
e  corsero  pericolo  di  naufragio.  Quando  il 
telegrafo  segnalò,  che  il  Vascello  ov*  era  im- 
barcato il  re  ,  correva  pericolo  e  manovrava 
per  entrare  »el  Golfo  di  Napoli,  Ferdinando, 
vicario  del  Regno,  intrepido  affrontò  il  tem- 
pestoso mare  sopra  la  goletta  il  Lampo,  per 
correre  in  soccorso  de'  suoi  genitori.  Però 
non  potè  subito  abbordare  e  dar  soccorso  al 
Vesuvio  a  causa  dell'  imperversare  del  vento 
-dHibeccioj-dopo  quattr'  ore  di  supremi  sforzi 
«  grandi  pericoli  raggiunse  quel  vascello, 
«on  ben  guidato.    ' 

La  città  di  Napoli  avea  fatto  costruire,  sotto 
la  batteria  del  Molo  ,  un  ponte  di  legname, 
«porgente  nel  mare  per  comodo  maggiore  allor 
sbarco,  con  varii-  piani,  ringhiere  di  fiori  e 
-coperto  di  un  magnifico  -padiglione.  Il  sin- 
daco ,  il  corpo  della  città  ,  le  persone  della 
Corte  slavano  ivi  ad  attendere  i  loro  sovrani, 
che  sbarcarono  il  17  luglio,  e  furono  ricevuti 
con  acclamazioni  di  gioia  da  tutta  la  popola- 
zione ;  la  quale  per  tre  sere  consecutive, 
spontaneamente  illuminò  tutta  Napoli.  Il  gior- 
no seguente  allo  sbarco  ,  tutta  la  real  fami- 
glia si  recò  al  Duomo  ,  onde  rendere  azióni 
m  di  grazie  all'AurissiMo  per  aver  salvato,  da  un 
"imminente, naufragio  gli  augu&ti  viaggiatori*. 
Non  soddisfatta  là  naturale  clemenza  del 
are,  dopo  di  avere  -minorata  la  péna  a* varii 
condannati  ,  e  di  avere  accordata  1*  amnistia 
-a*  rivoluzionari i   dei  4820  e  21,  il  17  agosto, 

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—  8  — 
fece  pubblicare  un  decreto  col  quale  commu- 
tava e  diminuiva  «altre  condanne.  Que'  rei'fu- 
rono  in  seguito  tutti  messi  in  libertà;  ed  in- 
grati sempre,  non  pochi  1*  abbiamo  veduti  nel 
1848  e  60,  capi  di  quelle  due  memorande  ri* 
voluzioni. 

•Altri  due  assassini  dell'  ex  direttore  di  po- 
lizia Giampietro  caddero  nelle  mani  della  giù* 
stizia:  era&o  Michele  Valenza,  di  Rionera  in 
Basilicata  ,  ex  capitano  de'  legionarii  ,  ed  il 
cocchiere  Pasquale  Ammirante  di  Napoli;  tutti 
e  due  il  21  febbraio  furono  giustiziati  fuori 
pòrta  Capuana. 

Il  13'  agosto  1827  ,  la^regina  die  alla  luce  * 
un  figlio  ,  che  ricevè  il  nome  di  Francesca 
di  Paola  ,  col  titolo  di  conte  di  Trapani.  La 
nascita  di  questo  principe  reale  ,  perchè  in 
tempo-che  il  padre  era  sovrano,  fu  solenniz- 
zata con  maggiori  pompe  è  grazie.  Il  re"  ac- 
cordò decorazioni  e  gradi;  abolì  l'azione  pe- 
nale per  coloro  che  erano  sotto  giudizio  dopa 
la  prima  amnistia.  Per  la  medesima,  fausta 
ricorrenza  ,  largì  il  perdono  a'  disertori  del- 
T  esercito  e  .  della  .marina  reale  ,  a'  refrat- 
tari delle  leve  de' tre  anni  precedenti,  ed  ai 
saldati  e  sott'  uffiziali  condannati  agli  offici* 
ignobili  pec  causa  politica. 

Francesco  1°,  conoscendo  che  i  settarii  si 
agitavano  sempre  e  che  aveano  degli  adepti 
in  quejl'esercito,  formato  con  tanti  sacrifizi^ 
dopo  i  disastri  del  1820  e  1821^  si  argomentò 
ampliare  la  convenzione  elvetica.  Il  7  ottobre 
del  suo  primo  anno  di  Regno,  fece  altra  con- 
venzione, che  si  chiamò  Capitolazione,  co' Can- 
toni elvetici  del  Ticino,  Uri,  Urdervald.,  Ap- 

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—  9  — 

penzel,  Fribury,  Soletta  e  Berna,  per  assol- 
dare altri  due  reggimenti  ognuno  di  1451  uo- 
mini ,  ed  il  servizio  de'  quali  dovea  durare 
per  30  anni.  In  seguito  ne  assoldò  un  altro,  e 
"così  ebbe  quattro  reggimenti  svizzeri  con 
quello  già  formato  dall'augusto  suo  genitore;* 
e  tutti  formavano  la  forza  di  circa  seimila 
uomini.  Là  spesa  fu  di  un  milione  e  sette- 
centomila ducati,  e  pel  mantenimento  annuo 
cinquecento  sessantaseimila.   * 

I  rivoluzionarli,  che 'approfittano  di  tutto  il 
male  e  il  bene  "che  fanno  i  sovrani,  per  al- 
terarlo o  svisarlo,  onde  criticare  e  piagnuco- 
lare ,  colsero  quest'  altra  occasione  per  gri- 
dare al  subisso  delle  finanze  dello  Stato, 
allo  sperpero  del  danaro  de*  contribuenti.  JE- 
glino,  che  non  si  fecero  scrupolo  di  sperpe- 
perare  ottanta  milioni  di  ducati  dello  Stato 
nella  rivoluzione  del  1820  e  21,  che  saccheg- 
giarono i  Banchi,  imponendo  prestiti  forzosi, 
facendo  debiti ,  regalando  al  redento  popolo 
il  flagello  de'  boni  forzosi,  eglino,  che  avreb- 
bero fatte  altre1  simili  maggiori  prodezze,  se 
fossero  rimasti  più  lungo  tempo  al  potere, 
aveano  l' impudenza  di  piagnucolare  e  gridare 
per  la  spesa  dell'  arruolamento  degli  svizzeri, 
mentre  ne  erano  essi  la  causa. 

Sebbene  qualche  altro  Stato  di  Europa,*  an- 
che, costituzionale  , «praticasse  simili  arruola- 
menti di .  svizzeri  ,  è  certo  che  fu  una  .sven- 
tura nazionale  per  questo  Regno  andare  in 
cerca  di  stranieri  per  difendersi.  Ma  chi  avea 
creato  questo  supremo  bisogno  allo  Stato? 
gli  stessi  rivoluzionarii,  i  quali  non  contenti 
•  di  avere  corrotta  la  fedeltà  di  una  classe  di 

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-  10  - 

cittadini,  aveano  poi  pervertito  in  gran  parte. 
T  esercito  nazionale,  I  settaxii  odiavano  i  sol- 
dati svizzeri ,  non  già' perchè  stranieri  ,  ma 
perchè  furono  inaccessibili  alla  corruzione 
settaria;  difatti  quegli  stranieri  furono  fidi  e* 
valorosi;  e  lo  dimostrarono  in  varie  circostan- 
ze, onorando  così  la  memoria  di  quegli  eroi 
loro  .connazionali  che  difesero  ih  ré  martire 
Luigi  XVI  di  Francia.  Que'  soldati  elvetici  al 
servizio  napoletano  furono  perenne  ostacolo 
alle  rivoluzioni;  a  suo  tempotlirò  quali  arti  sa- 
taniche adoperò  la  setta  nei  1860  per  isba- 
r  azzar  si  "di  loro.# 

Dopo  che  furono  organizzati  i  primi  due 
reggimenti  svizzeri ,  in  agx>sto  dell'  anno  se- 
guente ,  si  ordinò  la  benedizione  delle  ban- 
diere, eseguita  nella  città  di  Castellammare 
di  Stabia,  dal  cappellano  maggiore  € monsignor 
Gravina.  Il  re  ,  reduce  dal  pellegrinaggio  di 
Montevergine  passò  per  quella  città,  e  conse- 
gnò le  bandiere  a'  comandanti  colonnello  Son- 
nemberg  e  maggiore  Surbeck ,  che  gli  giu- 
rarono fedeltà.  Altre  Capitolazioni  si  stipula- 
rono co'  cantoni  Val  lese  e  Schwitz  per  la  for- 
mazione di  due  altri  battaglioni.  Nel  1826, 
si  era  di  già  organizzato  il  corpo  del  genio, 
quello  dell'  artiglieria  e  1'  altro  del  treno. 

In  quello  stesso  anno  il  re  voLle  introdurre 
neir  esercito  l'elemento  siciliano  ;  e  siccome 
la  Sicilia  era  esente-  dal  gravoso  carico  della 
leva,  si  formarono  due  reggimenti  di  vdlon- 
tarii  di  quegli  isolani;  nel  1831  furono  anche 
ammessi  de'  galeotti  graziati,  ma  non  per  ina- , 
putazione  di  furto.  Si  disse  e  si  ripete  an- 
cora che  il   govèrno  avesse  venduto   i  gradi  , 

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'    •    -  11  — 

-de'  capitani  e  degli  uffizrali  subalterni  di 
quei  due  reggimenti  siciliani;  ecco  come  va 
quest'affare.  Trovandosi  lo  Stato  senza  pecu- 
nia ,  il  governo  dichiarò  di  cedere  il  grado 
di  capitano;  e  la  facoltà  di  nominare  i  tre  uf- 
tfziali  subalterni  ,  a  chi  avesse  pre$entato 
una  compagnia  di  soldati,  vestiti  in  completo 
uniforme.  In  modo  «che,  coloro  che  ottennero 
quel  grado,  poco  o  nulla  s'interessarono,  per- 
chè i  due  tenenti  e  l'alfiere  furono  nominati 
«tal  capitano^  con  l'obbligo  di  assoldare  e  ve- 
stire a  loro  spese,-  in  proporzione  del  grado, 
la  compagnia  suddetta.  Fu  qtiesto  un  gravis- 
simo errore  che  commise  il  real  governo  , 
dappoiché  si  videro  alfieri ,  primi  e  secondi 
tenenti  e  capitani  bambini  appena  nati,  che' 
figuravano  graduati  ne'  due  reggimenti  si- 
culi. -Non  pochi  di  que*  neonati  uffìziali  fe- 
cero poi  nel  1860  una  pessima  riuscita  ;  tra 
i  quali  più  di  tutti  si  distinsero  per  tradi- 
menti e  fellonie,  un  Flores,  un  Alessandro 
'Nunziante,  "un  Piarielli  ed  un  Ghio. 

Il  principe  ereditario,  appena  compiuti  i  se- 
dici anni,  in  forza  delle  leggi  del  Regno,  en- 
trò a  far  parte  del-  Consiglio  di  Stato  e  fu 
eletto  comandante  generale*  dell'esercito.  Nel 
medesimo  tempo  il  tenentegenerale  marchese 
Vito  Nunziante;  già  ispettore  della  fanteria 
<li  linea  ,  fu  nominato  quartiermastro  gene- 
rale del  comando  generale  dell'  esercito*  Po- 
chi altri  corpi  militari  si  formarono  sotto  il 
regno  di  Francesco  I,  tra*  quali  il  1°  reggi- 
ménto di  cavalleria  Lancieri  ;  il  quale  ricevè 
in  Capua,  dalle  mani  del  principe  ereditario, 
,le  bandiere  benedette  dal  cappellano  ma  *  <*iore. 

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'Utili  leggi  si  fecero  per  la  recitazione 
della  truppa,  venne  stabilito  che  coloro  i  qua- 
li doveano  servire  nell'esercito  avrebbero  po- 
tuto presentare  i  cambii,  ma  co'dovuti  requi- 
siti. Ad  evitar  poi  i  continui  matrimoni^  che 
contraevano  i  militari,  con  donne-  povere  di 
bod "finita  educazione,  con  decreto  del  2fr 
aprile  1829 ,  fu  vietato  agli  uffiziali,  sottuf- 
fiziali  e  soldati  dì  ammogliarsi ,  salvo  net 
caso  che  la  fidanzata  avesse  una  dote  di  due- 
Cento  ducati  annui  di  rendita  sul  Gran  librò; 
ed  avesse  documenti  della  sua  moralità;  e  ciò* 
era  permesso  arsoli  uffiziali. 
Molto  si  accrebbe  la  flotta  sotto  il  breve  re- 

,  gno  di  Francesco  I:  furono  varate  tre  frega- 
te, VUrania>  Maria  Isabella  e  la  Partenopea 
inoltre  due  corvetterà  Maria  Cristina  e  l'Etna* 
un  brigantino  il' Principe  Carlo  ed  altriiegnt 

-minori,  tutti  costruiti  nel  cantiere  di  Castel- 
lammare e  nella  darsena  di  Napoli. 

A  proposito  della  flotta  è  necessario  accen- 
nar qui  un  fatto  dispiacevole  avvenuto  net 
1828.  Il  governo  napoletano  avea  fatto  un 
trattato  ,  nel  1816  ,  con  la  Reggenza  di  Tri- 
poli; morto  Ferdinando  1°,  il  Bey  lo  dichiarò 
finito  con  la  morte   del  re,  e  per  rinnovarlo- 

'chiese  centomila  colonnati  al  successore  Fran- 
cesco 1°  ,  fissando  U  termine  di  due  mesi 
per  aversi  la  risposta.  Il  re  rispose  con  man»* 
dare  bielle  acque  di  Tripoli  ventitré  legni  da 
guerra  tra  grandi  e  piccoli,  sotto  il  comanda 
del  capitano  di  vascello  Alfonso  Sozii  Carafa. 
Costui,  secondo  affermano  'gli  storici  Coppie 
de  Sivo,  dopo  vane  trattative  col  Bey,  il  23  a- 
gosto  cominciò  a  bombardar  Tripoli,  metten-  . 

.      •     .  igitized^by  VjOOQ 


—  13  — 

dosi  però  fuori  tiro  de'  cannoni  di  quella  città, 
in  modo  da  non  offendere  e  non  essere  of- 
feso. Il  solo  de  Cosa,  che  comandava  quattro 
cannoniere,  si  avanzò  arditamente  ed  arrecò 
gravi  danni  a'difensori  di  Tripoli.  Il  Carafa, 
dopo  di  essere*  rimasto  tre  giorni  in  radft 
senza  nulla  conchiudere,  scusandosi  poi  che 
il  vento  eragli  stato  contrario,  ritornò  a  Mes- 
sina ,  ove  fu  messo  sotto  giudizio  insieme 
ad  altri  comandanti  in  secondo.  Egli .  accu- 
sava de  Cosa,  secondo  i  citati  storici,  perchè 
questi  si  era  cacciato  sotto  i  cannoni  tripoli- 
ni e  perchè  ayea  sofferto  alcuni  danni:  bella 
pretensione  di  un  comandante  in  capo,  che 
vuol  far  la  guerra  senza  ricever  danni  né 
per  so  né  pe'  suoi    subalterni  !  (1) 

I giudici,  che  formavano  il  consiglio  di  guer- 
ra per  condannare  quel  comandante  in  capo 
ed  altri  subalterni ,  dichiararono  tutti  col- 
pevoli senza  condannarne  alcuno:  che  fior  di 
logica  !  Si  ricorsa  alla  corte  militare  ,  ma  il 
re  ,  per  non  far  rimestar  di  più  que'  fatti  * 
troncò  il  giudizio,  mandando  alla  4a  classe  i 
giudici  e  mettendo  in  libertà  il  Carafa, 

La  squadra  tripolina  e  la  napoletana  si  pre- 
darono a  vicenda,  con  più  danno  di  Quest'ul- 
tima. Francesco  1°,  secondo  asserisce  lo  sto- 
rico Coppi,  per  preservare  il  Regno  dalle  con- 
tinue   incursioni   di  qne'  barbari  e  da'  danni 


(1  )  Suppongo  che  il  grande  Jmmiraglio  piemon- 
tese Carlo  Pemoo  sia  uscito  dalla  scuola  del  Ca- 
rafa, avendo  eseguito  lo  stesso  simulacro  di  guerra 
sotto  Gaeta  nel  1864  ;  almeno  quello  ,  dopo  sei  an- 
ni, in  Lissa,  rimase  padrone  delle  nacque  l 

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—  14  — 

phe  principalmente  arrecavano  alla  Sicilia,  il 
528  ottobre,  fece  una 'convenzione  col  Bey  di 
Tripoli,  pagandogli  per  una  sola  volta  ottan» 
tamila  colonnati  con  1'  obbligo  di  restituirsi 
i  prigionieri  napoletani  e  di  lasciare  in  pace 
questo  Regno.  Le  sventure  di  questa  gran 
parte  d' Italia  sono  state  sempre  cagionate  o 
da'  rivoluzionari  ,  o  dall'  insipienza  de'  mini» 
stri,  o  dell'insuccesso  de'  capi  dell'esercito  e- 
della  flotta.  Intanto  non  mancano  scrittori  che- 
vituperano  il  medesimo  esercito  .e  la  flotta,, 
gettando  esclusivamente  la  colpa  addosso  ai 
re,  anche  perchè  fece  quella  convenzione  col 
Bey;  e  sooo  quelli  stessi -storici  che  Io  criti- 
cavano e  piagnucolavano. perchè  quel  sovrano 
assoldò  sei  mila  svizzeri  per  difendere  que- 
sto Reame. 

La  carboneria  ,  umiliata  e  derisa  ,  si  era 
rincantucciata  ,  ma  pertinace  ,  non  essendo 
ancor  contenta  del  male  che  avea  fatto,  con^ 
giurava  nell'ombra.  Quando  le  sembrò* appor- 
tano il  tempo,  uscì  da'  suoi  covi  e  tentò  di 
mostrare  lai  sua  laida,  faccia  qui  in  Napoli,  in» 
Catania  ed  in  Siracusa;  sostituendo  all'  antico 
odiato  nome  quello  di  Pellegrini  bianchi.  Si 
vuole  che  il  capo  di  questa  setta  sia  stato 
Luciano  Bonaparte,  fratello  di  Napoleone,,  a* 
vendo  fondato  in  Parigi  una  così  detta  Ca- 
mera di  que'  settarii,  che  corrispondeva. con 
un'  altra  di  Napoli,  -a  capo  della  quale  eravi 
il  negoziante  Antonio  Migliorato,  giovane  en- 
tusiasta ed  audace.  I  Pellegrini  bianchi  erano 
repubblicani,  e  al  solito,  domandavano  a'  so» 
vrani  costituzioni  politiche,  per  servirsene  di 
ponte  onde  passare  alla  loro  prediletta  forma, 

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—  ifr  — 

di  govèrno  che  è  sgoverno  ,  "come  poi  èi  ri- 
levò dal  processo  fatto  ad  altri  settarii  detti 
Filadelfia 

:  I  primi  a  far  pazzie,  di  que*  Pellegrini,  fu- 
rono il  capitano  Giovambattista  Piatti  ed  un 
Nicola  Fusco  con  altri  settarii ,  che  vennero 
arrestati  in  gennaio  del  1826;  giudicati  si  eh*  • 
bero  i  due  capi  condanna  di  morte,  gli  altri 
i  ferri.  II  re  minorò  la  pena  a  tutti  ;  però 
volle  il  pubblico  esempio  della  degradazione 
pel  capitano  Piatti.  Il  quale  fu  condotto,  il  19 
aprile  di  quell'anno,  sulla  piazza  di  Foria,  alla 
presenza  del  suo  battaglione  '  e  d'  altre  fra- 
zioni di  corpi  dell'esercito;  dopo- che  gli  fu 
letta  la  sentenza  di  morte  e  la  grazia  della 
vita  da  un  prevosto  ,*  ebbe  tolte  le  spalline» 
gli  altri  segni  del  grado  e  la  sua  spada  ven- 
ne rotta  in  due  pezzi;  indi  fu  vestito  in  pub- 
blico con  gli  abiti  da  galeotto  ed  inviato  al 
-suo  destino.  Per  quanto  sia  umiliante  la  pena 
della  degradazione  per  chi  veste  la  divisa  del-  * 
l'onore,  è  pure  un  salutare  esempio  pei  mi- 
litari felloni. 

I  settarii  si  rincantucciarono  un'altra  volta, 
e  congregandosi  tra  le  tenebre  ,  non  manca*, 
reno  di  congiurare;  ma  per  due  anni  furono 
prùdenti,  non  apparvero. 

Nel  1828,  saliti  al  ministero  di  Francia  in* 
dividui  creduti  liberali,  quel  popolo  tumultuò; 
i  settarii  di  Napoli  vollero  scimiottare  i  fra- 
telli francesi  ;  quindi  si'  mostrarono  di  bel 
nuovo  in  piazza,  gridando  :  o  Costituzióne  di 
Francia  o  morte.  Buffoni  !  Essi  aveano  il  co- 
raggio de'  vili,  abusando  della  clemenza  del  - 
re.  Il  20  aprile   di  quell'anno,  varii  di  essi 


_-46  — 

presero  le  armi*  e  si  mostrarono  ne'  due  Prin- 
cipati ,  scorazzando  tra  il  Vallo  ed  il  Cilento, 
I  capi  di  quella  ribellione  erano  Antonio  Mi* 
gliorató,  Antonio  Galletta,  l'avv.  Teodosio  da 
Dominicis,  Vincenzo  Riola„  il  prete  D iota juti, 
i  fratelli  Capozzoli   di  Monteforte  ,   già  fuor* 

,  banditi ,  ed  alla  direzione  di  tutti  trovavansi 
due  reverendi,  il  can.  Antonio  de  Luca,  che 
fu  deputato  al  Parlamento  del  1820,  e  Carla 
de  Celle,  suo  nipote,  guardiano  del  convento 
de'  Cappuccini  di  Matera  ,  aderente  un  An* 
tonio  Bianco  colonnello  del  genio. 

.11  28  giugno*  sorpresero  il  piccolo  forte  di 
Palinuro ,  ed  avendo  raccolto  altra  gente  a- 
vida  di  subugli  per  far  fortuna  ,  volsero  a 
Gammarota  con  bandiere  tricolori,  gridando  ? 
à  Costituzione  di  Francia  o  morte.  In  cinque 
giorni  traversarono  varii  paesi,  cioè  Licosati, 
S.  Giovanni  in  Piro  ,  Bosco ,  Montano ,  Cuc~ 
curro  ed  altri  piccoli  paeselli  e  villaggi,  per-* 
petrando  vendette  atroci  e  saccheggi  al  grido 
di  viva  la  Costituzione  e  la  libertà.  In  S.  Gio- 
vanni in  Piro  fecero  fuoco  sulla  popolazione 
inerme,  perchè  la  stessa  non  rispose  alle  loro 
grida  di  viva  e  di  morte;  saccheggiarono  le 
case  del  Parroco,  del  Sindaco  e  del  Capo  ur- 
bano'; acclamarono  il  paese  del  Bosco  ,  per 
essere  stati  da  que'  paesani  ben  ricevuti  e 
festeggiati. 

Il  2  di  luglio ,  il  real  governo  mandò  una 
colonna  di  truppa  contro  que'  forsennati,  co- 
mandata dal  maresciallo  di  campo  Francesco 
Saverio  del  Garretto,  il  quale  ebbe  estesi  pò* 

'  terif  Costui  nel  1820,  da  ufflziale  superiore, 
avea  fatto  parte  dello  Stato  Maggiore  del  ge- 


—  17   - 

aerale  Guglielmo  Pepe  ,  e  si  era  mostrata 
caldo  carbonaro  ;  nel  1822  ottenne  piena  gra- 
zia dal  re  Ferdfnando  I  e  fu  promosso  a  co- 
lonnello, in  seguito  a  brigadiere  e  marescial- 
lo. Mostravasi  allora  tutto  regio,  e  dicea  sem- 
pre ,  che  desiderava  una  occasione  per  mo- 
strarlo co'  fatti.  Si  vuole  però  che  nell'ombra 
stringesse  la  mano  agli  antichi  consQttarii  ; 
promettendo  a  costoro  aiutarli  in  una  propizia 
"occasione ,  ma  per  allora  era  necessità  che 
egli  facesse  la  parte  di  realista. 

Del  Garretto  accettò  *  con  piacere  la  mis- 
sione di  punire,  i  sollevati  del  Vallo  e  del  Ci- 
lento, che  per  soprappiù  putivano  di  briganti; 
e  per  mondarsi  dell'antica  macchia  *di  carbo- 
naro „  usò  modi  atroci  nel  reprimere  quella* 
gente  in  armi,  la-quale  per  filtro  si  sciolse 
e  fuggi  al  solo  apparire  delia  soldatesca.  Can- 
noneggiò il  comune  di  Bosco  ,  sol  perchè  a- 
veà'  bene  accolto  i  sediziosi  ;  nominò  una 
Commissione  militare  per  punire  i  rei  prin- 
cipali ,  già  arrestati  ;  de'  quali  furono  con- 
dannati 27  a  morte  ,  presi  con  le  armi  alle 
mani,  e  cinque  all'ergastolo.  Tra' primi  eravi 
il  de  Luca,  il  Celle,  il  de  Dominicis,  il  Riola 
e  Migliorato;  costoro  subirono  l'estremo  sup- 
plizio; gli  altri  ebbero  commutata  la  pena  in 
quella  dell'ergastolo. 

Gallotti  fuggì  tra  boschi  e  dirupi,  e  riparò 
in  Francia,  ove  fu  arrestato  e  consegnato  al 
governo  di  Napoli;  ebbe  condanna  di  morte; 
ma  il  re  gli  fece  grazia,  e  dopo  un  anno ,  fu 
reclamato  dal  governo  rivoluzionario  di  Pari- 
gi  ,  perchè  condanato  a  sei  anni  di  relega- 
zione. 

Digilfildby  G00gk 


—  48  — 

I  fratelli  Capozzoli  fuggirono  anch'essi  nei 
boschi,  donde  furono  snidati  dalia  gendarme- 
ria; ripararono  prima  in  Toscana,  poi  in  Cor- 
sica. Riusciti  a  ritornare  a'  patrii  monti,  con 
la  speranza  di  continuare  il  brigantaggio,  fu* 
rono  arrestati  in  conflitto  dalla  forza  pub- 
blica ;  dopo  strepitoso  processo  della  fortu- 
nosa loco  vita,  ricca,  di  avventure  e  di  episo- 
dio furono  giustiziati  in  Salerno. 

Prima  che  io  lo  dicessi,  gii  i  miei  lettori 
hanno  indovinato  ,  che  glf  impudenti  settarii 
piagnucolarono  e  scrissero  diatribe  contro  re 
Francesco  I,  non  solo  perchè  soffocò  sul  na- 
scere una  terribile  ribellione  mezzo  brigan- 
tesca, ma  perchè  non  fece  grazia  a  iutt'  i  ri- 
belli del  Vallo  e  del  Cilento  ,  non  esclusi  i 
ladri  e  sanguinaci  fratelli  Capozzoli.  Il  crede- 
reste ?  Chiamarono  tiranno  sanguinario  quel 
sovrano,  anche  perchè  non  fece  grazia  agli  as- 
sassini dell'infelice  ex-direttore  di  polizia  Giam- 
pietro, che  lasciò  nove  tra  figli  e  figlie  senza 
guida  e  senza  fortuna;  essi  che  approvarono 
i  massacri   di  Manhes  ,    e  tutti  gli  assassinii 

Eerpetrati  da'  carbonari  del  1820  e  da'  repub- 
licani  del  1799  !  (1). 

I  rivoluzionarii,  io  lo  ripeto,  perchè  giova 
ridirlo,  han  la  impudente  pretensione   che  a 
loro  soltanto  è  lecito  massacrare  i  cittadini, . 
sia  con  le  forme    giuridiche  o  in  qualunque 


(l)  Di  quest'  ultimi  granditomini  e  filantropi, 
basta  rammentare  il  solo  assassinio  di  Backer  e  com- 
pagni, perpetrato  lo  Castelnuovo  ,  senza  giudizio  o 
scopo  politico  ,  e  sotto  gli  occhi  dei  capi  della  re- 
pubblica ivi  rifugiati. 

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■  —  19  —  . 

-siasi  modo  ,    come  spesso   accade  ;  «  che  al 
.  *olo  sventolale   del  loro   nefasto  vessillo,  i 
-sovrani  dovrebbero  darsi  in  lor  balìa  ,  itfani 
-e  piedi  legati  per  essere  condotti  al  patibolo; 
altrimenti    son   proclamati  tiranni  e  sangui- 
narti. Ogni  anima  Sensibile  abborre  V  esecu- 
zioni capitali;  ma,  se  son  lecite,  anzi  da  en- 
comiarsi,  quando  ne  fanno  abuso  i  settarii  al 
potere  ,  perchè  son  poi  tiranniche  e  peggio, 
quando  i  monarchi  le. permettono    con  tutte 
le  forme    della    legge  per   preservare  la -so* 

^  cìetk  da  tanti  mali  ?  Se  Francesco  1°  non  si 
*fosse  mostrato  clemente  nella  prima  som- 
amossa  del  1826,  ma  invece  avesse  dato  libero 
scorso"  alla  giustizia  punitiva,  forse  -nei  1828  f 
ribelli  del  Vallo  del  Cilento  avrebbero  riflet- 
tuto seriamente  prima  di  ricominciare  a  far 
nuov^  pazzie;  né  sarebbe  accaduta  la  distru- 
zione di  due  paesi,  la  morte  e  la  perdita  della 
«libertà  di  tanti  cittadini.  I  rivoluzionari!  di 
mestiere,  in  cambio  di  gridare  l)ivà  e  morte, 
-di  mettere  ih  subuglio  due  province;  moschet- 
tare i  pacifici  abitanti  di  S.  Giovanni  in  Piro,  " 
saccheggiar  case  di  parrochi ,  sindaci  e  capi 
urbatìi,' avrebbero  pensato  alla  propria  pelle. 
Però  la  quasi  certezza   .della  grazia  sovrana,* 

•  in  tutti  i  casi  a  loro  contrarli ,  fu  la  princi- 
pale spinta  a  farli  ribellare  braveggiando  coi 
-deboli. 

La  clemenza    de'  sovrani   è  Y  immagine  di 

•  -quella  infinita  di  Dio;  ma  quelli  l'usano  spes- 
so a  sproposito  e  riesce  fatale  al  popolo  in- 
nocente; col  far  grazia  a  pochi  malvagi  non 
Ȉi  raro  sacrificano  una  intiera  nazione.  Chec- 
ché si  dica  in  contrario,  Francesco*  1°  di  Bor- 


—  20  —     • 

bone  fu  un  uomo  pio,  un  re  ciemente»e  se  per- 
mise cke  pochi  settarii  subissero  1'  estrema 
supplizio,  è  da  supporsi  che  sia  stato  costretto 
dalla  ragion  di  Stato,  che  Y  abbia  sofferto  pel 
bene  de'  suoi  popoli ,  ma  sempre  con  dolore 
dell'  animo  .suo,  inchinevole  alla  pietà  e  alla 
.clemenza. 


y  Google- 


CAPITOLO  nr 

,   .   SOMMÀRIO 

Francesco  I, protezionista.  Lanificio  del  cav.  Sava. 
Quel  Sovrano  promulga  buone  leggi,  "migliora  l'am- 
ministrazione dello  Stato  e  dà  maggiore  incremen- 
to al  commercio  e  alP  agricoltura.  Intraprende  e 
compie  varie  opere  pubbliche,  tra  le  altre  il  palaz- 
zo delle  finanze.  Istituisce  un  ordine  cavalleresco , 
dandogli  il  proprio  nome.  Viaggia  in  Ispagna.il  Bey 
•di  Algieri  in  Napoli.  Morte  di  Francesco  I,.  Altre 
accuse  contro  lo  stesso.  Morte  di  uomini  illustri. 
Bibliografia.    . 

Fsanceeco  \°  di  Borbone  fu.un  re,  come  oggi- 
si  direbbe,  eminentemente  protezionista,  cioè 
quali  dovrebbero  essere  tutti  i  sovrani,  veri 
patrioti,  che  amano  il  benessere  de'  loro  po- 
poli. Egli,  per  quanto  i  tempi  e  le  circostanze 
gliele  ebbero  comportato  ,  protesse  le  fab- 
briche nazionali;  e  nelle  esposizioni  biennali 
promise  laudi  «e  premii  a  tutti  coloro  che  a- 
vessero  presentato  le  migliori  manifatture  in- 
digene. Proibì  alcuni  generi  esteri,  e  stabili, 
un  marchio  per  quelli  nazionali,  onde' distin- 
guersi dagli  stranieri.  La  grande  ed  utilissi- 
ma opera  che  incoraggiò  e  protesse  fu  la  fab- 
brica de'  panni  del  Regno  ,  impiantata  ,  nel 
4825  dal  cav.  Raffaele  Sava*,  neir  abolito  con- 
vento di  S.  Caterina  a  Formello,  presso  Porta 


^-  22  — 

Capuana.  Quel  lanificio»  merco  le  cure  e  l'in- 
telligenza del  Sava,  giunse  ad  emulare  i  mi- 
gliori castori  delle  più  rinomate  fabbriche  di- 
Europa;  tanto  che  questo  Regno  non  avea  più*  ' 
bisogno  di  pattini  esteri:  oltre  di  che  con  quel- 
la estesa  industria  viveano  migliaia  di  fami— 
glie,  che  oggi  languiscono  nella  miseria  e- 
nel!'  abbandono. 
-  Tanti  servi  di  pena,  che  faticavano  in  quel? 
lanificio,  Tendevano  utili  le  loro  braccia  alla 
società ,  si  moralizzavano ,  apprendeano  un> 
mestiere  ;  e'  quando  era  loro  ridonata  la  li- 
bertà ,  si  trovavano  operai ,  e  con  un  pecu- 
li etto  sufficiente  a  far  fronte  a*  primi  bisogni 
dell'impianto  di  una  onesta  casa.  Quando  il 
cav.  Sava  ,  incaricato  dal  re  ,  facea  de*  rap- 
porti sulla  buona  condotta,  intelligenza  ed  as- 
siduità al  lavoro  di  qua*  condannati ,  costoro 
ricevevano  premii  e  minoranza  di  pena,  Son 
queste  le  opere  più  meritevoli  "di  un  sovrano, 
cioè  riabilitare  T  uomo  che  fu  colpévole  eoa 
istendergli  la  mano  soccorritrice,  sollevandolo 
dallo  stato  abbietto  in  cui  era  caduto ,  e  ri- 
donarlo purificato  ed  utile  a  quella  società 
che  i'avea  respinto  dal  suo  seno. 

Il  lanificio  del  cav.  Sava  arrecava  bene  ad 
ogni  sorta  di  lavoranti;  forniva  castori  a  prezzi 
mitissimi  e  di  ottima  qualità  ;  li  forniva  e- 
ziandio  a  tutto  l'esercito  napoletano,  con  una 
economia  che  oggi  sembra  favolosa.  Ebbene, 
quella  fabbrica,  che  potea  dirsi  orgoglio  na- 
zionale ,  subì  la  sorte  di  tutte  le*  utili  indu- 
strie di  questo  Regno.  Essa  cadde ,  ed  oggi 
non  rimane  della  stessa,  che  una  storica  ri- 
membranza e  tante  famiglie  impoverite.  Non 

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—  23  — 

par  Vero,  eh  e.  un  governo,  sedicente  ripara* 
tore,  abbia  fatto  di  tutto  per  annientare  quel 
lanificio,  anche  rifiutando  le  utili  offerte  del 
Sava ,  per  agevolare  gli  altri  nel!'  alta  Italia, 
arrecando  danni  non  lievi  a  queste  nostre  prò-  - 
vince  ! 

Le  buone  leggi  ed  opportune  sono  un  se- 
gno non  dubbio  del  progresso  de'  popoli  e 
del  buon  governo  ;  Francesco  I  ne  pubblicò 
molte,  che  riguardavano  la  finanza  e  la  pub- 
blica amministrazione,  ravvivando  le  civili  i- 
stituzioni ,  il  commercio  e  1'  agricoltura.  De- 
terminò le  contribuzioni  fondiarie,  organizzò 
la  tesoreria  generale  di  Napoli  e  di  Sicilia  , 
istituì  una  Commissione  pel  debito  pubblico, 
preseduta  dal  ministro  delle  finanze,  per  ve- 
rificare-in  ogni  semestre  Ja  quantità  della, 
rendita  acquistata  dal  governo,  avendo  fissata  » 
l'ammortizzazione  annuale  dell'uno  per  cento; 
fondò  una  cassa  di  risparmiò  eoi  capitale  di 
centocinquantamila  ducati  e  pubblicò  leggi 
severissime  contro  gli  usurai  ed  i  monopoli- 
sti. Le  dogane  erano  un  caos,  e  per  mettervi 
ordine,  fece  organizzare  la  direzione  de'  dazii 
indiretti;  allo  scopo  d'impedire  i  controbandi, 
ordinò  che  si  costruisse  un  muro  di  cinta  ,' 
dstfla  parte  esterna  di  Napoli,  detto  finanziere  . 
Decretò  opportune  modifiche*  circa  la  trascri- 
zione ne'  registri  della  Conservazione  delle 
ipoteche,  e  portò  saggi  miglioramenti  in  varii 
articoli,  delle  leggi  civili  e  penali.  Con  una 
legge  detta  organica,  pubblicata  il  15  novem- 
bre 1828 ,  die  le  opportune  norme  al  potere 
giudiziario;  e -tra  le  altre  cose  toglieva  molti 
abusi  curialeschi  vessatorii  pe'  litiganti. . 

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—  24  — 

Francesco  1°,  prevedendo  la  prevaricazione 
de'  suoi  discendenti,  con  decreto  del  2  aprile 
1829  ,  ordinava  ,  che  il  sovrano  esercitasse 
sulle  persone  della  real  famiglia  tutta  Fauto- 
•  rità. necessaria  a  serbare  lo  splendore  della 
dinastia.  Perciò  tutti  -coloro  che  vi  apparte- 
nevano, volendo  contrarre  nozze,  in.  qualun- 
que età  ,  doveano  ottenere  il  regio  assenso, 
in  caso  contrario  il  matrimonio  non  avrebbe 
prodotto  effetti  civili;  lo  stesso  assenso  richie- 
devasi  per    ipotecare  o  vendere  i  Joro  beni. 

11  commercio  fu  incoraggiato  in  varii  modi; 
nel  1826,  si  pubblicò  una  nuova  legge  per  la 
navigazione  commerciale  ;  s' istituirono  tre 
società  ,  una  detta  partenopea  ,  Y  altra  frut- 
tuaria  ,  la  terza  di  assicurazioni  diverse  ,  e 
.  con  una  cassa  di  risparanii.  Inoltre  a'  impian- 
%  tarono  altre  tre  società  pe'  rischi  marittimi, 
Tina  residente  in  Sorrento,  due  in  Napoli,  e 
badate,  che  le  società  commercianti  di  allora 
erano  di  profitto  e  di.  guarentigia  al  commer- 
cio, perchè  sorvegliate  scrupolosamente  dal 
governo;  e  quindi  non  si  vedevano  que'  con- 
tinui-rovesci  ,  che  oggi  non  sono  altro  che 
turpi  speculazioni. 

II  re  ,  nel  1827  ,  conchiuse  un  trattato  di 
commercio  con  la  Porta  ottomana  ;  in  forza 
del  quale  le  navi  di  questo  Regno  póteano 
navigare  liberamente  nel  Mar  Nero,  con  ca- 
rico di  qualunque  merce,  e  ritornar  cariche 
de'  prodotti  della  Russia  e  dell'  Asia. 

Circa  T  agricoltura  si  «pubblicarono    buone 

*  ed  incoraggianti  leggi  forestali.  Con  decreto 

del  6  settembre  1826,  si  ordinò  la  reintegra 

de'  così  detti  Trattori  di  Puglia;  perlocchè  si 

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—  25  — 

rianimò  la  coltura  in  quelle  terre  feraci.  Si 
istituì  una  cassa  rurale  ,  detta  delle  Due  Si- 
àUe,  ed  una  Banca  frumentaria^  per  dare  i 
mezzi  ed  il  grano  per  la  semina  a'  coloni  po- 
veri. 
■  Francesco  1°  salì  al  trono  quando  il  Regno 
avea  già  subite  tante  disgrazie  e  rovesci  in 
grazia  sempre  de'  rivoluzionarii,  ossia  de'  re- 
dentari  de'  popoli  ;  quindi  trovò  1*  erario  po- 
vero; dovendo  far  fronte  a  tanti  bisogni  stra- 
ordinarii,  tra  gli  altri  quello  di  pagar  1'  occu- 
pazione tedesca,  che  costava  moltissimo,  sic- 
ché fa  costretto  imporre  nuovi  dazii.  Uno  trai 
quali  nacque  pigmeo  e  poi  si  fece  gigante, 
intendo  del  dazio  sul  macinato,  che  fu  imposto 
iir  maggio  del  1827.  Allora  si  pagava  grana 
sei  (1)  per  ogni  cantaio  di  grano,  oggi  è  dive- 
nuto la  disperazione  della  povera  gente;  perchè 
i  Mberali,  dopo  che  gridarono  e  scrissero  tanto 
contro  quel  dazio,  quando  ghermirono  il  po- 
tere, lo  resero  gravosissimo  e  vessatorio,  in- 
ventando contatori  e  pesatori  meccanici  :  e 
se  fiatate,  guai  a  voi;  tra  tanti  fatti,  ricorda- 
tevi gli  arresti  e  le  schioppettate  di  S.  Don- 
nino nel  Bolognese  a  causa  del  macinato. 

Ad  onta  delle  strettezze  della  finanza  dello 
Stato ,  varie  opere  pubbliche  si  fecero  sotto 
il  Regno  di  Francesco  I.  Claudio  imperatore 
romano  ,  per  rendere  fertili  i  luoghi  coperti 
dal  lago  Fucino,  si  argomentò  intraprendere 
un'opera  grandiosa,  e  veramente  romana,  con 
fare  eseguire  un  traforo  a  pie  del  monte  Sil- 
vano ,  alla  profondità  di  cinquecento  palmi , 


(1)  Meno  di  26  centesimi  a  cantalo  I 

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—  26  — 

per  dare  scolo  alle  acque  di  quel  lago.  Fino 
a*  tempi  degl'imperatori  Trajana  ed  Adriano,, 
si  sa  che  quell'emissario  funzionava  regolar- 
mente ;  ma  dopo  le  invasioni  barbariche  in 
Italia,  non  vi  si  apprestarono  più  le  cure  ne- 
cessarie, e  quindi  il  lago  ritornò  al  pristina 
suo  stato  ,  cagionando  danni  incalcolabili  e 
specialmente  nel  1786.  Da  allora  Ferdinan- 
do IY  ordinò  i  lavori  di  prosciugazione  con 
macchine  idrauliche  e  la  restaurazione  del- 
l'antiche fabbriche  deli' emissario  ;  però  so- 
pravvenute le  rivoluzioni  impedirono  a  quel 
sovrano  di  compiere  1'  opera  cominciata.  Nel 
1826,  Francesco  I  incaricò  il  direttore  gene» 
rale  di  ponti  e  strade  di  prosciugare  il  lago 
Fucino  ;  e  questi  ne  cominciò  la  non  facile 
opera,  gettando  le  acque  nel  fiume  Liri.  Con- 
temporaneamente si  pensò  a  guarentire  gli 
avanzi  del  celebre  teatro  Campano,  una  delle 
più  ammirevoli  opere  delle  antichità  romane. 
Quello  stesso  anno  fu  prosciugato  il  pestifera 
lago  di  S.  Giorgio  presso  la  città  di  Taranto, 
tanto  esiziale  alla  salute  degli  abitanti  di  quei 
dintorni. 

In  Napoli,  al  di  là  dei  ponte  della  Madda- 
lena* si  eresse  un  altro  ponte,  detto  de'  Gigli 
della  Dogana,  con  disegno,  dell'architetto  Co- 
Iella  ;  ivi  venne  costruito  un  canale  che  im- 
mette nel  mare  le  acque  di  Somma.  La  più 
hella  ed  importante  opera  pubblica,  che  si 
compì  sotto  il  Regno  di  Francesco  I  di  Bor- 
bone, si  è  il  palazzo  delle  finanze  di  Napoli, 
.oggi  detto  del  Municipio. 

Ai  tempi  del  viceré, Pietro  Toledo,  nel  1540, 
i  napoletani  pii  e  devoti,  fabbricarono  la  Chie- 

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—  27  — 

sa  di  S.  Giacomo»  ed  uno  spedale  sotto  il  ti- 
tolo di  questo.  Santo  ,  e  col  disegno  del  ce- 
lebre architetto  Manlio;  in  seguito  fu  aggiun- 
to il  Banco  detto  di  S.  Giacomo  e  Vittorio. 
Quando  Ferdinando  IV  ritornò  da  Sicilia»  non 
trovava  un  palazzo  adattato  per  riunire  le  va- 
rie Segreterie  di  Stato  e  le  moltiplici  am- 
ministrazioni, già  accresciute  nel  débennio 
da'  re  francesi.  Perlocchè  il  cav.  de  Medici 
gli  propose  la  fabbrica  di  un  palazzo  ad  hoc, 
e  fa  scelto  il  locale  di  S.  Giacomo,  da  esten- 
dersi fino  a  Toledo  ,  ove  trovavasi  il  mona- 
stero della  Concezione;  il  quale  anzi  che  ab- 
bellire la  strada  principale  di  questa  città,  la 
rendea  irregolare.  Fu  allora  che  s'intraprese 
la  fabbrica  di  quel  magnifico  palazzo,  che  oggi 
ammiriamo  con  tanto  piacere,  e  fu  compiuta 
da  Francesco  I. 

Il  palazzo  delle  finanze  —  e  perchè  non  e* 
sistono  più  finanze  sotto  il  governo  de'  reden- 
tori— oggi  è  detto  del  Municipio,  è  quadrila- 
tero, occupa  duecentoquindicimila  palmi  qua- 
drati, ha  ottocento  stanze  e  quaranta  corridoi» 
lì  vestibolo  è  decorato  delle  statue  marmoree 
di  Ruggiero  I  il  Normanno,  di  Federico  II  di 
Svevia,  di  Ferdinando  I  di  Borbone  e  di  Fran- 
cesco I  di  Napoli.  In  quel  palazzo  fu  impian- 
tata la  Borsa  de*  cambii  in  una  vasta  sala  ; 
nella  quale  si  ammira  la  statua  marmorea  di 
Flavio  Gioja  di  Amalfi,  inventore  della  Bus- 
sola nautica,  e  gloria  di  queste  belle  con- 
trade italiane. 

Varie  strade  rotabili  si  costruirono  dal  1825 
al  1830;  fu  compiuta  quella  che  da  Lagonegro 
corre  fino  a  Reggio,  già  cominciata  nel  1820» 

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—  28  — 

e  si  die  principio  all'altra  che  da  Caserta 
mena  a  Benevento;  si  costruì  quella  che  da 
Maddaloni  conduce  all'Epitaffio  della  Schiava, 
ed  una  quarta  se  né  fece  da  Torricella'  a 
Caianiello ,  con  una  traversa  tra  Piedimonte 
e  Caserta. 

Gli  scavi  di  Pompei  furono  ripresi  con  molta 
alacrità;  e  quelli  dell'antica  Pesto  vennero  e- 
stesi  ad  altri  terreni  ivi  comprati  dal  go- 
verno. 

In  Palermo  si  fondò  un  Orfanotrofio  delle 
proietto  adulte,  uno  de'  migliori  che  ha  l'I- 
talia, ed  in  Napoli  si  ripristinò  l'importante 
Ospedale  di  S.  Giovanni  di  Dio  sopra  Mira- 
dois,  detto  della  Pacella.  Furono  eretti  nella 
Villa  reale  due  monumenti,  uno  a  Torquato 
Tasso,  l'altro  a  Virgilio.  In  Foggia  si  eresse 
un  teatro  corrispondente  alla  popolazione  di 
quella  città,  ed  una  Casina  per  abitazione  dei 
reali  principi,  nel  boschetto  di  Gapodimonte, 
rimpetto  la  Reggia. 

Francesco  I,  nel  1829,  con  decreto  del  28 
settembre,  istituì  un  ordine  cavalleresco,  dan- 
dogli il  proprio  nome ,  destinato  a  compen-  m 
sare  il  merito  civile  ed  eccitare  lo  zelo  nel-* 
r  esercizio  delle  diverse  cariche  ecclesiasti- 
che, civili  e  militari,  come  pure  per  incorag- 
giare la  coltura  delle  scienze  e  delle  belle 
arti.  Il  re  era  il  gran  maestro  di  quell'ordi- 
ne, e  vi  erano  cinque  graduazioni,  cioè  gran- 
croci,  commendatori,  cavalieri  di  la  e  2a  clas- 
se, e  medaglie  di  oro  e  di  argento.  Con  de- 
creto della  stessa  data  quel  (sovrano  modificò 
sullo  stesso  modello  di  graduazione  l'altro  or- 
dine di  &.  Giorgio  la  Riunione. 

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—  29  — 

Neil*  anno  1829  la  corte  fu  allietata  per  le 
nozze  di  Maria  Cristina  ,  prima  figlia  del  re 
Francesco,  col  re  di  Spagna  Ferdinando  VII. 
La  domanda  della  real  principessa  fu  fatta 
con  tutte  le  forme  della  magnificenza  spa- 
gnuola,  e  del  pari  fu  ricevuta.  Il  re  volle  ac- 
compagnar la  figlia  a  Madrid  ;  per  la  qual 
cosa  ,  con  decreto  del  29  settembre  nominò 
vicario  generale  del  Regno  ,  durante  la  sua 
assenza,  il  principe  ereditario;  il  di  seguente 
partì  per  la  volta  di  Spagna  accompagnato 
dalla  regina,  dal  piccolo  principe  reale  Don 
Francesco  di  Paola  conte  di  Trapani  ,  e  se- 
guito da  varii  personaggi  di  corte,  tra'  quali 
"il  cav.  de  Medici  :  il  principe  ereditario  lo 
accompagnò  fino  al  confine. Gli  augusti  viag- 
giatori passarono  da  Roma,  ove  furono  bene 
accolti  dal  Papa  ;  proseguirono  il  viaggio  per 
Firenze,  Torino,  Grenoble,  Avignone,  Valenza 
e  Barcellona,  dovunque  bene  accolti  e  festeg- 
giati; il  9  dicembre  si  fermarono  ad  Aranjuez, 
ove  la  reale  sposa  fu  ricevuta  da  D.  Carlos 
fratello  del  re.  L'  11  dello  stesso  mese  ,  la 
futura  regina  di  Spagna  fece  la  sua  entrata 
trionfale  in  Madrid,  accompagnata  sempre  dai 
suoi  genitori.  Il  matrimonio,  tra  quella  prin- 
cipessa e  il  re  di  Spagna,  si  celebrò  la  sera 
stessa  all'  Escuriale;  seguirono  splendide  fe- 
ste nella  capitale  ed  in  tutto  Y  iberico  Regnò. 

Il  28  marzo  1830,  il  re  con  tutto  il  suo  se- 
guito partì  da  Madrid  per  far  ritorno  ne'  suoi 
dominii,  facendo  la  via  di  Parigi,  ove  giunse 
il  14  maggio  ,  e  fu  ricevuto  con  grandi  ono- 
ranze dal  re  Carlo  X.  Il  cognato  Luigi  Filippo 
d'  Orleans,  che  tutto  avea  preparato  per  de- 

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-  30  — 

ironizzare  il  suo  parente  e  sovrano  ,  onde 
farsi  egli  re  de'  francesi ,  volle  dargli  una 
gran  festa  di  ballo,  ove,  contro  ogni  uso,  in- 
tervenne anche  la  borghesia  francese.  Fran- 
cesco 1°  disse  al  cognato:  è  questa  una  betta 
festa;  — Si,  Sire,  gli  rispose  il  ministro  Sal- 
vandy,  è  una  festa  napoletana,  si  balla  sopra 
i  vulcani  ! 

Il  1°  giugno,  gli  augusti  viaggiatori  lascia- 
rono Parigi  e  per  la  via  di  Torino  e  Geno- 
va, ove  s'  imbarcarono,  fecero  ritorno  a  Na- 
poli il  30  di  quel  mese  ,  e  si  recarono  al 
Duomo  in  forma  pubblica  ,  per  ringraziare 
Iddio  di  aver  loro  concesso  un  felice  viaggio. 

Al  ritorno  del  re  furono  cambiati  tre  mi- 
nistri, cioè  il  tenentegenerale  Giovambattista 
Fardella  fu  nominato  ministro  della  guerra  e 
marina,  in  cambio  del  principe  della  Scalet- 
ta, destinato  capitano  delle  reali  guardie  dfel 
corpo;  Camillo  Garopreso  fu  eletto  ministro 
delle  finanze  in  luogo  del  cav.  Luigi  de  Me- 
dici morto  in  Madrid;  ed  Antonio  Statella, 
principe  di  Gassaro,  ebbe  il  portafoglio  de- 
gli esteri. 

Un  fatto  degno  di  essere  ricordato  ed  en- 
comiato da'  popoli  civili  accadde  nel  1830; 
per  uno  schiaffo,  che  il  feroce  Bey  di  Alge- 
ria si  permise  di  dare  al  console  francese 
residente  colà,  la  Francia  organizzò  una  spe- 
dizione militare  ,  la  quale  sottomise  quella 
barbara  Reggenza.  La  gloriosa  bandiera  bian- 
ca decorata  de'  sempiterni  gigli ,  il  3  luglio 
di  queir  anno ,  fu  piantata,  sopra  i  baluardi 
della  città  di  Algieri;  ed  il  feroce  Bey,  Hus- 
seim  pascià,  "terrore  de'cristiani,  fu  fatto  pri- 

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—  31  — 

giofriero  e  condotto  sai  vascello  ammiraglio 
della  Francia.  Così  quella  valorosa  nazione 
-vendicò  l' insulto  ,  e  d'  allora  cominciò  ad 
aver  fine  quella  vergogna  di  tanti  secoli,  non 
escluso  il  XIX,  che  pure  sofferse  1'  esistenza 
di  un  potere  pirata,  tollerato  dall'  Europa  ci- 
vile, e  protetto  da  una  nazione  liberale,  tanto 
amata  ed  encomiata  da  rivoluzionarli ,  l' In- 
ghilterra. 

'Husseim  Pascià,  ex  Bey  di  Algieri  fu  Con- 
dotto a  Napoli  sulla  fregata  francese  Giovati" 
na  d*  Arco  ,  e  sbarcò  all'  Immacolatella  ,  in 
mezzo  ad  una  gran  folla  di  curiosi;  tra'quali 
riconobbe  un-  napoletano,  suo  antico  schiavo, 
e  lo  scelse  per  in  ter  pe  tre.  Era  accompagnato 
da  suo  genero ,  già  comandante  in  capo  del- 
l' armata  algerina ,  e  da  quattro  barbassori, 
conducendo  seco  .cinquants^quattro  donne,  la 
più  parte  negre,  del  suo  Harem,  Quello  jrtesso 
giorno  fu  condotto,  dal  console  francese,  al- 
l' albergo  delia  Vittoria  presso  la  Villa  reale 
di  Ghiaia,  e  colà  presero  stanza  tutte  quelle 
donne;  le  quali,  per  ordine  dell'  ex  Bey,  fu- 
rono chiuse  in  alcune  camere  ,  e  messe  ai 
balconi  strette  gelosie:  però  il  giorno  seguente 
uscirono  accompagnate  da  venti  turchi,  sozzi 
•e  sconciamente  abbigliati. 

Husseim  Pascià  si  faceva  veder  poco,  una 
sola  volta  si  recò  al  teatro  S.  Carlo;  dal  re 
si  ebbe  molti  favori ,  ad  onta  del  male  che 
avék  fatto  a  questo  Regno.  Volle  però  riti- 
rarsi in  Portici,  nella  Villa  di  Latiano,  forse 
per  isfuggire  alla  indiscreta  curiosità  de'napo- 
letani.  Dimorò    colà    fino  al  7  ottobre  ,  indi 


y  Google 


—  32  — 

parti  per  Livorno ,  conducendo   seco  tutto  il 
suo  Harem. 

Nel  principio  del  1830  ,  la  salute  del  re* 
già  poco  florida,  cominciò  a  decadere  sempre 
più;  nel  mese  di  agosto,  trovandosi  in  Qui- 
sisana  ,  fu  assalito  dalla  gotta  ,  male  che  la 
travagliava  spesso;  ma  quest*  ultima  volta  fa 
minacciato  nelle  parti  vitali,  perlocchè  venne 
trasportato  subito  a  Napoli.  Quel  morbo  lo 
assalì  con  più  violenta  il  5  novembre,  ed  ri 
pio  sofferente  volle  ricevere,  i  conforti  della 
nostra  santa  religione.  Quello  stesso  giorno, 
alle  tre  e  mezzo  pomeridiane  ,  mori  in  età 
di  anni  53  ,  mesi  2  e  giorni  19.  Prima  che 
spirasse,  volle  vicino  a  sé  la  moglie  e  tutti  i 
figli;  esortolli  all'  amore  vicendevole  e  al  ri* 
spetto  verso  il  di  lui  successore  ,  che  bene- 
disse il  primo. 
Il  cadavere  di  Francesco  I  fu  vestito  dell'abita 
di  gran* maestro  dell'ordine  di„S.  Gennaro*, 
ed  esposto  nelìa  sala  de'  viceré.  Gli  si  fecero 
gli  stessi  funerali  che  al  suo  augusto  genitore, 
già  accennati  nel  capitolo  XXXIV:  l'orazione 
funebre  fu  recitata  da  monsignor  Angelo  Scot- 
ti, precettore  de'  reali  principi.  La  real  fa- 
miglia si  ritirò  in  Portici;  venne  ordinato  un 
lutto  di  sei  mesi  pel  Regno  e  la  chiusura  dei 
teatri  fino  atta  tumulazione  delle  spoglie  mor- 
tali dei  re. 

Francesco  I  di  Borbone  fu  un  re  istruita 
e  religioso  ,  caritatevole  e  senz'ambizione; 
egli  vivéa  in  mezzo  a'  suoi  figli  in  modo  pa- 
triarcale. Salì  al  trono  in  tempi  assai  diffi- 
cili ,  nonpertanto  fece  quel  bene  che  le  cir- 
costanze   ed  i  settarii  gli  permisero  :  in  sei 

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—  33  — 

anni  che  regnò,  la  popolazione  delle  Due  Si- 
cilie si  accrebbe  di  circa  un  milione  di  abi- 
tanti. 

Gli  scrittori  rivoluzionarii,  che  per  sistema 
criticano  e  calunniano  i  re ,  e  con  particola- 
rità i  Borboni ,    non  tralasciano   di  scagliare 
accuse  contro  Francesco  I  di  Napoli.  Già  ho 
detto  nel  precedente  capitolo,  che  si  dichiarò 
tiranno  perchè  quel   sovrano  non  impedì  l'e- 
secuzione capitale  di  pochi  sèttarii  e  malfat- 
tori. Lo  dissero  anche  maestro  nella  finzione; 
ed  io  dico,  che  quest'accusa  de'  suoi  nemici 
é  un  bello  elogio   per  lui  ;    perchè  dimostra 
che  non  trovandolo  colpevole,  ricorsero  a  ca- 
lunniare l'interno  di  quell'uomo,  che  al  solo 
Dio  era  dato  conoscere.  Lo  criticano  dicendo 
che  poco  si  curò  dell'  esercito  nazionale  ;  ed 
in  verità  ,    mi  sembra   che  in  ciò  non  abbia 
avuto  torto.  Egli ,    che  avea  fatto   esperienza 
come  quell'esercito, organizzato  con  tante  cure 
e  spese,  la  maggior  parte  invece  di  essere  il 
propugnacolo  del  trono  e  dell'ordine  pubbli- 
co, erasi  unito  alla  setta  per  mettere  a  soq- 
quadro la  dinastia  e  il  regno,  potea  mai  pre- 
diligerlo? Dei  resto,  il  breve  Regno  di  Fran- 
cesco I  fu  un  tempo   di  prova  per  1'  esercito 
nazionale  ;    il   successore    di  lui  prodigalizzò 
immense    cure    è  denaro   per  organizzarlo  e 
dargli  benessere  ed  indirizzo  veramente  mi- 
litare; come  poi  fu  rimeritato  il  figlio  di  lui, 
da'  capi  dello  stesso  ,  si  sa   da    tutti    coloro 
che  non  ignorano  i  fatti  del  1860.  Gridano  i 
sèttarii   contro  .quel  principe   perchè  lasciò 
4'  erario  esausto  e  perchè  impose  altri  dazii; 
-eglino,  causa  prima  di  quelle-  sventure  nazio- 

ie 


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—  34  — 

«ali,  incolpano  la  stessa  loro  vittima!  Vanno 
sulle  furie  perchè  quel  sovrano  era  religioso,, 
dichiarandolo  ipocrita  ,  bacchettone  e  bacia* 
sariti.  Vedete,  lettori  miei ,  i  liberali  ci  pre- 
dicano sempre  la  libertà  di  coscienza,  e  poi 
neppure  la  vogliono  rispettare  nelle  convin- 
zioni religiose  de'  sovrani,  ma  pretendono  che 
i  medesimi  se  ne  andassero  con  loro  a  casa* 
del  diavolo  1 

Gli  scrittori  seltarii  altre  simili  accuse  scio- 
rinano contro  quel  sovrano,  tutte  sciocche  ed- 
impudenti:  ma  quella  che  più  mettono  in  ri- 
lievo si  è  nel  dire,  che  il  re  Francesco  e  la 
regina  Isabella,  il  primo  avea  un  cameriere- 
favorito,  certo  Michelangelo  Viglia,  la  seconda 
una  camerista,  una  tal  de  Simone,  che  occu- 
pavansi  di  vendere  impieghi.  Io  non  mi  vo- 
glio prender  la  pena  di  ribattere  o  dì  mette» 
re  in  dubbio  quest*  altra  accusa,  ma  dico  sol- 
tanto ,  che  spesso  un  marito  sfaccendato  ,  iV 
quale  sta  sempre  accanto  alla  sua  diletta  me- 
tà, crede  costei  fedelissima,  mentre  in  fatto* 
il  povero  uomo  è  ingannato;  or  come  si  può 
.pretender  poi  che  un  sovrano  potesse  cono- 
scere gì'  intrighi  de'  suoi  camerieri  ?  Nessu- 
no scrittore,  spudorato  che  fosse,  ha  mai  o- 
sato  asserire  che  i  lucri  del  Viglia  e  della 
de  Simone  fossero  divisi  co' padroni;  dunque 
per  qual  ragione  costoro  permetteano  quel 
mercimonio?  Conchiudo  piuttosto  col  dire 
che  fossero  stati  ingannati  ;  ed  è  questa  la 
Sorte  di  tutti  i  sovrani.  Noi  intanto  ,  lettori 
miei,  non  tralasceremo  di  pnegare  Iddio,  pei 
bene  della  società,  di  permettere  che  soltan- 

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—  35  —  » 

to  i  camerieri  e  le  cameriste  ingannassero  i 
re  e  le  regine. 

Parecchi  distinti  personaggi  cessarono  di 
vivere  dal  1825  al  1830:  nominerò  i  più  ri- 
nomati, dappoiché  è  assai  confortante  in  tan- 
ta corruzione  di  tempi,  ricordare  quegli  uo- 
mini che  fecero  onore  alla  patria  con  la  loro 
dottrina  o  con  la  fedeltà  al  trono.  Nel  1825, 
mori  in  Napoli  il  colonnello  Giuseppe  Poli 
di  Molfetta,  di  anni  94,  illustre  naturalista  e 
numismatico,  già  precettore  de'  reali  princi- 
pi, ed  il  capitano  Giovanni  Bausan  ,  di  anni 
57,  quello  stesso,  che  sotto  il  regno  di  Mu- 
rat,  danneggiò  la  flotta  inglese  nel  golfo  di 
Napoli.  Nel  18.26,  morirono  la  duchessa  di 
Floridia  vedova  di 'Ferdinando  1°,  Giovanni 
Danero,  il  Nestore  della* marina  napoletana: 
.egli  visse- anni  101,  fu  cadetto  sotto  Filippa 
V,  fatto  guardia  marina  da  Carlo  IH  di  Bor- 
bone ,  e  capitan  generale  nel  1815.  Inoltre 
furono  tolti  a'  viventi  il  celebre  astronomo 
teatino  Padre  Giuseppe  Piazzi,  direttore  dei 
reali  osservatorii  di  Napoli  e  di  Palermo,  ed 
il  marchese  Circello  tenentegenerale  e  più 
volte  presidente  de*  ministri.  Nel  1827,  ces- 
sò di  vivere  ,  di  anni  80  ,  il  celebre  cardi- 
nale Fabrizio  Ruffo  di  Bagnara  ,  consigliere 
di  Stato  e  conduttore  dell'  armata  cristiano^ 
al  riacquisto  del  Regno  di  Napoli  nel  1799. 
Nel  1828,  morirono  1' ab.  Galiani  dì  Chieti  , 
economista  e  lette  rato, il  conte  Zurlo  Bar  anel- 
lo, più  volte  ministro  di  Stato,  e  Gaetano  Lo 
Re  di  Naso»  strenuo  giureconsulto;  nel  1829, 
Francesco  Lauda  di  Monte  pel  uso  ,  giurecon- 
sulto ed_esimio  oratore  ,    e  Giulio    Visconti 

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—  36- 

compositore  di  musica  ;  nel  1830  ,  il  'cardi- 
imi  Gravina  arcivescovo  di  Palermo  ,  ed  il 
cardinal  Giuseppe  Firrao  grande  elemosi- 
niere del  re.  Quello  stesso  anno  il  cav.  Lui-  * 
gi  de  Medici  ,  insigne  per  talenti  e  fedeltà 
verso  il  suo  sovrano  ,  morì  in  Madrid  il  25 
.gennaio,  di  anni  71  ;  il  suo  cadavere  fu  tra- 
sportato a  Napoli  ,  ed  esposto  nella  chiesa  di 
S.  Maria  degli  Angeli,  indi  deposto  nella  se- 
poltura gentilizia  in  Ottaiano. 

Il  9  febbraio  18-29  morì  in  Roma  il  Sommo 
Pontefice  Leone  XII, che  era  nato  il  2  luglio  1760 
in  Gerga,  piccolo  villaggio  della  Marca,  e  fatto 
cardinale  ne*l  1820;  governò  la  Chiesa  per  5 
anni,  quattro  mesi  e  giorni  13,  visse  anni  68. 
Fu  zelante  e  fermo  sostenitore  delta  disci- 
plina ecclesiastica  ,  ed  era  ornato  di  molte 
virtù.  In  Napoli  si  celebrarono  i  suoi  fune- 
rali nella  Cappella  Palatina,  con  l'intervento 
del  re  e  della  real  famiglia. 

Il  24  marzo  si  apiì  il  Conclave  in  Roma , 
v'intervennero  48  cardinali,  e  fu  eletto  Papa, 
con  47  voti  il  cardinal  Francesco  Saverio 
Castiglioni  di  Cingoli ,  che  prese  il  nome  di 
Pio  Vili.  Questo  Papa  governò  poco  la  Chie- 
sa di  Gesù  Cristo;  morì  il  30  novembre  1830. 
Il  14  dicembre  si  aprì  di  nuovo  il  Conclave 
in  Roma ,  con  35  cardinali  ,  e  il  2  febbraio 
4831  fu  eletto  Papa  il  cardinal  Mauro  Cap- 
pellari  di  Belluno  dall'Ordine.  Camaldolense, 
che  prese  il  nome  di  Gregorio  XVI. 

BIBLIOGRAFIA 

Ecco  le  principali  opere  che  si  pubblica- 
rono in  questo  Regno   dal  1825  al  1830.  Nel 

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-  37  — 

1825,  Catalogo  cronologico  delle  antiche  scrit~ 
ture  del  Regno,  Real  Museo  Borbonicof  Gat~ 
Uria  dei  Vasi  ed  Officina  dei  Papiri  del  ean. 
Andrea  de  Jorio  ;  Istituzione  di  dritto  civile 
napoletano  di  Pasquale  Liberatore.  Nel  1826, 
Flora  napoletana  e  Cenno  sulla  coltivazione 
del  riso  del  cav.  Michele  Tenore  Nel  1826,  Os- 
servazioni politico-filosofiche  sulla  legislazione 
civile  e. penale  di  Gioacchino  Olivier-Poli,  a 
V  Osservatore  medico,  giornale  di  Pietro  Mar 
gliari.  In  quello  stesso  anno  ,  il  capitano  I» 
gnesti,  direttore  dell'armeria  del  re,  inventò 
il  fucile  a  percussione.  Nel  1828,  Dritto  ec- 
clesiastico à\  Luigi  Giambellari,  ed  Istitutio- 
nes  theologiae  dogmaticae  dell'ab.  Gaetano  de 
Fulgore.  Nel  1829,  Istituzioni  di  etica,  di  di- 
ritto di  natura  e  delle  genti  di  Crescenzio  Sa- 
varese;  Decisione  de  casi  di  coscienza  e  del 
dritto  canonico  del  P.  Faustino  Scarpazza,  e 
del  Sistema  metrico  che  meglio  conviene  al 
Regno  di  Napoli  di  Ferdinando  Visconti.Nel 
1830,  Istitutiones  canonicae  di  Giovanni  De* 
voti ,  ed  Elementi  di  fisica  generale  dell'ab» 
Domenico  Scinà. 

Un  portento  si  ammirò  in  Palermo  ,  nel 
1829:  un  fanciullo  di  anni  sei  e  sei  mesi  per 
nome  Vincenzo  Zucchero,  nato  in  Cefalù,  fi* 
glio  di  un  maestro  di  musica  »  eseguiva  cal- 
coli numerici  di  qualunque  specie,  e  con  la 
massima  facilità  e  speditezza.  Quando  gli  si 
proponeva  il  quesito  a  voce ,  egli  altro  non 
facea  che  passarsi  la  man  destra  sulla  fronte 
e  rispondere,  risolvendo  il  medesimo  quesito. 
Condotto  a  Napoli,  si  racconta  che  Ferdinan- 
do II,  allora  principe  ereditario  ,    gli   avesse 

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—  38  — 

detto  quanti  anni  egli  avea  ,  con  la  proposta 
•  di  ridurli  subito  a  mesi,  giorni,  ore  è  minu- 
ti; la  risposta  non  si  fece  attendere.  Però  il 
principe  avendogli  fatto  osservare  che  avea 
indicato  delle  cifre  di  più,  il  fanciullo  Zuc- 
chero ardito  gli  replicò:  ma  cantaste  gli  anni 
bisestili?  in  effetti  avea  ragione!  Ebbe  una  ge- 
nerosa pensione  dall' erède  del  trono  per  es- 
sere bene  istruito  nelle  matematiche. 


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CAPITOLO  III. 

RECISO  DI  FERDINANDO  II. 

SOMMARIO 

Ferdinando  li ,  salendo  .al  trono  ,  esordisce  con 
mna  benevola  proclamazione.  Riordina  il  mioistero  e 
la  Corte.  Rinunzia  ad  una  parte  della  sua  lista  ci- 
vile e  di  quella  della  real  famiglia.  Abolisce  alcu- 
ni dazii,  ed  ordioa  di  farsi  economie.  I  rivoluziona- 
rii  non  sono  contenti.  Grazie  sovrane.  Si  comincia 
la  riorganizzazione  delPesercito.  Ministro  lotooti.  No- 
vello mioistero.  II  re  visita  varie  province.  Rivolu- 
zioni in  Italia  e  congiure  in  questo  Regno.  Devasta- 
zioni naturali  e  provvidenze  sovrane.  Si  continua  a 
riorganizzare  V  esercito.  Si  provvede  al  commercio. 
Opere  pubbliche  e  di  beneficenza.  Si  migliora  Pagri- 
coltura.  Visite  di  sovrani  esteri,  e  matrimonii  in  Corte. 

Appena  morto  Francesco  1°,  il  suo  succes- 
sore spedì  a  Palermo  il  marchese  tenentege- 
rale  Vito  Nunziante,  in  qualità  di  luogotenente 
generale  interino  della  Sicilia.  Si  disse  e  si 
stampò  allora  da  varii  autori  ,  che  la  regina 
Isabella,  prediligendo  il  secondogenito  Carlo 
principe  di  Capua ,  avesse  lavorato  per  farlo 
proclamare  re  di  queir  Isola  ,  connivente  il 
marchese  Pietro  Ugo  delle  Favare  ,  ricco  e 
di  nobile  famiglia,  allora  luogotenente  del  re 

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—  40  — 

nella  medesima  Sicilia;  veramente  i  fatti  av- 
venuti in  Francia,  in  quello  stesso  tempo,  av- 
valoravano i  sospetti.  Il  certo  si  è  che  il  Nun- 
ziante parti  in  fretta  da  Napoli,  e  sbarcò  ir* 
Ustica,  isoletta  40  miglia  al  nord  di  Palermo;, 
direttosi  al  posto  della  doganaj,  senza  dire 
il  suo  nome,  chiese  una  stanza  separata.  Fi* 
però  conosciuto  dal  capoposto  Francesco  Sa- 
velli calabrese  ,  il  quale  gli  apprestò  tutto  il 
bisognevole  per  iscrivere;  egli  assicurava  poi 
che  il  Nunziante  avea  varii  fogli  in  bianca 
firmati  dal  successore  di  Francesco  1°.  Dopa 
poche  ore  che  dimorò  in  Ustica,  quel  tenen- 
tegenerale  partì  per  Palermo  ,  ove  giunse  di 
notte  ,  e  trovò  il  luogotenente  che  dormiva. 
Si  assicura  che  1'  avesse  fatto  svegliare  ,  e 
presentatosi  nella  camera  da  letto  gii  avesse 
detto:  «  Eccellentissimo,  sono  apportatore  di 
u  tre  notizie,  due  dispiacevoli,  una  faustissi- 
«  ma:  la  prima  che  è  morto  il  nostro  augu- 
«  sto  sovrano  Francesco  1°,  la  seconda  fau- 
«  stissima  che  è  1*  inalzamento  al  trono  del 
«  legittimo  successore  di  lui,  la  terza  dispia- 
«  cento  per  V,  E.  perchè  ho  l'ordine  di  ar-  . 
«  restarla.  »  Fatti  palesi  i  suoi  poteri  di  al- 
ter-ego ,  revocò  dal  comando  delle  armi  di 
Sicilia  il  generale  Tschudy  ,  e  proclamò  il 
nuovo  sovrano  prima  che  si  fosse  conosciuta 
la  morte  dell'  antecessore.  In  seguito,  il  real 
principe  don  Leopoldo  conte  di  Siracusa  fi* 
destinato  luogotenente  generale  della  Sicilia» 
Il  principe  ereditario  Ferdinando  ,  salendo- 
ai  trono  de'  padri  suoi,  per  dritto  di  succes- 
sione ,  si  titolò  secondo  del  suo  nome  ,  cioè 
Ferdinando  H  re  del  Regno  delle  Due  Si- 

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—  41  — 

cilie  ecc.  Egli  esordì  con  un  proclama  che 
recò  gran  contento  in  tutte  le  classi  de9  cit- 
tadini: riproduco  qui  i  principali  brani  dello 
stesso  :  «  Convinti  intimamente ,  egli  dicea , 
»  de'  disegni  di  Dio  sopra  di  Noi,  e  risoluti 
«di  adempirli,  rivolgeremo  tutte  le  nostre 
«  attenzioni  a*  bisogni  principali  dello  Slato, 
«  e  de*  nostri  amatissimi  sudditi  ;  e  faremo 
u  tutti  gli  sforzi  per  rimarginare  quelle  pia» 
u  ghe  che  già  da  più  anni  affliggono  questo 
«  Regno.  In  primo  luogo  ,  essendo  convinti 
«  che  la  nostra  Santa  Cattolica  Religione  è 
«  la  fonte  principale  della  felicità  de'  Regni 
<«  e  de*  popoli,  perciò  la  prima  principale  no- 
«  stra  cura  sarà  quella  di  conservarla  e  so* 
«  stenerla,  in  tutti  i  nostri  Stati,  e  di  procu- 
«  rare  con  lutti  i  mezzi  l'esatta  osservanza  dei 
«  divini  precetti  —  In  secondo  luogo  ,  non 
«  potendo  esservi  nel  mondo  alcuna  bene  or- 
«  dinata  società  senza  una  retta  ed  impar- 
«  ziale  amministrazione  della  giustizia  ,  così 
«  sarà  questa  il  secondo  scopo  al  quale  rivoì- 
«  gè  remo  le  nostre  più  attente  sollecitudini; 
«  Noi  vogliamo  che  i  nostri  tribunali  siano 
«  tanti  santuarii,  i  quali  non  debbono  essere 
«  mai  profanati  dagl'intrighi,  dalle  protezione 
«  ingiuste,  né  da  qualunque  umano  riguardo 
«  o  interesse.  Agli  occhi  della  legge  tutti  i 
«  nostri  sudditi  sono  uguali;  e  procureremo 
«   che  a  tutti  sia  resa  imparziale  giustizia. 

«  Circa  le  finanze,  Noi  non  ignoriamo  es* 
«  servi  in  questo  ramo  delle  piaghe  profon- 
«  de  ,  che  debbono  curarsi ,  e  che  il  nostro^ 
«  popolo  aspetta  da  Noi  qualche  alleviamento 
«  di  pesit  a'  quali  per  le  passate  vertigine 

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—  42  — 

«  È  stato  sottoposto.  Speriamo,  con  1*  aiuto 
«  e  l'assistenza  del  Signore,  di  soddisfare  a 
«  questi  due  oggetti  tanto  preziosi  al  paterno 
«  nostro  cuore  ,  e  siamo  pronti  a  fare  qua* 
«  lunque  sacrifizio  per  vederli  adempiti.  Spe- 
«  riamo  che  tutti  imiteranno  il  nostro  esem- 
«  pio  per  quanto  possono,  affine  di  restituire 
«  al  Regno  quella  prosperità  che  dee  essere 
«  l'oggetto  de'  desiderii  di  tutte  le  persone 
«  oneste  e  virtuose  ». 

Lettori  !  da  parecchi  anni  a  questa  parte 
avete  letto  simili  proclami,  informati  alla  re- 
ligione, alla  giustizia,  ed  al  disinteresse  ?  No, 
certamente;  ma  invece  parole  senza  risultati, 
e  se  volete,  vuote  di  senso  ,  cioè  di  libertà, 
indipendenza,  nazionalità  ,  dritti  dei  popolo  , 
e  con  l'invito  a  questo  di  far  dei  sacrifìzii  che 
mai  finiscono,  anzi  sì  accrescono  sempre  più 
in  ogni  anno  che  passa. 

Quelle  benevole  e  clementi  promesse  di 
Ferdinando  li  furono,  pe'  buoni  cittadini, una 
arra  di  Regno  felice  ;  i  rivoluzionarii  vi  les- 
sero velate  promesse  di  futura  costituzione 
politica  ,  perchè  senza  questa ,  secondo  essi, 
non  vi  può  essere  buon  governo,  non  facendo 
il  comodo  loro  ed  i  loro  interessi. 

Ferdinando  li  salì  al  trono  quando  ancora 
non  compiva  gli  anni  21,  ma  era  un  giovine 
di  sufficiente  istruzione  e  di  un  ingegno 
straordinario, sereno  e  profondo.  Regnando  il 
padre  di  lui,  avea  egli  conosciuto  gli  uomini 
che  stavano  al  potere  e  le  condizioni  delle 
Due  Sicilie.  Si  è  perciò  che  le  sue  principali 
cure  furono  dirette  al  personale  dell'  ammi- 
nistrazione   dello  Stato    ed   al  benessere  del 

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—  43  — 

popolo,  come  rilevasi,  dall' Esposto  proclama. 

Io  divido  il  Regno  di  questo  sovrano  in  tre 
periodi  di  tempo:  cioè  di  ricostituzione  in 
tutte  le  amministrazioni  governative  e  di  vero 
benessere  pe*  primi  dieci  anni,  di  varia  for- 
tuna pe*  secondi  otto,  di  lotte  e  congiure  per 
tutto  il  resto.  Non  si  può  negare  eenza  la 
nota  di  partigianismo  e  d*  impudente  menzo- 
gne, j]  gran  bene  che  fece  Ferdinando  II  nei 
primi  dieci  anni  del  suo  Regno  ;  per  adesso 
vedremo  quei  che  fece  nel  principio  dello 
«tesso,  in  seguilo  accennerò  il  resto. 

I  primi  atti  di  sovranità,  furono  la  confer- 
ma di  tutti  i  magistrati  e  funzionarli  ne*  pro- 
pri posti  ,  con  1*  obbligo  di  non  allontanarsi 
dalle  loro  residenze  senza  un  regolare  per- 
messo ;  includendovi  in  quegt'  obbligo  i  pre- 
iati ordinarii  ed  i  vescovi.  Nel  personale  della 
corte  e  dell'  esercito  fece  delle  novità:  no- 
minò maggiordomo  maggiore  il  principe  di 
Bisignano  ,  e  poi  so prain tendente  della  casa 
reale,  in  cambio  dei  principe  di  Campo  fran- 
co ;  elesse  il  duca  S.  Valentino  a  capitano 
delle  Guardie  del  corpo  ,  in  luogo  del  prin- 
cipe della  Scaletta,  che  destinò  a  consigliere 
<li  Stato.  Abolì,  come  superfluo,  il  cacciatore 
maggióre  dei  re  e  dichiarò  invece  quinto 
capo  di  corte  il  Cappellano  maggiore.  Dal  mi* 
nistero  uscirono  due  ministri  ,  il  marchese 
Amati  (1)  degl'  interni  ,    che    fu   mandato  al 

0)  Si  vuole  che  Amati  ,  creatura  del  de  Medici, 
era  poco  beo  visto  da  Ferdinando,  perchè  spesso  nei 
consiglio  di  Stato  si  opponeva  a  costui,  essendo  prin- 
cipe ereditario,  e  con  parole  insolenti. 

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ritiro,  ed  in  cambia  di  lui  fu  nominato  Ceva 
Grimaldi  marchese  di  Pietracatella  ,  integra 
di  principii  e  leale  amico  del  giovine  re.  Il 
cav,  Camillo  Caropreso  fu  esonerato  dalla  ca- 
rica  di  ministro  delle  finanze  ,  e  si  disse,  a 
causa  di  una  lite  vergognosa  avuta  con  Mi- 
chelangelo Viglia,  cameriere  del  defunto  re; 
ei  fu  surrogato  dal  marchese  d'Andrea.  Que- 
sti introdusse  in  quel  ministero  la  vera  eco- 
nomia fino  all'  osso  ,  forse  più  di  quanto  il 
re  T  avesse  desiderata;  e  gli  fu  aggiunto  Pie- 
tro Urso,  già  consigliere  della  Gran  corte  dei 
conti.  Il  generale  Saluzzo  venne  eletto  capa 
dell'  esercito  ,  il  terzogenito  principe  reale 
D~  Antonio  capitano  de'  lancieri,  ed  il  secon- 
dogenito Carlo  rimase  nella  marina  grande 
ammiraglio. 

Il  29  novembre,  tutte  le  truppe  di  guarni- 
gione nella  capitale,  schierate  in  battaglia,  e 
formate  in  tre  divisioni  lungo  Foria,  presta- 
rono il  giuramento  al  re  Ferdinando  II;  il 
medesimo  giuramento  prestarono  tutte  le  al- 
tre guarnigioni  del  Regno.  Da  tutte  le  auto- 
rità ecclesiastiche,  giudiziarie  ed  amministra- 
tive delle  province,  giunsero  al  nuovo  sovrana 
indirizzi  di  felicitazioni  e  proteste  di  fedeltà. 

Re  Ferdinando,  volendo  adempiere  le  pro- 
messe fatte  nella  sua  proclamazione  ,  esordì 
con  un  atto  generoso ,  rarissime  volte  prati- 
cato da'  sovrani,  cioè  rinunziò  a  favore  della 
4Stato  la  somma  annuale  di  centomila  ducati 
sulla  sua  lista  civile  ,  ed  altri  centonovanta- 
mila sopra  quella  della  real  famiglia;  diminuì 
le  spese  di  guerra,  e  migliorò  l'esercito,  co- 

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—  45  — 

jne  a  suo  tempo  vedremo.  Dispose  che  si  fa- 
cesse una  regolare  economia  sopra  tutt'  i  mi- 
nisteri ;  il  sòldo  de*  ministri  lo  ridusse  alla 
metà  e  risultò  un  risparmio  da  settecento 
a  .novecentomila  ducati  annui.  Ordinò  che 
la  medesima  persona  non  potesse  occupare 
due  impieghi  governativi  ;  fissò  una  tariffa 
<H  riduzione  sopra  tutti  gl'impiegati  che  per- 
cepivano più  di  25  ducati  mensili.  Ridusse 
alla  metà  il  dazio  sul  macino  ,  sgravando  il 
popolo  di  circa  settecentomila  ducati  annui 
ed  abolì  quello  della  carne,  del  vino  e  delle 
privative  del  tabacco  in  Sicilia.  Abolì  ezian- 
dio le  reali  cacce  di  Persano,  di  Venafro,  di 
Mondragone,  Calvi  e  Vallo;  fece  altre  econo- 
mie sopra  i  siti  reali  di  Gapodimonte  e  di 
Licofa;  e  restituì  ai  proprietarii,  per  coltivar- 
le, ie  terre  tenute  in  affitto  per  uso  di  cac- 
cia reale. 

Si  generosi  provvedimenti  a  favore  dello 
Stato  dimostrano  quanto  affetto  nutrisse  quel 
giovine  sovrano  pe'  suoi  popoli  ;  egli  si  pri- 
vava di  tante  delizie  ,  godute  da'  suoi  mag- 
giori, e  si  restringeva  al  puro  necessario  per* 
vantaggiare  le  finanze  dallo  Stato  ed  allevia- 
re i  contribuenti.  Eppure  il  credereste?  i  pa- 
trioti, i  rivoluzionarli ,  che  aveano  piagnuco-~ 
lato  e  gridato  tanto  contro  Ferdinando  I  e 
Francesco  I  pel  danaro  che  erogavano  in  quei 
siti  reali,  poi  per  la  smania  di  criticar  tutto 
quello  che  fanno  i  sovrani,  accusarono  Ferdi- 
nando II  di  avaro,  taccagno  e  peggio.  Ma  gli 
avari,  i  taccagni  non  rifiutano  mai  il  proprio 
anzi  lo  vogliono  con  avanzo;  ma  che  cosa  si 
può  pretendere  da  gente  mal  prevenuta,  sen- 

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—  46  — 

za  coscienza  e  senza  logica  ?  Contraddizioni 
e  non  altro  che  contraddizioni.  Que'  magni 
liberaloni  ,  che  già  aveano  assaggiato  il  po- 
tere, e  ne  aveano  fatto  queir  uso  che  si  è- 
visto,  sciorinavano  con  grande  sicumera,  che 
togliere  i  dazii  è  spesso  causa  dell'abbandono 
dell'agricoltura  e  del  commercio,  ma  bensV 
con  la  pace  de' Regni  e  con  la  riduzione  del- 
l' esercito  ,  prosperano  e  si  arricchiscono  gli 
Stati.  Questa  desolante  sapienza  di  economia 
politica  l'abbiamo  veduta  messa  in  atto  ai  gior- 
ni nostri, meno  però  la  riduzione  degli  eserciti,» 
e  ne  abbiamo  provato  i  fatali  risultati.  Intan- 
to era  allora  un  filosofare  a  sproposito,  dire,, 
che  con  la  pace  de'  Regni  prosperano  e  si 
arricchiscono  gli  Stati.  Forse  che  Ferdinan- 
do II  fosse  andato  in  cerca  di  quistioni  con- 
tro gli  altri  potentati ,  a  che  non  avesse  ri- 
dotte le  spese  dell'esercito?  Ohi  la  mala- 
fedo  e  la  spudoratezza  de'  patrioti ,  fa  per- 
dere fina.nco  la  pazienza  ad  un  Giobbe,  ren- 
dendosi i  medesimi  più  importuni  della  mo- 
glie di  quel  tribolato  santo! 

Non  contenti  di  ciò  ,  i  redentori  della  pa- 
tria, diceano,  che  coli'  abolire  le  delizie  so- 
vrane e  col  rifiutare  la  lista  civile  ,  quel  so- 
vrano non  impinguava  le  finanze,  ma  invece 
apportava  dissesto  alle  famiglie  che  vi  vivea- 
no.  Secondo  i  rivoluzionarii  ,  i  re  non  deb- 
bono far  mai  economie,  anche  rifiutando  quel 
che  lor  dà  lo  Stato;  ma  si  dovrebbe  continuar 
la  cuccagna  di  pochi  per  prolungare  ir  di- 
giuno di  tutti.  Anche,  oggi  ci  si  volle  regalare 
quest'  altra  teoria  umanitaria  e  peregrina,, 
mettendosi  in  pratica,  e  senza  alcun  riguardo 

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—  47  — 

a'  danni  che  arreca  al  popolo  sovrano.  Intan- 
to, que'  sapientoni»  sciorinatori  di  economia 
politica  ,  nulla  dicono  che  Ferdinando  II  ar- 
recò un  bene  immenso  all'agricoltura,  resti- 
tuendo ai  proprietarii  i  siti  reali  destinati  alla 
caccia  :  ciò  non  poteano  dirlo ,  e  si  son  ben 
guardati ,  perchè  non  facea  il  proprio  como- 
do ;  ciò  era  diametralmente  opposto  al  loro 
premeditato  sistema  di  critica  e  di  calunnia. 
Io  già  P  ho  detto  e  giova  ripeterlo ,  i  rivolu- 
zionarli odiano  e  detestano  il  bene  che  i  so- 
vrani fanno  agli  Stati;  perchè  vien  lor  meno 
uno  de'  pretesti ,  col  quale  fan  leva  per  ro- 
vesciare i  troni  e  schiacciare  sotto  i  loro  rot- 
tami i  popoli  innocenti.  Ecco  la  vera  ra- 
gione per  cui  si  mostrano  incontentabili,  cri- 
ticando e  malignando  le  opere  più  commen- 
devoli  ed  utili  de'  re ,  poco  curandosi  se  ca- 
dono nella  più  flagrante  contraddizione. 

Lettori  miei,  a  questo  proposito  vi  prego 
permettermi  di  raccontare  un  fattarello  per 
coloro  che  no  '1  sapessero  ,  per  esilararci 
un  poco.  Sarà  pure  una  favoletta  :  ma  ben 
sapete  che  le  favole  dimostrano  praticamente 
ed  insinuano  delle  grandi  verità  ,  facendosi 
de'  belli  e  piacevoli  confronti  sotto  il  velame 
della  finzione. 

Un  uomo  piuttosto  vecchio  si  recava  al  mer- 
cato, a  cavallo  di  un  asinelio,  ed  un  figlio  di 
tenera  età  lo  seguiva  a  piedi.  Le  prime  per- 
sone, che  P  incontrarono,  lo  guatarono  bieco, 
tutte  gridandogli  alla  croce,  dicendo:  vedete 
là  che  vecchiaccio  snaturato:  egli  a  cavallo  e 
quel  povero  piccino  a  piedi  !  Una  donna  lin- 
guacciuta della  brigata  ,  soggiunse  :    proprio 

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-  48  — 

mi  fa  rabbia  vedere  quel  marraottone  a  ca- 
vallo e  quella  creaturina  a  piedi.  Oh  I  vorrei 
strozzare  con  le  mie  mani  un  padre  tanto 
snaturato!  Che  tempi  !  che  tempi  !  oggi,  e  lo 
so  io,  gli  uomini,  non  basta  che  maltrattino 
le  loro  donne,  i  figli  stessi  detestano — Quel 
povero  vècchio  arrossì  nel  sentire,  quei  rim- 
proveri, e,  non  scese  no,  precipitò  di  sella, 
facendo  cavalcare  il  figliuolo. 

Dopo  che  avea  fatto  un  piccolo  tratto  di  via, 
incontrò  altre  persone  che  vedendolo  a  pie- 
di: guardate,  sclamarono,  quel  ragazzaccio  im- 
pertinente: egli  a  cavallo,  che  ha  buone  gam- 
ie, e  il  povero  vecchio  padre  a  piedi,  facen- 
dogli da  staffiere  I  Ciò  non  si  dovrebbe  per- 
ettere,  anche  per  quella  dignità  che  i  ge- 
fcpri  debbono  conservare  in  faccia  a'  figli — Il 
istro  viaggiatore  ,  persuaso  che  quest'  altra 
osservazione  fosse  giustissima  ,  montò  anche 
egli  suU*  asino.  Ma  qual  non  fu  la  sua  sor- 
presa nel  sentir  gridare  da  nuovi  sopraggiunti 
allo  sbocco  della  strada:  guardate  quanta  cru- 
deltà usano  quel  vecchio  egoista  e  quel  pigro 
ragazzaccio  a  quella  povera  bestia  ,  che  ap- 
pena si  regge  sulle  gambe!  Ed  un  giovane, 
con  piuma  al  cappello  e  questo  infossato  a 
cima,  molto  amico  degli  asini,  dopo  un  sen- 
timentale sospiro:  ecco  le  conseguenze,  sen- 
tenziò, de'  cattivi  governi  !  Oh  !  è  pur  neces- 
saria una  legge  simile  a  quella  della  libera 
Inghilterra,  con  la  quale  si  puniscono  di  milita 
tutti  coloro  che  maltrattano  le  bestie,  (senza 
badare  se  gli  uomini  muoiono  di  fame  in 
mezzo  le  strade!).  Fu  allora  che  il  vecchio 
prese  l' ultima  risoluzione    che    gli    restava, 

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—  49  — 

cioè  smontò  insieme  al  figlio,  e  proseguirono 
tutti  e  due  il  cammino  a  piedi,  tirandosi  ra- 
sino pel  capestro.  Ma  ecco  sopragg fungono 
altri  patsaggieri  ,  che  li  guardano  ,  ridono  e 
li  canzonano,  dicendo:  vorremmo  sapere  per 
qual  ragione  queir  uomo  e  quel  ragazzo  con- 
ducono queir  asino  ?  Osservateli:  padre  e  fi- 
glio» sono  stanchi  e  si  contentano  di  cammi- 
nare a  piedi  ,  mentre  han  la  comodità  di 
viaggiare  a  cavallo;  vedete  che  uomini  scioc- 
-fchi  vi  sono'  in  questo  mondo  ? 

*  Giunti  a  quel  punlo  le  critiche  de*  passanti 
-falle  al  vecchio,  costui  perdette  la  pazienza» 

*  e  gridò  :  adesso  nulla  mi  resta  altro  a  fare, 
che  caHcarmi  io  rasino  sulle  spalle  !  Ma» 
pò:  allora  sì,  che  sarei  censurabile  e  farei 
ridere  davvero.  Conchiuse  dunque  col  dire  : 
in  questo  mondo  non  possiamo  contentar  tutti, 
fosse r  pure  gli  uomini  di  buona  fede,  ognuno 
pensa  e  ragiona  con  criterii  diversi  ;  la  mi- 
glior cosa  è  di  fare  il  comodo  nostro,  non 
iscompagnandólo  mai  dalla  giustizia  e  dalle 
Jottone  convenienze,  e  tirar  diritto  senza  cu» 
tarsi  né  de' piagnistei  né  delle  critiche  ,  né 
delle  calunnie  degl'  incontentabili. 

Io  poi  soggiungo,  che  coloro  i  quali  criti- 
cavano il  vecchio  viaggiatore  nelle  molteplici 
aue  evoluzioni  di  cavalcante,  erano  mossi  dal 
solo  diverso  modo  di  pensare.  Or  figuratevi 
quando  vi  è  un'idea  preconcetta  di  voler  cri- 
ticare una  persona,  la  quale  ci  attraversa  nel- 
*  toanostre  poco  oneste  azioni  ,  e  più  di  tutto 
se  questa  sia  un  sovrano,  del  quale  abbiamo 
giurato  a  qualunque  costo  la  rovina  1  Se  co- 

4 

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—  50  - 

stui  oprasse  anche  miracoli,  noi  faremmo  di 
tutto  per  qualificarli  diavolerie. 

I  rivoluzionarli,  se  lo  volessero,  dovrebbero 
riflettere  che  i  sovrani  prodighi  pe'  loro  pia- 
ceri, non  sono  stati  mai  i  benefattori  de*  po- 
poli: Caligola  ed  Eliogabalo  furono  tali,  e  pes- 
simi imperatori;  Tito  e  Trajano,  perchè  eco- 
nomi* furono  proclamati  la  delizia  del  genere 
umano.  Ferdinando  II,  nel  mentre  riordinava 
lo  Stato,  sollevandolo  da  tanti  debiti,  facendo 
una  stretta  economia  per  isgravare  i  popoli 
di  taluni  dazii  ,  vivea  senza  quel  lusso  ro- 
vinoso ,  contentandosi  di  una  vita  frugale  e 
decente;  perciò  dovrà  dirsi  avaro  e  taccagno? 
Intanto,  nelle  circostanze  straordinarie,  e  spe- 
cialmente quando  era  visitato  da  qualche  so- 
vrano, non  tralasciava  d;  spiegare  quella  pro- 
verbiale magnificenza  borbonica ,  e  qual  si 
conveniva  ad  un  degno  nipote  di  Luigi  XIV 
e  di  Carlo  III.  Egli  facea  tante  e  tante  spese 
utilissime,  come  appresso  dirò,  ma  con  la  sua 
propria  borsa;  e  nel  fare  economie,  a  favore 
dello  Stato,  non  mise  mai  sul  lastrico  alcuno 
impiegato,  come  oprano  i  patrioti  al  potere,  i 
quali  ,  quando  annunziano  di  voler  fare  eco- 
nomie, non  restringono  mai  i  loro  pingui  sol- 
di, ma  cominciano  dal  togliere  il  pan  di  boc- 
ca a  tante  famiglie  ,  e  finiscono  col  far  de- 
biti invece  di  risparmii. 

Anche  la  clemenza  segnò  i  primi  atti  di  so- 
vranità di  Ferdinando  II;  egli  asciugò  molte 
lagrime  a  varie  famiglie  derelitte  ;  le  quali 
pel  funesto  delirio  del  d820  ,  e  più  di  tutto 
per  quello  dell'anno  seguente,  aveano,  chi  il 
padre,  chi  il  figlio  in  carcere  o  in  esilio  ;  e 

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—  51  — 

ad  onta  che  allora  i  settarii  della  Senna  im- 
perversassero e  cominciassero  a  produrre  no- 
velle rivoluzioni  in  Italia.  Quel  sovrano,  con 
decreto  del  18  dicembre  18H),  largì  le  prime 
grazie  a*  condannati  politici ,  che  furono  un 
preludio  di  un  completo  perdono.  Allora  con- 
donò la  metà  della  residuale  pena  già  inflitta 
a'  medesimi  ;  quelli  condannati  all'  ergastolo 
passarono  al  secondo  grado  di  ferri,  e  gli  al- 
tri, che  doveano  espiare  questa  pena,  l'ebbero 
Commutata  in  quella  della  semplice  relega- 
zione; l'esilio  perpetuo  ò  temporaneo  fu  ri- 
dotto a  cinque  anni,  contando  dall' 8  novem- 
bre di  quell'  anno  ;  di  più  venne  abolita  l' a- 
zione  penale  per  tutti  i  reati  di  Stato  com- 
messi sotto  i  defunti  sovrani. 

L'11  gennaio,  il  re,  con  tutta  la  real  fami- 
glia, si  recò  al  Duomo  in  forma  pubblica,  ove 
si  cantò  il  Te  Dnum  ;  indi  passò  nella  cap- 
pella di  S  Gennaro  ,  al  quale  offrì  una  pis- 
side di  oro  ornata  di  brillanti.  Quando  ritornò 
al  Palazzo  reale  ,  passò  per  Toledo  in  mezzo 
ad  una  folla  di  popolo  plaudente  ;  i  balconi 
di  quella  via  erano  gremiti  di  gentiluomini , 
e  dame  distinte,  che  l'applaudirono  con  istre- 
pitosi  e  siifteri  evviva. 

Il  12  gennaio  1831,  giorno  natalizio  del  re, 
qu<  sti  con  un  decreto  accordò  compieta  li- 
bertà a  tutti  i  condannali  per  la  ribellione 
di  Monteforte.  Molti  esuli  ritornaron  »  in  pa- 
tria, e  furono  chiamati  a  far  parte  dell'eser- 
cito col  grado  ed  onorificenze  che  aveano  an- 
tecedentemente avute;  tra*  quali  tre  tenenti- 
generali,  cioè  Filangieri,  Roccaromana  e  Flo- 
restano Pepe  ;  due  marescialli  ,  Muiiterno  e 

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—  52  — 

Begani,  quattro  colonnelli,  cinque  tenentico- 
lonnelli,  tre  maggiori,  ventisei  capitani  e  20 
tenenti.  Alcuni  impiegati  civili,  implicati  nella 
rivoluzione  del  1820  e  21,  furono  richiamati 
in  officio.  II  re  si  spinse  tant*  oltre  nel  be- 
neficare i  murattiani  ed  i  carbonari,  che  ne 
soffrirono  danno  coloro  che  erano  rimasti,  in 
ogni  tempo*,  fedeli  alla  dinastia.  Però  ,  col 
passar  del  tempo  ,  le  lagnanze  ed  i  rancori 
cessarono,  e  le  distinzioni  di  origine  tra  mi- 
litari rimasero  una  semplice  storica  ricordan- 
za, per  parecchi  onorevolissima,  atteso  il  va- 
lore e  T  intelligenza  dimostrata  nelle  guerre 
napoleoniche. 

Quelle  grazie  sovrane  destarono  la  gioia  e 
Je  speranze  de'  rivoluzionarii;  i  quali  procla- 
marono Ferdinando  II  il  più  giusto  e  il  più 
clemente  de*  re.  Intanto  notate  come  questa 
genia  è  intollerante  f  ella  pretendea  per  sé 
soltanto  la  sovrana  clemenza,  avendo  gridato 
poi  contro  il  medesimo  Ferdinando  ,  perchè 
costui  fece  anche  grazia  all'  ex  intendente  de 
Mattheis  ,  condannato  a  dieci  anni  di  relega- 
zione per  sevizie  usate  a'  liberali. 

In  gennaio  del  1831  si  die  principio  alla' 
riorganizzazione  dell'  esercito  ;  fu  abolito  il 
comando  generale  ,  in  cambio  s'  istituirono 
due  comandi  distinti,  uno  per  la  Sicilia,  l'al- 
tro pé'  dominii  di  terra  ferma  ,  ma  con  un 
solo  stato  maggiore,  composto  di  due  uffiziali 
superiori  e  dodici  capitani.  Il  comando  della 
Guardia  reale  si  die  ad  un  colonnello-gene- 
rale, cioè  a  S.  A.  reale  il  principe  di  Saler- 
no, ed  a  ciascheduna  arma  si  assegnò  un 
Ispettore.  In  seguito  dirò  i  grandi    migliora- 

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—  53  — 

menti   che    si    fecero    nell:  esercito  e    nella 
marina   militare. 

La  rivoluzione  di  Francia  ed  i  moti  incon- 
sulti dell'  Italia  ebbero  eco  altresì  in  Napoli: 
onde  taluno  si  permise  gittar  nella  carrozza  del 
re  suppliche  ed  indirizzi,  chiedendo  franchi- 
gie costituzionali.  Ferdinando,  benché  giovi- 
ne, avea  compreso  che  il  miglior  governo  è 
quello  che  fa  il  vantaggio  de'  popoli,  e  non  già 
che  si  veste  di  forme  illusorie,  qualunque  esse 
siano  Avea  contentati  i  settarii  dando  loro  im- 
pieghi ed  onori  senza  spingersi  più  oltre,  per- 
chè eragli  palese  il  fine  per  cui  si  domandava 
un  governo  rappresentativo;  quindi  tenne  duro 
in  concedere  quello  che  non  volea  il  vero  po- 
polo, ma  una  classe  incontentabile  ed  irre- 
quieta. 

Il  marchese  Nicola  Intontì,  ministro  di  po- 
lizia ,  era  in  fama  di  assolutista  :  ma,  o  che 
avesse  fatto  promesse  alla  sètta  o  per  ingra- 
ziarsi i  rivoluzionarii  della  media  Italia,  che 
chiedevano  riforme  con  le  armi  alla  mano, 
parlò  al  re  di  aspirazioni  del  popolo,  pregandolo 
concedere  altre  franchigie  ,  e  prima  di  tutto 
dar  la  dimissióne  a  que*  ministri  giudicati  re* 
trogradi,  mettendo  invece  al  potere  i  murat- 
4iani  Filangieri,  Ricciardi  e  Fortunato.  Infine 
gli  disse,  che  concedesse  a  proposito  per  non 
esservi  poi  costretto  dalla  forza.  Ferdinando 
accolse  le  proposte  del  ministro  Intonti  e  le 
fece  esaminare  dal  Consiglio  di  Stato;  il  qua* 
le,  al  solo  sentirle  ,  protestò  che  si  sarebbe 
ritirato  in  massa  ,  se  si  avessero  voluto  at- 
tuare quelle  inopportune  novità  ,  foriere  di 
disordini  e  di  novelli    guai   al   popolo.  Quei 

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—  54  — 

consiglieri  assicurarono  il  re  di  avere  prove 
in  contrario  a  quelle  esposte  dal  ministro  In* 
tonti  ,  e  che  questi  o  s'  ingannasse  o  fosse 
ingannato  dalla  setta  rivoluzionaria. 

In  effetti  del  Carretto  presentò  prove  chia- 
rissime che  il  popolo  era  contento  del  re- 
gime che  vigeva  allora  ,  e  che  Intontì  vivea 
in  istretta  relazione  co*  capi  rivoluzionarii.  Fu 
allora  che  per  consiglio  di  tutti  que'  ministri, 
quel  capo  della  polizia  fu  mandato  fuori  del 
Regno,  sotto  colore  d'inviato  straordinario 
alla  corte  di  Vienna  ,  surrogandolo  lo  stesso 
del  Carretto. 

Il  re,  volendo  dare  all'amministrazione  dello 
Stato  queir  andamento  che  erasi  prefisso,  in 
armonia  de'  tempi,  dopo  di  avere  organizzata 
la  sua  segreteria  particolare,  il  16  febbraio, 
formò  un  nuovo  ministero.  Nominò  presidente 
e  ministro  degli  affari  ecclesiastici  il  mar- 
chese Tommasi;  il  quale,  a  causa  di  malattia, 
fu  supplito  interinalmente  dal  duca  Gualtieri. 
Il  già  presidente  del  ministero  marchese  di 
Pietracatella  fu  promosso  a  consigliere  di 
Stato  ,  e  destinato  presidente  della  Consulta 
generale  del  Regno.  Il  consultore  Nicola  Pa- 
risio  venne  eletto  ministro  di  grazia  e  giu- 
stizia ;  al  del  Carretto  ,  oltre  del  ministero 
della  polizia,  fu  pure  affidata  l' ispezione  e  il 
comando  della  gendarmeria  reale.  Il  cav.  Ni- 
cola Santangelo,  da  intendente  della  provincia 
di  Capitanata,  fu  elevato  a  ministro  degli  af- 
fari interni.  Il  principe  di  Campofranco  ,  il 
duca  di  Floridia  ed  il  tenentegenerale  Saluzzo 
vennero  nominati  consiglieri  di  Stato. 

Ferdinando  II,  per  meglio  conóscere  i  bi- 

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—  55  —  . 

sogni  delle  popolazioni  del  Regno  ,  si  argo- 
mentò visitarle  province.  In  maggio  di  quel- 
T  anno  1831,  visitò  i  due  Principati  e  la  Ba- 
silicata; ed  in  tutti  i  paesi  e  città  che  percorse, 
fece  grazie  ,  lasciò  danaro  ed  accordò  esen- 
zioni di  dazii  a'  Comuni  poveri.  Indi  passò 
nelle  Puglie;  in  Bari  ricevè  Y  investitura  del 
canonicato  di  S.  Nicola,  e  da  questa  città  si 
trasferì  al  santuario  di  Capurso.  Sua  princi- 
pale cura  era  di  conoscere  il  personale  dei 
funzionarii  e  degl'impiegati  governativi,  i  la- 
vori pubblici  ,  i  licei  e  le  opere  di  benefi- 
cenza. Nel  mese  di  luglio  partì  per  Palermo, 
insieme  con  due  suoi  fratelli  ,  il  principe  di 
Capua  D.  Carlo,  e  quello  di  Lecce  D.  Anto- 
nio. I  Palermitani  lo  accolsero  con  splendide 
feste,  e  28  individui,  condannati  politici,  che 
aveano  ricevuto  grazia,  si  fecero  incontro  alla 
carrozza  che  conducealo,  staccarono  i  cavalli, 
e  la  trascinarono  amano  fino  al  palazzo  reale. 
Il  re,  dopo  di  avere  preso  conto  de'  bisogni 
di  tutte  le  province  della  Sicilia,  visitò  quei 
luoghi  che  poteano  interessarlo  pel  bene  d<M 
suoi  popoli.  Finita  la  festa  di  Santa  Rosali.*, 
che  in  Palermo  dura  cinque  giorni  ,  ed  in 
queir  anno  si  celebrò  più  splendida  del  so- 
lito, partì  per  Messina,  e  colà  fu  accolto  con 
altrettanto  entusiasmo:  il  4  agosto  fece  ritorno 
a  Napoli. 

Mentre  Ferdinando  II,  col  fatto  rimarginava 
le  piaghe  di  questo  Regno,  nell'Italia  centrale 
cominciavano  le  rivoluzioni.  11  duca  di  Or- 
léans ,  Luigi  Filippo,  grande  Oriente  della 
Massoneria,  tanto  beneficato  dai  re  di  Fran- 
oia ,  con  T  aiuto  della  sètta    che  capitanava  , 

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-  56  — 

obbligò  Carlo  X  a  fuggire,  e  si  fece  egli  procla- 
mare re  de*  francesi.  Il  ministero  ,  surto  da 
quella  rivoluzione  ,  proclamò  per  la  prima 
volta  il  non  intervento,  in  opposizione  al  trat- 
tato di  Vienna  del  1815.  Il  Belgio  erasi  di- 
chiarato indipendente  dall'Olanda,  la  Polonia, 
in  rivolta  contro  la  Russia,  già  qombattea  sul- 
la Vistola,  e  l'Inghilterra  sembrava  proteg- 
gere quelle  rivoluzioni.  L'Austria  era  minac- 
ciata dalla  Francia,  se  mai  si  fosse  decis  «  ad 
intervenire  in  Italia,  e  per  conseguenza  comin- 
ciarono i  primi  moti  nella  nostra  Penisola,  e 
propriamente  in  Modena,  ove  la  sètta  credeva 
di  aver  guadagnato  a  sé  il  duca  regnante 
Francesco  IV.  Ciro  Menotti  era  il  capo  della  ri- 
voluzione modenese  :  ma  poi  fu  arrestato  coi 
varii  suoi  dipendenti  ,  mentre  buon^  numero 
di  ci  storo  perivano  nel  conflitto  di  quella  som- 
mossa. Nel  medesimo  tempo  scoppiò  altra  ri- 
bellione in  Bologna,  capitanata  da'  colonnelli 
Sercognani  ed  Armandi,  che  si  estese  per  le 
Romagne  e  per  le  Umbrie.  In  Piemonte  si 
tentò  rimettere  la  Costituzione  del  1820.  Il 
duca  di  Modena  e  la  duchessa  di  Parma,  dopo 
che  lottarono  con  la  rivoluzione,  furono  co- 
stretti fuggire  a  Mantova;  la  sola  Toscana  ri- 
manea  in  apparenza  tranquilla.  Carlo  Popoli, 
essendosi  dichiarato  alto  commissario,  girava 
in  grottesco  trionfo  i  paesi  e  le  città  de'  Du- 
cati e  del  Bolognese. 

Mentre  queste  cose  avvenivano  in  Italia,  il 
governo  di  Luigi  Filippo  scriveva  note  all'Au- 
stria ,  proibendole  d' intervenire  negli  affari 
italiani.  Il  ministro  austriaco,  il  celebre  Met- 
termeli, risposegli  con  un'  altra  nota,  dicendo, 

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—  57  — 

clie  rispettava  il  non  intervento  circa  gli  af- 
fari di  Francia,  ma  non  intendea  riconoscerlo 
per  quelli  d'Italia,  essendo  risoluto  il  suo  im- 
peratore portar  le  armi  ove  si  sarebbe  estesa 
la  rivoluzione.  Luigi  Filippo,  che  avea  ottenuto 
l'intento  di  farsi  re  de1  francesi ,  non  volen- 
dosi compromettere,  fece  cadere  il  ministero 
Lafitte,  che  era  stato  quello  che  avea  procla- 
mato il  non  intervento  per  tutta  Europa ,  e 
chiamò  al  potere  Casimiro  Périer  ,  il  quale 
dichiarò  dalla  tribuna:  II  sangue  de*  francesi 
appartenere  alla  Francia.  La  rivoluzione  eu- 
ropea fu  allora  fiaccata,  maggiormente  che  il 
re  de'  francesi  dichiarò  di  voler  proteggere 
il  potere  temperale  del  Papa  ,  intervenendo 
al  bisogno  negli  stati  della  Chiesa. 

Dopo  quell'esplicite  dichiarazioni  francesi, 
la  Polonia  e  l'Italia  rimasero  senza  appoggio 
straniero  e  dovettero  soccombere.  Difatti  i 
rivoluzionarii,  condotti  dal  generale  Zucchi , 
furono  sbaragliati  presso  Castelfranco  nelle 
Romagne;  tra  di  essi  trovavansi  i  fratelli  Bo- 
naparte.  Napoleone  e  Luigi;  il  primo,  si  disse  , 
perì  di  ferita,  l'altro  fuggì  ad  Imola  e  si  salvò  nel 
palazzo  dell'arcivescovo,  Giovanni  Mastai  Fer- 
retti. In  seguito  vedremo  come  Luigi  Bona- 
parte,  divenuto  imperatore  de'  francesi,  si  di- 
sobbligasse con  l'arcivescovo  Mastai,  quando 
questi  salì  sulla  Cattedra  apostolica. 

I  tedeschi  si  avanzarono  in  Italia;  il  duca 
di  Modena  e  la  duchessa  di  Parma  ritorna- 
rono ne'  loro  Stati.  I  rivoluzionarii ,  benché 
proclamassero  sempre  inverosimili  prodezze, 
dovettero  infìn  de'  conti  fuggir  ad  Ancona, 
inseguiti   da'  loro  nemici  ;    altro   non  fecero 

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—  58  — 

che  una  debole  resistenza  in  Rimira.  Gii  uo- 
mini che  formavano  il  governo  insurrezionale 
si  rifugiarono  in  Ancona:  essi  erano  Vicini, 
Armandi,  Orioli,  Silvani,  Bianchetti,  Zanolini, 
Sturani  e  Mamiani;  e  vedendo  l'avvicinarsi  dei 
tedeschi,  pensarono  salvarsi  la  pelle  con  di- 
mettersi ,  creando  un  governo  di  triumviri. 
Quest'altra  magistratura  era  composta  da  Zuc- 
chi,  Ferretti  e  Borgia  ;  costoro  altro  non  sep- 
pero fare  che  gettarsi  a'  piedi  del  Cardinal 
Benvenuti,  che  da  Bologna  aveano  condotto 
prigioniero  in  quella  fortezza,  pregandolo  di 
salvarli  da'  tedeschi;  e  quel  Porporato,  dopo 
tutto  quello  che  gli  aveano  fatto  soffrire  ,  si 
vendicò  col  difendere  e  salvare  i  suoi  per- 
secutori. Ancona  fu  rimessa  agli  uf  Oziali  del 
Papa  e  poi  occupata  dalle  truppe  francesi;  e 
così,  que'  moti  rivoluzionarii  inconsulti  ,  co- 
starono all'Italia  l'occupazione  di  due  potenti 
stranieri. 

I  rivoluzionarii  siciliani  e  napoletani,  non 
contenti  del  male  che  aveano  f^tto  a  questo 
Regno  ,  né  grati  di  avere  ottenuta  la  libertà 
e  gì'  impieghi  ,  ad  esempio  de'  fratelli  della 
media  Italia  ,  tentarono  altre  rivoluzioni.  In 
Messina  ,  22  persone  si  riunirono  per  discu- 
tere il  modo  di  abbattere  il  governo  del  re; 
mentre  teneano  quel  conciliabolo  ,  furono 
arrestate  e  poi  condannate  a  morte  ;  però 
Ferdinando  fece  grazia  a  que' congiurati  mes- 
sinesi ed  ordinò  che  fossero  messi  in  li- 
bertà. 

In  Palermo,  una  comitiva  armata  di  30  in- 
dividui entrò  in  città,  dalla  parte  di  S.  Era- 
smo, disarmò  i  doganieri  ,   chiamando  il  pó- 

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—  59  — 

polo  alle  armi;  non  avendo  trovato  proseliti, 
quasi  a  dispetto  ,  uccise  due  cittadini  ed  al- 
tri ne  ferì:  investita  dalla  truppa  si  disperse. 
Dopo  pochi  giorni,  tutt'  i  componenti  di  quel- 
la comitiva  furono  arrestati,  undici  vennero 
condannati  a  morte,  gli  altri  a  pene  minori; 
e  quel  terribile  tiranno  di  Ferdinando  II  fece 
grazia  a  tutti  1 

La  clemenza  del  re  producea  i  suoi  frutti; 
difatti  i  settarii ,  avendo  conosciuto  che  col 
far  rivoluzioni  non  comprometteano  né  la 
pelle  né  la  libertà  ,  ne  tentarono  altre  sul 
continente  napoletano.  Si  vuole  che  il  capo  ' 
del  movimento  rivoluzionario  fosse  stato  l'an- 
tico carbonaro,  allora  ministro  di  polizia,  del 
Carretto  ;  e  si  disse  ,  che  costui  erasi  ser- 
vito dall'  ex-capitano  Nirico  per  organizzare 
la  rivolta.  Però  avea  avvertito  i  suoi  antichi 
consettarii  ,  che  avrebbe  represse  le  piccole" 
ed  inconsulte  rivoluzioni,  ed  avrebbe  appog- 
giate e  protette  quelle  che  avrebbero  avuto 
la  probabilità  di  un  felice  risultato.  Ad  onta 
di  questi  avvisi,  alcuni  impazienti,  perchè  ri- 
voluzionarii  di  mestiere  ,  senza  il  placet  di 
S  E.  del  Carretto,  vollero  tentar  la  sorte  con 
suscitar  subugli  a  loro  tanto  profittevoli.  A 
capo  di  tutti  era  un  laico  francescano,  un  tal 
frate  Angelo  Peluso,  cuciniere  nel  Convento 
della  Sanità  di  Napoli.  1117  agosto,  quel  de- 
genere  frate  si  unì  col  capitano  del  genio,- 
Domenico  Morici,  dimesso  nel  1821,  e  per  gra- 
zia reintegrato,  col  tenente  Filippo  Agresti, 
con  Michele  Porcaro  di  Ariano  ,  con  Luigi 
Orsoii  proprietario  ed  un  tal  Vitali  ;  e  cre- 
dendo di  poter    disporre  di  migliaia  di  faci- 

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-   60  — 

norosi  ,  que'  sei  congiurati  si  recarono  sul 
monte  Tàuro,  nel  distretto  di  Nola,  ove  spe- 
ravano trovar  molti  fratelli  in  armi.  Giunti 
su  quel  monte  ,  per  occultare  il  loro  vero 
scopo,  finsero  di  far  ciurmerie  per  trovare  un 
tesoro  ivi  nascosto  ,  mentre  voleano  imitare 
i  disertori  riuniti  in  Monteforte;  ma  non  po- 
tettero riunire  più  di  27  persone  armate.  I 
gendarmi,  che  stavano  colà  in  agguato,  arre- 
starono tutta  quella  comitiva,  ad  eccezione  del 
frate  Peluso,  che  seppe  svignarsela  per  quei 
monti;  infatti  andò  latitante  per  molto  tempo, 
ed  in  fine  fu  trovato  sotto  un  altare  nella  chiesa 
della  Sanità  di  Napoli  ,  ov'  erasi  occultato, 
quando  i  gendarmi  gli  davano  la  caccia. 

Tutti  quegli  arrestati  sul  monte  Tauro  fu- 
rono poi  giù  iicati  dal  tribunale  di  Terra  di 
Lavoro;  quattro  vennero  condannati  all'  estre- 
mo supplizio,  cioè  il  frate,  Morici,  Orsoli  e 
Vitali  ,  gli  altri  a  pene  minori.  Tutti  si  rac- 
comandarono alla  clemenza  sovrana  ,  e  1*  ot- 
tennero dal  preteso  re  sanguinario  ,  dimi- 
minuendosi  loro  la  pena  di  un  grado. 

In  queir  anno  ,  nel  mese  di  marzo  ,  forti 
tremuoti  danneggiarono  varii  paesi  del  Re* 
gno,  e  più  di  ogni  altro  luogo  la  travagliata 
Calabria,  ove  più  centinaia  di  persone  rima- 
sero sotto  le  macerie,  e  molte  altre  prive  di 
roba  e  senza  tetto.  Il  re  fu  sollecito  mandar 
soccorsi:  basta  dire  che  il  piccolo  paese  di 
Cutro,  uno  de'  più  danneggiati,  si  ebbe  tre- 
mila ducati  in  danaro  ,  oltre  degli  utensili 
che  si  mandarono  da  Napoli  ,  per  dividersi 
a'  bisognosi.  In  Catanzaro  si  fece  una  colletta 
per  soccorrere  i  danneggiati  dal  tremuoto,  ed 

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—  61  — 

un  solo    cittadino  —  mi  dispiace    d' ignorare 
il  nome  —  die  seimila  ducati. 

Anche  il  Vesuvio  in  queir  anno  fece  le 
sue  spaventevoli  prove  devastatrici,  versando 
gran  copia  di  lava  in  varie  direzioni  ,  e  più 
verso  Òttaiano.  Altre  eruzioni  vulcaniche 
avvennero  in  Sicilia  ,  e  furono  notevolis- 
sime pe'  fenomeni]  che  presentarono.  Il  tre 
luglio  18*1,  nel  mare  di  Sciacca,  e  propria- 
mente al  punto  detto  la  secca  del  corallo  , 
scoppiò  una  eruzione  e  vi  formò  un  isoletta 
di  un  miglio  ed  un  quarto  di  circonfe- 
renza e  duecento  palmi  di  altezza.  Ad  onta 
"che  l'acqua  bollisse  all'intorno  di  queir  iso- 
letta ,  gì'  inglesi  furono  solleciti  di  piantarvi 
la  loro  bandiera  ;  e  quel  piccolo  monte  vul- 
canico sarebbe  stato  causa  di  grandi  questioni 
tra  il  Regno  delle  Due  Sicilie  e  la  prepo- 
tente Inghilterra,  se  il  3  agosto  dello  stesso 
anno,  per  altra  fase  ignivoma ,  non  fosse  to- 
talmente scomparso. 

Il  10  settembre  avvenne  un  furioso  uraga- 
no, arrecando  incalcolabili  danni  nel  sobbor- 
go della  città  di  Otranto  ,  ove  perì  una  gran 
quantità  di  bestiame  e  35  persone.  Il  re  fu 
provvidentissimo  nel  riparare  i  danni  che  suc- 
cessero in  queir  anno  ;  corse  frettoloso  sui 
luoghi  devastati  dall'eruzione  vesuviana,  soc- 
correndo in  tutti  i  modi  quelle  derelitte  po- 
polazioni; e  mandò  eziandio  ingegneri  ed  aiuti 
ad  Otranto. 

Il  colera,  male  asiatico,  comparve  la  prima 
volta  in^Bengala  nel  1817:  dopo  di  avere  af- 
flitte e  desolate  varie  contrade  dell'  Indostan 
del  resto  dell'  Asia  meridionale,  s' introdusse 

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.  —  62  — 

in  Europa  per  le  fredde  regioni  del  Caucaso, 
arrecando  a*  popoli  spaventi  e  danni  infiniti.* 
Il  re  fu  sollecito  ad  emanare  ordini  severis- 
simi per  adoperarsi  tutti  i  mezzi,  onde  allon- 
tanare quel  fatai  morbo  da  questo  Regno.  Il 
28  agosto  1831  ,  decretò  di  stabilirsi  un  cor- 
done sanitario  ,  formato  da  tutt'  i  cittadini 
abili  a  portar  le  armi;  nominò  una  Commis- 
sione sanitaria  di  otto  membri  e  presieduta 
dal  ministro  dell'interno,  ed  emanò  leggi  ri- 
gorose circa  i  regolamenti  sanitarii.  In  ogni 
città  e  paese  volle  cbe  i  magistrati  veglias- 
sero sulla  igiene  pubblica  ;  a'  vescovi  racco- 
mandò cbe  ordinassero  pubbliche  preghiere  * 
nelle  chiese,  per  ottenere  da  Dio'  la  preser- 
vazione di  questo  Regno  dal  flagello  che  lo 
minacciava;  però  interdisse  le  processioni  di 
penitenza,  per  non  ispaventare  maggiormente 
le  popolazioni.  Nel  mese  di  agosto  del  1832 
per  meglio  conoscersi  l'asiatico  morbo,  man- 
dò in  Germania  varii  medici,  i  più  rinomati; 
ed  in  previsione  volle  che  si  stabilissero  pub- 
blici ospedali  pe',  colerici. 

Ho  detto  altrove  ,  che  Ferdinando  II  mi- 
gliorò 1'  esercito  ;  ed  in  vero  quel  sovrano 
era  molto  inclinato  alla  milizia,  quindi  volle 
formarla  disciplinata  e  bene  istruita.  Visitava 
spesso  i  quartieri  milit  ri  ,  prendeva  conto 
di  tutto  ,  assaggiava  il  pane  e  il  rancio  per 
accertarsi  della  buona  qualità;  novello  Serse, 
già  sapea  il  nome  di  un  gran  numero  di  uffì- 
ziali  e  di  non  pochi  soldati,  trattandoli  e  di- 
scorrendo co'  medesimi  in  modo  molto  confi- 
denziale. Perlocchè  più  volte  io  fui  testimone 
di  alcune  scene  piacevoli,  che  mostravano  la 

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—  63  — 

bontà  e  la  clemenza  di  quel  monarca  ;  e  fu 
questa  la  ragione  per  cui  egli  divenne  1*  idolo 
degli  uffìziali  e  della  bassa   forza. 

Re  Ferdinando  trovò  T  esercito  che  molto 
lasciava  a  desiderare,  e  fece  di  tutto  per  por- 
tarlo a  quella  perfezione  che  tutti  abbiamo 
ammirato.  I  principi  stranieri,  che  venivano 
spesso  a  visitar  questo  Regno,  fecero  sempre 
grandi  elogi  all'esercito  nazionale,  tra*  quali 
l'arciduca  Alberto  di  Austria  e  l'imperatore 
Nicola  di  Russia.  Fu  qu^st'  istesso  esercito, 
che  schiacciando  la  rivoluzione  di  Sicilia,  nel 
1849  ,'  salvò  T  Europa  da  que'  mali  che  più, 
tardi  doveano  colpirla  ;  come  il  15  maggio 
dell'anno  precedente  in  Napoli,  le  fedeli  trup- 
pe nazionali  ed  i  reggimenti  svizzeri  salvarono 
il  Regno  dagli  orrori  dell'  anarchia  Era  però 
riservata  l'infamia  a  pochi  rinnegati  generali, 
nel  1860,  di  usare  tutte  le  male  arti,  per  co» 
prire  di  obbrobrio  quel  tradito  esercito  ,  e 
far  passare  alla  posterità  i  loro  nomi  male- 
detti ed  esecrati 

Ferdinando  li,  ne'  primi  due  anni  del  suo 
Regno,  fece  quanto  era  possibile  per  riorga- 
nizzare ,  istruire  e  bene  equipaggiare  il  suo 
esercito  ;  prefiggendosi  di  renderlo  brillante 
e  rispettato.  Io  accennerò  di  volo  quello  che 
seppe  fare  in  sì  poco  tempo  per  raggiungere 
il  suo  scopo,  riservandomi  parlarne  più  a  lun- 
go nel  corso  di  questo  lavoro;  conciossiacchè 
quel  gsovrano  ,  dopo  il  1833  compi  la  vera 
riorganizzazione  dell'esercito  nazionale,  anche 
con  la  pubblicazione  delle  relative  leggi  or- 
ganiche. 

Appena  egli  salì  al  trono,  abolì  il  corpo  dei 

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—  64  — 

pionieri  cacciatori  a  cavallo  e  la  compagnia 
che  facea  la  polizia  del  real  palazzo;  inseguita 
formò  due  battaglioni  di  zappatori  minatori 
e  la  gendarmeria  scelta  per  la  custodia  della 
Reggia.  Nel  cominciare  Y  anno  4832  decretò- 
la  riorganizzazione  del  reggimento  fanteria 
marina  ,  che  divenne  bellissimo,  e  fondò  in 
Napoli  un  orfanotrofio  per  le  figlie  degl*  indi- 
vidui appartenenti  alla  real  marina.  Fondò 
dippiù  altri  tre  orfanotrofii  uno  in  Foggia  , 
un  altro  in  Barile,  un  terzo  in  Bitonto.  Per 
aver  poi  marini  istruiti  istituì  una  scuola 
nautica  in  Trapani,  ed  altre  in  altri  luoghi, 
come  appresso  diro 

A  solennizzare  il  30  maggio  del  1832,  ono- 
mastico del  re,  furono  chiamati  dalla  terza 
classe,  nella  quale  giacevano,  al  servizio  at- 
tivo nell'  esercito  ,  varii  uffiziali  superiori  e 
subalterni,  cioè  un  tenentegenerale,  due  co- 
lonnelli, otto  tenenticolonnelli,  due  maggiori, 
quarantatre  capitani  ,  venti  primi  tenenti  ,  e 
quattordici  secondi  tenenti;  e  pel  ramo  della 
marina  un  capitano  di  fregata,  tre  tenenti  di 
vascello  e  tre  alfieri. 

Le  cure  per  accrescere  e  migliorare  l'eserci- 
to e  T  armata  non  Io  distolsero  dal  pensare  al 
commercio,  all' agricoltura  ed  alle  opere  pub- 
bliche. Nel  1831  ,  furono  stabilite  in  Napoli 
altre  compagnie  di  assicurazioni  e  di  cambio; 
due  tra*  quali  arrecarono  un  grande  sviluppo 
al  commercio,  cioè  quella  detta  Metese  e  l'al- 
tra Economica. 

Con  un  decreto  del  26  ottobre  venne  sta- 
bilita una  Commissione  per  1'  uniformità  dei 
pesi  e  delle  misure  in  tutto  il  Regno,  ed  era 

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—  65  — 

pjreseduta  dal  corani.  Ferdinando  Visconti. 
«  Spella  sovrana  disposizione  ,  tanto  utile  al 
(Commercio,  non  ebbe  il  suo  pieno  effetto,  a 
iCausa.  della  caparbietà  di  taluni  paesi  e  città, 
.£be  si  ostinarono  a  ritenere  gli  antichi  pesi 
,0  le  vecchie  misure,  rinunziando  a' vantaggi 
idei  sistema  metrico.  Quella  caparbietà  dura 
ancora  ed  anche  in  Napoli  ,  che  è  la  prima 
<$*ttà  d' Italia  ,  e  fa  gl'interessi  de' venditori 
4  minuto;  i  quali  maliziosamente  calcolano  il 
rotolo  grammi  ottocento,  il  mezzo  rotolo  quat- 
trocento e  così  di  seguito  ;  mentre  il  rotolo 
napoletano  è  poco  meno  di  grammi  novecento. 

Ad  onta  delle  strettezze  della  finanza  dello 
JStato,  varie  opere  pubbliche  fece  Ferdinando 
<II  ne'  primi  due  anni  del  suo  Regno.  Aprì 
uwa  nuova  strada,  detta  Traversa  di  Paola  in 
Calabria,  ed  ordinò  che  si  desse  principio  ad 
iiw'  «altra  sulla  sponda  destra  del  fiume  di  Pe- 
scara, cioè  dal  bosco  di  S.  Valentino  al  Colle 
>d*  Alba.  Fece  erigere  un  magnifico  ponte  pen- 
dile di  ferro  sul  fiume  Garigliano  ,  la  cui 
direzione  affidò  all'  egregio  ingegnere  Luigi 
vftmra  ;  la  spesa  ammontò  a  sessantacinque- 
,*niia  ducati,  ed  è  uno  de*  miglieri  ponti,  di 
-questo  genere,  che  vanti  Y  Italia.  Quapdo  *e 
W  Wri  il  passaggio  ,  il  re  ,  per  provarne  la 
uftoljdità,  roìlfi  traversarlo  al  galoppo  alla  testa 
(-di  ,dm  squadroni  di  cavalleria.  Lo  stesso  anno 
dwpwe  che  si  costruisse  un  altro  ponte. di 
,<erro  mi  fl»me  Calore  ^res$o  Solopeca. 

Eu  quel  sovrano  che  introdusse  in  Italia  i 
pozzi  artesiani  ;  il  primo  de'  quali,  con  mol- 
t)a  p^rfesione,  fu  fatto  scafare  dal  comm..  Gu- 
glielmo Robinson»  capitano  di  vascello,  in  un 

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—  66  — 

tenimento  del  marchese  Vito  Nunziante  presso 
Torre  del  Greco.  Nell'ingresso  del  magnifica 
edifizio  del  palazzo  delle  Finanze  ,  oggi  del 
Municipio,  fece  innalzare  due  statue  marmo- 
ree, una  del  re  Ruggiero  il  Normanno ,  fon- 
datore della  monarchia  siciliana  ,  1'  altra  di 
Federico  II,  imperatore  di  Germania  e  re  di 
Napoli. 

Onde  preservare  le  popolazioni  da'  malefici 
miasmi  ,  mise  in  esecuzione  il  decreto  del 
28  dicembre  1828,  circa  la  costruzione  de*  ci- 
miteri fuori  T  abitato;  e  da  allora  quasi  tutti 
i  comuni  del  Regno  se  ne  eressero  uno,  più 
o  meno  appropriato  a*  loro  bisogni. 

In  Napoli,  nell'anno  1832  s'intraprese  quella 
di  Poggioreale,  disegnato  e  diretto  dagli  ar- 
chitetti Luigi  Malesci  e  Ciro  Cuciniello.  Que- 
sto cimitero  era  stato  cominciato  nel  1817, 
con  disegno  dell'  architetto  Maresca,  ma  per 
vicende  imprevedute  rimase  inadempiuto  t 
Ferdinando  II ,  con  1'  abituale  sua  perseve- 
ranza, fecelo  proseguire  e  compiere  nel  modo 
che  oggi  lo  vediamo. 

Varii.  ospedali  si  fondarono  nelle  province 
dal  1831  al  32;  in  Calabria  se  ne  eressero 
due,  uno  nel  distretto  di  Palmi,  V  altro  in  Ge- 
race  ;  furono  ampliati  quelli  di  Catanzaro  , 
Cotrone  ,  Mileto  e  Melfi  in  Basilicata.  Nella 
altre  province  se  ne  eressero  altri  ,  cioè  in 
Isernia,  in  Campobasso,  in  Vietri,  in  Potenza» 
in  Sant*  Angelo  de'  Lombardi,  in  Lanciano  ed 
in  Vasto  ;  ampliandosi  quelli  di  Avellino  ed 
Ariano. 

Il  re,  conoscendo  il  gran  bene  che  arreca* 
vano  le  Suore  della  Carità  ,    e  specialmente 


—  ^67  — 

agli  ospedali  e  alla  educazione  delle  fanciulle 
povere,  nel  giugno  del  1831,  fondò  il  primo 
collegio  nel  comune  di  S.  Nicolò  presso  Ca* 
serta;  ed  invilo  quelle  buone  Suore  francesi 
a^  recarsi  in  questo  Regno. 

La  più  bella  opera  che  fece  FeidinandoII 
ne*  primi  due  anni  del  suo  Regno,  dovià  re- 
putarsi quella    di   avere    istituiti    settecento 
Monti  frumentarii  ;  i  quali    somministravano 
il  grano  a*  coloni  poveri  per  farne  la  semina 
con  l' obbligo    di    restituirlo    al    tempo  della 
raccolta,  con  un    piccolissimo  interèsse  o  pa- 
garlo a'prezzi  correnti.  Ordinò  e  die  i  meiz 
per  bonificare  le  terre  delle  paludi  sipontine 
presso    Manfredona.    Volle    che  si  mettesse 
a  coltura    lv  isoletta  di   S.    Stefano    rimpetto 
Gaeta,  ove  fu  relegata  la  famosa  Giulia  figlia 
di  Augusto,  ed  ove  oggi  è  quell'ergastolo  ben 
conosciuto    da    qualche    padrone    dell'  Italia 
unita. 

Con  decreto  del  9  novembre  1831  fondò  in 
Palermo  un  istituto  d'  incoraggiamento  per 
promuovere  1*  agricoltura ,  le  arti  e  le  mani- 
fatture ,  istituendo  una  medaglia  di  oro  e  di 
argento  per  premiare  gli  agricoltori  e  gli  ar- 
tisti più  intelligenti  e  benemeriti.  In  quella 
stessa  città  ,  presso  la  rea!  Favorita  ,  venne 
fondato  ,  per  le  cure  del  principe  di  Castel- 
nuovo,  un  Orto- agrario  con  le  scuole  corri- 
spondenti ,  per  istruire  la  gioventù  in  una 
delU  più  necessarie  cognizioni  della  vita.  Di- 
fatti ,  il  celebre  svedese  Carlo  Linneo  solea 
dire  :  il  vero  bene  l'arreca  all'umanità  colui 
che  sa  far  produrre  più  grano  alla  terra  e 
maggiori  frutti  agli  alberi,  e  non  già  chi  sco- 

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•     —  68  — 

pre  pianeti  e  stelle  fisse,  o  che  risolve  i  più 
difficili  problemi  delie  matematiche. 

In  que*  due  anni  la  Corte  di  Napoli  fu  vi- 
sitala dal  principe  di  Joinville  terzogenito 
del  re  Luigi  Filippo,  dalla  zia  del  re,  Maria 
Cristina  di  Borbone  ,  vedova  di  Carlo  Felice 
re  di  Sardegna  e  dalla  duchessa  di  Berry  , 
sorella  del  medesimo  Ferdinando  e  madre 
del  duca  di  Chambord,  Enrico  V  di  Francia. 
Nel  mese  di  aprile  del  4832,  la  principessa 
reale  di  Napoli  D.a  Maria  Amalia  di  Borbone 
sposò  T  infante  di  Spagna  D.  Sebastiano  Ga- 
briele ;  i  reali  sposi,  il  25  dello  stesso  me- 
se, partirono  per  Madrid,  accompagnati  dal 
principe  di  Scilla  e  dalla  marchesa  del'Vasto. 

L'avvenimento  più  interessante  del  18312  fu 
il  matrimonio  del  re  Ferdinando  II  con  )a  real 
principessa  Maria  Cristina  di  Savoia ,  quarta 
figlia  del  re  defunto  Vittorio  Emmanuele  I, 
giovane  di  venti  anni  ,  nata  il  14  novembre 
1812.  Il  9  novembre  di  quell'anno,  il  ripartì 
alla  volta  di  Genova  accompagnato  da  poche 
persone  di  Corte  ,  passò  da  Roma  e  da  Fi- 
renze ,  ed  il  16  giunse  in  quella  città  ,  ove 
incontrossi  con  la  sua  futura  sposa.  Il  20 
dello  stesso  mese,  in  privato,  si  celebrarono 
le  nozze  in  Yoltri  presso  Genova ,  e  furono 
benedette  dal  cardinal  Giuseppe  Morozzo,  ve- 
scovo di  Novara.  Gli  augusti  sposi  s'imbarca- 
rono il  26  nel  porto  di  Genova  sulla  fregata 
napoletana  Regina  Isabella,  alla  quale  faoeano 
seguito  altri  legni  minori,  cioè  il  Leone  e 
V  Euridice.  Dopo  quattro  giorni  di  prospero 
viaggio,  arrivarono  nella  rada  di  Napoli  alle 
due  pomeridiane  ,    tra  le  festevoli    salve  dei 

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—  69  — 

castelli  e  le  grida  ed  acclamazioni  di  gioia 
vera  di  tutta  la  popolazione.  Sbarcarono  a 
Mblòsiglio,  vicino  la  darsena,  e  furono  incon- 
trati dalla  regina  madre  in  unione  a*  principi 
e  alle  principesse  reali,  tra  cui  il  conte  di  Si- 
racusa, venuto  a  bella  posta  da  Palermo,  dai 
generali  ed  altri  distinti  personaggi. 

Il*  10  dicembre  »  il  re  e  la  regina  si  reca* 
nono  al  Duomo  per  ringraziare  Iddio  del  nodo 
contratto.  Dopo  il  canto  dell'Inno  ambrosia- 
no ,  passarono  a  visitare  il  Santo  Patrono  ; 
Maria  Cristina  offrì  a  S.  Gennaro  un  Sa- 
vignè  di  smeraldi  e  brillanti.  Di  là  fecero 
ritorno  alla  Reggia,  tra. le  acclamazioni  del 
popolo  e  gli  onori  delia  truppa  vestita  in 
gran  tenuta  e  schierata  dal  Duomo  al  pa- 
lazzo reale. 

Nella  fausta  ricorrenza  di  quelle  reali  noz- 
ze, il  re  accordò  grazie,  largizioni,  gradi  ed 
onorificenze.  Furono  condonate  le  pene  di 
polizia ,  le  correzionali  di  confino  ,  di  esilio 
e  di  ammenda,  inflitte  per  reati  antecedenti 
al  matrimonio  del  sovrano.  Vennero  diminui- 
te di  tre  anni  le  pene  di  reclusione  e  di  re- 
legazione ,  e  di  due  anni  a'  condannati  alla 
galera.  A  duemila  e  settecento  donzelle  fu 
largita  la  dote,  e  mille  e  duecento  ducati  si 
diedero  per  elemosine.  Si  rilasciarono  mille 
e  duecento  pegni  non  maggiori  di  tre  ducati, 
come  pure  tutti  i  crediti  di  ducati  dieci  in 
Sotto,  che^  la  Corte  dovea  per  diversi  rami.  Gli 
stabilimenti  pubblici  somministrarono  sovven- 
zioni e  soccorsi  a'  bisognosi  ;  il  Monte  della 
Misericordia  erogò  grosse  somme  per  escar- 
cerare alcuni  debitori,  padri  di  famiglia.  Oh, 


■  —  70  — 

come  sarebbero  oggi  bene  a  proposito  simili 
beneficènze  per  taluni  debitori  morosi,  a  c'au- 
saci un  ridevole  lusso,  e  che  vivono  nell'om- 
bra ,  essendo  costretti    ad  amar  le  tenebre  ! 
Il  corpo  della  Città  di  Napoli  dispensò  cento 
doti    alle  fanciulle  povere    ed    altre  cento   i 
corpi  morali.  In  quella  ricorrenza  il  Re  fece  * 
dono    alla  regia  Università   di  Palermo  della 
Pinacoteca  (  galleria  ove    si  tengono  pitture, 
statue    ed  altre  cose   di  pregi»  ).    Vi    furono 
gale  e  baciamani  in  Corte,  nel  Regno  feste, 
illuminazioni  spontanee  per  tre  giorni  ed  al- 
legrezze in  tutt'  i  cittadini  di  buona  condotta. 
Il  matrimonio    di   Ferdinando  II  destò  im- 
mensa gioia  e  speran'ze,  perchè  la  fama  delle 
non  comuni  virtù    di  Maria   Cristina   era  vo- 
lala di  provincia  in  provincia,  di   città  in  cit- 
tà, di  bocca  in  bocca.  Queir  augusta  sovrana 
era  profondamente  religiosa,  di  modi  soavis- 
simi, di  carattere  mitissimo,  di  fisonomia  an- 
gelica, come  l'espressione  istessa  de'  suoi  co- 
stumi.   Ma  Dio  benedetto    non  Y  aveà  creata 
per  questa  terrà  se  non  per  far  mostra  della 
virtù  de*  regnanti    e    santificarla  con    le  tri- 
bolazioni ,  onde  aggiungerla    alla  corona  dei 
santi  che  adornano  l'augusta  religione  catto- 
lica.   Il   bel   cielo   delle  Due  Sicilie    non   fu 
propizio  a  quella  adorabile  creatura;  nel  bre- 
ve suo  soggiorno  in  queste  nostre  amene  con- 
trade fu  abbeverata  di  amarezze,  a  causa  del- 
la condotta  de'  suoi  tre  maggiori  cognati  ;  e 
ciò    ad  onta  che   1*  augusto  suo  consorte  Y  a- 
masse  teneramente. 

Ferdinando  II,  sin    dagli  anni    suoi  giova- 
nili,  si  mostrò  sempre  costumatissimo,  tanto 


—  71  — 

-che  i  suoi  detrattori  non  gli  risparmiarono 
taluni  stupidi  frizzi,  che  egli  smentì  poi  coi 
fatti.  Però  tutt'  altra  condotta  tenevano  i  suoi 
fratelli,  Carlo,  Antonio  e  Leopoldo.  Il  primo, 
di  carattere  irruente  e  superbo  ,  amareggiò 
più  volte  gli  augusti  sovrani.  Egli  veniva 
spesso  a  contesa  co'  personaggi  più  rispetta- 
bili della  real  Corte,  ingiuriandoli  e  maltrat- 
tandoli; giunse  perfino  una  volta  ad  alzar  le 
roani  e  percuotere,  alla  presenza  del  Re  e 
della  Regina,  il  valoroso  ed  onorato  tenente- 
generale  Fardella.  In  seguito  dirò  la  fine  di 
•questo  giovane  sconsigliato,  ingrato  al  fratello 
maggiore  e  ribelle  al  suo  sovrano. 

Il  principe  reale  D.  Antonio,  sin  da  giova- 
nissimo, si  mostrò  poco  decoroso  ed  inclinato 
ad  una  fatale  scostumatezza  ,  amando  la  vita 
-campestre  e  sciolta  da  qualunque  convenien- 
za. Nella  sua  villa  di  S.  Giuliano  ,  unito  ad 
altri  giovani  scapestrati  al  pari  di  lui  ,  com- 
mise azioni  che  non  credo  necessario  accen- 
nare ;  erano  azioni  individuali  ,  e  non  fan 
parte  del  patrimonio  della  storia.  Visse  fino 
al  1848,  e  si  vuole  che  fosse  morto  vittima 
della  sua  stessa  depravazione. 

Il  principe  D.  Leopoldo  ,  luogotenente  in 
Sicilia  ,  giovane  vago  di  avventure  galanti  e 
molto  licenzioso  ,  die  anche  egli  non  pochi 
dispiaceri  all'  augusto  fratello;  a  suo  tempo 
dirò  la  ragione  per  la  quale  il  ré  fu  costretto 
richiamarlo  dalla  Sicilia.  Intanto  è  da  sapersi, 
che  quando  Ferdinando  II  non  si  mostrava 
severo  per  la  cattiva  condotta  de'  suoi  fratel- 
li, si  dicea  da'  rivoluzionari  ,  che  egli  1'  ap- 
provasse ,  per  suoi  malvagi  fini  ;  quando  poi 

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—  72  — 

facea  di  tutto  per  infrenarli  ,  si  gridava  C&&' 
li  avesse  voluti  infamare,  sospettando  sempre 
dì  essere  detronizzato  da*  medesimi.  A  questa' 
proposito,  prego  i  miei  benevoli  lettori  di  ri- 
cordare  il  fattarello  del  vecchio  che  andava 
al  mercato  insieme  col  figlio. 


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CAPITOLO  IV. 

SOMMARIO 

Giudizio  sopra  i  primi  dieci  afro!  del  Regno  dì  Fer- 
dinando II.  La  «  Giovine  Italia  »  avversa  questo  sovra- 
no ,  e  tenta  di  farlo  uccidere.  Il  re  riordina  il  go- 
verno- delia  Sicilia.  Spedizione  navate  contro  la  Reg- 
genza di  Tunisi  e  contro  l'impero  del  Marocco.  Fer- 
dinando intraprende  un  altro  viaggio  per  le  provin- 
ce del  Regno.  Perfeziooa  V  esercito  e  la  real  ma- 
rina. Convenzione  con  la  S.  Sede.  Opere  pubbliche. 
Industria,  commercio  ed  agricoltura.  Istruzione  pub» 
blica.  Si  promulgano  ottimi  regolamenti  e  leggi.  Il 
conte  di  Siracusa  esonerato  da  luogotenente  della  Si- 
cilia. Nascita  di  Francesco  IL  Fuga  del  principe 
reale  D.  Carlo.  Morte  della  regina  Ilaria  Cristina. 

I  primi  dieci  anni  di  Regno  di  Ferdinando 
II,  ad  un  osservatore  superficiale  potrebbero 
sembrare  poco  interessanti,  non  incontrandosi 
in  guerre  con  gli  stranieri,  in  lotte  politiche 
ed  in  rivoluzioni  trionfanti  o  represse.  Non- 
pertanto quel  decennio  è  interessantissimo  per 
la  storia  patria,  perchè  dedicato  a  compiere 
e  perfezionare  la  ricostituzione  di  questo  Re- 
gno, cominciata  da  Carlo  III  e  proseguita  da 
Ferdinando  IV.  I  primi  dieci  anni  di  Regno 
di  Ferdinando  II,  senza  esagerazione  o  spi- 
rito partigiano,  a  buon  diritto  potrebbero  dirsi 

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—  74  — 

T  età  dell'oro  del. popolo  delle  Due  Sicilie, 
se  qualche  abbominevole  ed  inconsulto  moto 
rivoluzionario  non  fosse  avvenuto,  e  se  il  co- 
lera non  ci  avesse  funestato  con  la  sua  ter- 
ribile apparizione. 

Lettori  ,  io  vi  promisi  condurvi  a  traverso 
due  secoli,  per  mostrarvi  le  glorie  e  le  sven- 
ture di  questa  nostra  carissima  patria  ;  rapi- 
damente abbiamo  traversato  il  primo  secolo, 
spettacolo  cruento  di  orrori  e  sociali  sventure; 
del  secondo  ne  abbiamo  percorso  una  terza 
parte,  ed  abbiamo  deplorato  le  conseguenze 
del  primo.  Ci  restano  a  percorrere  altri  vento tto 
anni:  seguitiamo  dunque  il  nostro  cammino,  e 
vedremo  tutto  quello  che  fece  Ferdinando  II; 
quel  sovrano  tanto  odiato  dalla  sètta  cosmo- 
polita ,  forse  più  rabbiosamente  che  non  lo 
fu  T  avolo  suo.  Ho  accennato  quel  che  egli 
fece  ne' primi  due  anni  del  suo  Regno  ;  or 
ne  percorreremo  altri  tre  ,  accennando  inol- 
tre gì'  importanti  avvenimenti  del  4836,  per 
far  sosta  e  riprender  poi  il  nostro  viaggio 
secolare  ed  inquisitorio.  Però,  prima  di  tutto 
vediamo  qual  fu  il  mezzo  principale  e  nefando 
di  cui  si  servirono  i  settarii  per  impedire  a 
quel  sovrano  1*  opera  veramente  riparatrice 
de' mali  che  soffriva  .questo,  popolo  a  causa 
delle  loro  stesse  fellonie  rivoluzionarie. 

Mentre  re  Ferdinando  era  tutto  dedito  a 
riparare  i  danni  arrecati  dalle  ribellioni,  con 
far  savie  leggi ,  agevolando  il  commercio  e 
1  agricoltura  ,  col  pagar  debiti  e  coli'  alzare 
stupendi  monumenti  patrii,  ecco  la  sètta  maz- 
ziniana avanzarsi  truce  e  sanguinosa  per  por- 
si a  traverso  tra  lui  ed  i  suoi  popoli,  facen- 

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—  75  — 

do  di  tutto  perché  costoro  l'odiassero,  onde 
coglierne  essa  il  frutto  delle  sue  iniquità. 

Nel  Capitolo  VI  ragionai  della  sètta  della 
Giovane  Italia,  che  altro  non  era,  se  non  una 
trasformazione  della  massoneria  e  della  car- 
boneria, con  l'aggiunta  d'  altre  leggi,  e  nuovi 
regolamenti  più  orribili  ed  esecrandi.  Quella 
sètta  si  propagò  per  l'Italia,  acquistando  adepti 
in  ogni  classe,  e  con  particolarità  nella  stu- 
dentesca e  ne*  corpi  militari,  detti  scientifici. 
Si  formarono  comitati  in  Lombardia,  in  Pie- 
monte,in  Toscana,  ne'  Ducati,  nello  Stato  pon- 
tifìcio ed  in  questo  Regno;  e  tutti  corrispon- 
devano col  comitato  centrale,  preseduto  e  di-, 
retto  dallo  stesso  Mazzini  ,  il  quale  prima 
trovavasi  in  Francia,  e  poi  prese  stanza  nella 
Svizzera. 

I  rivoluzionarli  di  questo  Regno,  sicuri  che 
il  rè  accordava  grazie  a*  rei  di  Stato,  non  fu- 
rono gli  ultimi  in  Italia  a  mettersi  in  rela- 
zione col  Mazzini  e  con  gli  altri  comitati  della 
penisola.  A  questo  scopo  mandarono  France- 
sco Paolo  Bozzelli  presso  il  grande  agitatore 
italiano,  onde  rannodare  le  fila  della  sètta,  e 
combinare  lo  scoppio  di  una  generale  rivol- 
ta. Ma  questa,  per  allora,  rimase  un  deside- 
rio settario,  ad  eccezione  di  qualche  impru- 
dente conato  ,  manifestatosi  a  causa  della 
eccessiva  fretta  di  taluni  rivoluzionarii  di  me- 
stiere. Costoro  voleano  far  qualche  cosa  in 
Napoli,  e  siccome  non  isperavano  aiuto  dalla 
popolazione,  si  argomentarono  prendere  la  via 
più  corta  per  giungere  all'  esecrabile  meta 
che  agognavano. 
Certo  Vito  Romano  di  Molfetta  ,    caporale 

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-  76  - 

del  2°  reggimento-  cavalleggieri,  i  fratelli  rW* 
sarò!!,  Cesare,  Scipione  e  Camillo,  figli  def 
generale  che  mori  in  Grecia,  anche  sott' uf- 
ficiali al  medesimo  reggimento,  erano  ascritti 
alla  sètta  mazziniana.  A  qttesti  quattro  setta* 
zìi  si  unì  il  tenente  Francesco  Ancellotti,  e 
combinarono  di  uccidere  Ferdinando  II  nel 
teatro  de' Fiorentini;  però  i  congiurati,,  avente1 
bene  ponderate  le  difficoltà  dett?  intrapresa, 
convennero  di  fermare  la  vettura  ,  che  con-» 
ducea  il  re  a  Caserta  e  con  la  scusa  di  pre* 
tentargli  una  supplica,  pugnalarlo:  altri  poi 
opinavano  dì  fargli  fuoco  addosso,  al  momento 
che  avrebbe  passata  la  truppa  in  rivista. 

Una  mattina  nel  mese  di  agosto  1833,  An- 
corotti ,  Romano  e  Cesare  Rossaroll,  suppo* 
nendo  che  il  sergente  Paolillo  avesse  sorpreso^ 
il  loro  secreto,  io  chiama* ono  da  parte,  e  gli  sve-  * 
lafono  il  delitto  che  meditavano  di  perpetrare. 
Quel  sergente  preso  da  orrore  a  quella  rive* 
lezione  ,  li  denunziò  subito  a*  superiori  del: 
reggimento  e  al  generale  Lucchesi.  Una  let- 
tera anonima,  forse  mandata  da  qualche  fra* 
teUo  graduato,  avvisò  i  congiurati  che  sareb-* 
bero  arrestati  e  .messi  sotto  giudizio,  perché7 
accusati  di  volere  assassinare  il  re.  A  quel* 
V  avviso  ,  Cesare  Rosaroll  e  Romano  ,  giudi- 
candosi perduti  ,  si  ubbriacarono  e  decisero 
uccidersi  ;  invitato  da'  medesimi  il  tenente 
Ancellottì  a  far  l'  istesso,  si  negò,  perchè  gli 
venne  meno  il  coraggio.  In  effetti  i  due  pri-* 
mi  si  chiusero  in  una  camera  del  quartiere, 
caricarono  quattro  pistole  ,  ed  alla  voce  feto* 
co  ,  seguì  la  scarica  dell'  uno  contro  l' al' 
tre;  epperò  tutti  e  due  rimasero  soltanto  fe- 

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—  77  -    . 

riti.  Romano  ,  vedendosi  iti  quello  stato  ,  in 
cambio  di  tirare  il  seconde*  colpo  sul  compa- 
gno, secondo  era  stato  convenuto,  se  lo  sca- 
ricò in  petto.  Accorsi  i  soldati  sfondarono  la 
porta  della  camera,  e  trovarono  Rossaroll  fe- 
dito, ma  in  perfetta  conoscenza,  che  condus- 
sero all'  ospedale  ,  1'  altro  spento  in  un  lago 
di  sangue. 

.  Immediatamente  vennero  arrestati  i  complici 
<li  quella  congiura  e  sottomessi  a  giudizio  ; 
oltre  del  tenente  Àncellotti  e  l'altro  fratello 
Rossaroll,  furono  messi  in  carcere  i  sergenti 
Giaqutnto,  Àbrami,  Astuto  e  due  alfieri,  Gi- 
rolamo «d  Antonio  Ulloa.  La  suprema  Com- 
missione de'  reati  di  Stato  ,  il  13  dicembre 
4833,  condannò  a  morte,  col  3°  grado  di  pub- 
blico esempio,  Àncellotti  e  Cesare  Rossaroll; 
gli  altri  vennero  messi  in  libertà,  perchè  ar- 
matati :  per  semplice  sospetto.. 

Il  giorno  seguente  alla  condanna  ,  si  alzò 
tU  patibolo  innanzi  al  quartiere  della  Madda- 
lena ,  «ove  era  alloggiato  il  2°  cavalleggieri  ; 
quando  i  duo  condannati  giunsero  a  pie  del 
patoo  ferale,  il  tenentegenerale  Saluzzo  pub- 
blicò la  commutazione  de  Ite  pena  in  26  anni 
H  ferri,  ordinata  spontaneamente  dal  rei  An- 
(Oellotti  -e  Rossaroll,  al  sentire  la  grazia  so- 
vrana, svennero;  in  seguito  ebbero  altre  gra- 
fie, ma  rimasero  sempre  gettarli  e  nemici  di 
colui  che  voleano  assassinare  e  che  li  area 
perdonati  :  gratitudine  di  liberati  !... 

Mei  principio  di  quell'anno  1833,  il  re  ri* 
pristino  in  Napoli  il  ministero  degli  affari  di 
Sicilia,  secando  era  «tato  prescritto  col  de- 
siato d*l  26  maggio  .1£21.   Fu  destinato  «I* 

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.—  78  — 

T  immediazione  dei  luogotenente  di  queir  I- 
sola  il  cav.  Mastropaolo,  già  ministro  di  gra- 
zia e  giustizia,  in  qualità  di  ministro  segre- 
tario di  Stato  degli  affari  ecclesiastici  e  po- 
lizia; la  direzione  di  questi  due  dipartimenti 
venne  affidata  al  duca  Cumia.  Il  principe  di. 
Campofranco  fu  eletto  ministro  segretario  di 
Stato  delle  finanze  ,  affari  interni,  e  grazia  e 
giustizia  ;  Carlo  Vecchione  ebbe  la  direzione 
di  questi  ripartimenti.  Antonino  Franco  fu  de- 
stinato ministro  degli  affari  di  Sicilia  in  Na- 
poli . 

Dopo  la  conquista  di  Àlgieri  compiuta  dai 
francesi,  i  barbareschi  dell'Africa  non  fecero 
più  paura  a'  cristiani;  però  rimanea  la  Reg- 
genza tunisina  che  li  maltrattava  e  li  perse- 
guitava, insultando  con  più  segnalato  odio  le 
bandiere  de*  principi  italiani.  Taluni  sudditi 
del  re  del  Regno  delle  Due  Sicilie  e  di  quello 
di  Sardegna  furono  vittime  della  prepotenza 
di  un  pascià  di  Tunisi.  Ferdinando  II,  allora 
in  buone  relazioni  con  Carlo  Alberto  di  Sa- 
voia, conchiuse  con  lo  stesso  un  trattato,  il 
23  maggio  1833,  e  venne  stabilito  tra'  due  so- 
vrani di  riunire  le  loro  forze  navali  per  met- 
tere a  dovere  quel  barbaro  reggente.  Da  Na- 
poli partì  una  fregata  e  tre  brick,  comandati 
dal  capitano  di  fregata  principe  Mariano  Ca- 
racciolo Torchiarolo  ;  il  quale  si  congiunse 
con  la  squadra  sarda,  e  fu  preferito  all'onore 
del  comando  delle  due  piccole  flotte  riunite. 
Si  diresse  a  Tunisi;  ivi  giunto,  volle  tentare 
le  vie  di  un  amichevole  componimento  pri- 
ma di  cominciare  le  ostilità.  Quel  bey,  inti- 
morito, fu  sollecito  a  dar  soddisfazione  all'u- 

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—  79  — 

no  e  all'  altro  governo  italiano,  col  riparare 
i  danni  arrecati  a'  napoletani  ed  a'  sardi,  de- 
stituendo il  prepotente  pascià.  Le  due  flotti- 
glie ,  dopo  che  i  loro  capi  appianarono  altre 
vertenze  internazionali  ,  pacificamente  ritor- 
narono ne'  loro  rispettivi  porti. 

Il  17  novembre  dello  stesso  anno,  fu  con- 
chiuso un  trattato  di  commercio  tra  il  governo 
di  Napoli  e  quello  di  Tunisi;  stabilendosi  inol- 
tre una  procedura  da  eseguirsi  ne'  casi  di  de- 
litti commessi  da'  sudditi  di  questo  Regno, 
impiegati  in  quella  Reggenza;  cioè  che  i  col- 
pevoli doveanò  essere  consegnati  al  console 
napoletano  per  essere  puniti  con  le  leggi 
patrie. 

Quando  già  erano  finite  le  quistioni  con  la 
Reggenza  di  Tunisi  ,  un'  altra  ne  saltò  fuori 
con  l' imperatore  del  Marocco;  il  quale,  per 
taluni  malintesi,  escluse  da' suoi  porti  la  ban- 
diera napoletana.  Perlocchè  Ferdinando  II  si 
decise  mandar  contro  queir  impero  africano 
una  piccola  squadra  comandata  dal  retro-am- 
miraglio Staiti.  L' imperatore  del  Marocco, 
alla  vista  delle  navi  napoletane  ,  giunte  in 
'  que'  paraggi  il  13  maggio  4834,  desistette  dai 
suoi  ostili  proponimenti  circa  il  commercio 
con  questo  Regno.  Onde  togliersi  ulteriori  qui- 
stioni, lo  stesso  retro  ammiraglio  Staiti  ed  un 
plenipotenziario  del  Marocco  sottoscrissero  in 
Gibilterra  una  convenzione,  con  la  quale  ven- 
ne confermato|il  trattato  di  commercio  del- 
l' anno  1782,  tutto  favorevole  a'  napoletani. 

In  quello  stesso  anno  1834  il  re  intraprese 
un  altro  viaggio  per  varie  province  del  Re- 
gno, dirigendosi  in    Calabria,  visitando  i  ca- 

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—  80  — 

piluoghi  e  molti  paesi.  Giunto  a  Reggio,  il  7 
aprile  ,  passò  a  Messina ,  ove  dimorò  fino  al 
19  dello  stesso  mese  ;  indi  ripassò  lo  stretto 
di  quella  città  e  riprese  la  via  delle  Calabrie, 
Si  diresse  a  Catanzaro,  e  da  colà  passò  a  Ta- 
ranto ,  visitando  varii  paesi  della  Basilicata» 
del  Leccese  e  delle  Puglie  ;  il  6  maggio  ri- 
tornò a  Napoli. 

•Quando  Ferdinando  II,  visitava  le  città  ed 
i  paesi  del  Regno  ,  non  era  spinto  da  una 
vana  curiosità,  né  vago  di  cercare  avventure 
p  di  farsi  acclamare  da' popoli,  costringendo 
i  Comuni  a  fare  straordinarie  spese  ;  ma  il 
suo  scopo  era  quello  che  ben  dovrebbero 
avere  tutti  coloro  che  la  Provvidenza  destinò 
a  reggere  le  nazioni.  Non  appena  giungeva 
in  un  paese  o  in  una  città  ,  .era  sollecito  dì 
.chiamare  a  sé  i  funzionarli,  gV  impiegati  ed 
i  proprietarii  più  ragguardevoli,  per  interro- 
garli ad  uno, ad  uno  circa  i  bisogni  della  po- 
polazione e  sull*  andamento  dell'  amministra- 
tone regia  e  comunale.  Con  quel  suo  .acu- 
me e  talento  straordinario  di  cui  era  dotato, 
^copriva  il  vero  stato  delle  cose,  e  subito  dava 
gli  opportuni  ordini  e  disposizioni.  Visitando 
}qtte'  lunghi,  da  perfetto  ingegniere  ed  archi- 
inetto  qqale  egli  era  ,  conoscea  ove  fesse ine- 
#essaria  una  strada  ,  un  ponte,  una  miglior 
rftoltpra  di  terreni  ,  una  riparazione  quatusi- 
.que  ,  e  :  sollecito  ne  dava  i  mezzi  per  la  ese- 
jcwzione. 

Quel  benefico  principe  proibiva  a'  Comuni 
,«he  visitava,  d'mbandir  sontuosi  pranzi  tanto  a 
l*i  che  al  spo  seguito,  e  non  voleva  che  gli 
*i  dessero  feste  sfarzose  —  tutto  al  contrario 

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—  81  — 

-de*  nostri  redentori  —  invece  accordava  sus- 
=sidii  ed  elemosine  dai  la  sua  borsa  particolare, 
e  largiva  grazie;  notando  particolarmente  ove 
-era  necessario  un  ospedale,  un  ricovero  per 
le  orfanelle  ,    pe'  proietti  e  pe'  poveri.   Miei 
^benevoli  lettori ,    in  qualunque  luogo  vi  tro- 
iate di  questo  Regno,  se  girate  attorno  a  voi 
lo  sguardo  ,   non  è  difficile  imbattervi  in  un 
«monumento,  in  una  opera  di  beneficenza,  in 
una  famiglia  beneficata,  in   un  torto  riparato 
da' re  di  Casa  Borbone  e  specialmente  da  Fer- 
dinando li.  Questo  sovrano  non  fu  esente  da 
difetti ,  che  tutti  abbiamo  come  figli  di  Ada- 
mo; ma  senza  partigianismo,  bisogna  conve- 
nire che  egli  fece  molto  bene   a  questo  Re- 
gno, e  più  ne  avrebbe  fatto,  se  le  rivoluzioni 
e  l'immatura  morte    non  glielo  avessero  im- 
pedito. 

Nel  1833,  re  Ferdinando  organizzò  sì  splen- 
didamente 1*  esercito  patrio  da  meritare  plau- 
so universale  ;  riccamente  vestito  ,  ben  di- 
sciplinato ed  istruito,  fu  più  volte  tolto  a  mo- 
dello degli  altri  Stati  d' Italia.  Chi  1*  avrebbe 
mai  detto  1  Spento  quel  sovrano  immatura- 
mente ed  in  un  modo  misterioso,  per  la  co- 
dardia e  il  tradimento  divarii  generali,  tutto 
fu  miseramente  distrutto  in  pochi  mesi.  Di- 
ciassette capi  di  quel  florido  esercito,  copren- 
dosi d'imperitura  onta  e  vergogna,  lo  annien- 
tarono, facendo  maravigliare  l'attonita  Europa 
della  loro  inettezza  ed  ingratitudine.  Nel  1848, 
de  Maio  e  Desauget  iniziarono  1'  opera  vile 
ed  esecranda,  che  fu  compiuta  pei  nel  1860 
da  un  Alessandro  Nunziante,  un  Pianelli,  un 
Lanza,  un  Landi ,  un  Clary,  un  Briganti,  un 

6      }ogle 


—  82  — 

Gallotii ,  un  Ghio,  un  Flores,  un  Lo  Cascioy 
un  de  Benedictis,  e  simile  genìa  di  sedicenti 
generali.  Tutti  coloro  che  credevano  orpel- 
lare la  viltà  o  il  tradimento  con  lo  strano 
principio  del  patriottismo,  calpestando  la  pa- 
tria bandiera,  nulla  ottennero  da'  nuovi  pa- 
droni, anzi  furono  e  sono  disprezzati.  Per  la 
qual  cosa  si  possono  ad  essi  applicare  i  beh 
versi  del  Monti  :  «  Ben  provvide  il  cielo  — 
Òhe  uom  per  delitti  mai  lieto  non  sia.» — 

Giusta  il  decreto  del  21  giugno  1833,  quel- 
l'esercito avea  sei  tenentigenerali,  quattordici 
marescialli  di  campo  e  trenta  brigadieri.  La 
fanteria  venne  divisa  in  tre  reggimenti  della 
Guardia  reale,  e  dodici  di  linea,  denominati:: 
1°  Re,  2°  Regina,  3°  Principe,  4°  Principes- 
sa, 5°  Borbone,  6°  Farnese,  7°  Napoli,  8°  Ca- 
labria, 9°  Puglia,  10°  Abruzzo,  11°  Palermo  t 
e  12°  Messina;  inoltre  sei  battaglioni  caccia- 
tori e  quattro  reggimenti  di  svizzeri.  Ogni  reg- 
gimento era  composto  di  due  battaglioni.  Alle 
compagnie  delle  reali  Guardie  del  Corpo  a 
cavallo,  che  erano  di  nobili  del  Regno,  àltre- 
se  ne  aggiunsero  di  fanti  scelti  tra  veterana 
sott*  uffiziaH  di  esemplare  condotta  e  che  a- 
veano  resi  ottimi  servizii. 

La  cavalleria  fu  composta  di  sette  reggi- 
menti ,  due  di  usseri ,  due  di  lancieri  e  tre 
di  dragoni;  più  un  quarto  reggimento  dragoni 
in  tempo  di  guerra.  La  gendarmeria  reale 
venne  formata  di  nove  squadroni  di  otto  bat- 
taglioni, in  tutto  ottomila  uomini.  Fu  abolita 
la,  mezza  brigata  di  artiglieria  a  cavallo  della 
Guardia  reale,  ed  in  cambio  si  organizzarono 
^ue  reggimenti  di   fanti  della  medesima  arma 


—  83  — 

ed  una  compagnia  a  cavallo.  Queir  esercito 
sommava  a  trentaseimila  uomini  in  tempo  di 
pace,  a  sessantaquattromila  in  quello  di  guer- 
ra» In  seguito  i  reggimenti  di  linea  furono  ac- 
cresciuti fino  al  16°,  ed  i  battaglioni  caccia- 
tori anche  fino  al  16°.  Inoltre  si  organizza- 
rono varie  batterie  di  artiglieria  a  cavallo,  un 
battaglione  di  zappatori,  un  altro  di  pionieri 
e  un  reggiménto  di  cacciatori  a  cavallo. 

Con  decreto  del  10  marzo  1834,  si  stabili 
il  nuovo  reclutamento  dell'  esercito,  cioè  con 
l'arruolamento  volontario,  col  prolungamento 
del  servizio  militare,  pagando  una  determi- 
nata somma  a  coloro  che  avessero  voluto  ri- 
manere a'  loro  posti,  e  con  la  leva.  In  quanto 
a  quest'  ultima  si  diedero  le  norme  chiare  e 
precise,  con  istabilire,  che  ogni  cittadino  fosse 
obbligato  al  servizio  militare  per  cinque  anni 
ed  altri  tanti  di  riserva  ,  estraendone  uno  a 
sorte  sopra  ogni  migliaio  di  cittadini.  Si  ri- 
chiedevano le  seguenti  qualità  per  esser  sol- 
dato: cioè  che  fosse  nazionale,  che  non  avesse 
subita  condanna  criminale  ,  ben  formato  di 
corpo  ,  di  statura  non  meno  di  cinque  piedi 
e  dell'  età  di  18  a  25  anni.  Erano  esenti  i 
capi  di  famiglia,  i  sostegni  unici  ed  indispen- 
sabili, gì'  impiegati  del  governo,  o  gli  eser- 
centi una  professione,  i  figli  unici  anche  re- 
lativi che  rimaneano  nella  casa  paterna,  i  ve- 
dovi con  figli,  i  laureati,  o  licenziati  in  varie 
scienze,  gli  alunni  del  reale  Istituto  delle  belle 
arti,  gli  alunni  del  Collegio  medico-cerusico 
approvati,  i  chierici  minoristi,  i  seminaristi, 
i  novizii  monastici  ,  ed  il  fratello  unico  di 
tutti  costoro.  Infine  erano  esenti  gl'impiegati 


—  84  — 

delle  fabbriche  di  armi  ,  ed  i  figli  di  un  fo- 
restiere residente  nel  Regno  non  legalmente 
naturalizzato. 

È  necessario  qui  osservare  quanto  buon 
senso,  carità,  riguardi  e  libertà  si  usavano  in 
quella  legge  detta  di  leva  da  un  re  ,  che  i 
settarii  voleano  far  credere  nemico  dell'  in- 
telligenza e  tiranno.  Ferdinando  II  non  tron- 
cava bruscamente  la  carriera  di  un  giovane 
scienziato  o  artista;  non  metteva  le  famiglie 
nella  dura  necessità  di  rimanere  senza  soste- 
gni; ed  infine  accordava  a  tutti  la  libertà  di 
abbandonare  lo  stato  secolaresco  e  dedicarsi 
ad  una  vita  di  perfezione.  È  questa  la  vera 
libertà  che  dovrebbero  darci  i  governi  che  si 
vantano  umanitarii  e  liberali,  e  non  già  l'al- 
tra, che  a  nulla  ci  giova  ,  cioè  che  ,  avendo 
un  determinato  censo,  possiamo  mettere  nel- 
T  urna  un  voto  per  eleggere  un  cosi  detto 
rappresentante  della  nazione.  Il  quale,  o  per 
cattiveria,  o  perchè  comprato  da'  governanti, 
in  cambio  di  sostenere  i  dritti  di  coloro  che 
lo  elessero  ,  propugna  i  suoi ,  e  quelli  degli 
amici,  o  gli  altri  del  governo- partito;  e  tutto 
questo  supposto  sempre  che  non  vi  sia  intrigo 
nelle  elezioni.  Gli  uomini  di  buona  fede  e  di 
buon  senso,  invece  di  farsi  imporre  dalle  frasi 
altosonanti  di  libertà  e  di  progresso,  dovreb- 
bero studiare  e  confrontare  le  leggi  fatte  dai 
tiranni  con  quelle  che  ci  han  regalate  i  ri- 
generatori de*  popoli. 

Con  un  altro  decreto  fu  ordinata  la  forma- 
zione di  nove  squadroni  della  Guardia  di  o- 
nore,  uno  per  la  capitale  ed  otto  per  le  pro- 
vince ;  gl'individui  che  ne  faceano  parte  do- 

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—  85  — 

veano  essere  delle  primarie  famiglie  del  Re- 
gno, sebbene  vi  furono  poi  non  poche  ecce- 
zioni. Quelle  guardie  altro  obbligo  non  avea- 
no  se  non  quello  di  seguire  il  re  o  le  persone 
reali,  quando  costoro  giravano  le  province,  ed 
erano  esenti  dalla  leva;  fu  eletto  capitano  dai 
medesimi  il  tenentegenerale  duca  di  Rocca- 
romana,  in  cambio  del  defunto  duca  di  S.  Va- 
lentino. Nel  1834  la  istituzione  delle  Guardie 
di  Onore  venne  estesa  anche  alla  Sicilia,  ove 
se  ne  trovavano  un  buon  numero  nel  4848. 
In  quello  stesso  anno  si  organizzarono  le  cobi 
dette  compagnie  d*  armi ,  una  per  ogni  di- 
stretto, di  24  uomini  a  cavallo,  comandati  da 
un  superiore  che  avea  il  titolo  di  capitano. 
La  loro  missione  era  quella  di  tenere  una  si- 
cura corrispondenza  tra'  sottintendenti,  i  giu- 
dici regi  circondariali  ed  i  sindaci;  portavano 
il  danaro  dello  Stato  da'  paesi  al  distretto;  e 
rendevano  segnalati  servizii  con  tener  sicure 
le  strade  fuori  1*  abitato  e  col  dar  la  caccia 
a'  ladri  di  campagna. 

Si  formavano  dodici  battaglioni  di  Guardia 
detta  d'interna«sicurezza  per  Napoli,  avendo- 
ne avuto  il  comando  S.  A.  R.  il  principe  di 
Salerno.  In  seguito  quelle  Guardie,  dette  ci- 
viche o  urbane,  furono  estese  per  tutto  il  Re- 
gno, ed  erano  quelle  stesse  che  poi  i  governi 
rivoluzionarii  del  1848  e  60  ci  regalarono  , 
come  una  grande  istituzione  di  liberalismo  , 
sotto  il  nome  di  Guardie  nazionali,  ed  oggi 
anche  abolite  !  I  tiranni  non  aveano  paura  di 
armare  i  cittadini  onesti,  per  mantenere  l'or- 
dine pubblico ,  i  governi  detti  liberali ,  dopo 
che  proclamarono  la  Guardia  nazionale  essere 

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—  8G  - 

il  palladio  della  libertà,  l'abolirono  per  paura. 
Però  se  i  rigeneratori  della  patria  tolsero  le 
armi  di  mano  alla  gente  onesta,  che  le  servi- 
vano pel  bene  pubblico,  le  danno  oggi  anche 
a'  briganti,  a  condizione  che  costoro  paghino 
una  determinata  tassa  annuale:  basta  che  pi- 
glino danaro,  del  resto  poco  si  curano  ! 

Dopo  che  si  organizzò  l' esercito ,  con  un 
decreto  si  stabili  un  piano  organico  per  la 
Direzione  generale  degli  ospedali  militari;  e 
con  un  altro  decreto  del  23.  dicembre  s'istituì 
una  medaglia  di  onore  per  compensare  il  lo- 
devole servizio  militare  e  civico. 

Mentre  il  re  spendeva  le  sue  cure  per  l'e- 
sercito, non  trascurò  di  migliorare  la  real  ma- 
rina. In  quell'anno  1834,  fece  costruire  due 
fregate',  una  nel  cantiere  di  Castellammare, 
l'altra  nella  darsena,  dt  Napoli;  la  prima  si 
nominò  Urania,  la  seconda  Partenope.  Com- 
prò dall'Inghilterra  la  goletta  Wenefrede  t  il 
brigantino  Nettuno  e  la  corvetta  Ferdinand 
do  II ,  tutti  tre"  legni  a  vapore  ,  acquistati 
quando  ancora  non  ne  aveano  gli  altri  prin- 
cipi italiani  e  la  stessa  Austria.  Quel  sovra- 
no, nell'introdurre  in  questo  Regno  le  buone 
ed  utili  novità,  fu  sempre  il  primo  in  Italia, 
non  ultimo  in  Europa,  come  vedremo  più 
tardi  per  le  strade  ferrate,  pel  gas  e  pel  te- 
legrafo elettrico.  Nel  1835,  la  goletta  Wene- 
frede, trovandosi  nella  rada  di  Napoli  ,  s*  in- 
cendiò in  parte,  ed  in  pochi  mesi  venne  ri- 
costruita meglio  in  questa  Darsena.  Il  17  mag- 
gio dell'anno  seguente  si  stabilì  per  la  prima 
volta  in  Napoli  una  Delegazione  di  pacchetti 


y  Google 


—  87  — 

n  vapore,  pel  servizio  del  governo  e  pe'  par- 
ticolari. 

Varii  decreti  ed  ordinanze  si  pubblicarono 
nel  1834  circa  la  marina  militare;  si  abolì  il 
«ornando  della  stessa ,  dandosene  le  attribu- 
zioni al  ministero  di  tal  dipartimento.  In  Pro* 
cida  si  fondò  una  scuola  nautica ,  alla  quale 
furono  aggregate  le  scuole  normali  con  l'al- 
tra di  pilotaggio.  In  Napoli  si  die  principio 
alla  costruzione  del  bei  porto  militare,  detto 
di  S.  Vincenzo,  a  destra  del  Molo. 

Re  Ferdinando  nei  4834  fece  una  conven- 
zione col  Sommo  Pontefice,  che  era  un'appen- 
dice al  Concordato  del  4818,  sottoscritta  il  46 
aprile  di  quello  stesso  anno  dal  cardinale 
Tommaso  Bernetti  pel  Papa  e  dal  conte  Co- 
stantino Ludolf  pel  re.  Quella  convenzione 
-contenea  cinque  articoli  :  4°  l'immunità  per- 
sonale, 2°  la  prigione  separata  per  gli  eccle- 
siastici, 3Ó  vietato  in  chiesa  l'arresto  dei-reo, 
4°  la  Camera  di  correzione  permessa  a'  Ve- 
scovi per  punire  i  sacerdoti  scandalosi,  5°  la 
degradazione  di  un  ecclesiastico  dovea  farsi 
previa  la  conoscenza  del  Vescovo  (4).  I-rivo- 
luzionarii  trovando  male  tutto  quello  che  fa 
la  S. Sede  apostolica,  non  tralasciano  perciò  di 
criticarla  perchè  la  stessa  ha  voluto  da'sovrani 
<li  non  arrestarsi  alcun  reo  in  chiesa. Intanto 
nulla  han  trovato  a  dire  in  contrario,  quando 
i  governi  di  Francia  e  d'Inghilterra  han  proi- 
bito a'  loro  ministri,  accreditati  presso  i  so- 
vrani esteri ,  di  fare  arrestare    i  rei  ne'  pa- 


li) Vedi  Dritto  Canonico ,  del  P.  Maestro  Tommaso 
Salzano,  appendice  III. 


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—  88  — 

lazzi  ove  costoro  abitavano.  Forse  che  la  Gas» 
di  Dio  è  meno  di  quella  de'  ministri  francesi 
ed,  inglesi  ? 

Varie  opere  pubbliche  s'iniziarono  e  si  com- 
pirono nel  1835  e  36  ;  si  compì  la  deliziosa 
strada,  lunga  otto  miglia,  che  da  Castellam- 
mare conduce  a  Sorrento;  quella  della  Riviera- 
di  Chiaia  di  Napoli  venne  migliorata, costruen- 
dosi un  largo  marciapiedi  dalla  parte  delia- 
Villa  ;  questa  fu  prolungata  per  altri  mille 
e  cinquecento  palmi.  Nel  medesimo  tempo  fu 
erettala  magnifica  scalinata,  in  mezzo  a'  giar- 
dini pensili,  sulla  strada  di  Capodimonte,  di- 
segnata dall'architetto  Antonio  Nicolini.  Venne- 
restaurato  il  ponte  sulla  strada  di  Chiaja,  ed 
abbellito,  dandoglisi  la  forma  di  un  arco;  e  si 
costruì  la  scalinata  coperta,  togliendosi  la  de- 
formità di  quella  rampa  che  vi  era. 

In  Sicilia  si  compirono  tre  strade  rotabili r 
cioè  quella  che  da  Messina  corre  a  Torre  del- 
Faro,  l'altra  da  Palermo  a  Caltanissetta  ed 
una  terza  anche  da  Palermo  a  Trapani.  Nella 
medesima  città  di  Palermo  s'intraprese  la  co- 
struzione di  un  carcere  modello  a  settori  con- 
centrici, scegliendosi  un  luogo  ameno  e  salu- 
bre; nel  medesimo  tempo  si  fondò  il  reale  isti- 
tuto de'  sordo-muti.  In  Catania  si  ripresero  i 
lavori  de'  porto ,  in  Modica  fu  eretto  un  Al- 
bergo pe'  poveri,  e  tre  ospizi  di  beneficenza, 
uno  in  Palermo,  un  altro  in  Messina,  un  terzo 
in  Catania  :  quelli  ospizi  furono  destinati  ad 
accogliere  e  istruire  i  proietti,  gli  orfani  ed 
i  figli  di  genitori  poveri.  In  Napoli  si  fondfr 
un  ospedale,  nell'antico  Conservatorio  di  Lo- 
reto ,  per  gì'  infermi  dell'Albergo  de'  poveri; 

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—  89  — 

inoltre  un  Convitto  di  nobili  donzelle  presso 
le  canonichesse  lateranensi,  nell' abolito  con- 
vento di  Gesù  e  Maria. 

Altre  opere  pubbliche  si  fecero  nelle  prò* 
vince  napoletane;  in  Bitonto  si  fondò  un  Or- 
fanotrofio col  titolo  di  Maria  Cristina  ed  un 
altro  in  Lecce  ,  nel  soppresso  convento  dei 
Cappuccini.  In  Bari  si  costruì  il  palazzo  del* 
l'Intendenza  ed  in  Lucerà  un  teatro.  Ma  l'o- 
pera più  utile  al  commercio  e  alla  como- 
dità de'  viaggiatori  s'iniziò  nel  1836,  cioè  la 
ferrovia  da  Napoli  a  Castellammare  e  Nocera; 
ed  il  re  volle  che  il  costruttore  della  stessa 
si  obbligasse  di  prolungarla  per  allora  fino 
a  Salerno  ed  in  seguito  dalla  parte  del  Ci- 
lento. Quella  ferrovia  venne  eseguita  dal  fran- 
cese Armando  Giuseppe  Bayard  de  la  Vingtrie, 
quando  ancora  gli  altri  Stati  d'Italia  ne  erano 
totalmente  privi. 

Il  re,  per  aumentare  l' industria  ed  il  com- 
mercio, li  agevolava  in  ogni  maniera;  per  la 
qualcosa  protesse  una  società  industriale  detta 
Enologica  per  la  manifattura  de' vini;  die  in- 
coraggiamenti e  mezzi  a  Lorenzo  Zino  per 
istabilire  una  fonderia  di  ferro  al  ponte  della 
Maddalena  qui  in  Napoli,  ad  Antonio  Barbier 
per  una  fabbrica  di  panni  con  privativa  in 
Palermo  ,  e  ad  altre  persone  per  impiantare 
stabilimenti  di  cartiere  in  varii  siti  del  Re- 
gno. Per  promuoversi  sempre  più  il  commer- 
cio, si  fondarono  molte  Compagnie,  tra  le  al- 
tre, due  in  Napoli,  una  di  Assicurazione  ge- 
nerale col  capitale  di  quattrocentomila  duca- 
ti, e  l'altra  denominata  Partenopea  Sebezia  che 
promoveva   anche   l' industria,  le   belle  arti, 

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—  90  — 

]'  edilità,  le  manifatture  e  la  circolazione  delle 
merci  nazionali  ed  estere.  Per  non  essere 
impedito  il  commercio  in  tempo  di  epidemie, 
il  re  ordinò  che  si  fondasse  un  Lazzaretto 
semisporco  ,  per  le  merci  e  per  le  persone 
sospette  d' infezione. 

Quel  benefico  sovrano  ,  conoscendo  essere 
r  agricoltura  la  sorgente  primaria  della  ric- 
chezza di  questo  Regno  ,  dal  1833  al  36  ri- 
volse le  più  sollecite  cure  per  promuoverla, 
agevolandola  in  ogni  modo.  Difatti  incorag- 
giò e  protesse  una  banca  detta  dei  Tavoliere 
di  Puglia,  col  capitale  di  due  milioni  e  mezzo 
di  ducati  ,  che  doveano  servire  alla  coltiva- 
zione di  quel  famoso  tavoliere.  Introdusse  nel 
Regno  la  coltivazione  della  rabbia ,  la  quale 
mise  radici  in  varie  province,  e  1'  altra  della 
barbietola  per  estrarne  lo  zucchero,  essendosi 
a  questo  scopo  stabilita  una  fabbrica  nel  co- 
mune di  Sarno.  Fondò  in  Barletta  una  scuola 
di  agricoltura  pratica,  ed  in  Palermo  un  isti- 
stituto  di  beneficenza  per  proteggere  e  soc- 
correre i  pastori  e  gli  agricoltori  poveri.  Quel- 
l' istituto  fu  encomiato  e  benedetto  da  tutti, 
perchè  fu  ben  diretto  da  D.  Paolo  di  Giovan- 
ni, persona  molto  istruita  e,  quel  eh'  è  più, 
caritatevole. 

Circa  l' istruzione  pubblica  si  progredì  di 
bene  in  meglio  da  un  anno  all'altro,  le  scuole 
primarie,  i  licei,  le  università  furono  meglio 
riordinate,  e  cosi  si  accrebbero  i  mezzi  della 
pubblica  istruzione.' In  Foggia  si  apri  al  pub- 
blico una  Biblioteca ,  si  aumentarono  in  Na- 
poli ed  in  Palermo  le  scuole  di  mutuo  inse- 
gnamento. Nelle  università  del  Regno  si  fon- 

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—  91  — 

darono  altre  utili  e  necessarie  cattecfre  ,  ri- 
chieste dal  progresso  delle  scienze,  e  princi- 
palmente in  quella  di  Catania  ;  in  questa  di 
Napoli  venne  collocato  il  magnifico  Gabinetto 
anatomico  da  Antonio  Nanola,  comprato  dal 
governo  nel  1833. 

Senza  che  il  governo  avesse  imposte  altre 
tasse,  anzi  riducendo  quelle  gravose  al  popo- 
lo, la  finanza  prosperava  a  maraviglia.  A  causa 
della  rivoluzione  del  1820,  lo  Stato  avea  do- 
vuto far  grossi  debiti  ,  come  già  si  è  detto 
altrove,  e,  nel  Ì827,  il  fondo  annuale  di  am- 
mortizzazione del  debito  pubblico  era  di  un 
milione  e  trecentomila  ducati;  nel  1834  venne 
ridotto  a  soli  settantamila. 

Ottime  leggi  e  regolamenti  si  pubblicarono 
circa  l'amministrazione  dello  Stato.  Si  sta- 
bilirono le  norme  per  gli  alunni  diplomatici, 
per  gli  agenti  consolari  e  per  gli  architetti 
civili.  Venne  modificato  1'  articolo  407  delie 
leggi  penali  circa  il  furto,  e  si  abolì  la  pena 
de'  lavori  forzati  a  vita,  sostituendosi  quella 
temporanea.  Il  12  marzo  1836,  comparve  un 
decreto  ,  col  quale  si  proibiva  agi'  individui 
della  real  famiglia  di  uscire  dal  Regno  o  eon- 
trar  matrimonio  legittimo,  capace  di  produrre 
effetti  civili,  senza  il  beneplacito  sovrano.  Nel 
medesimo  tempo  ,  il  re  istituì  quattro  majo- 
rascati  in  favore  de' suoi  fratelli,  con  l'asse- 
gno di  Casa  reale,  in  ducati  sessantamila  an- 
nui per  ciascheduno,  da  goderne  il  possesso 
giunti  all'età  di  anni  32. 

Prima  che  il  re  avesse  fatta  quella  legge 
per  infrenare  la  condotta  poco  lodevole  dei 
suoi  fratelli,  il  real  conte  di  Siracusa  fu  eso- 

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.  -  92  - 

nerato  dall'alta  carica  di  luogotenente  gene- 
rale della  Sicilia,  e  sostituito  dal  principe  di 
Campofranco.  Circa  quella  esonerazione,  i  ri* 
voluzionarii  spacciarono  menzogne  e  calun- 
nie ;  giunsero  a  dire,  che  Ferdinando  II,  a- 
vendo  conosciuto  essere  il  conte  di  Siracusa 
amato  da'  siciliani,  si  fosse  ingelosito  ed  in- 
sospettito; per  questa  ragione  diceano,  1'  a- 
vesse  richiamato  da  Palermo.  Che  il  real 
cónte  si  fosse  cooperato  a  farsi  proclamare 
re  di  quell'Isola,  inclino  molto  a  crederlo,  a- 
vendo  la  prova  della  sua  fellonia  pel  modo 
come  si  condusse  nel  1860  con  l' augusto  suo 
nipote  Francesco  II.  Però  non  fu  questa  al- 
lora la  causa  della  esonerazione  di  lui;  i  rivo- 
luzionarii  ammalignarono  sempre  le  più  sàgge 
e  benefiche  disposizioni  di  Ferdinando  II. 
É  pur  verissimo,  che,  nel  1835,  si  fosse  de- 
signata, in  Palermo  ,  una  mascherata,  simu- 
lante l'entrata  del  re  Ruggiero  il  Normanno 
in  Sicilia  ,  per  trovar  pretesti  di  tumultuare 
a  favore  del  conte  di  Siracusa;  ma  il  re  non 
si  sarebbe  curato  di  queir  arlecchinata  di 
pochi  rompicolli,  perchè  sapea  esser  con  lui 
tutti  i  veri  e  buoni  cittadini  siciliani.  I  quali 
erano  poco  contenti  della  condotta  di  suo  fra- 
tello ,  perchè  costui  menava  una  vita  licen- 
ziosa  ed  insidiava  l' onore  di  tante  distinte 
famiglie  palermitane.  Il  re  si  decise  richia- 
marlo a  Napoli  ,  quando  gli  si  presentarono 
talune  ragguardevoli  persone  dell'aristocrazia 
siciliana  ,  e  gli  fecero  sentire  i  torti  che  il 
real  conte  avea  fatto  al  loro  onore,  con  l'ag- 
giunta di  volerli  lavare  nel  sangue  dello  stes- 
so, se  1'  avesse  lasciato  più  a  lungo  luogote- 

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—  93  — 

ti  ente  della  Sicilia.  Fu  questa  la  vera  causa 
del  richiamo  del  real  conte;  il  quale  da  quel 
tempo  finse  circondarsi  di  artisti  e  ritirarsi 
dalla  politica  ;  mentre  si  era  circondato  dai 
più  pericolosi  settarii,  e  tutti  uniti  congiura- 
vano contro  la  dinastia:  e  contro  il  Regno. 

Dal  1833  al  36,  molte  gioie  e  sventure  provò 
la  Corte  di  Napoli  e  il  Regno;  accennerò  le 
più  interessanti.  Il  7  gennaio  1834,  nella  Cap- 
pella Palatina  fu  celebrato  il  matrimonio  fra 
la  real  principessa  Maria  Antonia,  sorella  del 
re  e  il  granduca  di  Toscana ,  Leopoldo  li  ; 
il  di  seguente  ,  gli  augusti  sposi  s' imbarca- 
rono sulla  fregata  Sirena  e  partirono  per  Li- 
vorno. 

Sul  finire  dell'  anno  1835,  si  annunziò  of- 
ficialmente  per  la  prima  volta,  che  la  regina 
fosse  incinta;  ed  il  16  gennaio  1836,  die  alla 
luce  il  principe  ereditario  del  Regno  ,  cui, 
nel  battesimo  conferitogli  dal  cappellano  mag- 
giore, gli  si  die  il  nome  di  Francesco  d'  As- 
sisi ,  col  titolo  di  duca  delle  Calabrie.  Per 
tale  fausto  avvenimento,  il  re  concedette  molte 
grazie.  Furono  condonate  tutte  le  multe  ed 
ammende  dovute  alla  finanza  ,  non  maggiori 
di  25  ducati;  condonati  tutti  i  crediti,  fino  a 
ducati  15,  esigibili  dalla  real  tesoreria,  o  al- 
tra amministrazione  finanziaria;  e  yen  ne  abo- 
lita la  ritenuta  graduale  sopra  i  soldi  degli 
impiegati. 

1  pégni  di  telerie  e  pannini  ,  da  ducati  5 
in  sotto  ,  furono  restituiti  senza  alcun  paga- 
mento. Si  diedero  alle  sette  province  della 
Sicilia  ducati  ventiquattromila,  per  restituirsi 
gli  oggetti  pegnorati  da'poveri. 

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—  94  — 

Furono  condonate  le  pene  di  semplice  po- 
lizia ,  di  prigionia  ,  di  esilio  e  di  ammenda 
correzionale  ;  la  pena  di  relegazione  venne 
diminuita  di  quattro  anni  ,  di  reclusione  di 
tre  e  de'  ferri  di  due.  I  condannati  a  morte 
ebbero  grazia,  gli  esiliati  politici  ritornarono 
alle  loro  famiglie;  e  tutti  gì'  imprigionati  per 
debiti ,  al  ramo  finanziere»  ,  non  maggiori  di 
ducati  duecento,  furono  messi  in  libertà. 

La  gioia  del  re,  per  avere  avuto  largito  un 
figlio  erede  del  trono  ,  fu  di  poca  durata ,  a 
causa  di  un  gran  dispiacere    datogli  dal  fra- 
tello Carlo,  principe  di  Capua  e  più  di  tutto 
per  le  conseguenze  che  ne  derivarono.  Costui 
erasi  invaghito  di  una  giovane  inglese,  Miss 
Penelope  Smith  ,  nipote    di  lord  Palmerston; 
volea  sposarla;  il  re  gli  negò  il  suo  assenti- 
mento ed  ordinò  che  la  Smith  fosse  espulsa 
da  Napoli.  Per  la  qual  cosa,  si  assicura,  che 
Carlo    avesse    insultato  Ferdinando  con    tali 
modi  irruenti  da  spaventare  la  regina,  allora 
partorita,  ciò  che  fu  causa  delle  sopravvenute 
febbri  violentissime  alla  medesima,  le  quali 
condussero    quella    real    donna    al  sepolcro. 
Carlo    fuggì   da   Napoli    per    raggiungere  la 
Smith,  e  il  re  spedigli  appresso  un  capitano 
per  fermarlo;  ma  nessuna  preghiera  o  minac- 
cia di  costui    valse  a  trattenerlo.  Quel  prin- 
cipe reale,  abusando   della  sua  posizione  so- 
ciale, che  già  avea  calpestata,  volea  uccidere 
quel  capitano;  e  questi,  per  non  arrecare  al 
re  un  altro    dispiacere,  si  astenne  di  venire 
a  vie  di  fatto.  Ed  in  vero  T  affare  si  era  spinto 
tant'  oltre,  che  dovendosi  eseguire  gli  ordini 
sovrani,  uno  de*  due  contendenti  dovea  essere 

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—  85  — 

ucciso  ,  perchè  Carlo  minacciava    con  la  pi- 
stola in  pugno. 

Carlo  di  Borbone,  principe  di  Capua,  fuggi 
da  questo  Regno  senza  lasciare  amici  o  qual- 
che simpatia  per  lui;  si  recò  all'estero  e  colà 
adempì  la  formalità  del  matrimonio  con  la 
Penelope,  attirandosi  tutto  il  rigore  della  leg- 
ge fatta  dal  suo  augusto  genitore  e  confermata 
dal  suo  maggior  fratello.  Quella  legge,  come 
altrove  si  è  detto,  vietava  a'  principi  ed  alle 
principesse  della  real  famiglia,  ed  in  qualun- 
que età,  di  contrarre  matrimonio,  di  vende- 
re o  far  debiti  senza  il  beneplacito  sovrano. 
Carlo  dimorò  poco  tempo  in  Londra;  indi  pas- 
sò in  K  rancia,  in  ultimo  si  ridusse  nell'isola 
di  Malta,  carico  di  figli  e  di  debiti.  Ad  onta 
che  congiurasse  sempre  contro  il  suo  fratello 
e  sovrano ,  questi ,  indirettamente,  gli  facea 
giungere  grandi  soccorsi  in  danaro,  ma  non 
volle  riconoscer  mai  il  matrimonio  contratto 
con  la  Smith.  Fu  questa  la  principale  causa 
dell'  odio  di  lord  Palmerston  contro  Ferdi- 
nando li.  Quel  nobile  lord,  sebbene  democra- 
tico in  parole  ,  avea  però  la  smania  di  ele- 
vare una  sua  nipote  ad  altezza  reale  ,  e  chi 
sa,  anche  a  regina  di  Napoli  ! 

Intanto  la  malattia  della  regina  Maria  Cristi- 
na progrediva  in  modo  scoraggiante;  il  31  gen- 
naio, 15  giorni  dopo  che  partorì  1'  erede  del 
trono,  confortata  da'  soccorsi  della  religione, 
quell'  angelo  in  forma  umana  ,  volò  in  seno 
di  Dio  !  . .  . .  Da  allora  cominciarono  le  vere 
sventure  di  questo  Regno  e  della  dinastia,  che 
finirono  con  una  memoranda  catastrofe. 

Durante  i  lugubri  uffizii,  renduti  all'  augu- 


-  96  — 

sta  estinta,  il  re  con  tutta  la  real  famiglia» 
si  ritirò  in  Portici.  Il  cadavere  della  regina 
fu  esposto  nella  sala  de'  viceré;  il  popolo  vi 
accorse  per  tre  giorni  a  versar  lagrime  di 
vero  dolore,  avendo  perduto  in  Maria  Cristina 
una  benefica  ed  amorosa  madre.  Dopo  la  pom- 
pa delle  meste  esequie  ,  il  frale  fu  deposto 
nella  Chiesa  di  S.  Chiara. 

Maria  Cristina  di  Savoia,  regina  del  Regno 
delle  Due  Sicilie  ,  avendo  esercitato  in  vita 
straordinarie  virtù,  lasciò  a  questi  popoli  una 
imperitura  eredità  di  affetti.  Eglino  la  rive- 
rirono come  santa  in  vita,  e  la  ritennero  tale 
anche  dopo  morta;  perlocchè  a  quella  chiesa 
corrono  tuttora  i  fedeli  per  implorare  gra- 
zie sulla'  tomba  della  loro  augusta  regina;  e 
costei  molte  ne  ha  ottenuto  da  Dio  pe'  suoi 
devoti.  La  Santa  Romana  Chiesa  la  dichiarò 
venerabile,  e  tra  non  molto  la  ascriverà  nel 
numero  delle  beate.  (1) 


(1)  Il  13  gennaio  1853  ,  il  corpo  della  defunta 
regioa  fu  trovato  mirabilmente  intatto,  e  venne  tra- 
sportato con  solennità ,  e  messo  in  deposito  ;  nella 
Cappella  di  S.  Tommaso  della  medesima  (  hiesa  di 
S.  Chiara.  Su  quella  tomba  si  fecero,  da'  fedeli,  pre- 
ghiere e  voti  ,  e  seguirono  straordinarie  guarigioni 
di  malattie  Per  la  qual  cosa  si  compilarono  pro- 
cessi, eon  testimonianze  di  persone  oneste  e  pie,  si 
mandarono  a  Roma  per  la  bea  tific  astone.  Il  Munici- 
pio di  Napoli  e  di  altre  città  del  Regno ,  molti  ge- 
nerali degli  ordini  religiosi,  V  episcopato  italiano,  il 
Collegio  de' Cardinali  e  varii  sovrani  chiesero  la  bea- 
tificazione di  Maria  Cristina  di  Savoia  ,  regina  del 
Regno  delle  Due  Sicilie.  Il  Sommo  Pontefice  Pio  IX, 
li  9  luglio  1859,  dichiarò  venerabile  la  ripetuta  re- 

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—  97  — 

H  16  maggio  di  queir  anno- 1836  ,  quando 
il  reale  infante  Franccesco  di  Borbone,  erede 
<Ii  questo  Regno  ,  compiva  quattro  mesi  ,  il 
suo  augusto  genitore  lo  condusse  al  Duomo 
per  offrirlo  a  Dio....  Oh  !  perchè  mancò  un 
santo  vecchio  Simeone  per  profetizzare  la  sor- 
te di  queir  angioletto  ?  Lettori  !  assai  disgra- 
zie mi  restano  a  narrarvi,  che  formano  una 
catena  non  interrotta  ,  per  frangersi  poi  sul 
nostro  capo  e  subissarci.  Ma  fate  cuore  ,  ed. 
abbiate  fede  nella  parola  di  Colui,  che  ,  or 
3ono  diciannove  secoli,  passò  beneficando,  e 
olisse:  Beati  qui  lugent:  quoniam  ipsi  conso- 
iabuntur.  + 


$ina  ,  e  stabilì  la  introduzione  della  causa  per  la 
santificazione.  Il  benemerito  periodico  la  Civiltà 
Cattolica  ha  pubblicato  varii  articoli  sulla  vita  di 
quella  serva  di  Dio  ;  ma  chi  desiderasse  conoscere 
le  virtù  eminenti  esercitate  in  vita  ed  i  miracoli 
operati  dopo  morte  da  quelP  augusta  e  santa  don- 
na, potrebbe  leggere  la  vita  della  venerabile  Ma^ 
ria  Cristina  di  Savoia,  Regina  del  Regno  delle 
Due  Sicilie  scritta  dalP  Ab.  di  Uontevergine,  Mon- 
signor Guglielmo  de  Cesare.  Digit^dbyGoc 


CAPITOLO  V. 

SOMMÀRIO 

„  Ferdinando  II  viaggia  all'estero.  Contrae  matrimo- 
nio con  una  arciduchessa  d' Austria.  Incendio  del  Pa- 
lazzo reale.  Il  colera  asiatico  invade  il  Regno  al  di  qua 
e  al  di  la  del  Faro.  La  setta  ne  approfitta,  arrecando* 
subug  li,  disastri  e  sangue  in  varie  città.  Si  ripristinano 
i  dritti  pròmiscui*tr&  Napoli  e  Sicilia.  Si  fanno  altre 
novità  amministrative  io  quell'Isola.  Leggi  contro  il 
duello.  Opere  pubbliche.  Si  abolisce  la  tratta  de' ne* 
gri.  Riduzione  del  debito  contratto  con  Rotschild 
nel  1824.  Nascita  di  due  principi  reali.  Varii  reali 
principi  esteri  visitano  la  Corte  di  Napoli.  Morte  di 
uomini  illustri.  Bibliografia. 

Re  Ferdinando,  sia  per  divagarsi  della  per- 
dita che  avea  fatta,  sia  per  conoscere  alcune 
Corti  di  Europa  ,  nel  mese  di  maggio  1836, 
intraprese  un  viaggio  senza  fasto.  Passò  da 
Roma,  indi  da  Firenze,  ove  si  trattenne  po- 
chi giorni,  ripartendo  per  Vienna  per  la  vìi 
del  Lombardo-Veneto.  Dimorò  23  giorni  nella 
Capitale  dell'  impero  austriaco,  indi  partì  per 
Parigi.  Nelle  corti  d' Italia  ,  d'  Austria  e  di 
Francia  venne  ricevuto  con  grandi  onori  e 
dimostrazioni  di  affetto.  Un  giorno    passando 

£er  piazza  Vendome  ,  al  vedere    la  statua  di 
[apoleone  I.,  si  tolse  il  cappello.  I  rivoluzio- 
narii  andaronoTìn  sollucchero,  perchè  avea  tri* 

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—  99  — 

lutato  onore  ad  un  figlio  della  sètta,  a  colui 
che  avea  decretato  :  1  Borboni  han  finito  di 
regnare  in  Europa;  quindi,  al  solito,  spera- 
rono riforme  politiche  in  questo  Regno.  Ma 
il  re  dichiarò  poi,  il  suo  saluto  al  Bonaparte 
non  avere  avuto  alcun  fine  politico,  avea  sol- 
tanto salutato  il  gran  guerriero.  Al  sentir  ciò 
i  settarii  andarono  in  bestia;  eglino  detesta- 
van  quel  despota,  ma  si  sentivano  lusingati» 
che  un  re  di  antichissima  stirpe  avesse  reso 
onori  ad  un  degenere  sì,  ma  loro  fratello.  Do- 
poché soggiornò  in  Parigi,  circa  due  mesi, 
per  la  via  di  Tolone  ritornò  a  Napoli  il  1° 
ottobre. 

Ferdinando  li,  rimasto  vedovo  e  giovine, 
il  26  dicembre  1836 conchiuse  novello  matri- 
monio con  l'arciduchessa  d'Austria  Maria  Te-  . 
resa,  figlia  dell'arciduca  Carlo,  il  celebre  an- 
tagonista in  guerra  di  Napoleone  Bonaparte. 
Il  1°  gennaio  parti  per  Trento,  ove  sposò  la 
suddetta  arciduchessa,  e  le  nozze  furono  be- 
nedette dal  vescovo  di  quella  città  ,  monsi- 
gnor Ciderer.  Il  real  principe  di  Salerno,  re- 
duce da  Vienna  con  la  sua  famiglia,  passò  da 
Trento,  e  precesse  di  un  giorno  la  partenza 
degli  augusti  sposi;  i  quali  giunsero  in  que- 
sta città  il  26  gennaio  1837. 

Il  re ,  profittando  della  fausta  circostanza 
del  suo  secondo  matrimonio  ,  fece  largizioni 
ed  accordò  grazie  uguali  al  primo.  Il  27  dello 
stesso  mese  gli  augusti  sovrani  si  recarono  al 
Duomo  ,  ed  ivi  si  cantò  il  Te  Deum.  La  re- 
gina Maria  Teresa  offri  al  Santo  Patrono  una 
sfera  di  argento  dorata  e  girata  di  brillanti, 

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—  400  — 

con    una  spiga    di    grano    di  oro  al  di  sopra 
della  stessa. 

Il  28  vi  fu  solenne  baciamano  in  Corte,  fé* 
ste    ed  illuminazioni   nelle  città    del  Regno» 

Vennero  destinate  al  servizio  della  regina 
le  stesse  persone  della  defunta  Maria  Cri- 
stina. 

I  rivoluzionarii  non  si  fecero  sfuggire  l'oc- 
casione di  gridare  contro  Ferdinando  II,  per- 
chè costui ,  diceano  ,  passò  a  seconde  nozze 
nel  tempo  che  il  colera  imperversava  in  Na- 
poli, e  l'ascrissero  ad  altra  tirannia  enorme. 
Condizione  fatale  de'  sovrani,  i  quali  neppure 
son.  liberi  di  prender  moglie  quando  lo  cre- 
dono opportuno  per  essi.  Io  non  so  perchè 
Ferdinando  II  scelse  quel  tempo  per  passare 
a  secondo  matrimonio;  si  sa  però  che  menò 
la  sposa  a  Napoli  senza  fasto;  e  se  vi  furono 
tre  giorni  di  feste"  popolari,  non  vennero  or- 
dinate da  lui  ,  ma  si  fecero  spontaneamente 
dalle  popolazioni. 

La  notte  del  6  febbraio,  un  disastro  funestò 
la  Corte  e  la  città  di  Napoli ,  appiccossi  il 
fuoco  agli  appartamenti  della  regina  madre, 
che  erano  presso  il  teatro  S.  Carlo.  Si  assi- 
curò che  quell'incendio  fu  l'effetto  della  sba- 
dataggine di  un  servo;  nonpertanto  die  luogo 
a  varie  dicerie  e  sospetti;  e  il  nome  del  prin- 
cipe Carlo  non  venne  risparmiato.  Un  vento 
impetuoso  propagò  queir  incendio  ,  distrug- 
gendo tutto  il  prezioso  mobile,  le  ricchissime 
suppellettili  e  varii  capi-lavori  di  sommi  ar- 
tisti, in  genere  di  quadri  e  sculture.  La  re- 
gina madre  ,  avvertita  dalle  guardie  ,  fuggi 
mezzo  nuda,  riparando  nelle  stanze  del  re. 

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—  101  - 

Corsero  pompieri,  soldati,  autorità  civili  e 
militari  :  si  abbatterono  mura  e  se  ne  alza- 
rono altre  per  circoscrivere  il  fuoco;  si  fece 
uso  di  pompe  e  di  tutti  i  mezzi,  che  sugge- 
risce l'arte  in  simili  circostanze,  II  tenente- 
generale  Carlo  Filangieri,  per  volere  del  re, 
prese  la  direzione  di  tutti  que'  soldati  accorsi 
per  domare  l'incendio;  il  quale  sembrava  di- 
struggere l'intiero  palazzo,  e  quel  tenentege- 
nerale,  anche  in  queir  occasione  ,  mostrò  la 
sua  grande  abilità  e  il  suo  coraggio.  Quel 
fuoco,  alimentato  sempre  dal  vento,  durò  tra 
giorni ,  ed  inceneri  gran  parte  della  magni- 
fica Reggia.  Crollarono  le  maestose  e  vetuste 
volte,  comparendo  maggiori  rovine:  il  popolo, 
sbigottito  e  mesto,  mirava  tanto  disastro.  Però 
simili  disastri  ,  sotto  il  Regno  de'  Borboni , 
non  solo  sono  stati  sempre  immediatamente 
riparati ,  ma  le  opere  distrutte  ,  rifatte  più 
belle  e  magnifiche.  S' incendiò  il  teatro  San 
Carlo,  regnando  Ferdinando  IV,  e  rinacque 
più  stupendo  di  prima;  lo  stesso  accadde  alla 
Reggia  di  Napoli  sotto  Io  scettro  del  secondo 
Ferdinando. Ed  intanto,  a  tutte  le  stupende  ope- 
re pubbliche  erette  da'  re  di  Casa  Borbone  , 
si  è  avuto  il  cattivo  genio  di  togliere  l'  em- 
blema del  giglio,  per  sostituirvi  la  Croce  di 
Savoia;  come  se  ciò  bastasse  a  seppellire  126 
anni  di  splendida  storia  ed  annientare  ^on- 
nipotenza dei  fatti! 

Un  terribile  flagello  desolò  queste  nostre 
belle  contrade  nel  1837  principalmente  ,  fu- 
nesta eredità  lasciataci  dall'anno  precedente. 
Il  colera  asiatico  ,  dopo  di  aver  fatto  le  sue 
spaventevoli  prove  in  Asia,  ove  nacque,  entrò 

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—  102  — 

in  Europa  per  le  gelide  regioni  «lei  Caucaso, 
ed  invase  la  Germania,  l'Inghilterra,  la  Fran- 
cia, la  Spagna  e  il  Portogallo,  arrecando  do- 
vunque spavento  e  morte. 

Già  ho  detto  altrove,  quali  disposizioni  e- 
mano  il  governo  del  re  per  preservare  que- 
sto Regno  da  quel  morbo  letale;  nonpertanto, 
vuoisi  ,  che  una  famiglia  fuggita  da.Trieste 
l'avesse  introdotto  in  Trani ,  città  delle  Pu- 
glie, donde  si  propagò  in  Rodi,  Carpino,  Mon- 
tesantangelo  e  Barletta. 

All'annunzio  delia  trista  notizia  che  il  co- 
lera si  era  introdotto  in  questo  Reame  ,  il 
governo  raddoppiò  di  vigilanza  e  fece  di  tutto 
per  circoscriverlo  :  ma  riuscì  inutile  ogni 
provvidenza  o  mezzo  opportuno;  morivano  di 
colera  in  Napoli,  primo  una  donna  e  poi  un 
doganiere,  certo  Maggi.  La  morte  della  don- 
na passò  quasi  inosservata  ;  però  quella  del 
doganiere  destò  l'allarme  e  sparse  lo  spavento 
in  tutta  questa  popolosa  Capitale.  La  gente 
egoista  si  arrabattava  a  far  provvisioni  di  viveri 
e  chiudersi  in  casa,  o  fuggire  in  varie  dire- 
zioni; coloro,  che  tutto  ripongono  nelle  mani 
di  Dio ,  accorrevano  nelle  chiese  ad  impetrar 
misericordia  dal  dispensatore  supremo  della 
vita  e  della  morte.  In  Napoli  era  un  viavai, 
che  più  accresceva  la  confusione  e  lo  spa- 
vento. 

Il  governo  ,  mentre  preparava  tutto  il  ne- 
cessario per  rendere  meno  contagioso  e  mor- 
tale quel  nuovo  flagello,  per  nasconderlo,  con 
pietosa  cura,  facea  spargere  la  notizia,  che 
il  doganiere  Maggi  non  era  morto  di  colera, 
ma  di  stravizzo.  Intanto  non  trascurava  ren- 


—  103  — 

«der  netta  la  Città  di  tutto  quello  che  havvi  di 
^sudicio;  le  strade  ed  i  vicoli,  ove  la  nettezza 
è  sempre  un  desiderio ,  attesi  i  costumi  del 
basso  popolo  ,  furono  con  ogni  cura  mondi. 
43i  raccolsero  tutti  i  mendicanti  e  gli  strac- 
cioni ,  che  in  Napoli  abbondano  troppo  ,  si 
prepararono  varii  ospedali  con  migliaia  di 
letti,  ed  abbondante  biancheria  per  tutt*  i  bi- 
sognosi. Gli  stessi  rivoluzionarli  non  han  po- 
tuto negare,  che  in  quella  infausta  circostan- 
za, il  governo  del  re  si  mostrò  provvidentis- 
«imo  e  caritatevole. 

Tutti  que'  provvedimenti  non  valsero  ad  ar- 
restare il  corso  a  quel  morbo  crudele  e  mi- 
sterioso. I  primi  ad  essere  attaccati  dal  co- 
lera furono  gli  abitanti  della  strada  S.  Bar- 
tolomeo nella  sezione  Porto ,  indi  quelli  ne- 
gli altri  bassi  quartieri  ed  infine  quella  epi- 
demia invase  l'intiera  città;  e  se  dapprincipio 
avea  fatto  delle  vittime  fra  la  bassa  popola- 
zione ,  con  forza  uguale,  attaccò  ed  uccise  le 
persone  del  medio  ceto  e  della  nobiltà. 

I  medici  si  divisero  di  opinioni,  come  suole 
accadere  in  simili  eventualità  ;  taluni  soste- 
nevano che  il  colera  non  fosse  contagioso, 
altri  affermavano  tutto  all'  opposto  :  vi  erano 
esempii  che  davano  ragione  a  tutti;  il  popolo 
però  lo  ritenne  contagioso.  Questa  convin- 
zione popolare  accrebbe  io  spaventose  gl'in- 
felici colerici  furono  abbandonati  dagli  stessi 
parenti  ;  ne'  primi  giorni  si  ebbero  più  morti 
ìi  paura,  o  per  mancanza  di  assistenza,  che 
p  er  causa  diretta  del  colera.  Tra  gli  altri  spa- 
ienti di  cui  erano  assaliti  i  colerici ,  il  più 
terribile  era  quello  di  vedersi  presentare  al 

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—  104  — 

capezzale  un  uomo  avvolto,  dal  capo  a*  piedi,, 
in  veste  di  pece  nera  ,  avendo  soltanto  due- 
aperture  a  cerchio  innanzi  gli  occhi  per  ve- 
dere ,  ed  annunziavasi  al  sofferente  pel  me— 
dico,  o  pei  deputato  sanitario,  o  per  l'infer- 
miere. Figuratevi  se  quel  tremendo  fantasma 
potea  far  bene  all'affranto  e  spaventato  cole— 
ri  co  ! 
Ferdinando  II  fu  il  primo  a  dar  l'esempio 

.del  coraggio  disprezzando  il  pericolo  ,  tocca- 
va i  colerici,  si  appoggiava  sopra,  i  letti  dei 
medesimi  ;  visitava  gli  ospedali  e  il  Campo- 
se  nto  per  veder  tutto  ,  e  senza  essere  abbi* 
gliato  in  quella  spaventevole  toletta  di  sopra 
descritta.  Il  coraggio  del  giovine  sovrano  fi* 
ammirato,  e  tutti  fecero  a  gara  per  imitarlo, 
assistendo  senza  veste  di  pece  gli  attaccati  di 
quel  micidfìale  morbo. 

Se  in  quel  tempo  si  fece  palese  l'avarizia 
e  1'  egoismo  di  taluni,  che  avrebbero  dovuto 
dar  F  esempio  del  coraggio  e  dell'abnegazio- 
ne ,  non  mancarono  medici  ed  ecclesiastici 
filantropi  e  caritatevoli.  Monsignor  Ferretti ,.. 

.  Nunzio  apostolico,  assisteva  i  colerici  da  in- 
fermiere ,  e  si  vendette  tutto  quel  che  pos- 
sedea  per  soccorrere  i  poverelli.  I  padri  ospe- 
dalieri di  S.  Giovanni  di  Dio,  particolarmente 
quelli  della  Pacella,  furono  ammirati  e  bene* 
detti  da  tutti  pel  gran  soccorso  e  gli  straor- 
dinari servizii  prestati  a'  colerici  poveri.  Il 
clero  napoletano ,  i  religiosi  di  varii  ordini 
monastici,  ad  esempio  del  loro  Arcivescovo, 
in  quel  terribile  flagello,  furono  la  vera  prov- 

*  videnza  della  povera  gente.  Tra'  giovani  me- 
dici  di  quella  nefasta  epoca  trovo  encomiati 

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—  105  — 

Ramaglia,  Nunziata,  Diberti,  Chiaja  e  Man- 
frè;  tra  gli  anziani  de  Renzis,  Romano,  Vut- 
pes  e  Carbonara. 

Gli  estinti  erano  condotti  ne'  carrettoni  al 
Camposanto  di  Poggioreale;  e  si  stringeva  il 
cuore  a  vederli  traversare  per  le  vie.  I  bec- 
chini però  gavazzavano  in  quella  pubblica 
sventura ,  gridando  financo  :  Viva  li  morti  ! 
proferendo  orribili  bestemmie  e  frizzi  pla- 
teali contro  i  ricchi  ed  i  potenti  estinti,  ca- 
duti nelle  loro  mani.  Talora,  per  fretta  o  in- 
gordigia di  guadagno,  caricavano  sopra  i  car- 
rettoni i  colerici  non  ancor  trapassati  ed  ab- 
bandonati da'  parenti.  Fatti  che  si  leggono 
nelle  effemeridi  di  que'  lagrimevoli  giorni 
e  che  anch'io  rammento  appena.  Quel  primo 
periodo  di  còlerà  durò  in  Napoli  circa  cinque 
mesi  ;  vi  furono  attaccati  6837  persone  ,  ne 
morirono  3620. 

Nel  principio  di  marzo  1837  il  colera  sem- 
brava finito  in  Napoli,  tanto  che  il  magistrato 
supremo  di  salute  avea  cominciato  a  rilasciar 
libere  le  patenti  a'  legni  che  partivano  da 
questo  porto;  però  dopo  quacanta  giorni,  ri- 
comparve in  un  modo  più  spaventevole.  Il  19 
luglio,  secondo  il  bollettino  officiale  ne  mo- 
rirono 436  ;  ed  è  certo  che  il  governo  ,  con 
pietoso  inganno,  occultava  la  vera  desolante 
cifra  ;  la  quale,  in  quel  secondo  periodo  co- 
lerico ammontò  a  trentaduemila  ! 

Nondimeno  il  ritorno  del  morbo  ferale  ar- 
recò meno  spavento.  Il  carattere  napoletano, 
che  corre  sempre  agli  eccessi  — vizio  di  tutti 
i  popoli  meridionali  —  in  quella  circostanza 
.  deplorevole,  fu  di  salvaguardia  a'  precedenti 

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—  106  — 

danni,  surli  da  timori  esagerati.  Non  si  usa- 
rono più  le  consuete  cautele  e  precauzioni 
per  iscansarc  il  contagio  ,  ma  tutti  mostra- 
ronsi  rassegnati  e  solerti  nel  soccorrere  i  pa- 
renti e  gii  amici;  anzi  la  plebaglia  quasi  go- 
dea  di  quel  male,  che  l'eguagliavi  a*  ricchi 
ed  a'  potenti. 

Il  credereste  ?  i  rivoluzionarii  ritennero  che 
nel  colera  si  ascondesse  qualche  fine  politi- 
co, perchè  in  Germania,  in  Francia,  in  Por- 
togallo ed  in  Ispagna  i  movimenti  politici  é- 
rano  accompagnati  da  quel  morbo:  è  questa 
la  sorte  di  tutt'  i  partiti  vinti ,  cioè  sperare 
il  loro  trionfo  anche  da'  comuni  flagelli.  Ed 
in  vero  ,  essi  ne  approfittarono  col  soffiare 
nelle  credule  popolazioni,  che  il  calerà  altro 
non  fosse  che  veleno  propinato  dal  governo; 
e  il  deputato  Petruccelli  della  Gattina  non 
ebbe  vergogna  farsene. poi  un  vanto  nel  Par- 
lamento italiano  in  Torino,  di  essere  egli 
stato  uno  degli  spargitori  di  queir  infamia  a 
carico  del  governo  di  Ferdinando  II. 
.  Il  23  luglio,  nella  città  di  Penne,  per  falso 
sospetto  di  essersi  versato  veleno  in  una  pub- 
blica fontana ,  i  faziosi ,  a  capo  de'  quali  de 
Cesaris ,  Castiglione,  Forcella,  de  Sanctis  ed 
un  notar  Gaponetti,  tutti  affiliati  alla  Giovine 
Italia,  ne  presero  pretesto,  facendo  subuglio 
e  gridando:  Viva  la  Costituzione  !  Fu  neces- 
sario 1*  intervento  della  truppa  di  Chieti  e  di 
Pescara  ,  guidata  dai  maggiore  Ducarne  e  il 
colonneflo  Tanfano  per  batterli ,  rimettendo 
l'ordine  pubblico  dopo  tre  giorni  di  lotte. 

Nella   provincia    di    Cosenza   accaddero  le 
medesime  ri  volture:  in  Spizziri  i  settarii  fe- 

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—  107  — 

cero  di  più,  mandarono  alcuni  loro  cagnotti, 
cioè  un  prete  Luigi  Belmonte  ed  un  Luigi 
Stampo,  che  uniti  ad  altri,  fingendosi  agenti 
del  governo  ,  voleano  far  credere  che  aves- 
sero la  commessione  di  avvelenare  le  fonti: 
furono  arrestati  e  condannati  a  morte  ,  ma , 
per  grazia  sovrana,  la  pena  venne  commuta- 
ta. Questi  fatti  si  rinnovavano  ogni  giorno 
ne'  paesi  e  nelle  città  della  Calabria;  per  la 
•qual  cosa  il  governo  fu  costretto  a  mandare 
colà  il  comm.  Giuseppe  de  Liguoro  in  qua- 
lità di  commissario  regio.  Costui  istituì  com- 
missioni militari  e  consigli  subitanei  di  guer- 
ra, per  giudicare  coloro  che  far  voleano  ri- 
soluzioni ,  attirando  1'  odio  delle  popolazioni 
contro  il  sovrano  con  sediziose  notizie  e  con 
false  missioni  governative  ;  lo  stesso  si  pra- 
ticò per  taluni  paesi  degli  Abruzzi. 

In  Sicilia  si  era  messo  un  cordone  sanita- 
rio rigorosissimo,  e  l'indole  di  quel  popolo 
essendo  immaginosa  ed  energica  ,  non  tran- 
sigeva né  cogli  stranieri  né  con  lo  stesso 
governo  di  Napoli,  nel  respingere  qualunque 
comunicazione  col  continente.  Nonpertanto,  ** 
il  7  giugno,  il  colera  invase  Palermo,  ed  in 
pochi  giorni  fece  orribili  stragi  ;  circa  tren- 
tamila individui  perironvi,  quantità  poco  meno 
della  sesta  parte  della  popolazione  :  si  assi- 
cura che  il  3  luglio  ne  perirono  tre  mila, 
<}uel  morbo  colpiva  alla  cieca  con  sintomi 
improvvisi  e  spaventevoli,  rendendo  cadaveri, 
in  poche  ore,  la  gioventù  più  robusta,  come 
i  vecchi  più  cadenti.  Le  case  ,  le  vie  erano 
ingombri  di  morti  e  moribondi  ;  le  braccia 
mancavano  per  soccorrerli  o  seppellirli.  Tutto 

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—  108  — 

èra  desolazione  e  spavento  ;  chi  rimanea  in 
città  era  colpito  nella  propria  abitazione  o 
nelle  strade;  chi  fuggiva,  soccorabea  nelle 
campagne  e  su'  monti  in  varii  e  miserevoli 
modi. 

I  siciliani ,  più  esaltati  e  corrivi  de'  napo- 
letani, furono  con  maggior  facilità  ingannati 
da'  settarii  ;  i  quali  non  tralasciarono  di  ap- 
profittare di  quella  pubblica  sventura  ,  per 
sussurrare  che  il  colera  fosse  l' effetto  del 
veleno,  sparso  dagli  agenti  del  governo.  Pa- 
lermo e  varie  città  della  Sicilia  ,  credendo 
quell'infame  calunnia,  fecero  stragi  di  tanti 
innocenti  cittadini.  Nella  contrada  delle  Gra- 
zie, presso  la  medesima  Palermo,  un  povera 
vecchio,  insieme  al  figlio,  che  fuggiva  il  co- 
lera, istantaneamente  inferma,  e  creduto  dai 
villani  spargitor  di  veleno,  è  preso  col  figlio  e 
-tutti  e  due  bruciati  vivi.  Per  la  medesima 
causa  furono  massacrati,  nel  vicino  paese  di 
Villanate,  17  persone  ,  altre  10  in  Bagheria, 
27  in  Corini,  12  in  Gorleone,  30  in  Marineo, 
67  in  Misilmeri,  11  in  Pizzi  e  10  in  Termi- 
#ni:  alla  mano  del  Signore  che  pesava  sopra 
quella  derelitta  provincia,  anche  la  setta  ag- 
giunse la  sua  ferina  rabbia  i  È  certo  però  che 
in  quel  mai  visto  flagello,  vi  furono  casi  par- 
ticolari in  cui  si  propinò  del  veleno,  non  già 
dal  governo,  non  avendo  alcuno  interesse  a 
decimar  le  popolazioni,  ma  dalla  sordida  ava- 
rizia e  dalla  privata  vendetta,  essendosi  poi 
scoperti  taluni  fatti  da  far  rabbrividire  e  ver- 
gognare nel  tempo  istesso,  dal  perchè  quelle 
iene  aveano  la  nostra  stessa  forma  umana! 
Que'  disordini  che  nel  Napoletano  si  seda- 

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—  409  — 

rono  facilmente,  in  Palermo  e  ne'  paesi  cir- 
convicini fu  necessario  spedirvi  un  corpo  di 
truppa  comandata  dal  brigadiere  Roberto  De-* 
sauget.  I  montanari,  gente  torbida  ed  insie* 
me  credula,  opposero  una  energica  resistenza 
a  quella  soldatesca,  minacciando  stragi  e  mi- 
ne dovunque. 

Il  15  luglio,  il  colera  invase  altre  città  della 
Sicilia,  e,  con  più  danni  Catania  e  Siracusa. 
Quegl*  immaginosi  isolani,  istigati  sempre  dai 
settarii,  credettero  che  il  colera  fosse  veleno 

firopinato  dal  governo,  quindi  si  rivoltarono, 
n  Catania  una  turba  di  faziosi  s' impadroni 
del  potere  ,  e  formò  una  Giunta  di  go- 
verno; la  quale  altro  non  seppe  fare  che  uc- 
cidere tanti  onesti  ed  innocenti  cittadini,  sup- 
posti avvelenatori.  Arrestò  le  autorità,  disar- 
mò una  compagnia  di  soldati,  ruppe  gli  stem- 
mi borbonici  ed  alzò  la  bandiera  de'  carbo- 
nari. Non  contenta  di  ciò  volle  proclamare 
i'  indipendenza  dell*  Isola,  cacciando  fuori  un 
manifesto,  nel  quale,  tra  le  altre  cose  dicea: 
«  Ferdinando  ir  per  non  perdere  la  Sicilia 
«  si  è  deciso  disertarla  di  abitanti;  il  colera 
«  non  è  asiatico  ma  borbonico.  » 

Quella  feroce  anarchia  catanese  ,  causa  di 
una  stupida  credenza,  durò  dal, 25  luglio 
al  1°  agosto;  e  furono  sufficienti  otto  giorni 
per  mettere  tutto  a  soqquadro,  dando  eziandio 
campo  a'  patrioti  di  accomodare  i  loro  affari, 
e  perpetrare  tante  vendette  private.  Taluni 
buoni  cittadini,  guidati  dal  marchese  di  San 
Giuliano,  avendo  osservato  che  i  rivoluzionari 
faceano  più  danno  dello  stesso  colera  ,  sor- 
presero i  corpi  di  guardia  di  que'  sanguinarli* 

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—  110  — 

e  ristabilirono  la  regia  potestà.  Da  allora  di* 
minuirono  le  vittime  del  letale  morbo  ,  per- 
chè la  maggior  parte  moriva  di  doppio  spa- 
vento e  disagio. 

In  quella  emergenza  ,  que'  cittadini  bene- 
meriti furono  potentemente  aiutati  da  16  sol- 
dati, un  caporale  ed  un  sergente  di  guardia 
alle  carceri  ;  i  quali  aveano  tenuti  a  rispet- 
tosa  distanza  que*  feroci  rivoluzionarii.  Il  ser- 
gente che  comandava  quegli  uomini  a  nome 
Ferdinando  Ciccarelli,  era  nativo  di  Giuglia- 
no» provincia  di  Napoli  ;  giunto  colà  il  del 
Carretto  con  V  alter-ego,  in  compenso  di  tanta 
fedeltà  e  bravura  lo  mise  al  comando  di 
quella  compagnia;  dall'  altra  parte  ,  ordinò  che 
gli  uffìziali  e  il  colonnello  Santaniello  ,  che 
comandava  eziandio  la  provincia,  fossero  messi 
sotto  consiglio  di  guerra.  Ma  Ferdinando  II, 
con  la  sua  abituale  clemenza,  in  cambio  di 
fare  eseguire  la  sentenza  di  morte  ,  destituì 
quegli  uffìziali  e  lo  stesso  comandante  San* 
taniello,  facendo  grazia  a  tanti  ribelli. 

In  Siracusa,  il  18  luglio,  avvenne  un'altra 
feroce  ribellione.  I  faziosi  arrestarono  17  per- 
sone e  ne  uccisero  6;  tra'  quali  l' ispettore 
di  polizia  Vico,  ed  il  Yaccaro  funzionante  da 
intendente.  Attaccarono  costui  alla  coda  di 
un  cavallo  ,  e  mentre  questo  lo  strascinava» 
lo  finirono  a  colpi  di  bastone  e  di  pietre. 
Nella  vicina  terra  di  Floridia,  presero  il  pre- 
sidente Ricciardi  e  Y  uccisero  con  modi  atro- 
ci. In  altri  luoghi  avvennero  i  medesimi  mas- 
saeri  e  più  di  tutti  in  Ganicatti. 

Mentre  infieriva  il  colera  e  il  debaccare 
de'  faziosi,  arrecando  spaventi  e  rovine,  salta 

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—  ili  — 

fuori  un  cariale  ,  un  tal  Mario  Adorno  ,  con 
un  manifesto  stranissimo  ;  nel  quale  dicea; 
che  finalmente  si  era  conosciuto  essere  il 
colera  effetto  di  arsenico  vagante  nel]'  aria, 
e  per  salvarsene  era  necessario  uccidere  tutti 
i  proprietarii.  Per  attuare  il  suo  feroce  pro- 
getto, postosi  alla  testa  de'  più  facinorosi,  si 
diede  al  saccheggio,  agi'  incendii,  alle  stragi, 
recando  il  terrore  e  la  morte  in  quella  de- 
solata provincia. 

Il  miser  suole  —  dar  facile  credenza  a  ciò 
che  vuole  :  —  gli  uomini  temono  più  un  ca- 
stigo che  viene  da  Dio  che  da'  loro  simili; 
quindi  si  volle  credere  che  il  colera  fosse 
proprio  un  veleno  propinato  dal  governo.  Per 
la  qual  cosa  la  grande  scoperta  del  curiale 
Adorno  fu  creduta  da  tutti ,  e  si  diffuse  in 
Sicilia  con  la  rapidità  del  fulmine  ,  confor- 
tando gli  animi  più  desolati,  i  quali  spera- 
vano salvarsi  da  quel  flagello,  tenendo  ad  oc- 
chio soltanto  gli  agenti  governativi.  Già  ognu- 
no si  credeva  salvo,  ed  in  varii  paesi  e  città 
si  cantò  il  Tedeum  in  rendimento  di  gra- 
zie per  la  scoperta  fatta  da  queir  impostore 
e  ladro  curiale.  Coloro  che  voleano  passar  per 
saputi ,  ne  raccontavano  delle  grosse  assai , 
indicando  persone  e  luoghi  ove  si  manipolava 
il  veleno,  ed  ove  si  conservava  per  ispargerlo 
la  notte  nelle  popolazioni.  Si  affermava  come 
un  fatto  incontrastabile  ,  che  in  casa  dell'in- 
tendente Vaccaro  si  fosse  trovato  quel  vele- 
no, riconosciuto  da'  chimici  qual  causa  del 
colèra.  Si  giunse  fìnanco  a  dire  con  grande 
sicurezza,  che  la  principessa  di  Campofranco, 
mentre  stava,  per  morire,  affetta  da  quel  mor- 


—  112  — 

bo,  <si  fosse  rivolta  al  marito,  allora  luogote- 
nente di  Sicilia  e  gli  avesse  detto  :  Scelle- 
rato 1...  anche  a  me  propinasti  il  veleno? 
Queste  fandonie,  spacciate  ad  arte  da'  rivolu- 
zionarti ,  erano  credute  come  fatti  incontra- 
stabili ;  perlocchè  le  popolazioni  sempre  più 
imbestialivano  contro  il  governo. 

Un  Carlo  Gemelli,  autore  di  una  appassio- 
nata Storia  della  siciliana  rivoluzione  del 
1848-49,  ha  avuto  non  so  se  la  dabbenaggine 
o  l' impudenza  di  stampare  nel  1867  ,  nella 
medesima  storia,  al  libro  1°  pag.  127,  la  se- 
guente peregrina  notizia:  «  Gompilavasi  pub- 
«  blicamente  il  processo  da  un  Francesco  Mi- 
«  stretta ,  regio  giudice  istruttore ,  il  quale 
«  affidava  ad  uomini  espertissimi  nella  chi- 
«  mica  scienza  le  sostanze  rinvenute  nelle 
«  case  de'  sospetti  e  nel  sacrario  del  tempio 
«  custodite.  Aprivansi  alla  presenza  del  po- 
«  polo  i  forzieri  di  un  Andrea  Vaccaro  ,  in- 
«  tendente  di  quella  provincia  (di  Siracusa), 
»  trovavasi  con  alta  maraviglia  di  arsenico 
«  ripieni.  Analizzava»  poscia  la  sostanza,  di 
«  che  era  colma  una  guastada  appartenente 
»  ad  un  tedesco  per  nome  Sckrwenter,  e  con 
*  maggiore  meraviglia  vedeasi  istantanea- 
«  mente  morire  il  chimico  Michele  Lo  Curzio 
«  per  aver  egli  voluto  intingervi  il  dito  ,  ed 
«  appressarlo  imprudentemente  alla  bocca.  I 
«  quali  fatti  empiendo  di  stupore  gli  animi 
«  impauriti,  vieppiù  la  comune  credenza  raf- 
«  fermavano  essere  il  colèra  opera  nefanda 
«  del  governo \  de*  suoi  agenti  e  degli  sceU 
«  lerati  avvelenatori  •».  Il  Gemelli,  con  l'in- 
sinuare oggi  essere  stato  il  colèra   del  1837 

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—  113  — 

4>pera  nefanda  del  governo  e  de9  suoi  agenti, 
Tende  un  brutto  servizio  a  tutti  i  governi  ; 
•conciossiachè,  in  quell'anno,  quel  feral  mor- 
bo invase  tutti  i  regni  di  Europa,  non  escluso 
il  Piemonte  ;  e  disgraziatamente  prosegue  a 
visitarci  saepe  saepius,  anche  dopo  che  fum- 
mo rigenerati  dalla  schiavitù  borbonica,  cioò 
-dopo  il  1860  :  la  conseguenza  la  dedurranno 
4  benevoli  lettori. 

Messina  fu  preservata  dell'  asiatico  morbo; 
que'  cittadini,  il  12  luglio,  fecero  allontana- 
re dal  porto  due  bastimenti,  uno  provenien- 
te da  Palermo,  1'  altro  da  Napoli.  I  faziosi, 
^profittando  di  queir  occasione  ,  tentarono  di 
far  ribellione,  e  perchè  gli  uomini  di  buon 
senso  ed  i  proprietarii  si  opposero  ,  quella 
città  venne  dichiarata  borbonica  e  nemica 
della  Sicilia,  anche  perchè  non  era  stata  in- 
tasa dal  colera. 

Le  inconcludenze  ,  le  pazzie  e  le  infamie 
-de'  settarii  si  erano  rese  insopportabili  in 
queir  isola;  per  la  qual  cosa  la  cittadinanza 
chiese  ed  ottenne  dal  governo  di  Napoli  una 
pronta  ed  energica  repressione.  Il  31  luglio 
Il  re.  spedì  in  Sicilia  il  maresciallo  Saverio 
del  Carretto  con  Valter-ego  ;  il  quale,  come 
ho  già  detto,  si  diresse  prima  a  Catania  e 
poi  a  Siracusa;  e  siccome  era  settario  con- 
vertito alla  monarchia,  senza  che  avesse  per- 
duta la  crudeltà  acquistata  bazzicando  nelle 
.sètte  ,  oprò  con  troppo  rigore  ;  si  potrebbe 
«dire,  che  per  la  Sicilia,  fu  egli  il  terzo  fla- 
gello dopo  il  colera  ed  i  massacri  àepatrio- 
4f.  Appena  giunto  a  Siracusa  carcerò  750  per* 

o 

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—  114  — 

sone,  delle  quali  123  furono  condannate  a  mor- 
te, cui  poi  il  re  accordò  pieno  perdono  ,  ad 
eccezione  di  un  negoziante  e  due  proprieta- 
rii  di  quella  città,  capi  principali  della  rivol- 
ta e  degli  eccidii.  Il  curiale  Mario  Adorno^, 
insieme  al  figlio,  vennero  anche  condannati 
alla  pena  capitale;  non  ottennero  grazia,  per- 
chè le  loro  vittime  superstiti  reclamarono- 
giustizia  presso  il  sovrano. 

Siracusa,  in  pena  di  essere  stata  la  più  ri- 
voluzionaria e  di  avere  ucciso  tra  gli  altri 
innocenti,  l'intendente  e  il  presidente  della 
Corte  Criminale,  ebbe  tolta  l'intendenza  e  il 
distretto,  nominandosi  capoluogo  di  provincia 
la  vicina  città  di  Noto.  Nel  1860,  perchè  lu- 
po non  mangia  lupo,  il  governo  rigeneratore 
credette  ripristinare  le  cose  in  Siracusa  co- 
me trovavansi  in  luglio  1837  ,  tutto  che  re 
Ferdinando  avesse  restituiti  dopo  un  anno» 
i  tribunali  a  quella  città. 

In  quattro  mesi,  l'asiatico  morbo  fece  tren- 
tamila vittime  in  Palermo,  circa  seimila  in* 
Catania  e  settantamila  nel  resto  della  Sicilia- 
Morirono  varii  uomini  sommi  nelle  scienze*, 
nelle  belle  arti  e  nel  mestiere  delle  armi;  li 
nominerò  al  solito,  nella  prossima  necrologia. 

Con  la  fatale  opportunità  del  colera,  si  at- 
tuarono le  leggi  di  tumulazione  ed  inumazio- 
ne ne'  Campisanti;  dove,  fino  allora  per  vieti 
pregiudizi,  si  schifava  la  fossa.  £  così  venne 
tolto  il  grande  inconveniènte  di  seppellirsi  i 
cadaveri  nelle  chiese  dentro  l'abitato. 

Finito  il  colera,  l'animo  era  compreso  da 
straziante  pietà,  nel  vedere  migliaia  e  mi- 
gliaia di  orfani  derelitti,  senza  tetto  e  senza 

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—  115  — 

pane.  Il  pio  sovrano  Ferdinando  II ,  anche 
in  quella  emergenza  si  mostrò  caritatevole» 
prodigando  dalla  sua  particolare  borsa  im- 
mensi soccorsi;  fu  egli  eziandio  aiutato  dal- 
l' inesauribile  carità  cattolica.  L'  Arcivescovo 
di  Napoli,  monsignor  Filippo  Giudice  Carac- 
ciolo ,  eresse  al  vico  Lava  un  conservatorio, 
ove  le  orfane  di  genitori  morti  di  colera,  tro- 
varono tetto,  pane  ed  istruzione.  Un  altro  ne 
aprì  a  Mergellina  1'  abate  Vincenzo  Mirabelli 
e  per  lo  stesso  scopo;  un  terzo  lo  fondò  il 
marchese  di  Pescara  e  Vasto  alla  strada  Bran- 
caccio. 

Sul  finire  del  4837,  varie  novità  si  fecero 
in  Sicilia;  con  decreto  del  31  ottobre,  il  luo- 
gotenente del  re  ,  principe  di  Campofranco 
fu  surrogato  dal  duca  di  Laurenzana;  in  pari, 
tempo  venne  stabilito,  che  quando  la  carica 
di  luogotenente  fosse  stata  affidata  ad  un  na- 
poletano, il.consultore  è  il  segretario  dovea- 
no  essere  siciliani.  I  direttori  di  quel  mini- 
stero furono  abiliti ,  e  il  personale  passò  a 
far  parte  della  Consulta  de'  domihii  al  di  qua 
del  Faro.  Con  un  altro  decreto  dello  stesso 
giorno,  31  ottobre,  fu  ripristinato  il  sistema 
de'  così  detti  dritti  promiscui;  cioè  che,  do- 
vendosi provvedere  nell'una  e  nell'altra  parte 
de'  reali  domini],  le  cariche,  gl'impieghi  ci- 
vili ed  ecclesiastici,  fossero  conferiti  promi- 
scuamente a'  napoletani  in  Sicilia,  ed  a'  sK 
eiliani  nel  Napoletano,  Questi  ultimi  doveano 
occupare  sul  continente  eguale  numero  d'im- 
pieghi che  occupavano  quelli  nell'Isola;  ec- 
cettuate però  le  cariche  di  consiglieri  di  Sta- 
to ,  di  direttori    delle  reali  Segreterie  e  dei 

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—  116  — 

componenti  la  Consulta  generale  del  Regno; 
ne'  ministeri  ideila  guerra  ,  affari  esteri  e 
nelle  cariche  di  Corte,  i  siciliani  ne  doveano 
occupare  la  quarta  parte. 

Essendosi  ripristinati  i  distretti,  già  abo- 
liti con  decreto  dell'  8  marzo  1825 ,  in  gen- 
naio del  1838 ,  si  divise  in  due  il  distretto 
di  Catania  ;  questa  città  fu  dichiarata  capo- 
luogo di  provincia  ed  Acireale  distretto. 

Con  decr-  to  del  7  maggio  dello  stesso  an- 
no, venne  disposto  che  le  amministrazioni  di 
Palermo,  Messina  e  Catania,  escluso  il  ramo 
di  polizia,  fossero  affidate  ad  un  corpo  della 
città ,  il  quale  dovea  conservare  il  titolo  di 
Senato,  il  Sindaco  di  Palermo  ritenere  quello 
di  Pretore  ed  i  Sindaci  delle  altre  due  città 
di  patrizi.  Queste  larghezze  municipali  ,  ac- 
cordate da  Ferdinando  II,  alla  Sicilia,  erano 
il  preludio  della  libertà  de'  comuni  ,  che  a 
causa  de'  continui  conati  rivoluzionarii ,  non 
ottennero  quello  sviluppo  cui  tendevano  le 
benefiche  mire  di  quel  sovrano.  Si  abolì  in 
tutta  T  Isola  il  corpo  de*  sorvegliatori ,  sosti- 
tuendovi la  Guardia  urbana,  che  è  quella  isti- 
tuzione invertita  in  Guardia  nazionale  da'  go- 
verni rivoluzionarii.  I  settarii  odiavano  quella 
perchè  si  componeva  di  possidenti  e  citta- 
dini amanti  dell'  ordine  pubblico,  in  cambio 
di  giovinastri  avventati  e  rompicolli.  Nel  pri- 
mo decennio  del  Regno  di  Ferdinando  II,  tutte 
le  istituzioni  erano  liberali ,  senza  queli'  or- 
pello di  Costituzione  politica,  che  serve  sol- 
tanto a'  settarii  per  gavazzarvi  dentro,  e  farvi 
i  loro  affari  con  danno  del  popolo;  eravi  però 

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—  117  — 

la  Consulta  di  Stato,  la  quale  facea  presente 
al  re  i  bisogni  del  Regno. 

Ferdinando  si  recò  in  Sicilia,  in  settembre 
del  1838,  accompagnato  dal  luogotenente  del- 
l'Isola duca  di  Laurenzana,  dai  ministro  San- 
tangelo,  dal  marchese  del  Vasto  e  da'  gene- 
rali Gastelcicala,  Saluzzo,  Scarola  e  del  Car- 
retto. Sbarcò  in  Messina,  e  dopo  di  avere  ispe- 
zionate le  truppe  nel  piano  di  Terranuova, 
proseguì  il  viaggio  per  terra  alla  volta  di  Ca- 
tania e  Siracusa.  Fu  allora  che  dichiarò  que- 
st'ultima città  capo  distretto,  restituendole  i 
tribunali.  Sciolse  le  Commissioni  militari,  che 
doveano  condannare  i  rei  degli  ultimi  rivol- 
gimenti a  causa  del  colera  ;  dopo  di  aver 
visitato  Caltanissetta  ,  Caltagirone  ,  Canicatti 
ed  altre  città  e  paesi,  il  25  ottobre  giunse  % 
Palermo. 

I  settarii  non  si  fecero  sfuggire  l'occasio- 
ne per  gettargli  nella  carrozza  scritti  insul- 
tanti, accusandolo  di  aver  fatto  spargere  il 
veleno  per  produrre  il  colera  ,  ed  insieme 
preghiere  e  minacce,  onde  indurlo  a  dare  la 
costituzione.  Quanta  smania  han*  dimostrato 
in  ogni  tempo  gli  amatori  della  patria,  per 
indurre  i  sovrani  a  concedere  la  costituzio- 
ne 1  Non  aveano  torto,  Cicero  prò  domo  sua; 
e  noi,  disgraziatamente,  lo  sappiamo  a  nostre 
spese.  Ferdinando  però  lasciava  gracchiare 
que'  corvi  di  malaugurio  ,  veri  nemici  del 
popolo,  e  pensava- a' veri  bisogni  di  questo. 
In  effetti,  avendo  conosciuto  l'ergente  biso- 
gno delle  strade  rotabili,  per  mettere  in  co- 
municazione le  province  co'  distretti ,  ordinò 
che  se  ne    costruisse  ,    con  la   massima  sol- 

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•   —  118  —  . 

lecitudine*  una  rete  di  novecento  e  sedici 
miglia  ed  in  varie  direzioni.  Istituì  una  so- 
praintendenza  delle  prigioni  ,  per  rendere 
ixien  triste  la  sorte  de'  prigionieri.  Riorga- 
nizzò la  segreteria  del  suo  luogotenente;  di- 
minuì il  dazio  sul  macino,  sciolse  la  divisio- 
ne de'  beni  comunali;  ed  elevò  a  regia  uni- 
versità degli  studii  T  accademia  Carolina  di 
Messina.  In  fine,  con  decreto  del  22  dicem- 
bre di  queir  anno  1838  ,  ordinò  che  tutti  i 
fondi  di  regio  patronato,  esistenti  in  Sicilia 
appartenenti  a'prelati  beneficiati,  fossero  con- 
ceduti ad  enfiteusi,  per  meglio  essere  colti- 
vati. A  quale  scopo  ,  volle  che  i  medesimi 
fondi  fossero  divisi  in  tante  quote  ,  ognuna 
delle  quali  non  maggiore  di  quattro  salme. 
Dopo  la  dimora  di  tre  mesi  in  Sicilia,  negli 
ùltimi  giorni  del  1838  ritornò  a  Napoli. 

Dal  fin  qui  detto  chiaro  risulta  quello  che 
ho  detto  altrove,  cioè  che  Ferdinando  II  non 
viaggiava  per  le  province  del  regno  per  vana 
curiosità,  arrecando  .  interessi  a'  Comuni ,  o 
per  farsi  acclamare  e  cercare  avventure, ma 
per  conoscere  da  vicino  i  bisogni  de'  suoi 
popoli,  e  dar  subito  le  opportune  disposizio- 
ne, senza  eleggere  commissioni  come  fanno 
i  governi  ammodernati,  che  costano  un  oc- 
chio allo  Stato,  e  nulla  conchiudono,  e  quan- 
do conchiudono  qualche  cosa  è  sempre  di 
maggior  danno  a'  popoli.  Quando  egli  giun- 
geva in  qualche  città  o  paese  ,  vi  recava  la 
consolazione  ed  il  contento;  il  commercio  si 
rianimava  ,  ir  danaro  affluiva  sulle  piazze,  i 
poveri  ricevevano  soccorsi,  gli  angariati  giu- 
stizia ed.  i  rei  grazie. 

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—  119  — 

Quel  pio  sovrano,  nel  1838,  fece  una  savia 
legge,  e  severissima,  vietando  assolutamente 
il  duello,  avanzo  illogico  delle  barbarie  del 
medio  evo,  che  toglie  alle  autorità  competenti 
il  dritto  di  punire  le  offese»  mentre  invece  lo 
assume  il  privato  cittadino.  Così  si  stabilisce 
-una  punizione,  anzi  una  vendetta  privata,  e- 
levando  la  forza  sul  dritto,  contraria  ai  con- 
trattò reciproco  che  han  fatto  gli  uomini  u- 
nendosi  in  civile  società.  Il  risultato  che 
-cosa  prova  il  dueìlo  ?  prova  che  uno  degli 
avversari  abbia  o  più  forza  dell'  altro,  o.  che 
sappia  l'arte  di  maneggiar  le  armi  meglio 
dei  suo  competitore.  Cosicché  ,  ad  esempio, 
un  onesto  padre,  fratello  o  marito  ,  dopo  di 
«essere  stato  crudelmente  offeso  nelP  onore, 
<è  costretto  a  battersi;  né  sapendo  maneggiare 
«n*  arme,  corre  certissimo  rischio  di  essere 
ferito,  sfregiato  ed  anche  ucciso  ;  onde  che 
oltre  dell'  insulto  debba  eziandio  soffrire  un 
danno  materiale,  che  ricade  sulla  famiglia 
insultata.. 

Sento  dire  ,  che  vi  sono  dei  casi  in  cui  il 
duello  è  assolutamente  necessario  :  analizzo 
quali  potrebbero  essere  questi  casi.  Uno  sguar- 
do impertinente,  una  parola  offensiva,  od  un 
frizzo  che  qualcheduno  vi  rivolge  ?  E  tutto 
-ciò  equivale  al  grave  fatto  di  uccidere  un 
uomo  od  essere  ucciso?  È  proporzionata  la 
conseguenza  alla  premessa?  Se  la  fosse  cosi 
il  mondo  diverrebbe  uh  cimitero  l  Ma  uno 
schiaffo,  mi  si  dirà,  un  insulto  all'onore,  che 
sarebbe  di  onta  al  nome  ove  restasse  impu- 
nito ,  come  punirlo  ?  Rispondo  ,  ove  non  si 
abbia  la  virtù  cristiana  di  tollerare  V  offesa  , 

•  •      Digitized  by  LiOOQ 


—  120  — 

sarebbe  più  conveniente  avvalersi  della  Iegr- 
ge,  ricorrendo  al  magistrato  competente.  In- 
fine, mi  si  dirà,  che  vi  sono  offese  che  non- 
si  possono  far  note  a'  magistrati ,  perchè  sr 
propagherebbero  arrecando  disonore  alle  fa- 
miglie ,  ed  in  questi  casi  il  duello  è  neces- 
sario. —  Un  duello  desta  naturalmente  la  cu-  • 
riosità  di  sapersi  la  causa  dello  stesso  ,  che- 
si  vuole  occultare;  e  quindi  questa  si  pro- 
paga con  più  rapidità,  ed  ognuno  è  quasi  nel 
dritto  di  raccontarla  a  suo  modo,  spesso  in- 
ventando o  malignando  la  stessa  causa  e* 
le  circostanze,  ciò  che  non  avviene  ricorren- 
do al  magistrato  competente.  Qualunque  ra- 
gione si  adducesse  in  favore  del  duello ,  sa- 
rebbe sempre  fondata  sul  pregiudizio ,  sul 
falso  onore,  e  sopra  un  principio  illogico.  Da. 
qui  il  rigore  spiegato  da'  sapienti  giurecon- 
sulti e  da'  sovrani  religiosi  contro  quell'avan- 
zo dell'età  di  mezzo,  che  i  nostri  bellimbusti 
chiamano  partita  cT  onore  ,  che  ad  altro  noi* 
si  riduce  se  non  a  rendersi  omicida  o  sui- 
cida indirettamente. 

Ragionando  sul  duello  non  ho  creduto  ri- 
batterlo con  le  ragioni  basate  sulla  morale 
cattolica ,  ma  soltanto  con  alcuni  argomenti- 
convincentissimi  dello  stesso  Giovan  Giacomo» 
Rousseau:  e  ciò  per  non  dirsi  che  io  cito  mo- 
ralisti e  Bolle  de'Sommi  Pontefici  con  le  quali 
si  fulminano  i  duelli ,  i  secondi  ed  i  testi- 
moni. 

Le  pene  che  fulminò  Ferdinando  II,  contro 
coloro  che  si  battono  in  duello,  son  simili  a 
quelle  previste  dal  codice  penale,  riguardanti 
le  ferite    e  gli  omicidii  volontarii.  Ordinò  i- 

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—  121  — 

noltre,  che  colui  che  sfidava  l'avversario  fosse 
punito  col  terzo  grado  di  prigionia,  da  due  a 
cinque  anni ,  con  1'  interdizione  de'  pubblici 
uffizii  ed  alla  perdita  delle  pensioni  rimune- 
rataci ,  dur sfate  la  prigionia.  Del  pari  eolui 
che  accettava  la  sfida  soggiaceva  alla  stessa 
pena;  i  padrini,  i  secondi  e  gli  assistenti  al 
duello  incorrevano  nel  medesimo  castigo  dei 
duellanti.  Le  percosse  e  le  ferite,  a  causa  del 
duello,  se  avessero  prodotto  la  morte  in  qua- 
ranta giorni,  il  feritore  sarebbe  stato  condan- 
nato alla  pena  capitale.  Gli  estinti  in  duello 
doveano  essere  sepolti  in  luogo  profano.  Oggi 
i  progressisti  ,  han  retroceduto  al  di  là  del 
mèdio  evo:  un  uffiziale  dell'esercito  o  dell'ar- 
mata ,  di  buonsenso  e  cattolico  ,  è  destituito 
se  non  accetta  una  partita  di  onore,  un 
duello  ! 

Ad  onta  di  tanti  disastri  e  spese  straordi- 
narie fatte  dal  1837  al  39,  re  Ferdinando  non 
tralasciò  di  accrescere  la  marina  militare  e 
proseguir  le  opere  pubbliche,  essendo  queste 
la  sua  cura  prediletta.  Nel  novembre  del  1837 
fu  varato  il  brigantino  Valoroso,  nel  seguente 
anno  la  goletta  Sibilla ,  e  nel  39  l' altro  bri- 
gantino Intrepido,  tutti  e  tre  questi  legni  co- 
struiti nel  cantiere*  di  Castellammare.  Man- 
cando un  Corpo  essenziale  alla  real  marina  , 
si  organizzò  quello  de'  cannonieri  marinari — 
che  poi  si  distinse  tanto,  nel  1860,  in  Gaeta — 
era  quel  corpo  composto  di  dieci  compagnie» 
delle  quali  òtto  attive,  due  sedentanee.  Inol- 
tre s'istituì  un  corpo  di  artiglieri  littorali,  un 
altro  del  genio  idraulico,  e  si  fondarono  due 
istituti  di  educazione  pel  ramo  marina;  il  pri- 

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.  _  422  — 

mo  denominato  Collegio  degli  aspiranti  guar- 
die'marina  e  il  secondo  Scuola  degli  alunni 
marinari. 

Circa  il  ramo  della  guerra,  in  qu  e' qua  Uro 
anni  si  perfezionò  sempre  più  ^esercito;  sol- 
tanto si  aggiunse  la  gendarmeria  a  cavallo, 
composta  di  dieci  squadroni  ,  due  de'  quali 
scelti;  sì  sciolse  la  brigata  degli  artefici  e 
se  ne,  formò  un'  altra  di  armieri,  arti  e  pon- 
toni eri. 

In  quanto  alle  opere  pubbliche,  in  questo 
capitolo  ne  ho  accennate  alcune  fatte  in  Si- 
cilia; ecco  le  altre  eseguite  ne'dominii  di  ter- 
ra ferma  ed  in  queir  isola.  Nel  1838,  venne 
ampliata  e  livellata  la  strada  che  costeggia 
Gastelnuovo  in  Napoli  e  si  piantarono  que- 
gli alberi,  che  oggi,  dopo  39  anni  si  son 
fatti  giganteschi  e  sembrano  secolari.  Ivi  .è 
il  rendez-vous  di  quella  classe  cfre  in  Na- 
poli si  addimanda  lazzari  e  lazzaresse.  La 
strada  del  Piliero  e  V  altra  del  Molo  furono 
ingrandite,  chiudendosi  la  prima  con  cancelli 
di  ferro  dalla  parte  del  porto  mercantile  ,  e 
la  seconda  da  quello  militare.  Si  compì  la 
gran  dogana  sulla  strada  del  Piliero,  sotto  la  ' 
direzione  di  Stefano  Gross.  Il  ponte  della  Im- 
macolatella  fu  abbassato  e  si  costruì  in  modo 
che  le  barcacce  potessero  passarvi  sotto  per 
trasportar  le  merci  nella  medesima  gran  do- 
gana ;  a  questo  scopo  vi  è  apposta  una  la- 
pide con  iscrizione  fatta  dal  canonico  Fran- 
cesco Rossi. 

In  quello  stesso  tempo  il  municipio  di  Na- 
poli riedificò  il  tempio  dedicato  a  S.  Carlo 
Borromeo ,   lungo  la  strada  di  Foria ,  onde 

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sciogliere  il  voto  fatto  nel  primo  colera  ;  e 
stipulò  un  contratto  con  una  compagnia  fran- 
cese per  illuminare  a  gas  questa  città  ;  illu- 
minazione non  ancor  conosciuta  nelle  altre 
città  d'Italia.  11  3  ottobre  1839,  s'inaugurò  la 
prima  ferrovia  cbe  da  Napoli  conduce  al  Gra- 
natello  ;  fu  essa  benedetta  dal  vicario  gene- 
rale dell'Arcivescovo,  alla  presenza  del  re  e 
•della  real  famiglia ,  tutti  collocati  sotto  un 
magnifico  padiglione  eretto  sulla  loggia  di 
Monteroduni  in  Portici.  Trascorsero  circa  tre 
anni  per  inaugurarsi  quel  breve  tronco  di  stra- 
da, che  si  era  iniziato  nel  1836,  a  causa  del 
colera  principalmente,  che  per  due  anni  af- 
flisse e  spaventò  questo  regno. 

Nel  medesimo  anno,  il  re  volle  istituire 
in  Napoli  il  primo  Consiglio  edilizio  ,  per 
provvedere  av  mezzi  di  accrescere  e  miglio- 
rare la  sicurezza  de'  fabbricati,  il  comodo  e 
il  beli'  ornato  di  questa  capitale.  Quel  con- 
siglio era  composto  dell'intendente  della  pro- 
vincia, in  qualità  di  presidente,  del  sindaco 
di  Napoli,  vice  presidente,  di  tre  cittadini, 
cbe  esercitavano  professioni  libere,  e  di  tre 
artigiani,  e  di  un  segretario  con  voto. 

Alle  opere  di  beneficenza,  accennate  di  so- 
pra per  gli  orfani  di  genitori  morti  col  co- 
lera, nel  1839  altre  se  ne  aggiunsero.  In 
Napoli  ed  in  Sicilia  s'istituirono  gli  asili  in- 
fantili, ove  raccoglievansi  i  fanciulli  da  tre  ad 
otto  anni,  che  non  poteano  essere  assistiti 
ed  educati  da'  loro  genitori  poveri.  Essendo- 
si incediato  e  distrutto  lo  stabilimento  di  be- 
neficenza della  real  Casa  santa  dell'  Annun- 
ziata, il  re  lo  fece  riedificare  più  comodo  e 
più  bello,  ed  in. poco  tempo.  In  Palermo  venne 

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—  124  — 

fondato  un  morotrofìo  dal  barone  Pisani,  il 
quale  raccolse  a  sue  spese  un  gran  numera 
di  dementi,  con  dar  loro  tutto  il  necessario, 
ed  i  mezzi  per  guarirli.  Quello  stabilimento 
passò  poi  sotto  l'amministrazione  del  real  go- 
verno, ed  è  uno  de'migliori  che  vanta  l'Italia;, 
tra  le  altre  cose,  si  trovano  colà  de'capi  lavori 
di  belle  arti,  eseguiti  da'  medesimi  dementi. 
In  Termini  di  Palermo  si  fondò  un  orfano- 
trofio civico  dotato  da  D.  Policarpo  Manes,  ed 
un  altro  se  ne  fondò  in  Cosenza  per  cura  di 
quel  Municipio. 

Però  la  grande  opera  filantropica  e  carita- 
tevole compiuta  in  quel  tempo  da  Ferdinan- 
do II,  fu  certamente  quella  di  essersi  coo- 
perato, insieme  alla  Francia  e  all'  Inghilterra,, 
per  far  finire  la  inumana  tratta  dei  negri. 
Quel  pio  sovrano,  fin  da  quando  salì  al  tro- 
no, avea  fatto  delle  pratiche  presso  quelle 
due  potenze  ,  per  togliere  queir  obbobrioso 
mercato  di  carne  umana;  ed  il  14  febbraio» 
1838,  in  una  convenzione  definitiva ,  si  ob- 
bligò concorrere  con  la  forza  delle  armi  e 
co'  mezzi  pecuniarii  per  vederlo  totalmente 
abolito.  Le  sue  pratiche  ed  insistenze  furono 
coronate  di  un  esito  felice  per  varii  luoghi 
dell'  Africa  e  dell'  America;  ed  egli  fulminò 
pene  severissime  a  chi  de'  suoi  sudditi  aves- 
se esercitato  l'abbominevole  commercio  del- 
la tratta  de'  negri. 

Dopo  tante  spese  ordinarie,  e  straordinarie 
fatte  dal  real  governo  in  que' quattro  anni, 
neir ultimo  semestre  del  1839  ,  la  Commis- 
sione istituita  per  ammortizzare  il  debito 
pubblico,  dichiarò  di  avere  estinte,  non  solo 
le  obbligazioni  ordinarie    secondo  era   stata 

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—  125  — 

-stabilito,  ma  aver  pagate  mille  e  ventotto 
obbligazioni,  ognuna  di  cento  lire  sterline, 
debito  contratto  in  Londra  nel  4824  col  ban- 
chiere Rotschild  e  compagni.  Son  questi  quei 
miracoli  finanzieri  che  san  fare  i  soli  go- 
verni tirannici,  simili  a  quello  di  Ferdinan- 
do II  di  Borbone;  e  tutto  questo  si  fece  sen- 
za imporre  nuovi  dazii,  anzi  riducendo  quelli 
«che  vi  erano,  come  ho  già  detto  in  questo 
«tesso  capitolo. 

Il  1°  agosto  1838,  la  regina  die  alla  luce 
xin  figlio,  che  nel  battesimo,  conferitogli  dal 
cappellano  maggiore,  ricevette  il  nome  di  Lui- 
gi, e  gli  fu  dato  il  titolo  di  conte  di  Trani, 
con  l'istituzione  di  un  majorascato  in  favore 
dello  stesso  sulla  tenuta  di  Tressenti.  Il  re, 
in  occasione  della  nascita  di  quel  principe 
reale,  fece  le  solite  largizioni ,  ed  accordò 
grazie  a'  condannati  alla  semplice  prigionia 
ed  agli  altri  a' ferri.  Il  17' settembre  deiran- 
no seguente,  la  medesima  regina  partorì  un 
altro  figlio,  al  quale  fu  dato  il  nome  di  Al- 
berto, col  titolo  di  conte  di  Castrogiovanni, 
ed  ebbe  un  majorascato  sulla  tenuta  di  Cardi- 
tela; ma  quel  real  principe  visse  assai  poco. 

Nel  1839,  varii  principi  reali  visitarono  la 
corte  di  Napoli;  in  febbraio  giunse  in  que- 
sta capitale  la  principessa  Carolina  vedova 
del  duca  di  Berry,  sorella  del  re  Ferdinando 
II,  ed  il  principe  ereditario  di  Baviera  Mas- 
similiano Giuseppe.  Altri  reali  principi  si 
recarono  in  questa  città  in  quello  stesso  an- 
no, cioè  nel  mese  di  marzo  l'arciduca  Carlo 
padre  della  regina  Maria  Teresa ,  col  figlio 
arciduca  Alberto,  e  sul  finire  di  dicembre  il 

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—  126  - 

principe  reale  Enrico  di  Borbone  ,  duca  di 
Bordeaux,  figlio  dell'assassinato  duca  di  Berry, 
ed  oggi,  come  allora,  illustre  esule  che  por- 
ta il  titolo  di  conte  di  Chambord  ,  che  tutti 
chiamano  Enrico  V  re  di  Francia. 

Nomino  le  persone  più  illustri  che  mori- 
rono in  questo  Regno  dal  1831  al  4839.  Nel 
1831,  Luigi  Petagna  di  Napoli,  professore  di 
zoologia  ed  insigne  botanico.  Nel  1832,  Ni- 
cola Giampitti,  canonico  napoletano,  letterata 
e  filosofo.  Nel  1838,  il  duca  di  Sangro,  tenen  - 
tegenerale,  già  Somigliere  del  Corpo  del  rer 
morto  di  anni  74.  Nel  1834,  Silvestro  Palma 
d' Ischia ,  compositore  di  musica.  Nel  1835  , 
Melchiorre  Dèlfico  di  Teramo ,  giureconsulto 
ed  economista  ;  ab.  Luigi  Galanti  di  Santa- 
croce in  Molise,  sommo  letterato  e  geografo, 
morto  in  Napoli  di  anni  71;  Vincenzo  Bellini 
di  Catania  ,  inventore  di  una  nuova  musica 
melodiosa  e  sentimentale,  morto  in  Parigi  di 
anni  34!  Nel  1836,  marchese  Vito  Nunziante 
tenentegenerale  ,  prode  ed  onorato  militare, 
morto  in  Napoli  in  età  di  anni  61  ;  tenente- 
generale  Giovambattista  Fardella  di  Trapani, 
istitutore  nella  milizia  del  giovine  re;  colon- 
nello Costa,  letterato  e  scienziato.  Nel  1837, 
maresciallo  Alessandro  Begani  di  Napoli,  pro- 
de militare;  ab.  Domenico  Scinà  di  Palermo, 
celebre  letterato  e  naturalista;  Giuseppe  Tran- 
china  di  Palermo  insigne  cerusico;  Nicola  Zin- 
garelli  di  Napoli  compositore  di  musica; 
Michele  Azzariti  di  Foggia  ,  filosofo  e  pub- 
blicista; Filippo  Fodera  di  Girgenti,  gran  giu- 
reconsulto; Nicola  Palmieri  di  Termini  di  Pa- 
lermo, storico;  Antonio  Bivona  di  Messina  na- 

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—  127  — 

turalista.  Nel  1838  Antonio  Capece  Minutolo, 
principe  di  Canosa,  più  volte  ministro  di  po- 
lizia, tanto  calunniato  dallo  storico  Colletta, 
morì  in  Pesaro  di  anni  70.  Nel  1839,  ab.  Be- 
nedetto" Gozzolino  di  Napoli,  primo  istitutore 
de'  sordo-muti,  e  Luigi  Cilento  di  Marigliano, 
cerusico  valente  pel  mal  di  pietra,  morto  in 
Napoli  di  anni  60. 

BIBLIOGRAFIA 

Rammenterò  le  principali  opere  che  si  pub* 
blicarono  dal  1830  al  39.  Nel  1830,  Elementi 
di  fisica  dell' ab.  Domenico  Scinà.  Nel  1831/ 
Principii  del  credito  pubblico  di  Lodovico  Bian- 
chini. Nel  1832,  La  filosofia  della  volontà  e 
lezioni  di  logica  e  metafisica  di  Pasquale  Gal- 
luppi;  Lezioni  di  eloquenza  sacra  dell'ab.  Ste- 
fano Gatti.  1833,  Istitutiones  metaphysices  di 
Tommaso  Troise;  Filosofia  elementare  di  Bal- 
dassarre Poli;  YOmnibus  politico  letterario  di 
Vincenzo  Torelli.  Raffaele  Sacco  inventò  il 
Telemetro,  istrumento  ottico  che  serve  a  mi- 
surare le  distanze  inaccessibili.  Nel  1835  , 
Somma  della  Storia  di  Sicilia,  di  Nicola  Pal- 
mieri; Della  giustizia  criminale  del  Regno  di 
Napoli  di  Pietro  Ulloa  ;  Dizionario  legale  di 
dritto  civile,  penate,  canonico  ed  amministra- 
tivo di  Pasquale  Liberatore.  Nel  1836  ,  Pa- 
rallelo, della  giurisprudenza  universale  dopo 
il  mille  di  Giovanni  Manna;  Elementi  di  filo- 
sofia del  sac.  Salvatore  Mancini;  Marmale  del 
Giureconsulto  di  Francesco  Vaselli.  1837,  Del- 
i  maniera  di  studiare  la  lingua  e  V eloquen- 
za italiana  di  Basilio  Puoti  ;  Principii  di  fi- 
losofia universale  di  Michele  Baffi.  1838,  Let- 

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—  428  — 

tere  filosofiche  sulle  vicende  della  filosofia  di 
Pasquale  Galluppi;  Iddio  e  l'uomo  in  ordine 
alla  natura  e  la  rivelazione  di  Francesco  Lo- 
sapio;  Codice  de9  notai  di  Domenico  Gazzilli; 
Questioni  di  dritto  di  Nicola  Nicolini.  Nel 
1839,  Storia  d*  Italia  del  medio -evo  di  Carlo 
Troya;  Lezioni  di  dritto  canonico  del  P.  Tom- 
maso Michele  Salzano  ;  Storia  del  Regno  di 
Napoli  di  Massimo  Nugnes  ;  Dizionario  geo- 
grafico-storico-civile  del  Regno  di  Napoli  di 
Raffaele  Mastriani;  Elementi  di  agronomia  e 
della  scienza  silvana  di  Luigi  Granata.  Ma- 
cedonio Melloni  inventò  Y  Elettroscopio  9  nuq- 
yo  strumento  ottico,  e  Raffaele  Sacco  un  mec- 
canismo per  raddrizzar  gli  occhi  ai  loschi. 

L'  egregio  capitano  ingegniere  ,  cav.  Giu- 
seppe Befezzi  immaginò  ed  esegui  un  altro 
difficile  strumento  ,  detto  Telegometro  »  che 
serve  eziandio  a  misurare  le  distanze  inac- 
cessibili ,  e  vins^  al  confronto  i  congeneri, 
come  rilevasi  del  dotto  periodico  La  Guerra^ 
Tom.  1°  Fas.  IV,  1860,  compilato  dal  tenen- 
te-colonnello Giuseppe  Novi. 


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CAPITOLO  VI. 
SOMMARIO 

Questione  de9  zolfi  di  Sicilia  tra'  governi  di  Napoli 
-e  di  Londra.  Conseguenze  di  quella  questione.  Pri- 
mi moti  rivoluzionarli  in  Aquila.  Ribellione  di  Co- 
senza. I  fratelli  Bandiera.  Piagnistei  e  calunnie. 

La  Sicilia  è  la  più  grande  ed  importante 
isola  del  Mediterraneo,  situata  all'estrema  par- 
te del  sud  della  penisola  italica.  Un  tempo  tra- 
smise all'Europa  la  civiltà  greca,  e  nel  suo 
seno  nacque,  sotto  il  dominio  svevo  ,  quella 
lingua  armoniosa ,  ricca  e  dotta,  che  oggi  si 
addimanda  italiana.  Fra  tanti  doni,  che  Iddio 
prodigò  a  quella  terra  prediletta ,  la  feracità 
è  da  ascriversi  tra'  primi.  Possiede  ricche  mi- 
niere, tra  le  altre  di  argento  e  di  oro,  e  quelle 
del  zolfo— ne  ha  più  di  cinquanta — oggi  la  ren- 
dono assai  più  interessante;  conciosiachè  tutte 
le  nazioni  ne  abbisognano  ,  e  sono  obbligate 
ivi  acquistarlo.  Essendo  quel  minerale  neces- 
sario negli  svariati  usi  della  vita  ,  e  più  di 
tutto  dopo  i  progressi  delia  chimica,  se  n' è 
accresciuta  l'importanza;  difatti  si  rende  in- 
dispensabile in  tutte  le  chimiche  combina- 
zioni perchè  è  la  base  dell'acido  solforico.  Di 
sì  naturale  e  tanto  prezioso  vantaggio  che  pos- 
siede quell'Isola,  né  i  siciliani,  né  le  Signorie 

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—  130  — 

che  Hian  dominata,  seppero  mai  approfittare* 
Il  solo  Ferdinando  II,  sovrano  eminente  mente- 
nazionale  ,  e  che  intendea  padroneggiare  in 
casa  propria,  tentò  togliere  agli  stranieri  il 
monopolio  del  zolfo,  per  renderlo  profittevole 
allo  Stato ,  ed  a'  suoi  soggetti  possessori  di 
quelle  miniere:  ma  dovette  cedere  alla  pre- 
potenza brittannica. 

Fin  dal  1836  ,  erasi  presentata  al  real  go- 
verno una  compagnia  di  commercio  francese» 
rappresentata  da'  negozianti  Taix  ed  Aycard, 
facendo  V  offerta  di  acquistare  lo  spaccio  dei 
zolfi  di  Sicilia  con  vantaggiosissime  condizio- 
ni. Quell'offerta  rimase  senza  risultati ,  per- 
che  il  Regno  delle  due  Sicilie ,  per  una  fa^ 
tale  conseguenza  delle  rivoluzioni,  nel  1817  ,. 
avea  dovuto  fare  un  trattato  di  commercio  con 
T  Inghilterra  ;  sebbene  non  eravi  patto  e- 
spresso  che  gì'  inglesi  avessero  il  dritto  del 
monopolio  sulla  esportazione  de'  zolfi;  nonper- 
tanto per  allora ,  non  si  volle  accordare  ad 
altri,  per  meglio  riflettere  sull'affare.  Intanto  P 
dopo  queir  anno  ,  il  commercio  de'  zolfi  co- 
minciò a  deperire  sempreppiù,  e  da  un  anno 
all'altro  il  prezzo  ribassava  in  un  modo  deso- 
lante pe'  proprietarii  delle  miniere.  Prima  che 
gl'inglesi  si  fossero  impossessati  dei  mono- 
polio, vi  fu  un  tempo  che  si -vendette  a  150 
franchi  ogni  mille  chilogrammi ,  e  nel  1837 
discese  a  franchi  10;  prezzo  che  non  copriva 
le  spese  ,  ed  i  padroni  delle  miniere  ne  so- 
spesero T  estrazione.  Per  la  qual  cosa,  varie 
nazioni  non  ebbero  più  zolfo  dalla  Sicilia; 
basti  dire  che  la  Francia,  in  quell'anno,  ap- 
pena  ne  potè  comprare   una  quinta  parte  di 

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—  131  — 

quanto  era  solita  acquistarne  negli  anni  pre- 
cedenti. 

11  bisogno  del  zolfo  si  facea  sentire  in  tut- 
~t  i  paesi  di  Europa,  la  sola  Inghilterra  non 
ne  difettava,  acquistandolo  a  vilissimo  prezzo. 
Fu  allora  che  si  presentò  per  la  seconda  vol- 
ta al  governo  di  Napoli  la  compagnia  Taix- 
Aycard,  e  gli  fece  il  progetto  di  comprare  il 
zolfo  a  ducati  due  e  mezzo  il  quintale  ,  per 
venderlo  a  quattro ,  dandogli  in  compenso 
guattrocentomila  ducati  annui.  Il  re  sulle  pri- 
me si  negò  per  la  seconda  volta,  perchè  pre- 
vedeva quel  che  poi  avvenne;  ma  il  ministro 
Santangelo,  ed  il  tenentegenerale  Filangieri 
con  troppa  premura,  e  taluni  dissero  per  in- 
teresse, lo  persuasero  ad  aderire  a  quel  pro- 
getto. In  effetti,  il  5  luglio  1838  ,  comparve 
un  decreto,  col  quale  si  autorizzava  il  mi- 
nistero dell'interno  a  stipulare  il  contratto 
concedente  la  privativa  de'  zolfi  di  Sicilia  alla 
compagnia  Taix-Aycard.  Con  un  altro  decreto 
del  21  dello  stesso  mese  ,  si  diminuiva  di 
quattrocentomìla  ducati  annui  il  dazio  sul  ma- 
cinato di  quel!'  isola,  e  così  i  siciliani  go- 
deano  di  quella  somma  ricavata  sulla  priva- 
tiva de'  medesimi  zolfi.,  accordata  alla  com- 
pagnia francese.  Il  re  aderì  a  quel  contratto 
col  solo  scopo  di  animare  il  commercio  del 
zolfo,  e  di  alleviare  la  Sicilia  di  un  dazio 
che  questa  ha  sempre  odiato  ed  odia. 

Trovavasi  allora  ministro  degli  affari  este- 
ri Antonio  Statella,  principe  di  Cassero;  co- 
stui, siciliano,  e  più  degli  altri  ministri  desi- 
deroso del  bene  del  suo  paese  ,  avrebbe  do- 
vuto mostrare  più  premura  del  ministro  San- 

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—  132  — 

langelo  e  del  Filangieri,  circa  un  contratto 
che  doppiamente  vantaggiava  la  Sicilia.  Ma 
perchè  era  egli  un  insigne  uomo  di  Stato» 
ed  operava  pel  solo  bene  della  sua  patria  e 
del  suo  re,  a  tempo  avverti  quel  ministro, 
che  il  contratto  con  Taix-Aycard  ci  avrebbe 
fatta  nemica  l'Inghilterra  ,  si  corriva  agi*  in- 
teressi, attirandoci  addosso  serii  guai.  Quin- 
di lo  consigliava  a  trattar  l'affare  con  matu- 
rità e  portarlo  in  consiglio  di  ministri.  San- 
tangelo,  dopo  di  avergli  promesso  per  iscrit- 
to, che  avrebbe  fatto  tesoro  di  un  tanto  seti- 
nato  consiglio,  bruscamente  e  senza  alcuna 
discussione,  conchiuse  e  firmò  quel  contratto. 

Accadde  quello  che  il  principe  di  Cassero 
avea  preveduto  :  lord  Palmerston  fu  conten- 
tissimo di  cogliere  una  occasione  per  vendi- 
carsi di  Ferdinando  II ,  perchè  questi  non 
volle  mai  esser  servo  dell'Inghilterra,  perchè 
proteggea  il  proprio  commercio  e  le  manifat- 
ture indigene,  ed  infine  perchè  non  volle  ri- 
conoscere il  matrimonio  di  sua  nipote  Pene- 
lope Smith  col  principe  Carlo,  germano  del  re. 

Quel  nobile  lord,  dapprincipio,  istigò  alcuni 
speculatori,  i  quali  portarono  nel  Parlamento 
inglese  le  loro  lagnanze  circa  il  contratto  sti- 
pulato in  Napoli ,  chiamandolo  monopolio  , 
mentre  in  realtà  altro  non  era,  che  dare  un 
giusto  valore  alla  merce.  Difatti  lo  stesso  mi- 
nistro del  commercio  d'  Inghilterra  ,  Poulet 
Thompson ,  a  que'  piati,  rispose  con  evasive 
parole.  Palmerston,  dopo  che  consultò,  circa 
quella  questione,  i  suoi  giureconsulti  —  che 
gli  diedero  torto  —  cominciò  a  mostrarsi  aper- 
tamente ostile  al  governo  di  Napoli.  In  occa- 

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—  133  — 

s^one  di  un  pranzo  di  gala,  flato  dalla  regina 
Vittoria,  ove  trovavasi  il  ministro  napoletano 
conte  Ludolf,  il  nobile  lord  lo  attaccò  con  pa- 
role poco  diplomatiche,  indi  sfolgorò  una  nota 
minacciosa  contro*  questo  governo  ;  ed  al  so- 
lito, tra  le  altre  cose,  domandava  una  indea- 
nizzazione  di  trecentomila  lire  sterline ,  per 
la  perdita  già  fatta  da'  mercanti  inglesi;  men- 
tre costoro  nulla  aveano  perduto  ,  perchè  il 
contratto  de' zolfi  non  era  ancora  stato  messo 
in  esecuzione.  Sori  questi  veri  ricatti  diplo- 
matici ,  che  r  Inghilterra  suol  fare  a  danno 
dalle  deboli  o  piccole  nazioni.  Intanto,  il  bri- 
gante ricattatore,  spesso  spinto  a  quell'eccesso 
dalla  necessità,  è  maledetto  dalla  società  ed 
appeso  alle  forche  ;  mentre  l' Inghilterra  di 
Palmerston  fu  proclamata,  dai  rivoluzionarii, 
la  nazione  più  umanitaria  e  civile  dell'Europa, 
anche  per  quel  torto  fatto  al  governo  di  Na- 
poli ! 

Quella  nota  inglese  giunse  al  ministro  de- 
gli affari  esteri  di  Napoli,  e  costui  la  mandò 
in  Sicilia,  ove  allora  trovavasi  il  re;  il  quale, 
sobillato  dal  Santangelo,  fece  rispondere  con 
un'altra  non  meno  acre.  Il  ministro  principe 
di  Cassero  ,  conosciuto  il  pericolo  ,  persuase 
Ferdinando  a  non  ispedirla,  e  lo  pregò  di  ac- 
comodar quella  vertenza  con  un  trattato  di 
commercio,  nella  speranza  di  ottenere  taluni 
vantaggi  dall'Inghilterra,  tra*  quali  la  rinunzia 
del  dieci  per  cento,  e  l'abolizione  del  mono- 
polio de' zolfi,  per  tutti,  Il  Cassero,  dopo  tante 
sue  lodevoli  insistenze,  fu  autorizzato  dal  re 
ad  intavolare  le  trattative  con  sir  Lomb,  mini- 
stro brittannico  in  Napoli,  e  tra  loro  si  formo- 

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—  1^4  — 

larono  le  basi  di  un  trattato  di  commercio  eoi 
principii  di  reciprocarla:  principale  base  dello 
stesso  era  Y  abolizione  per  tutti  del  monopolio 
de'  zolfi ,  e  ciò  era  secondo,  gì'  interessi  e  la 
dignità  del  governo  delle  due  Sicilie.  Il  prin- 
cipe di  Cassero,  malgrado  che  avesse  dovuto 
lottare  con  tre  diplomatici  inglesi ,  due  dei 
quali  mandati  da  Londra  a  bella  posta,  avea 
ottenuto  patti  vantaggiosissimi,  cioè  la  rinun- 
zia a  perpetuità  dall'Inghilterra  sul  diritto 
che  questa  avea  al  dieci  per  cento,  1'  annul- 
lamento del  trattato  di  commercio  del  1817  f 
che  tanto  inceppava  gli  altri  stipulati  con  al- 
tre nazioni,  e  la  reciprocanza  tra  le  due  na- 
zioni ,  circa  la  importazione  ed  esportazione 
delle  manifatture  e  derrate  rispettive. 

Allorché  si  recò  dal  re  e  gli  fece  noti  i  ri- 
sultati, questi  si  mostrò  contentissimo,  e  gli 
ordinò  di  portare  in  consiglio  di  Stato  un  af- 
fare tanto  interessante  per  essere  risoluto 
regolarmente. Ma  quando  quel  ministro  espose 
in  consiglio  il  risultato  delle  sue  negoziazio- 
ni co'  diplomatici  inglesi ,  tutt'  i  ministri,  ad 
eccezione  del  marchese  Pietracatella,  chi  per 
un  fine  chi  per  un  altro,  si  mostrarono  av- 
versi ;  lo  stesso  sovrano  non  si  dichiarò  più 
dell* opinione  del  principe  di  Cassero;  quindi 
nulla  si  conchiuse.  Non  pertanto  costui  tentò 
l'ultima  prova;  stese  al  re  una  esposizione  in 
iscritto,  facendogli  conoscere  il  vero  stato 
della  questione,  i  vantaggi  che  avrebbe  acqui- 
stato il  Regno,  se  si  fosse  attuato  il  trattato 
da  lui  già  discusso  con  gì'  inglesi,  ed  a  qua- 
li funeste  conseguenze  si  sarebbe  esposto  il 
governo,  se  si  fosse  venuto  ad    una    rottura 

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—  135  — 

<on  l'Inghilterra.  Quelle  ragioni  e  previsioni 
tanto  sennate,  e  da  vero  uomo  di  Stato,  non. 
ottennero  alcun  risultato,  perchè  tra'ministri 
eravi  qualcheduno  interessato  a  sostenere  il 
contratto  conchiuso  con  la  compagnia  Taix- 
Aycard;  e  il  re,  spinto  dalla  sua  naturale  in- 
dipendenza, si  decise  per  la  resistenza  contro 
le  pretensioni  inglesi;  d'allora  non  si  parlò  più. 
4i  quel  trattato  di  commercio  iniziato  e  di- 
scusso. 

Il  principe  di  Cassero ,  riflettendo  che  la 
«uà  persona,  come  ministro,  era  compromes- 
sa» pregò  il  re,  in  pieno  consiglio  di  Stato, 
«di  accordargli  il  ritiro.  Però  in  cambio  di  ot- 
tenerlo, gli  s' impose  di  firmare  una  nota  di- 
retta al  ministro  britannico  ,  nella  quale  si 
conteneva  una  negativa  in  contraddizione  a 
quanto  egli  avea  promesso  nqllo  spazio  di  un 
anno.  A  questo  proposito  ecco  come  si  espres- 
se il  principe  di  Cassero  in  una  lettera  che 
ho  in  mio  potere,  diretta  confidenzialmente 
al  suo  amico   conte   Ludolf,    regio    ministro 

plenipotenziario  presso  la  S.    Sede: «  Io 

u  però  ho  risposto  col  coraggio  che  ispira  il 
-u  punto  di  onore,  ed  una.  coscienza  sicura, 
«  che  S.  M.  potea  chiedere  da  me  qualunque 
«  cosa,  meno  che  il  sacrifizio  dell'onore,  che 
«  non  avea  dritto  di  esigere  ,  e  cjie  io  non 
«  firmerei  assolutamente  la  nota,  a  costo  di 
*  andare  in  castello ,  o  di  aver  tagliata  la 
u  mano,  per  due  ragioni:  i°  perchè  quelVat* 
«  to  provocherebbe  calamità  incalcolabili  al 
«paese,  ed  io  non  volea  essere  istrumento  a. 
«  tanti  mali.  Tralascio    il    racconto    di  tutto 

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—  136  — 

•<  ciò  che  si  è  fatto  per  volermene  imporre,. 
«   perchè  è  meglio  che  resti  ignorato.  » 

Conosciuto  il  nobile  procedere  del  ministra 
principe  di  Cassero,  tutti  gli  amici  di  costui 
si  affrettarono  a  congratularsi  con  lo  stesso- 
Il  ministro  inglese,  residente  in  Napoli,  die 
un  gran  pranzo  in  onore  del  medesimo  prin- 
cipe, e  siccome  questi  non  intervenne  ,  alia 
tavola  si  lasciò  vuoto  un  posto  distinto  ,  in 
segno  che  colà  avrebbe  dovuto  sedere  colui 
che  si  festeggiava  in  quel  pranzo. 

Il  principe  di  Cassero,  in  pena  di  non  aver 
firmato  quella  nota  contro  l'Inghilterra,  ebbe 
intimato  1'  esilio  in  Foggia,  con  Y  ordine  di 
partire  in  4  ore.Del  Carretto  si  negò  a  voler- 
glielo intimare  ,  un  altro  generale  fece  lo 
stesso;  allora  ne  incaricarono  il  colonnella 
di  gendarmeria  Martinez;  (1)  il  quale  si  reca 
al  palazzo  del  principe,  e  dopo  un  discorso 
inconcludente,  gli  notificò  l'ordine  dell'esilio;, 
aggiungendo  che  gli  si  era  imposto  di  restar 
presso  di  lui,  fino  a  che  sarebbe  partito.  li 
principe  ricevè  quella  notifica  mentre  era  a 
pranzo:  appena  finito,  parti  per  Foggia  con 
tutta  la  sua  famiglia.  In  quella  città  fu  fe- 
steggiato; ma  non  trovandosi  bene  a  causa 
dell'aria,  ottenne  di  trasferirsi  a  Cava,  ove  non 
fu  bene  accolto,  perchè  1'  intendente  di  Sa- 
lerno era  una  creatura  del  ministro  Santan- 
gelo.  Il  re,  forse  per  vedute    politiche  ,  non 

(1)  Costui  era  nativo  di  Palermo  ;  divenuto  gene- 
rale, fu  governatore  di  Capua,  e  lasciò  fama  di  uomo 
stravagante  ;  di  lui  si  raccontano  strani  episodii;  era 
però  onesto,  zelante  e  fedele  soldato:  morì  nel  1848. 

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—  137  — 

lo  richiamò  più  al  potere;  ma  lo  tenne  sem- 
pre in  onore,  e  spesso  lo  consultava  partico- 
larmente. 

Oggi,  per  allora,  deesi  far  plauso  alla  po- 
litica del  ministro  Antonio  Statella  principe 
di  Cassero;  il  quale  avea  ottenuto  un  trattato 
di  commercio  con  l'Inghilterra  favorevolissi- 
mo a  noi.  Inoltre  perchè,  amando  veramente 
il  suo  re  e  il  suo  paese,  non  solo  volle  evi- 
tare una  nazionale  umiliazione  ;  ma  fece  di 
tutto  per  essere  abolito  un  trattato  di  com- 
mercio, stipulato  nel  1817,  in  favore  «di  una 
scortica trice  e  prepotente  nazione,  e  di  non 
poca  compromissione  a  questo  regno. 

Il  principe  di  Scilla  fu  nominato  ministro 
degli  affari  esteri  ,  ed  afforzò  1'  opposizione 
contro  l'Inghilterra.  Il  20  marzo  1840,  una 
squadra  inglese,  sotto  gli  ordini  dell'  ammi- 
raglio Stopford,  ostilmente  si  avvicinò  alla 
rada  di  Napoli  ,  per  trattare  in  quel  modo 
l'affare  de' zolfi.  Il  re  fece  dire  a  quell'am- 
miraglio: «  Che  se  volevasi  costringere  a  da- 
ti re  danaro,  lo  avrebbe  dato  ;  ma  se  si  vo- 
ti leva  indurre  a  dire  che  il  trattato  del  1817 
«  era  stato  violato,  sebbene  non  fosse  che 
«  il  sovrano  delle  Due  Sicilie,  avrebbe  resi- 
«  stito  alla  Granbrettagna  ,  qualunque  cosa 
«  fosse  per  accadere  »  (1)-  Contemporanea- 
mente  fece  preparare  le  artiglierie  de'  ca- 
stelli della  città;  si  accesero  i  fornelli  per 
le  palle  infuocate  e  si  schierarono  truppe  per 
impedire  qualche  sbarco  degl'inglesi:  la  guer- 
ra parea  inevitabile.  Difatti  si  spedirono  altri 


(1)  Vedi  lo  storico  Coppi  tom.  Vili. 

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—  138  — 

soldati  a  Messina ,  ed  ordini  di  resistenza, 
contro  gì'  inglesi  a  tutti  i  comandi  militari; 
ed  i  castelli  di  quella  città  furono  sul  punto 
di  aprire  il  fuoco  contro  talune  navi  dell'In- 
ghilterra. Quando  si  fece  riflettere  al  re  la 
disparità  della  lotta,  è  nota  la  dignitosa  ri- 
sposta di  quel  sovrano!  «  l'Inghilterra  ,  egli 
«  disse,  ha  la  ragion  della  forza  ,  ed  io  ho 
«  la  forza  del  dritto  ». 

Il  ministro  di  Sardegna  in  Napoli,  Crosa  de 
Verga  ni,  volle  farsi  mediatore  tra  il  governo 
inglese  e  quello  napoletano,  e  non  fu  accet- 
tato né  dall'uno  né  dall'altro.  La  squadra  bri- 
tannica cominciò  a  predare  alcuni  legni  mer- 
cantili presso  l'isola  di  Capri;  ed  il  re  ordine 
che  si  mettessero  sotto  sequestro  quelli  ap- 
partenenti alla  Granbrettagna  ,  che  si  trova- 
vano ne'  porti  di  questo  Regno.  Allora  s' in- 
tromise mediatore  di  pace  il  ministro  di 
Francia,  e  al  giungere  di  una  nave  francese^ 
mandata  dal  re  Luigi  Filippo,  la  flotta  inglese 
si  allontanò  dal  golfo  di  Napoli,  e  la  media- 
zione di  quel  sovrano  fu  accettata  d'ambe  le 
parti. 

Il  26  marzo,  si  stipulò  una  convenzione  pre- 
liminare ,  in  forza  della  quale  cessavano  le 
rappresaglie  dall'  una  e  dall'  altra  parte  dei 
contendenti.  Il  16  maggio  dello  stesso  anno, 
tra'  governi  di  Londra  e  Napoli,  si  die  prin- 
cipio in  Parigi  alla  discussione  riguardante  la 
questione  de'  zolfi  di  Sicilia ,  e  il  20  luglio 
fu  convenuto  ,  disfarsi  il  contratto  stipulato 
con  la  compagnia  Taix-Aycard,  fissandosi  la 
indennità  da  darsi  alla  medesima.  Il  dazio 
sulla  esportazione    del  zolfo   rimase  a  ducati 


—  139  — 

due  il  quintale  ,  e  poi ,  1'  anno  seguente  ,  fu 
ridotto  a  carlini  otto,  per  covrire  ducati  quat- 
trocentomila ,  tolti  sul  dazio  del  macinato  di 
Sicilia,  fino  a  che  fossero  stabilite  le  inden- 
nità da  pagarsi. 

Santangelo  e  Filangieri,  ritenuti  autori  del 
famoso  consiglio  di  resistere  all'Inghilterra» 
e  che  avrebbero  potuto  gittare  il  Regno  in 
guerra  disastrosa,  nulla  patirono,  ed  il  primo 
proseguì  ad  essere  ministro  dell'  interno.  Il 
principe  di  Cassero,  che  tutto  avea  prevedu- 
to, e  che  si  era  lealmente  cooperato  a  scon- 
giurar la  tempesta ,  rimase  nell'  esilio  ;  e  da 
allora  non  vi  furono  più  uomini  di  cuore  e 
di  mente  al  ministero  degli  affari  esteri. 

La  vertenza  de' zolfi  di  Sicilia  fu  definita  il 
più  grande  errore  commesso  da  Ferdinando  II 
nel  suo  lungo  Regno.  È  pur  vero  che  egli  fu 
trascinato  da'  consiglii  d  Santangelo  e  di  Fi- 
langieri ,  ma  la  colpa  fu  tutta  sua  ;  essendo 
un  uomo  di  buon  senso  e  di  straordinarii  ta» 
lenti,  dovea  far  piuttosto  tesoro  delle  ragioni 
del  ministro  Cassero  ,  anzi  che  dare  ascolto 
a  persone,  che  molti  diceano,  interessate.  Però 
nell'  operare  di  quel  sovrano  ,  circa  la  sud- 
detta vertenza,  lo  scusa  la  sua  naturale  indi- 
pendenza, ed  il  principio  di  quella  regal  di- 
gnità da  lui  eminentemente  apprezzata  ,  vo- 
lendo essere  padrone  indipendente  in  casa 
propria  ;    lo  scusa   infine  il    coraggio  che  e- 

Ìrli  ebbe  di  tener  fermo  contro  la  prepotente 
nghilterra;  la  quale  non  ha  scrupoli  di  ser- 
virsi di  tutti  i  mezzi  abbominevoli  per  offen- 
dere i  suoi  oppositori,  maggiormente  quando 
trattasi  d'interessi  commerciali. 

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—  140  - 

La  briga  de*  zolfi  segnò  un  epoca  nefasta 
per  questo  regno:  da  allora  lord  PalraersUm 
cominciò  una  guerra  sorda,  disleale  ed  iniqua 
contro  il  governo  napoletano,  contro  il  re  e 
contro  le  patrie  istituzioni.  Egli  istigava  i 
faziosi  delle  Due  Sicilie  a  ribellarsi,  con  ap- 
poggiarli e  proteggerli  diplomaticamente,  cioè 
a  furia  di  menzogne  e  calunnie,  a  danno  di 
un  sovrano,  che  altra  colpa  non  avea  in  fac- 
cia alla  prepotente  Albione  se  non  quella, 
di  non  averla  voluta  padrona  in  casa  pro- 
pria. Il  governo  di  Napoli,  in  ogni  disposi- 
zione che  emanava,  era  censurato,  e  trovava 
sempre  opposizione  in  quello  brittannico;  il 
quale  varie  volte  non  isdegnò  di  scendere 
alle  più  basse  ed  evidenti  calunnie,  maggior-» 
mente  quando  era  al  potere  quell'uomo  fata- 
le  a  tutta  Europa,  lord  Palmerston. 

Si  compivano  felicemente  i  primi  dieci  an- 
ni di  regno  sotto  il  mite  scettro  di  Ferdi- 
nando II;  ma  quelli  succeduti  fino  al  1848 
ebbero  varia  fortuna,  e  gli  altri  fino  al  1859 
furono  una  continua*  lotta.  Il  governo  borbo- 
nico veniva  insidiato  in  varii  modi ,  e  stette 
suir  avviso  per  prevenire  i  colpi  de*  nemici 
interni,  e  soprattutto  le  imboscate  di  quelli 
esterni:  era  uno  stato  di  cose  incerto  ,  era 
una  continua  violenza,  e  qualche  volta  quel 
governo  fu  ingiusto.  Non  bisogna  però  di- 
menticare quel  che  ho  detto  altrove,  cioè 
che  Ferdinando  II  regnò  con  modi  paterni,. 
ed  altra  mira  non  ebbe  che  il  vero  benesse- 
re de*  suoi  popoli.  Quando  la  necessità  glie- 
lo impose,  fu  costretto  ad  esercitare  quel 
dritto  e  quel  dovere  che  han  tutti  i  sovrani» 

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—  441  — 

«  reggitori  delle  nazioni,  cioè  di    difendersi 
<ia  ogni  sorta  di  nemici. 

Qualche  sopruso  non  fu  .da  lui  ordinato, 
ma  da  coloro  che  voleano  farsi  merito,  mo- 
strandosi troppo  zelanti,  o  da  quelli  pagati 
dalla  stessa  setta.  Una  lega  calunniosa  ed 
iniqua  si  formò  tra  tutti  i  rivoluzionarii  di 
Europa;  e  da' ministri  settarii  di  varie  po- 
tenze, per  calunniare  e  svisare  tutto  ciò  che 
fosse  napoletano,  ad  ogni  operazione  di  Fer- 
dinando II. 

Gli  stranieri,  che  venivano  a  Napoli  ,  do- 
veano  parlare  e  stampare  dello  stato  abbietto 
come  vestivano  e  conducevansi  i  lazzari:  ma 
in  realtà,  costoro  erano  meno  immorali  dei 
loro  derisori  in  guanti  gialli  e  profumati. 
Si  doveano  esporre  e  pubblicare  per  le  stam- 
pe le  sconcezze  di  questa  capitale,  mentre  se 
ne  trovavano. peggiori  nelle  altre  città  che 
si  dicevano  incivilite;  e  si  giungeva  fino  al- 
l'impudenza di  parlarne  come  se  la  sola  Na- 
poli fosse  travagliata  di  que'  mali  comuni  al . 
genere  umano;  finendo  sempre  col  predilet- 
to ritornello:  tutto  causa  V  infame  governo 
de  Borboni.  Intanto  nulla,  si  dicea  ,  perchè 
nulla  si  dovea  dire,  di  quanto  vi  è  di  bello 
e  di  buono  in  questa  città  ed  in  tutto  il  re- 
gno, e  di  quanto  Ferdinando  II  avea  fatto  e 
facea  per  migliorare  le  condizioni  de'  suoi 
popoli.  Quando  i  suoi  detrattori  non  poteano 
farne  a  meno  di  accennare  le  opere  pubbli- 
che di  quel  sovrano,  assicuravano  ,  che  egli 
l'avesse  fatte  per  meglio  tenere  schiavi  i 
suoi  soggetti.  Difatti  perchè  fu  il  primo  in 
Italia  ad  introdurre  in  questo  regno  i  battelli 


—  142  — 

a  vapore  e  le  strade  ferrate  ,  si  disse  che 
facea  ciò  per  avere  i  mezzi  più  pronti  di  con- 
durre la  soldatesca  da  un  punto  all'  altro  ed 
opprimere  i  popoli,  nel  caso  che  costoro  a- 
vessero  voluto  liberarsi  dalla  tirannia  :  lo 
stesso  si  disse  pe'  telegrafi  elettrici,  cioè  che 
gli  servivano  per  conoscer  subito  i  movimen- 
ti delle  province  contro  di  lui. 

I  settarii  di  Europa  gridarono  tanto  contro 
il  mal  governo  di  Ferdinando  II  che  lo  fe- 
cero anche  credere  a  noi  napoletani  e  sici- 
liani ,  cioè  che  eravamo  ridotti  il  popolo  più 
abbietto,  il  più  ignorante,  il  più  trascurato,  il 
più  tassato,  il  più  tiranneggiato;  mentre  il  go- 
verno delle  Due  Sicilie  era  il  più  progressista 
infatto  d' istruzione  pubblica ,  di  finanze  ,  di 
opere  pubbliche  e  di  leggi  civili  e  criminali. 
A  dirvi  il  vero,  anch'  io  avea  creduto  tutte 
quelle  calunnie  settarie  ;  ma  mi  disingannai 

5ienamente  nel  1851.  Da  queir  anno  fino  al 
854  soggiornai  in  varie  capitali  degli  Stati 
d'Italia,  e  mi  convinsi  che  il  nostro  paese  era 
il  migliore  amministrato  ed  in  tutti  i  rami , 
non  escluso  quello  della  tanto  detestata  po- 
lizia borbonica.  In  quanto  poi  a)  Piemonte , 
che  da'  rivoluzionarii  ci  era  presentato  come 
governo  modello ,  riportai  in  patria  orribili 
convinzioni;  ma  avendo  comunicato  quatito  a- 
vea  veduto  ed  osservato  a'  miei  amici ,  co- 
storo mi  guardarono  bieco  ,  e  chi  sa  se  non 
avessero  pensato  che  io  mi  fossi  venduto  alla 
polizia  per  ispacciare  quelle  notizie;  mentre 
da  questa  non  ero  veduto  di  buon'  occhio, 
per  la  sola  ragione  che  avevo  la  smania  di 
viaggiar  sempre.  La  sètta  avea  talmente  ino- 


—  143  — 

eulato  il  suo  veleno  in  questo  Regno  ,  che 
guai  a  colui  che  non  avesse  proclamato  que- 
sto tirannico  e  quello  del  Piemonte  il  più 
progressista ,  il  più  giusto  ed  anche  il  più 
ricco  del  mondo  ! 

De*  rivoluzionarii  delle  Due  Sicilie ,  emi- 
grati in  Torino  ,  vi  era  qualche  mediocrità, 
ed  ivi  fu  salutata,  e  con  ragione,  come  gran- 
de celebrità:  intanto  si  dovea  dire,  che  i  soli 
emigrati  in  quella  città  erano  i  letterati  ,  i 
dotti,  i  sommi  diplomatici  del  nostro  paese, 
mentre  qui  fiorivano  ingegni  in  ogni  umano 
sapere  ed  a  preferenza  degli  altri  Stati  della 
Penisola  (1).  Ci  dicevano  che  eravamo  aggra- 
vati di  tasse,  mentre  il  governo  modello  del 
Piemonte  ne  imponeva    tante   e  tante  gravo- 


(1)  I  miei  benevoli  lettori  se  volessero  convincer- 
si di  questa  verità  ,  non  dovrebbero  che  rilegge- 
re le  necrologie  e  le  biografie  pubblicate  in  questo 
mio  lavoro,  cioè  da  Carlo  HI  fino  a  Ferdinando  IL 
Io  sfido  i  Piemontesi,  i  Lombardi,  i  Veneti,  i  Tosca- 
ni, a  provare  che  ne'loro  Stati  sieno  fioriti  tanti  uo- 
mini insigni  per  quanti  ne  fiorirono  in  Napoli  ed  in 
Sicilia  sotto  la  dominazione  borbonica ,  e  che  sieno 
state  pubblicate  tante  altre  opere  colossali  quante 
ne  vanta  questo  Regno  dal  1734  al  1860.  Inoltre 
faccio  riflettere,  essere  la  maggior  parte  napoletani 
e  siciliani  gli  uomini  che  oggi  in  Italia  son  reputati 
sommi  nelle  lettere  ,  nelle  scienze  ed  in  politica. 

Dell'  altra  parte,  in  17  -anni ,  quali  uomini  nuovi 
vanta  l'Ita  Ha  riunita,  malgrado  che  i  governanti  della 
stessa  ci  facciano  erogare  immense  somme  per  la  pub- 
blica istruzione ,  e  che  han  quadruplicato  le  scuole 
governative,  gli  esami  e  le  tasse  a  danno  della  stu- 
dentesca ? 

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—  144  — 

sissime  e  vessatorie  a  noi  sconosciute ,  che, 
poi,  disgraziatamente,  ci  fece  conoscere  !  Er- 
rano tasse  strane  ed  ignote  prima  della  ma- 
dre rivoluzione  ,  la  francese    del  1789 ,  cioè 
sulle  industrie,  sopra  i  mobili  delle  case,  sul- 
1*  eredità,  sui  corpi  morali,  su'  giuochi,  sulle 
permissioni,  su  fitti,  sulle  carrozze,   carretti, 
carri,  bovi,  asini...!  cani,  galline,  professioni, 
arti  e  mestieri  —  non  la  finirei  più  se  tutte 
volessi. enumerarle — ed  in  fine  sulla  stessa 
sventura    e  miseria.  Né   è  una  esagerazione 
il  dir  che  si  pagava  in  Piemonte,  ed  oggi  nel 
felicissimo  Regno  d* Italia,  sulla  miseria;  con- 
ciosiachè  se  un  povero  domanda  un  soccorso 
Sgovernanti,  prima  di  tutto  deve  pagar  la  tassa 
di  una  lira  e  venti  centesimi  per  carta  bollata: 
lo  stesso  se  chiede  giustizia  contro  un  ingiu- 
sto, aggressore  ,   in  ca30  diverso  la  domanda 
sarà  inesorabilmente  respintal  4 

In  questo  Regno,  di  tasse  dirette,  si  pagava 
la  fondiaria  ,  lasciataci  in  ricordo  dall'  occu- 
pazione de'  liberali  francesi  del  decennio  ,  e 
il  macinato,  che  nel  1848  dovea  abolirsi,  per- 
chè estinto  il  debito  fatto  nel  1824  a  causa 
de'  devoti  di  S.  Teobaldo  carbonaro.  Ogni  in- 
dividuo di  questo  Reame,  in  tutto,  tra  tasse 
dirette  ed  indirette,  pagava  tredici  lire  all'an- 
no, mentre  in  Piemonte  se  ne  pagavano  trenta. 

Circa  ad  opere  pubbliche,  il  governo  delle 
Due  Sicilie,  se  era  secondo  ad  alcuni  in  Eu- 
ropa, era  il  primo  in  Italia  nell'  attuare  tutte 
le  utili  novità  di  questo  secolo.  Ci  diceano 
che  eravamo  i  più  oppressi  e  tiranneggiati 
dalla  polizia  ;  veramente  questa  si  era  resa 
insopportabile  in  alcune  inezie  dopo  1'  affare 

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—  145  — 

^de'  zolfi,  mentre  non  si  cnrava  de!le  visite  di 
Mazzini  ed  adepti,  che  sj>  *>o  faceano  a  que- 
sto Regno,  con  lo  scopo  -X.  rigenerarlo  alla 
miseria  ed  alla  dispera/Zi  •:,  o  come  essi  di- 
ceano  dalla  schiavitù  bml^nica.  Ma  ciò  av- 
veniva perchè  in  quelli  amministrazione  Si 
«rano  infiltrati  non  pochi  <  ttarii,  che  aveano 
il  mandato  da' loro  caporioni  di  chiuder  gli 
occhi  circa  gli  affari  dnll.i  sèlla,  e  vessare  la 
agente  tranquilla  ed  aff  •/:  nata  alla  dinastia. 
Però  la  polizia  borbonica,  se  vessava  qualche 
onesta  persona,  non  arrestava  mai  coloro  che 
non*  erano  veramente  rei  ;  ne  fan  fede  le 
condanne  de*  tribunali  ed  il  vanto  che  se  ne 
fecero  poi  gli  stessi  arrestati  per  causa  poli- 
tica; come  non  discese  mai  agli  arbitrii  tiran- 
nici di  quella  piemontese.  Se  i  miei  benevoli 
lettori  volessero  accertaci  di  quanto  io  as- 
serisco ,  potrebbero  leggere  la  storia  del 
Piemonte  Scritta  dal  gran  patriota  Angelo 
Brofferio  e  quella  dettata  dal  cdébre  generale 
Pinelli. 

Sarei  troppo  prolisso  se  volessi  dire  la  mi- 
nima parte  delle  calunnie  che  si  sbocciarono 
^contro  il  governo  del  nostro  pacsa  j  le  arti 
satanniche  che  si  usarono  per  fai  lo  credere, 
e  così  ribellare  le  Due  Sicilie  contro  un  so- 
vrano che  avea  sentimento  li  giustizia, ed  altro 
scopo  non  si  era  prefisso  che  il  bene  de*  éuoi 
popoli. Isettarii,  quando  ottennero  il  loro  fine, 
si  fecero  un  vanto  di  tutte  quelle  calun- 
nie che  aveano  spacciate;  tra  gli  altri  il  fami- 
gerato Petruccelli  della  Gattina,  in  varii  suoi 
scritti  e  concioni  se  la  rideva  della  credulità 
«de*  napoletani  e  siciliani. 

igiti^  Google 


— 146  — 

Ferdinando  II  sprezzava  quelle  calunnie  e- 
credeva  che  i  fatti  in  contrario  le  avrebbero* 
smentite;  quindi  non  volle  quella  stampa  che 
non  avrebbe  fatto  fuorviare  la  pubblica  opi- 
nione ,  svelando  le  arti  settarie  e  ribattendo- 
le sfacciate  menzogne.  Spinse  egli  taat* oltre 
quell'avversione  al  giornalismo,  che  non  volle 
più  in  Napoli,  come  appresso  dirò,  de'  bene- 
meriti periodici,  senza  riflettere  che  con  eia 
rendeva  un  gran  servizio  alla  rivoluzione.  Per 
la  qual  cosa,  atteso  la  guerra  accanita  e  sleale 
che  si  facea  a  questo  Regno  ,  da'  rivoluzio- 
narii  interni  ed  esteri,  bisogna  convenire-  che- 
fu  un  miracolo  di  politica  se  rimase  tranquil- 
lo per  varii  anni. 

Sebbene  la  sètta  fosse  stata  battuta  in  Ita- 
lia da'  tedeschi,  ciononostante  alzava  la  cresta 
perchè  appoggiata  moralmente  dal  partito  ri- 
voluzionario francese,  già  al  potere,  e  da  lord 
Palmerston ,  capo  del  governo  inglese  ;  lo» 
scopo  di  tutti  era  quello  di  estendere  la  ri- 
volta in  questo  Regno,  perchè  il  più  potente 
e  il  più  ricco  degli  altri  della  Penisola.  Il  re 
del  Piemonte,  Carlo  Alberto,  era  or  assoluti- 
sta or  carbonaro  ,  ibrido  sempre  tra  il  bene 
ed  il  male  ;  nondimeno  era  una  futura  spe- 
ranza pe'rivoluzionarii  italiani,  avendo  costoro 
conosciuta  l'ambizione  di  quei  sovrano.  Eglino,, 
fatti  arditi,  a  causa  degli  appoggi  stranieri  e 
delle  mire  ambiziose  del  re  sardo ,  osarono 
mostrarsi  baldanzosi  in  queste  nostre  contra- 
de con  le  armi  alla  mano. 

La  Giovine  Italia,  che  già  si  era  resa  po- 
tente e  soffiava  dappertutto  nel  fuoco- della  ri- 
voluzione, ordì  una  congiura  nella  città  di  A- 


—  147  — 

quila,  negli  Abruzzi;  il  capo  n'  era  lo  stesso 
sindaco,  Vittorio  Campanella,  complici  prin- 
cipali un  Gaetano  Lazzaro  ed  un  Camillo  Mor- 
cone.  I  quali ,  con  sufficiente  danaro  ,  forse 
ricevuto  dall'estero,  arruolarono  più  di  un  cen- 
tinaio di  contadini  e  vagabondi,  avidi  di  sac- 
cheggi e  di  rapine;  e  con  la  speranza  di  essere 
corrisposti  da  tutto  il  Regno,  stabilirono  di  ab- 
battere iì  legittimo  governo  il  dì  8  settem- 
bre 1841,  quando  la  maggior  parte  delle  trup- 
pe trovavasi  in  Napoli  alla  parata  di  Piedi- 
grotta. 

Il  colonnello  Gennaro  Tanfani,  militare  fe- 
dele a'  Borboni,  comandava  la  provincia  del* 
l'Aquila,  e  siccome  esser  soldato  fedele  al 
suo  re  è  stato  sempre  un  gran  delitto  pe'  ri- 
Aoluzionarii,  costoro  decisero  di  assassinarlo;  e 
quell'assassinio  dovea  essere  il  segnale  della 
rivolta.  In  effetti ,  T  8  settembre  ,  mentre  il 
Tanfani  recavasi  al  castello  con  un  gendar- 
me di  scorta,  i  settarii  l'assalirono  e  l'ucci- 
sero a  colpi  di  pugnale.  Fatta  questa  prima 
prodézza, corsero  allearmi  e  tentarono  di  oppri- 
mere quella  poca  soldatesca  che  trovavasi  in 
Aquila;  la  quale  dapprincipio  si  difese  e  poi 
prendendo  l'offensiva  sbaragliò  quella  marma- 
glia, uccidendo  quattro  assalitori  ,  ferendone 
parecchi ,  e  costringendo  il  resto  a  fuggire 
per  quelle  campagne.  Però  que'  fuggiaschi, 
incoraggiati  con  parole  da  coloro  che  sapeano 
tenersi  lungi  dal  pericolo,  rinnovarono  l'as- 
salto e  furono  battuti  e  messi  in  fuga  un'al- 
tra volta. 

Sul  finire  di  settembre,  furono  arrestati  pa- 
recchi ribelli  di  Aquila,  tra'  quali  il  marchése 


-  148  — 

Dragonetti ,  già  deputato  al  Parlamento  nel 
1820,  Luigi  Falconii,  il  barone  Giuseppe  Cap- 
pa e  l'avvocato  Morrelli.  Il  governo  mandò  in 
quella  provincia  il  general  Casella  ,  in  qua- 
lità di  Commissario  del  re  ,  il  quale  istituì 
una  Commissione  militare,  e  processò  150  ri- 
voluzionarii  ;  de'  quali  alcuni  furono  condan- 
nati a  varie  pene  temporanee,  nessuno  a  mor- 
te ;  tutti  ebbero  poi  la  grazia  sovrana  e  fu- 
rono messi  in  libertà.  I  gettarli  invece  di  am- 
mirare e  lodare  la  clemenza  del  re,  ricorsero 
alle  solite  loro  calunnie,  spacciando  che  Ca- 
sella avesse  fucilato  quattro  patrioti  ,  cioè 
quelli  che  caddero  nel  conflitto  ,  facendoli 
passare  per  condannati  e  giustiziati ,  senza 
però  dire  il  nome  de'  medesimi,  essendo  po- 
veri villani.  Asserirono  inoltre  che  il  re  a- 
vesse  ridonata  la  libertà  a*  condannati  dalla 
Commissione  militare,  non  già  per  insito  sen- 
timento di  clemenza ,  ma  per  paura  e  viltà  ; 
i  settarii,  nel  calunniar*  i  sovrani  ed  i  loro 
nemici,  non  tralasciano  mai  di  essere  buffoni. 

Giacché  mi  trovo  a  ragionar  delle  sommos- 
se avvenute  nel  Regno  dopo  il  1840  ,  prose- 
guirò a  raccontar  quella  di  Cosenza  e  1'  al- 
tra di  S.  Giovanni  in  Fiore,  tanto  celebrata  da- 
gli scrittori  rivoluzionarii ,  perchè  capitanata 
dagli  stranieri  fratelli  Bandiera. 

Nel  1844  ,  si  ordì  una  vasta  congiura  per 
ribellare  gli  Stati  d' Italia  ;  gli  emigrati  di 
questa  nostra  Penisola,  trovandosi  nella  Sviz- 
zera, aveano  combinato  di  gettarsi  parte  sul 
Piemonte  e  parte  sulla  Lombardia  per  ribel- 
lare que'  popoli.  Il  modenese   Fabrizli,  brac- 

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—  449  — 

ciò  destro  di  Mazzini,  trovavasi  allora  in  Al- 
geria, ove  combattea  in  favore  di  una  nobile 
causa  alla  testa  di  molti  giovani  italiani;  ebbe 
ordine  di  lasciare  i  barbareschi  in  pace  ed 
imbarcarsi  per  la  Sicilia  ,  ove  dovea  portare 
il  fuoco  della  rivolta.  Il  napoletano  conte  Giu- 
seppe Ricciardi  dovea  assoldar  còrsi,  per  sbar- 
carli sulla  spiaggia  romana  :  in  questo  modo 
si  pensava  d 'involgere  tutta  1*  Italia  in  una 
rivoluzione  contemporanea. 

I  faziosi  calabri  attendeano  il  segnale  per 
sollevarsi ,  e  perchè  impazienti  ,  il  15  marzo 
di  queir  anno  ,  accozzarono  un  centinaio  di 
nullatenenti  ed  entrarono  nella  città  di  Co- 
senza, tentando  di  sollevare  quella  popolazione 
col  grido  di  viva  V  Italia  e  viva  la  Costitu- 
zione. I  gendarmi,  colà  stanziati,  corsero  alle 
armi  e  ne  seguì  un  conflitto.  I  ribelli ,  non 
corrisposti  dalla  popolazione ,  furono  dispersi 
ed  inseguiti  ,  ricoverandosi  nelle  campagne. 
Si  ebbero  varii  feriti  e  tre  morti,  tra  costoro 
un  notaio  che  la  faceva  da  capo;  de'  gendarmi 
tre  soltanto  furono  feriti.  Il  capitano  Galluppi, 
figlio  del  filosofo,  comandante  que'  pochi  gen- 
darmi, dopo  di  avere  inseguito  i  rivoluziona- 
"  rii,  ritornando  in  città,  fu  ucciso  da  una  palla 
di  moschetto,  che  gir  venne  tirata  da  un  fa- 
zioso, che  trovavasi  appiattato;  costui  cadde 
anche  morto  per  un'  altra  archibugiata  tirata- 
gli da  un  gendarme. 

Siccome  i  rivoluzionarii  di  Cosenza  aveano 
relazione  con  quelli  di  Napoli ,  che  doveano 
sollevarsi  al  segnale  della  rivolta  calabra  ,  il 
governo  ne  arrestò  nove  de'  più  esaltati;  trai 


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—  150  — 

quali  Mariano  d'  Ayala  (1),  Matteo  de  Augu- 
stinis,  Francesco  Paolo  Bozzelli  e  Carlo  Poe- 
rio,  chiudendoli  in  Castel  Sant'Elmo,  ove  ri- 
masero qualche  mese.  Gli  arrestati  ed  i  loro 
aderenti  gridarono  alla  tirannia  del  governo 
del  re  ,  protestando  innocenza  ;  e  poi  ,  nel 
1848,  se  ne  fecero  un  vanto,  pubblicando  che 
veramente  erano  in  relazione  co'  rivoluziona- 
rii  di  Cosenza   e  che  doveano  ribellar  Napoli. 

In  Cosenza  si  stabilì  una  commissione  mi- 
litare per  punire  i  rei  di  quella  ribellione; 
ventuno  de'  quali  furono  condannati  a  morte; 
il  10  luglio  di  queir  anno,  quattordici  ebbero 
grazia  e  sette  vennero  passati  per  le  armi; 
eccone  i  nomi:  Nicola  Coriolano,  Antonio  Rao 
legale,  Pietro  Villaci  colono,  Raffaele  Como- 
docea  studente  ,  Giuseppe  Franzese,  Santo 
Cesario  e  Scanderbeg  francese,  proprietarii. 

Ferdinando  II,  ad  onta  che  fosse  insidiato 
in  modo  tanto  sleale  da'  settarii  del  Regno,  e  . 
dagli  stranieri,  die  ordine  a  tutti  i  procuratori 
generali  di  non  eseguirsi  alcuna  sentenza  ca- 
pitale, anche  di  consigli  di  guerra  subitanei, 
se  prima  non  si  fosse  ricorso  alla  clemenza 
sovrana,  esponendosi  tutte  quelle  circostanze 
attenuanti,  favorevoli  a' condannati. 

Fin  dal  184*2  si  erano  iscritti  alla  sètta  maz- 
ziniana .tre  giovani  veneziani,  cioè  Attilio  ed 

(1)  Niuno  può  negare  lo  svegliato  ingegno  di  Ma- 
riano d' Ayala,  ed  ho  sott'  occhio  varie  sue  opere , 
tra  le  quali  un  Dizionario  militare  francese,  ed  un 
volume  Napoli  militare.  Ciò  che  egli  scrisse  di 
Ferdinando  li,  di  lodi  e  di  ossequii,  sono  un  monu- 
mento di  contraddizione  e  d' ingratitudine  per  la 
condotta  posteriore  da  lui  serbata. 

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—  151  — 

Emilio  Bandiera,  alfieri,  imbarcati  sulla  fre- 
gata austriaca  Bellona  ed  erano  figli  di  un 
ammiraglio  al  servizio  dell'  Austria  :  V  altro 
giovane  era  Domenico  Moro,  luogotenente  di 
quella  marina  militare  ed  imbarcato  sulla 
fregata  Adria.  Tutti  e  tre  tentarono  impadro- 
nirsi della  Bellona,  volgere  a  Messina  e  colà 
portar  la  rivoluzione  ;  scoperti  a  tempo  ,  eb- 
bero non  so  se  la  disgrazia  o  la  fortuna  di 
fuggire,  il  Moro  a  Malta,  Attilio  Bandiera  a 
Siro,  T  altro  fratello  Emilio  all'  isola  di  Cor- 
tfù.  In  seguito  si  riunirono  di  nuovo  in  que- 
st' Isola,  e  vennero  raggiunti  da  Nicola  Ric- 
ciotti  di* Fresinone,  mandato  da  Mazzini,  per 
consigliarli  di  recarsi  negli  Stati  romani  ed 
ivi  capitanare  i  faziosi.  In  esecuzione  degli 
ordini  ricevuti,  cominciarono  ad  arruollare  uo- 
mini, preparare  armi  e  proclami  incendiari!. 
Si  unirono  a  loro  altri  profughi  italiani,  trai 
quali  un  Nardi,  un  Boccastro  calabrese,  fug- 
gito da  Cosenza,  ed  un  Boccheciampi  córso. 
La  polizia  austriaca,  avendo  conosciuto  i  pre- 
parativi di  que'  profughi  di  Corfù  e  lo  scopo 
che  costoro  si  proponevano,  ne  avvisò  subito 
i  governi  italiani.  I  quali  premunirono  quei 
luoghi  ove  sospettavano  che  lo  sbarco  potesse 
avvenire  ,  per  arrestare  immediatamente  chi 
volea  arrecare  calamità  e  sangue  ne'  loro  Stati. 
Siccome  si  dovea.  dire  che  Ferdinando  II 
era  odiato  da'  suoi  popoli  ,  e  far  veder  co- 
storo in  continua  lotta  con  lo  stesso,  le  trom- 
be della  sètta,  cioè  i  giornali  faziosi ,  comin- 
ciarono a  strombazzare  che  tutte  le  Calabrie 
erano  in  rivoluzione  e  per  ottenersi,  essi  di- 
cèano,  un  felice  risultato  altro  non  mancavano 

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—  152  — 

che  gli  uomini  del  mestiere  per  guidarla^ 
quella  volta  i  congiurati  di  Corfù  furono  vit- 
tima delle  menu  ^ne  de'  loro  consettarii.  I 
fratelli  Bandletu  e«ì  i  loro  compagni»  avendo 
intese  quelle  fai^o  notizie  ,  la  notte  del  45fc 
giugno  1844,  si  civettarono  ad  imbarcarsi* 
Dopo  una  navigazione  di  quattro  giorni,  sbar* 
carono  in  una  spiarla  deserta,  alla  foce  à&l 
fiume  Neto  ,  pi  esso  Coirono  in  Calabria.  Di 
là  volsero  a  Cuti  e  uza,  chiamando  alle  armi  tutti 
i  calabresi 'che  incontravano;  i  loro  evviva  ad 
iloro  proclami  erano  puri  repubblicani  ,  teo- 
denti  air  unità  italiana;  il  loro  linguaggio  ir»» 
religioso  ed  empio  ,  quindi  in  grato -a'  cala- 
bresi. Nessuno  li  segui  ,  invece  ,  in  alcuni 
paesi,  furono  ricevuti  a  schioppettate,  ed  av- 
vennero varii  co ii  Hi  Ili  con  que*  villici  in  ar- 
mi; i  quali  ehbciu  la  peggio  a  Pietralunga 
sotto  Belvedere. 

Il  corso  Boccheciampi,  vedendo  che  la  fac- 
cenda non  andava  Lene,  corse  a  Cotrone  * 
denunziò  i  suoi  cjn,p.*gni.  Le  autorità  di  quel 
paese,  noa  avendo  soldati,  il  18  giugno,  riu- 
nirono la  Guardia  u;  nana  e  qualche  gendarme* 
ponendoli  in  ug^uaL  pi  esso  S.Giovanni  in  Fio- 
re,ove  accadde  un  ei.nilitlo  con  la  peggio  degli 
avventurieri.  1  quali  furono  circondati  da'  vil- 
lici armati  auchj  di  zappe  e  scuri,  e  caddero/ 
uccisi  tre  rivoluzi^aài,  cioè  Giuseppe  Miller 
milanese,  Giu^ppc  Taddei  di  Pesaro  e  il  ca- 
labrese BoccasLo  ;  quattordici  furono  arre- 
stati immediata:.iw.itu  ed  altri  quattro  dopo 
pochi  giorni. 

È  troppo  stcLAucLicvole  sentir  quel  che  scri&- 
sero  e  stampi,  ^v  taluni  storici  rivoluziona- 
rii ,  circa   il  iUt:  u  armi    di  S.  Giovanni  in 

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—  153  — 

Fiore  ;  non  avendo  potuto  inveire  contro  la 
soldatesca ,  eruttarono  vituperii  e  calunnie 
contro  quelle  popolazioni.  Eglino  avrebbero 
preteso  che  i  montanari  calabri  avessero  ri- 
cévuto a  braccia  aperte  quegli  avventurieri , 
ed  avessero  gridato  morte  a  quel  governo,  di 
cui  non  aveano  da  lagnarsi,  e  viva  in  favore 
di  gente  e  di  principi  i  non  conosciuti.  Che 
gli  sbarcati  fecero  massacro  di  villici  a  Pie* 
tralunga,  nulla  han  da  osservarvi  quegli  sto- 
rici: invece  proclamarono  quelle  popolazioni 
barbare  ed  inumane,  sol  perchè  non  vollero 
accettare  la  repubblica  dalle  medesime  odia- 
ta, e  perchè  assalite  a  schioppettate  nelle  pro- 
prie case,  non  si  fecero  uccidere  da  chi  vo- 
lea  liberarli  dalla  schiavitù  borbonica. 

lì  28  giugno  ,  il  colonnello  Zola  ,  coman- 
dante le  armi  in  Cosenza,  riunì  il  Consiglio 
di  guerra,  elevato  a  Corte  marziale,  per  giu- 
dicare gli  sbarcati  provenienti  da  Cor  fu,  presi 
in  conflitto  con  le  armi  alla  mano.  I  mede- 
simi furono  dichiarati  rei  di  cospirazione  e 
di  riunione  in  banda  armata  ,  approdati  in 
questo  Regno  con  lo  scopo  di  abbattere  il  go- 
verno ,  eccitando  i  popoli  alla  ribellione.  In 
secondo  luogo  fu  costatata  la  violenza  contro 
le  popolazioni  e  contro  la  forza  pubblica,  meo* 
tre  questa  operava  in  esecuzione  della  legge. 
Il  fìsco  domandò  la  pena  di  morte  per  tutti, 
ad  eccezione  del  córso  Boccheciampi,pel  quale 
chiese  cinque  anni  di  prigionia  ,  non  essen- 
dosi trovato  ne*  conflitti  avvenuti  in  que'  gior- 
ni. La  Corte  marziale  ne  condannò  dodici  a 
morte,  e  cinque  li  raccomandò  alla  clemenza 
sovrana. 

Il  re,  trovavasi  allora  in  Sicilia,  ed  era  dispo- 

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-  154  — 

stissimo  a  far  grazia  a  tutti  que'  condannati 
nel  capo;  ma  una  imprudenza  di  Attilio  .Ban- 
diera gli  legò  le  mani.  Costui  scrisse  urta, 
lettera  a  Ferdinando  ,  nella  quale  gli  dicea, 
che  egli  avrebbe  voluto  1*  Italia  una  e  repub- 
blicana: ma  se  il  medesimo,  da  sovrano  asso- 
luto delle  Due  Sicilie  avesse  condisceso  a  di* 
venire  re  costituzionale  di  tutta  la  Penisola  ita- 
lica, egli  si  sarebbe  dato  a  lui  anima  e  corpo* 
Se  mai  si  fosse  conosciuta  quella  fatale  let- 
tera, la  grazia  sovrana  avrebbe  ingenerato  dei 
sospetti  ne'  principi  italiani  e  nelle  potenze 
settentrionali  ;  quindi  il  re  si  decise  di  dar 
corso  libero  alla  legge.  Però,  de*  dodici  con- 
dannati a  morte ,  nove  furono  passati  per  le 
armi,  cioè  i  due  fratelli  Bandiera  e  Domenico 
Moro  veneziani,  Nicola  Ricciotti  di  Frosinone, 
Anacarsi  Nardi  di  Modena  ,  Giovanni  Vere- 
nucci  di  Rimini  ,  Giovanni  Francesco  Berti 
di  Lugo  e  Domenico  Lupatelli  di  Perugia.  Otto 
ebbero  commutata  la  pena  e  poi  grazia  asso- 
luta, ma  con  V  obbligo  di  uscire  dal  Regno, 
e  furono  Pietro  Riassoli  di  Forlì  ,  Giovanni 
Manassi  di  Venezia,  Paolo  Mariani  di  Milano, 
Tommaso  Massoli  di  Bologna  ,  Luigi  Nani  di 
Forlì,  Carlo  Osma  di  Ancona,  Giuseppe  Pac- 
cione  di  Bologna  e  Giuseppe  Tesei  di  Pesaro; 
tutti  stranieri,  venuti  in  questo  Regno  senza 
essere  stati  chiamati  da  alcuno,  per  regalarci 
la  repubblica  ,  cioè  la  guerra  civile.  La  me- 
desima catastrofe  sarebbe  accaduta  a  Gari- 
baldi dopo  16  anni  ,  se  in  Calatafimi  non  a- 
vesse  trovato  il  generale  Francesco  Landi,  e 
ciò  ad  onta  della  protezione'  del  Piemonte, 
della  Francia  e  dell'Inghilterra. 

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—  155  — 

Al  certo  fa  ribrezzo  rammentare  la  fucila- 
zione di  que'  nove  disgraziati  giovani  :  ma 
non  fu  ingiusta  la  loro  condanna.  Eglino  ven- 
nero in  questo  Regno  con  le  armi  in  pugno 
per  insanguinarlo  con  la  guerra  civile  ,  e  le 
medesime  popolazioni,  che  voleano  rigenerare 
dalla  schiavitù  borbonica  ,  diedero  loro  ad- 
dosso, arrestandoli  e  consegnandoli  al  potere 
militare.  I  settarii  ci  «han  sempre  stordito, 
gridando  che  fanno  le  rivoluzioni  pel  bene 
del  popolo;  or  quando  questo  risponde  a'  suoi 
benefattori  in  quel  modo  ohe  rispose  a'  sbar- 
cati di  Corfù  ,  è  segno  evidente  che  è  con- 
tento del  proprio  sovrano;  e  questi  è  nell'ob- 
bligo  di  guarentirlo  co'  mezzi  che  ha  nelle  sue 
mani  :  ciò  mi  sembra  conforme  a'  principii 
proclamati  de'  medesimi  settarii,  cioè  che  la 
volontà  popolare  è  la  base  di  ogni  dritto. 

La  colpa  di  essere  stati  giustiziati  que'  nove 
giovani  in  Cosenza  fu  esclusivamente  di  Maz- 
zini, il  quale  sacrificava  i  suoi  adepti  senza 
alcuna  probabilità  di  felice  risultato.  Quel 
capo  settario  poco  si  curava  della  vita  di  tanti 
creduli  ed  entusiastici  giovani,  anzi  si  serviva 
delle  condanne  che  costoro  subivano  da  go- 
verni che  egli  insidiava,  per  gridar  più  alto 
contro  i  principi  italiani,  dichiarandoli  tiranni 
e  PeÉfèi°>  mentre  era  egli  il  vero  tiranno  dei 
suoi  adepti  e  de'  popoli. 

Circa  la  fucilazione  de'  fratelli  Bandiera  (gli 
altri  neppure  si  nominano!)  si  piagnucolò,  si 
gridò  in  tutti  i  tuoni  e  si  fecer  loro  funerali 
pagani.  Que*  due  giustiziati  venner  dichiarati 
martiri  e  modello  di  magnanimità  cittadina; 
ed  al  solito,  si  spacciarono  menzogne  sperti- 

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—  156  — 

cate  e  contraddittorie.  Si  disse  e  si  stampò  , 
che  i  fratelli  Bandiera  vennero  in  questo  Re- 
gno perchè  adescati  dalla  polizia  borbonica 
di  accordo  con  quella  austriaca  ;  che  Ferdi- 
nando II  volle  fucilarli  ad  onta  che  ne  aves- 
se chiesta  la  grazia  un  arciduca  d'  Austria  ; 
che  il  re  volea  graziarli,  ma  quel  macello  gli 
fu  imposto  dall'imperatore  austriaco.  Altre 
simili  invenzioni  stranabalate  e  contraddittorie 
si  spacciarono  con  le  stampe  a  questo  propo- 
sito ,  tutte  tendenti  ad  esaltare  gli  animi 
e  rinfocolare  V  idea  di  una  Italia  riunita  :  i 
fratelli  Bandiera  servivano  di  pretesto. 

Fra  tante  menzogne  e  contraddizioni ,  pia- 
gnistei e  calunnie  ,  sbuca  fuori  il  nebuloso 
filosofo,  l'abate  Vincenzo  Gioberti,  ed  in  una 
prefazione  postuma  al  Primato  degV  italiani, 
che  intitolò  Prolegomeni,  fa  il  più  stucchevole 
panegirico  a'  fucilati  di  Cosenza  del  1844. 
L'illustre  abate,  dopo  di  aver  buttata  via  l'in- 
comoda sottana  e  la  maschera  di  sostenitore 
de'  dritti  della  monarchia  e  del  sacerdozio  , 
lancia  virulenti  filippiche  contro  i  calabresi , 
tacciandoli  d'ignoranti  e  di  sanguinarii,  e  con- 
tro i  ministri  napoletani  di  quel  tempo:  ma- 
ledice i  principi  italiani  e  si  scaglia  contro 
la  Compagnia  di  Gesù,  caricandola  di  plateali 
vitupera.  Ed  in  vero  ,  si  vede  che  il  nostro 
abate  avea  perdute  le  staffe  con  l'imbestialire 
in  quel  modo  ,  per  non  dir  altro  :  in  che  vi 
entravano  i  gesuiti  co'  giustiziati  di  Cosenza? 
avrebbe  voluto  che  que'reverendi  padri  si  fos- 
sero armati,  e  corsi  in  Calabria  per  liberare 
i  fratelli  Bandiera?  ma  perchè  non  ne  diede 
egli- 1'  esempio  ?  Corruptio  boni  pexima  !   Il 

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-•157- 

prete  spretato  ,  maggiormente  quando  ha  in- 
gegno, è  la  contraddizione  personificata,  ed  il 
Gioberti  ce  ne  diede  un  famoso  e  lagrime- 
vple  esempio.  Egli,  ministro  di  Carlo  Alber- 
to ,  allora  sovrano  assoluto  ,  egli  sostenitore 
de*  dritti  dei  principi  italiani,  e  della  Confe- 
derazione italica  col  Papa  presidente  della 
stessa,  tutto  ad  un  tratto,  il  perchè  Deus  scit, 
ci  erutta  tante  corbellerie  contro  coloro  che 
avea  prima  meritevolmente  lodati.  Non  con- 
tento ancora,  volle  regalarci  una  noiosa  opera 
in  più  volumi,  col  titolo  il  Gesuita  moderno, 
ove  raccoglie  tutta  la  immondezza  sparsa  nelle 
opere  scritte  da'  nemici  della  Chiesa  catto- 
lica e  dagli  atei,  pestando  e  ripestando  sem- 
pre le  medesime  idee,  con  lo  scopo  di  vitu- 
perare ed  infamare  que'  benemeriti  Padri:"  e- 
gli  che  era  stato  l'amico  e  il  lodatore  de*  me- 
desimi! È  quella  un'opera  piena"  di  fiele  e  di 
strafalcioni,  né  sembra  scritta  dall'autore  del 
Primato  degl'italiani.  I  dottissimi  padri  della 
Compagnia  di  Gesù  non  risposero  a  quel  li- 
bello famoso,  perchè  si  condanna  da  sé  stes- 
so; leggendolo  senza  spirito  partigiano,  il  let- 
tore non  potrà  fare  a  meno  di  deplorare  l'ab- 
berrazione  di  un  sommo  ingegno.  E4  io,  a 
dirvi  la  verità,  mi  contento  di  essere  quel  po- 
vero ed  oscuro  uomo  che  sono,  anzi  che  l'au- 
tore de'  Prolegomeni  e  del  Gesuita  moderno. 


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CAPITOLO  VII. 

SOMMARIO 

Ferdinando  II.  viaggia  nel  Regno  e  all'estero.  Ope- 
re di  beneficenza.  Istruzione  pubblica.  Opere  pub- 
bliche. FJotta  ed  esercito.  Commercio.  Matrimoni 
in  Corte.  Visite  di  Sovrani  esteri.  Nascita  di  princi- 
pi e  principesse  reali; 

Negli  anni  che  precedettero  il  1848,  Ferdi- 
nando II  viaggiò  molto  nel  Regno  ,  insieme 
alla  regina  e  a  qualche  principe  reale,  e  se- 
guito da  personaggi  distinti.  La  sua  presenza 
ne'  càpiluoghi  di  provincia  e  anche  in  alcuni 
piccoli  paesi,  servi  a  mitigare  o  togliere  gli 
abusi;  e  fu  causa,  come  ho  detto  altrove,  di 
effettuirsi  tante  utili  opere  pubbliche  ,  cioè 
stabilimenti  di  beneficenza,  ponti,  strade,  li- 
cei, biblioteche*  ed  altro.-  Dovunque  passava 
era  acclamato  e  festeggiato;  ma  egli  non  vo- 
lea  qttelle  dimostrazioni,  le  quali  dispendia- 
vano  i  Comuni,  laonde  spesso  giungeva  ina- 
spettato. Epperò  i  cittadini,  a  dimostrargli  la 
loro  gioia,  toglievangli  i  cavalli  dalla  carrozza 
e  la  tiravano  a  braccia.  Accennerò  i  più  in- 
teressanti viaggi  dr  quel  sovrano. 

Nel  1840,  tre  volte  si  recò  ne'  dominii  al 
di  là  del  Faro,  e  nella  seconda  fece  quasi-  l'in- 
tiero giro  dell'  Isola.  In  settembre  dell'  anno 
seguente  ,  intraprese  un  altro  viaggio  per  la 

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—  159  — 

medesima  Sicilia,  trattenendosi  più  giorni  nei 
capi  luoghi  e  distretti,  visitando  tutte  le  opere 
pubbliche  e  prendendo  conto  dell*  operare  dei 
funzionari.  Nel  luglio  del  1843  si  recò  a  Pa- 
lermo ,  dimorandovi  pochi  giorni  ;  però  nel- 
r  anno  seguente  i  suoi  viaggi  furono  lunghi 
e  continui;  difatti  dopo  di  avere  vis itato  Mes- 
sina nel  mese  di  maggio  del  1844  si  recò  a 
Catania,  indi  à  Siracusa.  Dopo  breve  dimora 
in  quest'  ultima  città  passò  nell*  isola  di  Malta 
e  da  questa  si  recò  a  visitare  le  altre  isolette 
di  Lampedusa  ,  Pantelleria  e  Favignana ,  ap- 
partenenti alla  Sicilia;  avendo  fatto  popolare 
le  prime  due  nell*  arino  precedente  ,  come 
avea  praticato  pel  gruppo  di  Tremiti  nell'A- 
driatico. 

Al  ritorno  dall'  isole  sicule  ,  si  diresse  in 
Calabria  e  visitò  i  capiluoghi  e  varii  paesi  e 
città  di  quelle  province  ;  indi  passò  in  Basi» 
licata  e  poi  in  Puglia;  giunto  a  Manfredonia 
volle  visitare  Y  isolette  di  Tremiti. 

Neil*  anno  1845  si. recò  a  Roma  per  visitare 
il  Santo  Padre,  e  fu  accolto  dallo  stesso  con 
dimostrazioni  di  gioia  e  di  rispetto.  Nel  mese 
di  maggio  dello  stesso  anno,  insieme  al  fra- 
tello conte  di  Aquila  ,  s' imbarcò  sopra  un 
piroscafo,  seguito^  d*  altri  sei,  che  portavano 
varii  battaglioni  di  truppa  per  esercitarli  in 
evoluzioni  militari  :  giunto  in  Messina  fece 
eseguire  un  simulacro  di  guerra.  Nel  luglio 
dello  stesso  anno  si  recò  a  Palermo,  insieme 
alla  regina  ed  ai  principi  reali,  ed  ivi  si  trat- 
tenne più  di  un  mese.  Altri  viaggi  fece  Fer- 
dinando II  in  queir  Isola,  nel  1846,  in  occa- 
sione del r  arrivo  a  Palermo  dell'imperatrice 

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—  160  — 

di  Russia,  come  appresso  dirò;  e  sono  inte- 
ressanti quelli  eseguiti  nel  1846  e  47«  Col 
primo,  dopo  di  essersi  recato  a  Palermo,  fece 
l'intiero  giro  della  Sicilia;  indi  costeggiò  le 
Calabrie,  e  prese  la  rotta  dell'  Adriatico,  sbar- 
cato in  Manfredonia,  visitò  Foggia. 

Nel  1847  fece  il  giro  due  volte  per  la  Ca- 
pitanata ,  Terra  di  lavoro,  Abruzzi  e  Puglie. 
Trovandosi  in  Giovinazzo  ,  volle  recarsi  solo 
a  Bitonto  per  visitare  quell'  orfanotrofio  #  e 
vedere  il  celebre  obelisco  ,  fatto  innalzare 
dall'  immortale  suo  bisavolo  Carlo  III.  Monu- 
mento indicante  a'  posteri  la  restaurazione  del 
Regno  delle  Due  Sicilie,  dopo  la  memoranda 
battaglia  vinta  contro  i  tedeschi  in  detta  cit- 
tà, il  25  maggio  1734,  dal  capo  della  gloriosa 
stirpe  Borbonica  di  Napoli. 

Nel  secondo  viaggio,  che  re  Ferdinando  in- 
traprese in  quel!'  anno  ,  volle  essere  accom- 
pagnato dal  tenente  generale  Filangieri;  e  fu 
quello  il  più  lungo  che  fece,  dopo  l' altro  'ài 
Vienna  e  di  Parigi.  In  effetti  giunto  a  Brin- 
disi, s'imbarcò  con  la  regina,  i  reali  principi 
e  tutto  il  seguito,  dirigendosi  a  Trieste.  Dopo 
di  aver  visitato  varie  città  dell'Illiria  e  della 
Dalmazia  ,  in  Rovigno,  città  dalmata  ,  incon- 
trossi  con  la  famiglia  dell'arciduca  Carlo,  pa- 
dre della  regina.  In  compagnia  di  quelli  au- 
gusti personaggi,  parti  per  Messina,  ove  giun- 
se il  13  agosto;  e  da  colà  intraprese  un  altro 
Tiaggio  circolare  per  la  Sicilia. 

Circa  la  gita  del  re  negli  Stati  austriaci,  i 
rivoluzionarii  fecero  infinite  supposizioni  ;  L 
più  credettero,  che  Ferdinando  II,  fino  allora 
indipendente  dall'  Austria  ,  vista  la  prossima 

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—  161  — 

«procella  che  minacciava  1*  Italia,  si  fosse  le- 
ggalo con  F  imperatore  tedesco  per  iscongiu- 
rarla:  quasi  che  per  far  tutto  ciò  fosse  stato 
necessario  recarsi  negli  Stati  austriaci,  e  sen- 
za neppur  veder  l'imperatore. 

Da  allora  i  viaggi  di  re  Ferdinando  furono 
rarissimi,  in  Sicilia  principalmente.  La  setta, 
avendo  faticato  per  tanti  anni,  già  ottenea  il 
suo  scopo  di  destar  la  sflducia  tra  il  sovrano 
e  non  pochi  cittadini  sobillati  dagli  adepti  alla 
-Giovine  Italia.  Da  quel  tempo  cominciarono 
i  guai  seriiper  questo  Regno. 

I  viaggi  di  quel  sovrano,  come  più  volte  ho 
detto  ,  non  aveano  lo  scopo  della  divagazione 
o  del  piacere  di  essere  acclamato  ;  egli  visi- 
tava i  suoi  popoli  per  conoscerne  i  bisogni 
e  provvedere  senza  ritardo.  Or  vediamo  quali 
furono  gli  effetti  de'  suoi  viaggi,  ed  incomin- 
ciamo dalle  opere  di  beneficenza  ,  eseguite 
«dal  1840  al  47. 

Varii  orfanotrofi  vennero  fondati  in  quegli 
otto  anni ,  ed  i  più  considerevoli  son  quelli 
de'  comuni  di  Cardito,  di  Salerno,  di  Cotrone 
e  di  Giarre  in  Sicilia.  Furono  eretti  quattro 
depòsiti  di  mendicità  per  ambo  ì  sessi ,  cioè 
nell'Albergo  de*  poveri  di  Napoli  per  questa 
provincia,,  in  Aversa  per  Terra  di  Lavoro,  in 
Salerno  pel  Principato  Citeriore  ed  in  Bari 
.per  quella  provincia  e  l'altra  di  Lecce.  La 
maggior  parte  degli  orfano trofìi  e  depositi  di 
mendicità  erano  diretti  dalle  benefiche  suore 
della  Carità.  Si  fondarono  varii  ospedali  ,  a* 
sili  infantili  e  conservatomi  per  le  donzelle 
povere  ;  tra'  quali  primeggiano  quelli  di  Pa- 
iermo,  di  Catania,  di  Taverna,  di  Trapani,  di 

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—  162  — 

Foggia,  e  più  di  tutti  il  Conservatorio  di  Na- 
poli, sotto  il  titolo  di  S.  Francesco  di  Salesr 
fondato  nel  1844,  e  l'Ospizio  di  beneficenza 
di  Messina,  detto  Casa  della  bassa  gente,  e- 
retto  lo  stesso  anno. 

In  conseguenza  delle  fondate  opere  di  be- 
neficenza, fu  vietato  1'  accattonaggio  in  qua- 
lunque sito. Agli  accattoni  che  erano  abili,  sr 
dovea  somministrare  del  lavoro, e  se  l'avessero- 
ricusato,  sarebbero  stati  soggetti  alle  leggi 
penali  sancite  contro  Y  improba  mendicità. 
Tutti  coloro  che  aveano  pensioni  fisse  ,  ed 
andavano  elemosinando  ,  ne  erano  privati;  e 
ciò  allo  scopo  di  togliere  dall'  ozio  e  dal  va- 
gabondaggio gli  accattoni  di  mestiere.  Quellr 
poi  che  erano  ciechi,  storpii  o  vecchi  si  cori- 
duceano  ne'  depositi  di  mendicità,  dando  loro 
vestito,  vitto  e  tutto  il  bisognevoje. 

I  patrioti,  atteggiandosi  ad  umanitarii  quan- 
do ancora  non  aveano  ghermito  il  potere,  gri- 
davano contro  i  legittimi  governi,  perchè  al- 
lora s'  incontrava  qualche  povero  ;  dicendo, 
tutti  zelo  e  scandal  ezzati,  che  ciò  era  indegna 
di  un  governo  civile,  ma  soltanto  proprio  di 
sovrani  spoliatori ,  senza  umanità ,  tiranni  e 
peggio.  Or,  che  i  medesimi  patrioti  sono  al 
potere,  che  cosa  han  fatto  della  loro  vantata 
umanità  e  civiltà  ?  Nulla  vi  dico  ,  che  han 
tassato  la  elemosina  de'  poveri,  scaraventando 
la  tassa  della  ricchezza  mobile  anche  sul  da- 
naro che  la  carità  cattolica  raccoglie  sugli 
Asili  infantili:  ma  quanti  veri  accattoni  non- 
s  incontrino  oggi  ad  ogni  pie  sospinto  ?  Ve-. 
dete  vecchi  paralitici  condotti,  d'  altri  poveri, 
sopra  carrettelle,  uomini  mutilati  che  si  stra- 

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—  163  — 

scinano  anche  per  la  via  di  Toledo,  ed  altri 
vecchi  storpii,  ciechi  o  ammalati,  gettati  su- 
gli sbocchi  delle  vie,  e  tutti  che  vi  chiedono 
la  elemosina  con  pietose  e  strazianti  grida  da 
farvi  fuggire  col  cuore  affranto,  se  non  vi  tro- 
vale in  circostanza  di  soccorrere  tanta  dere- 
litta miseria.  Oh  patrioti  !  vi  siete  fatti  co- 
ri os  ce  re  di  troppo;  ed  il  vostro  operare,  non 
solo  ha  $bugiardalo  le  vostre  altosonanti  teo- 
rie e  ipocriti  piagnistei ,  ma  quel  che  più 
monta  si  è,  che  tate  desiderare  coloro  che 
voi  impudentemente  chiamavate  tiranni. 

Avendo  il  re  visitate  le  prigioni  di  parec- 
chie città,  con  decreto  del  21  aprile  1845,  a- 
holl  gli  antichi  criminali  di  Sicilia,  detti  da- 
nnisi, stabilendo  la  classificazione  ed  il  lavoro 
pe'  detenuti;  e  che  costoro  fossero  istruiti  dai 
PP.  gesuiti  ove  ve  ne  fossero  ;  in  fine  ordi* 
nò,  che  le  carceri  si  fabbricassero  con  tutti 
que'  vantaggi  introdotti  dall'altre  nazioni  ci- 
vili. 

Circa  T  istruzione  pubblica  si  progredì  sem- 
pre più  in  quegli  otto  anni  ,  mercè  le  cure 
e  le  beneficenze  di  quel  sovrano.  Nelle  uni- 
versità si  fondarono  altre  cattedre,  richieste 
dal  progresso  delle  scienze,  si  aprirono  nuove 
biblioteche  ,  convitti  ,  educandati  d'  ambo  i 
sessi,  orti  agrarii  e  scuole  gratuite  di  mutuo 
insegnamento.  Nel  1845  ,  si  fece  la  inaugu- 
razione dell'  Osservatorio  meteorologico,  eret- 
to alle  falde  del  Vesuvio  ,  con  T  intervento 
degli  scienziati,  che  allora  trovavansi  in  Na- 
poli, come  appresso  dirò.  11  re  fece  erigere 
altre  quattro  diocesi  in  Sicilia,  cioè  in  Sira- 
cusa, in  Noto  ,  in  Aci  reali    ed  in    Trapani^; 

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—  164  — 

dispose  che  i  -vescovi  sopraintendessero  all'i- 
struzione pubblica. 

Re  Ferdinando,  ne'  suoi  viaggi  sulle  coste 
del  Regno,  conobbe  la  necessità  di  stabilire 
de' fari,  ad  ecclissi  per  guida  de' naviganti; 
quindi  ordihò  che  se  ne  mettessero  parecchi 
lungo  il  littorale,  e  principalmente  ne'  porti. 
La  maggior  parte  di  que'  fari  erano  secondo 
il  sistema  di  Fresnel.  Fece  ricostruire  varii 
porti  ,  e  principalmente  quello  di  Brindisi, 
tanto  necessario  al  commercio  dell'  Oriente, 
stabilendovi  una  scala-franca  ed  un  lazzaret- 
to, e  quelli  di  Catania  e  di  Girgenti;  in  Mei- 
fetta  ne  fece  fabbricare  un  altro  nuovo, avendo 
dato  i  mezd  opportuni  per  compiersi  e  per- 
fezionarsi quelle  opere  tanto  utili.  In  Castel- 
lammare volle  che  si  costruisse  un  Cantiere 
mercantile  ,  e  con  una  scala  atta  a  trarre  a 
terra  le  navi,  facendola  prolungare  per  cin- 
quanta piedi  sott'  acqua. 

Avendo  conosciuto  quanto  fosse  necessaria 
la  inumazione  de'  cadaveri  fuori  l'abitato,  or- 
dinò che  ogni  comune  avesse  un  Camposanto; 
e  difatti  in  quegli  otto  anni  se  ne  costrui- 
rono migliaia  in  tutto  il  Regno.  Infine  per- 
mise ed  incoraggiò  la  fondazione  di  varii  tea- 
tri, ne'  grandi  e  piccoli  paesi.  Però  permet- 
tea  ed  incoraggiava  la  erezione  de'  teatri,  eoi 
patto  espresso  di  non  mettersi  dazii  comunali 
su'  generi  necessarii  al  povero  per  accumu- 
lare i  fondi  onde  erigersi  simili  opere  ;  ma 
yolea  che  si  tassassero  i  ricchi  ,  perchè  essi 
ne  godeano.  Fu  questa  la  vera  causa  per  la 
quale  non  permise  al  Municipio  di  Palermo 
che  fabbricasse    e  decorasse  un  teatro  gran- 

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—  465   -  • 

dioso,  che  dovea  emulare  questo  di  S.  Carlo: 
si  sa  pure  quante  calunnie  stupide  spaccia- 
rono i  rivotuzionarii ,  perchè  il  re  non  per- 
mise l'attuazione  di  quell'opera  pubblica,  che 
era  eziandio  di  suo  compiacimento  per  tante 
e  svariate  ragioni. 

Dal  4840  al  1847,  i  municipii  del  Regno  e- 
ressero  varie  statue  marmoree  a  Ferdinan- 
do li  di  Borbone;  una  delle  più  rimarchevoli 
è  quella  innalzata  nel  1841  nella  Casina  del 
teatro  di  Foggia  ,  più  grande  del  naturale. 
Un'altra  del  medesimo  genere  se  n'eresse  in 
Noto,  nel  1842;  altre  quattro  in  Palermo  rap- 
presentanti i  quattro  re  di  Casa  Borbone,  ed 
una  in  bronzo,  anche  di  Ferdinando  li,  nella 
piazza  del  Duomo  di  Messina.  Que'  vulcanici 
ed  attici  isolani,  nell'ultimo  viaggio  del  re  in 
quella  città,  gli  fecero  trovare  la  sua  statua 
con  gli  orecchi  turati  e  gli  occhi  bendati  ! 
Oggi  però  hanno  i  patrioti  ministri  italiani  , 
che  sebbene  abbiano  gli  occhi  bendati  e  le  o- 
recchie  turate,  nonpertanto  tengono  le  mani 
libere. 

Anche  il  principe  ereditario  di  Baviera,  nel 
1847,  volle  innalzare  una  statua  colossale  di 
marmo  all'infelice  giovanetto  Corradino  lo- 
Svevo,  ultimo  della  Casa  di  Svevia,  nella  mo- 
numentale chiesa  della  Beatissima  Vergine 
del  Carmine  in  Napoli,  ove  furono  deposti  gli 
avanzi  di  quel  principe  assassinato  da  Carlo 
d'Angiò. 

Nel  febbraio  del  1840  ,.  la  città  di  Napoli 
cominciò  ad  essere  illuminata  a  gas,  quando 
ancora  le  altre  città  italiane  ne  erano  prive. 
Il  30  maggio  dello  stesso  anno,  fu  per  la  pri- 

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_  166  — 

ma  volta  anche  illuminato  a  gas  il  teatro  S.. 
Carlo,  ed  in  seguito  la  passeggiata  della  ma- 
rina di  Palermo,  detta  la  Banchetta. 

Un  altro  essenziale  bisogno  notò  il  re  nei 
suoi  viaggi  nel  Regno,  cioè  le  non  facili  co- 
municazioni dal  capoluogo  al  distretto,  e  spes- 
so da  una  città  di  provincia  all'altra  ;  quindi  , 
ordinò  che  si  costruissero  le  seguenti  strade 
rotabili  per  la  Sicilia.  Quella  che  da  Siracusa 
corre  a  Noto  (1844),  l'altra  da  questa  città  a 
Catania,  una  terza  da  Messina  a  Patti  (1842) 
che  dovea  estendersi  fino  a  Palermo  ,  e  fu 
compiuta  poi  nel  1859,  una  quarta  da  Cal- 
tanissetta  a  Canicatti  (1842).  Nella  provincia 
<li  Napoli  si  costruirono  altre  strade  rotabili 
presso  questa  capitale,  cioè  quella  di  Capodi- 
monte  che  conduce  a  Marano  (1842)  ,  e  da 
questo  paese  a  Qualiano;  un'altra,  detta  del- 
l'Arenacela,  dal  R.  Albergo  de:  poveri  al  ponte 
della  Maddalena  (1843);  una  terza  che  da  Poz- 
zuoli va  al  Capo  Miseno  e  Miniscola.  Nel  1841, 
s'  intraprese  la  costruzione  di  quella  strada 
detta  Lucania  che  da  Napoli  conduce  nella 
Basilicata.  Nel  1844  e  1847  si  costruirono  più 
di  trecento  miglia  di  strade  rotabili  nelle  pro- 
vince napoletane. 

La  ferrovia  da  Napoli  a  Portici  che  già  era 
compiuta,  nel  1841  si  estese  fino  a  Torre  del 
Greco  ,  e  poi  si  prolungò  fino  a  Castellam- 
mare e  Nocera.  L'  11  dicembre  1843,  si  fece 
la  solenne  inaugurazione  della  (ferrovia  che 
da  Napoli  va  a  Capua,  presente  il  re,  la  real 
famiglia,  il  corpo  diplomatico  e  il  ministero. 

Nel  1845  si  stipulò  un  contratto  tra  il  mi- 
nistro de'  lavori    p  ubblici  e  il  cav.  Armando 

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—  167  — 

Criuseppe  Bayard  de  la  Vingtrie,  a  ciò  si  pro- 
lungasse la  ferrovia  da  Nocera  a  Salerno.  Un 
altro  se  ne  stipulò  il  6  marzo  dell'  anno  se- 
guente ,  col  quale  si  concedeva  ad  una  so- 
cietà di  azionisti,  rappresentati  dall'  ingegne- 
re napoletano  Emmanuel  e  Melisurgo,  Giovanni 
Pook  e  Davide  Nunes  Carvallo  inglesi  ,  per 
costruire  una  ferrovia  da  Napoli  per  le  Pu- 
glie, e  da  prolungarsi  fino  all'  estremo  capo 
di  Otranto,  fin  dove  oggi  giunge. 

Fa  veramente  meraviglia  e  nausea  sentir 
taluni,  che  tutt'  ora  si  dicono  borbonici ,  dir 
«otto  voce,  che  Ferdinando  II  fosse  stato  ne- 
mico delle  ferrovie,  assegnando  ragioni  spe- 
ciose e  sciocche,  da  far  ridere  un  Democrito;e 
tutto  ciò  è  il  risultato  della  lettura  di  que'  gior- 
nalacci detrattori  ed  empii,  che  consultano  con 
lo  insulso  pretesto  di  trovarvi  notizie  senza 
ritardo. 

Le  ferrovie  non  s'improvvisano,  e  Ferdi- 
nando II  nel  far  le  opere  pubbliche  abborriva 
i  contratti  rovinosi  allo  Stato,  e  per  vantag- 
giar questo  ,  cercava  tutta  1'  economia  possi- 
bile. I  miei  benevoli  lettori  si  potrebbero  ri- 
cordare che  i  prezzi  de'  viaggi  sulle  ferrovie 
napoletane,  fino  al  1860,  erano  la  terza  parte 
di  quelli  che  oggi  sono.  Quel  sovrano  cer- 
cava il  bene  reale  de'  suoi  popoli,  e  non  vo- 
leva infeudare  lo  Stato  agli  stranieri  o  per- 
mettere carrozzini  :  il  contratto  di  sopra  ac- 
cennato, prova  che  egli  non  era  nemico  del- 
le strade  ferrate  ,  ma  volea  farle  senza  cari- 
carci di  tasse  ,  debiti  e  dipendenze  ad  este- 
ri costruttori  delle  medesime.  Egli  non  fa- 
cea  costruire  quelle  strade  per  venderle  agli 

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—  168  — 

stranieri  nostri  /scorticatori,  come  han  fatto  e- 
proseguono  a  fare  gli  attuali  strenui  econo- 
misti al  potere,  rigeneratori  della  patria,  cioè* 
delle  loro  tasche. 

Taluni  imbecilli  o  maliziosi  fanno  il  con- 
fronto tra  le  strade  ferrate  che  vi  erano  nel 
4860  con  quelle  che  abbiamo  oggi  in  questo 
Regno,  e  battono  le  mani  al  progresso  rivo- 
luzionario, senza  riflettere  che  son  passati  17 
anni,  dacché  questo  ci  domina.  Io  son  di  av- 
viso, che  se  Ferdinando  II  fosse  vissuto  fin'og- 
gi,  il  Piemonte  non  avrebbe  quella  scanda~ 
Iosa  rete  di  ferrovie  che  possiede,  costruite 
dopo  il  1860,  e  le  Due  Sicilie  ne  avrebbero 
più  di  tutti  gli  altri  Stati  italiani:  si  sa,  eh» 
sotto  il  regime  di  quel  principe,  questo  Re— 
gno  se  fu  secondo  alle  grandi  nazioni  nelle 
opere  pubbliche,  fu  il  primo  in  Italia,  men- 
tre oggi  siamo  gli  ultimi  ■ 

Nel  1842,  conosciutosi  il  gran  vantaggio  che- 
arrecava  il  Consiglio  edilizio  di  Napoli,  se  ne 
istituirono  altri  in  Palermo,  Messina  e  Cata- 
nia. In  quello  stesso  anno  s'intraprese  la  co- 
struzione di  quattro  mercati  in  Napoli ,  uno 
nel  quartiere  Avvocata,  presso  Tarsia,  il  se- 
condo a  Forcella,  nelle  due  strade  dette  Car- 
boni e  Zite  ,  il  terzo  pel  Quartiere  Vicaria  , 
alla  Carriera  grande ,  e  il  quarto  ,  pel  quar- 
tiere di  S.  Giuseppe  nella  via  Belliflori. 

Ferdinando  li,  re  veramente  nazionale,  pen- 
sava di  rendere  questo  Regno  anche  indipen- 
dente dalle  manifatture  estere  ,  quindi  prò* 
moveva,  agevolava  ed  incoraggiava  quelle  in- 
digene. Molte  fabbriche  di  tessuti  di  seta,: 
lana  e  cotone  sursero  in  quegli  otto  anni;  ir* 

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—  469  — 

Leonforte,  piccola  città  della  provincia  di  Ca- 
tania, surse  una  stupenda  fabbrica  di  tessuti 
di  cotone;  ed  essendovi  le  materie  prime, 
giunse  a  far  concorrenza  a  qualunque  simile 
industria  (1). 

Altre  fabbriche  fece  erigere,  nel  1842,  quel 
sovrano ,  necessarie  al  ramo  della  guerra  e 
marina.  Mercè  le  cure  del  tenentegenerale 
Carlo  Filangieri,  si  fondò  ,  nel  piccolo  for- 
te di  Pietrarsa,  quel  famoso  opificio  destinato 
alla  costruzione  delle  macchine  a  vapore  ; 
fu  il  primo  che  si  vide  in  Italia.  Per  la  qual 
cosa,  questo  Regno  non  ebbe  più  bisogno  di 
ricorrere  ali*  estero  per  avere  ogni  sorta  di 
macchine,  anzi  ne  provvedeva  gli  altri  Stati. 
Il  commercio  inglese  se  ne  adontò  ,  ed  ag* 
giunto  alla  questione  de'  zolfi  ,  fece  di  più. 
sbraitare  lord  Palmerston  ,  e  dichiarare  inci- 
vile, spoliatore  e  tiranno  il  re  delle  Due  Si- 
cilie, affrettandosi  a  fargli  la  rivoluzione,  per 
la  ragione  che  costui  avea  emancipato  il  Regno 
dalla  dipendenza  commerciale  della  mercan- 
tessa Albione (2).  Contemporaneamente  a  quel- 
li) Nel  1860  si  fece  bruciare,  e  si  disse  per  ope- 
ra degli  agenti  inglesi.  Fortuna  che  la  medesima 
sorte  non  toccò  alle  seterie  diCatania;  ma  quod  non 
fecerunt  barbari,  fecerunt  Barbarmi,  ed  in  gra- 
zia degl'  incoraggiamenti  e  de'  trattati  di  commer- 
cio fatti  dal  governo  riparatore  ,  quelle  rinomate 
seterie  sono  in  grande  decadenza  ,  e  fra  non  molto, 
rimarranno  un  ricordo  storico. 

(2)  Però,  dopo  20  anni  ,  il  solito  governo  ripeta 
rotore,  per  ingraziarsi  uno  de1  suoi  Papà,  lord  Pal- 
merston, con  futili  pretesti  e  modi  barbari,  ridusse 
l'opificio  di  Pietrarsa  come  oggi  lo  vediamo....! 

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—  170  — 

l'opifìcio  si  costruì  una  nuova  fonderia  di  can- 
noni ed  altri  giuochi  di  attrezzi  da  guerra  nel 
Castel  nuovo. 

Dal  1842   al  1847  ,    la   marina  militare  fu 
molto  migliorata  ed  accresciuta.  Dopo  che  si 
organizzò  il  real  corpo   de*  cannonieri  mari- 
nari e  de'  marini  con  leva  fissa,  il  re  rivolse 
le  sue  cure  alla  flotta.  Si  costruirono  e  si  va- 
rarono nei  cantieri  di  Castellammare  e  di  Na- 
poli ,  in  que'  sette   anni,  le  seguenti  navi  da 
guerra:  la  fregata  Regina  con  60  cannoni,  due 
brigantini,  il  Generoso  e  la  Finanza,  tre  go- 
lette a  vapore,  il  Flavio  Gioja,  il  Delfino,  la 
Sfinge  e  1'  altra  fregata  V  Ercole.  Furono  ac- 
quistati all'estero  il  brigantino   a  vapore  Pe* 
loro,  le  pirofregate  Guiscardo,  Tancredi,  Ar- 
chimede, Carlo  III,  Sannita,  Lilibeo  e  Maria 
Teresa.  Ferdinando  II,  proclamato  da'  rivolu- 
zionarii  antitaliano  ,    metteva  nomi  nazionali 
alle  navi  della  marina  napaletana  ;  Garibaldi 
italianissimo ,  a  quelle  acquistate  col  danaro 
de'  siciliani  ,  imponeva   i  nomi  di  taluni  av- 
venturieri ,  o  di  uomini  illustri  ,  ma  sempre 
stranieri,  come  Tukery,  Ferrei,  Washington, 
Orong,  Aberdeen,  Francklin  ecc.;  nomi  che 
straziano  gli  orecchi  italiani   al  sentirli  pro- 
nunziare. 

Circa  l'esercito,  in  quegli  otto  anni,  pensò 
a  bene  istruirlo  e  disciplinarlo  ;  soltanto  si 
formarono,  nel  1840,  il  13°  di  linea  ed  il  7° 
battaglione  cacciatori. 

Varii  trattati  di  commercio  fece  re  Ferdi- 
nando in  quel  tempo  ,  e  rinnovò  quelli  esi- 
stenti con  Sardegna  ,  Spagna  ,  Francia  ,  In- 
ghilterra, Austria,  Danimarca,  Prussia,  Russia 

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—  171  — 

ed  America.  Que'  trattati  di  commercio  non 
erano  rovinosi  per  questo  Regno,  come  quelli 
che  sogliono  stipulare  i  governi  seitarii,  per 
ingraziarsi  le  potenti  nazioni  ed  invece  erano 
tutti  relativi  al  traffico  de*  rispettivi  prodotti, 
a'  dritti  di  navigazione  ed  a*  dazii  doganali, 
salvaguardando  sempre  le  industrie  patrie: 
perìocchè  il  commercio  delle  Due  Sicilie  si 
rese  più  spigliato»  sicuro  e  lucrativo.  Con  la 
Spagna,  attese  le  cordiali  relazioni  di  fami- 
gliq,  fu  messo  in  vigore  il  trattato  del  1837, 
in  forza  del  quale  era  permesso  ai  cittadini 
di  questo  Regno  di  viaggiare  sul  territorio 
spagnuolo  co'  passaporti  napoletani  ,  e  cosi 
viceversa. 

Per  meglio  agevolare  il  commercio  e  le 
comunicazioni,  fu  stabilita,  nel  1842,  in  Na- 
poli una  società  di  navigazione  a  vapore  per 
I'  Atlantico,  sotto  la  ditta  Bellini-Quadri  e  C, 
oltre  di  quelle  che  si  erano  già  stabilite  per 
le  comunicazioni  interne  q  pel  Mediterraneo. 
Onde  dare  al  commercio  lo  sviluppo  che  ri- 
chiedevano i  tempi,  fu  aperta  in  Messina  la 
Borsa  de*  cambir,  istituendosi  un  banco  ,  co- 
me già  si  era  istituito  in  Palermo,  tutti  e  due 
dipendenti  da  quello  di  Napoli  ;  inoltre  in 
quella  Capitale  della  Sicilia  si  fondò  una  cassa 
di  sconto  col  capitale  di  mezzo  milione  di 
ducati.  *. 

Perchè  il  re  incoraggiava  il  commercio  in 
tutt'  i  modi  ,  nel  1845  ,  accordò  a  Vincenzo 
Bartolo  il  grado  di  Alfiere  di  vascello  ,  e  la 
medaglia  di  onore  del  merito  civile,  in  com- 
penso di  essersi  spinto  commerciando  nei 
mari  delle  Indie  orientali.  A'  siciliani  Fede- 

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—  172  — 

rico  Montechiaro  e  Giuseppe  Carta  accordò, 
al  primo ,  il  grado  di  pilotai  della  real  mari- 
na, al  secondo  quello  di  tenente  ,  per  aver 
tutti  due  aperto  il  commercio  della  Sicilia 
con  le  isole  dell'Oceania.  Domenico  Avitabile, 
nato  in  Agerola,  antico  sott'uf  Oziale  dell'eser- 
cito napoletano,  essendosi  recato  nelle  Indie, 
divenne  generale  di  quei  paesi,  ed  agevolò 
molto  il  commercio  con  questo  Regno  Quan- 
do ritornò  in  patria,  Ferdinando  II  gli  accor- 
dò varie  onorificenze  in  compenso  di  aver 
protetto  i  suoi  connazionali  in  quelle  remote 
contrade. 

Il  generale  Avitabile  regalò  al  re  varie  rari- 
tà indiane  ed  anche  gli  fece  dolio  di  due  mo* 
retti  schiavi,  che  furono  tenuti  al  fonte  bat- 
tesimale da  quel  religioso  sovrano  ;  il  quale 
al  grandetto  die  il  nome  di  Ferdinando  ,  al 
piccolo  di  Francesco,  dichiarandoli  liberi  tutti 
e  due;  in  seguito  li  fece  istruire  ed  accordò 
loro  una  pensione  vitalizia  sopra  i  suoi  beni- 
particolari  (1), 

Dal  1841  al  47  ,  la  Corte   di  Napoli  fu  al- 


(1)  Que'  due  morì,  da  Ferdinando  li  e  Maria  Te- 
resa erano  designati  col  nome:  i  nostri  figli  neriì 
Entrambi,  fatti  adulti,  furono  fedeli  alla  real  famiglia 
ne' giorni  della  sventura  della  stessa.  Perseguitati 
da'  rivoluzionarii  seguirono  re  Francesco  11  a  Capuat 
a  Gaeta  ed  a  Roma.  Il  moro  Francesco  morì  paz- 
zo ,  e  ne'  lucidi  intervalli  invocava  e  benediceva  il 
suo  benefattori  e  sovrano  ;  Ferdinando,  che  era  ba- 
stantemente istruito,  dopo  la  partenza  del  re  da  Roma, 
altro  non  trovò  da  fare,  che  ligar  libri:  adesso  igno- 
ro la  sorte  di  quest'altra  vittima  della  rivoluzione. 

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--  173  — 

lietata  per  .tre  raatrimonii  degl'  individui  della 
real  famiglia,  per  jrarie  visite  di  principesse 
.e  principi    reali  e  pe'  figli  che  la  regina  die 
alla  luce  in  que*  sette  anni. 

Nel  1842,  D.  Pedro  imperatore  del  Brasile, 
per  mezzo  del  suo  ambasciatore  in  Napoli , 
fece  domanda  a  Ferdinando  II  per  ottenere 
in  isposa  la  real  principessa  D.  Maria  Teresa 
sorella  del  medesimo  re.  Il  30  maggio  del- 
l'anno segnente,  si  celebrò  per  procura  il  ma- 
trimonio nella  Cappella  Palatina  ,  con  l' in- 
tervento del  Corpo  diplomatico,  del  ministero 
e  di  tutta  la  Corte.  Nel  medesimo  tempo  ar- 
rivò nella  rada  di  Napoli  una  flotta  brasilia- 
na, per  condurre  al  Brasile  la  imperiale  spo- 
sa ;  ove  fu  accompagnata  da  altre  navi  della 
marina  militare  napoletana,  agli  ordini  di 
S.  A.  R.  il  conte  di  Aquila,  fraiello  del  re. 
Mi  è  doloroso  rammentare  che  la  real  prin- 
cipessa D.a  Maria  Teresa  di  Borbone,  oggi  im- 
peratrice del  Brasile,  Tanno  passato  venne  a 
Napoli,  girando  e  visitando  questa  città  e  din- 
torni, con  una  ifldifferenza,  che  confinava  col 
più  ributtante  stoicismo,  ed  accompagnata  dai 
nemici  della  sua  augusta  famiglia;  curandosi 
poco  de'  veri  amici  ed  affezionati  alla  mede- 
sima. Volle  fare  un  poco  di  sdolcinato  senti- 
mento, recandosi  a  visitar  l'avello  de'  suoi  ge- 
nitori in  S.  Chiara;  ma  trascurò  quelle  buone 
suore,  come  in  nulla  soccorse  i  poveri  di  que- 
sta città;  e  non  pochi  di  costoro  son  tali  per 
essere  stati  fedeli  a  quella  dinastia  a  cui  essa 
apparteneva. 

Dopo  che  il  conte  di  Aquila  accompagnò  la. 
imperiale   sorella   in  America  ,    il  28  aprile 

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—  474  — 

1844;  sposò  in  Rio  Janeiro  la  principessa  im- 
periale del  Brasile  D.*  Gannara  di  Braganza, 
che  aveva  una  vistosissima  dote.  Quello  stes- 
so anno,  il  25  novembre  ,  si  celebrò  il  ma- 
trimonio, nella  Cappella  Palatina  di  Napoli , 
tra  la  real  principessa  D.a  Maria  Carolina  , 
figlia  del  principe  di  Salerno  ,  e  il  duca  di 
Aumale  ,  figlio  quartogenito  di  Luigi  Filippo 
re  de*  francesi. 

Dal  1840  al  47,  la  Corte  di  Napoli  fu  visi- 
tata da  quasi  tutti  i  sovrani  e  principi  reali 
di  Europa;  ma  le  visite  più  rimarchevoli  fu- 
rono due,  cioè  quella  della  famiglia  imperiale 
di  Russia,  e  l'altra  della  regina  di  Spagna  so- 
rella del  re,  che  fa  poco  gradita.  • 

Il  23  ottobre  1845,  l'imperatore  e  l'impe- 
ratrice di  Russia,  insieme  alla  granduchessa 
Olga ,  loro  figlia  ,  arrivarono  a  Palermo  per 
passarvi  l' inverno,  a  causa  di  una  indisposi-* 
zione  dell'imperatrice.  Gli  augusti  viaggiatori 
presero  alloggio  nella  deliziosa  villa  di  Bute- 
ra,  nell'ameno  subborgo  dell'Olivuzza.  Re  Fer- 
dinando ,  di  unita  al  conte  e  contessa  di  A- 
quila,  e  conte  di  Trapani,  fu  sollecito  recarsi 
a  Palermo  per  visitare  gli  eccelsi  ospiti. 

In  quella  felice  circostanza,  nella  capitale 
della  Sicilia,  si  fecero  straordinarie  feste  po- 
polari e  di  Corte.  L' imperatore  Niccolò  ,  di- 
venuto popolarissimo  in  quella  città,  passeg- 
giava in  mezzo  a  quel  popolo  affettuoso  ed  en- 
tusiasta, come  l'ultimo  de'  privati  e  senza  al- 
cun seguito;  per  la  qua!  cosa  avvennero  fatti 
curiosissimi  tra  plebei  e  quel  potentissimo 
autocrata  di  tutte  le  Russie  ;  il  quale  provava 
gran   piacere    in  quelle  innocenti  avventure» 

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—  475  — 

I  siciliani  ,  sempre  eccessivi  ne]  bene  come 
nel  male  ,  erano  deliranti  di  affetto  per  gli 
augusti  ospiti.  Re  Ferdinando  onorò  costoro 
con  le  più  splendide  feste  di  Corte  e  con  ras- 
segne militari,  eseguite  sul  campo  d'istruzio- 
ne alle  falde  del  maestoso  Monte  Pellegrino. 

Il  3  novembre  ^gli  augusti  sovrani,  con  tutto 
il  loro  seguito,  si  recarono  a  Monreale,  città 
quattro  chilometri  sopra  Palermo  ,  per  visi- 
tare quella  stupenda  Cattedrale  gotica,  opera 
di  Guglielmo  II  il  Buono,  re  di  Sicilia;  ove 
trovasi  l'avello  di  costui  e  l'altro  di  Guglielmo 
il  Malvagio  ;  ammirandosi,  tra  le  altre  rarità 
un  Padre  Eterno  in  mosaico  di  una  straordina- 
ria grandezza,  che  occupa  più  della  metà  della 
gran  cupola  interna,  e  parecchi  fatti  dell'an- 
tico testamento  ,  ritratti  anche  in  mosaico, 
con  una  precisione  maravigliosa  ;  questi  si 
trovano  sulle  mura  interne  di  quel  tempio. 

La  tanto  lodata  ed  ammirata  imperiale  gran- 
duchessa Olga  sposò ,  col  rito  greco  nel  pa- 
lazzo di  Butera  all'  01  iv uzza,  il  principe  ere- 
ditario di  Vittemberga  ;  e  il  6  di  dicembre 
(1845),  gli  augusti  viaggiatori  partirono  per 
Napoli,  ed  in  questa  città  presero  stanza  nella 
Reggia ,  all'  appartamento  di  rappresentanza. 
Anche  qui  vollero  vedere  tutte  le  bellezze  e 
rarità  di  cui  è  profusamente  ricca  questa  ca- 
pitale ;  la  Corte  li  onorò  e  li  festeggiò  con 
la  tradizionale  magnificenza  borbonica.  L'  8 
dicembre, festività  délllmmocolata  Coucezione 
di  Maria,  l'imperatore,  insieme  al  re,  si  recò 
al  campo  di  Marte  in  Capodichino,  per  assi- 
stervi alla  Messa  solenne  celebrata  dal  cap- 
pellano maggiore  ,  sotto  uno  splendido  padi- 

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—  176  — 

glione;  indi  assistette  al  defilare  delle  truppe* 
Il  12  di  quello  stésso  mese  lasciò  Napoli  [con 
tutta  l'imperiale  famiglia  e  si  diresse  aRoma. 

L*  anno  seguente,  l'imperatore  Nicola  spedi 
in  dono  a  Ferdinando  II  due  cavalli  di  bronzo 
in  atteggiamento  sfrenato  ed  imbrigliati  da 
due  domatori,  bella  fusione  eseguita  in  Pie- 
troburgo, e  modellati  dal  professore  accade- 
mico, barone  Cloot.  Il  re  fece  collocare  quel 
gruppo  tanto  artistico,  innanzi  l*  ingresso  del 
piccolo  giardino  inglese,  alla  diritta  del  por- 
tico del  real  Teatro  San  Carlo.  In  fronte  ai 
piedistalli  cbe  sostengono  que'  cavalli  e  i  do- 
matori, havvi  due  iscrizioni,  dettate  dal  comm. 
Bernardo  Quaranta,  insigne  letterato;  le  quali 
rammentano  il  dono,  il  donatore  e  la  venuta 
dell'  imperatore  di  tutte  le  Russie,  in  questo 
Regno.  Nel  1860,  i  civilissimi  rigeneratori  di 
queste  nostre  contrade  ,  siccome  i  cavalli 
stanno  inalberati  e  trattenuti  da'  domatori, 
temendo  che  avessero  potuto  abbassar  le  zam- 
pe e  schiacciare  l' Italia  una,  voleano  distrug- 
gerli, ma  vi  si  oppose  il  console  russo;  e  le 
iscrizioni  già  deturpate  e  guastate,  più  tardi 
il  Municipio  fu  obbligato  rifarle  in  fretta,  ma 
in  nero,  e  non  già  più  a  rilievo  di  ottone  dorato. 

Il  18  giugno  1847  arrivò  a  Napoli  ,  sulla 
fregata  francese  Panama  ,  Maria  Cristina,  ve- 
dova di  Ferdinando  VII  re  di  Spagna,  sorella 
di  Ferdinando  II,  e  prese  stanza  nella  real 
Casina  del  Chiatamone;  fu  ricevuta  dalla  re- 
gina madre  e  dal  ministro  spgnuolo  duca  di 
Rivas.  Le  guerre  civili  di  Spagna,  cui  aveano 
dato  luogo  il  testamento  dei  re  ,  voluto  da 
quella  regina,  revocandosi  la  legge  salica  per 

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—  179  — 

intronizzare  la  figlia  di  lei  Isabella,  a  danno 
de'  legittimi  dritti  del  cognato  D.  Carlos,  non 
poteano    essere    approvate  da  Ferdinando  II; 
quindi  Maria  Cristina    ricevette    freddissima 
accoglienza.  Il  re,  la  regina,  i  conti  di  Aquila 
«  di  Trapani,  conoscendo  Y  arrivo  della  me- 
desima,, per  non   incontrarla,  anticiparono  la 
loro  partenza  pei*  le  Puglie,  accompagnati  dal 
tenentegenerale  Filangieri.  Per  la  stessa  ra- 
gione   era  partito    per  la  caccia    di  Persano 
1'  infante  di  Spagna  D.  Sebastiano,  cognato  di 
Ferdinando  II,  uomo  colto  e  valoroso,  ex-ge- 
neralissimo   neir  esercito    di  D.  Carlos  dopo 
T  infame  tradimento  del  general  Maroto.  Ma- 
ria Cristina,  visto  che  in  Napoli  era  detestata 
a  causa    della  politica  di  quel  tempo  ,    il  30 
di  quel  mese,  parti  per  Civitavecchia. 

Il  28  marzo  1841  ,    trovandosi    la  famiglia 
«reale  in  Caserta  ,  la  regina  die  alla  luce  un 
iiglio  ,  al  quale   fu  dato  il  nome  di  Alfonso. 
Il  re  gli  conferì  il  titolo  di  conte  di  Caserta, 
istituendogli  un  majorascato  su'  fondi  di  Ca- 
serta e  S.  Leucio  ;  per  tale  lieta    ricorrenza 
largì  soccorsi  e  grazie  a*  condannati  politici. 
Il  real  principe  Ih  Alfonso  di  Borbone  conte 
di  Caserta,  sin  da  fanciullo,  mostrò  una  ten- 
denza al  nobile  mestiere  delle  armi;  era  egli 
ardito  ed  intelligente;  quindi  fece  la  carriera 
,  nell'arma  dotta  dell'  artiglieria.  Nel  1860  era 
colonnello,  e  il  21  settembre,  insieme  col  fra- 
tello Luigi,  conte  di  Trani,  ricevè  il  battesi- 
mo di  fuoco ,  là  sulle  vette  di  Caiazzo  ,  mo- 
strando un  coraggio  ed  un  sangue  freddo  su- 
periori alla  sua  età  ;  e  poi,  pe'  fatti  di  Men- 
tana e  di  Spagna,  riempì  l' Europa  delle  sue. 

IQbyCrOOgle 


—  180  — 

gloriose  geste,  emulando  l'intelligenza  ed  i£ 
valore  di  tanti  e  tanti  suoi  magnanimi  ante* 
nati.  Il  conte  di  Caserta  è  di  una  amabilità 
senza  pari,  allegro  e  molto  generoso;  chi  rav- 
vicinò nell'esilio  di  Roma,  oggi  rammenta  eoa 
piacere  e  riconoscenza  o  un  atto  di  benefi- 
cenza o  un'azione  cavalleresca  di  quel  prin- 
cipe, tanto  amato  dal  suo  maggior  fratello. 

Il  24  marzo  1843,  la  regina  dio  alla  luce 
una  figlia,  alla  quale  fu  dato  il  nome  di  Ma- 
ria Annunziata.  Quella  real  principessa,  nel- 
l'esilio di  Roma,  sposò  il  figlio  del  granduca 
di  Toscana,  e  per  le  sue  virtù,  divenne  l'i- 
dolo dell'illustre  e  magnanima  famiglia  lore- 
nese.  Un'  altra  figlia  partorì  la  regina  Maria 
Teresa  il  14  aprile  1844,  e  le  fu  dato  il  nome 
di  Maria  Immacolata.  Quest'altra  principessa,, 
anche  nell'  esilio  di  Roma  ,  sposò  il  fratello 
dell'imperatore  d'Austria,  col  quale  ebbe  tre: 
figli.  Ma  quel  fiore  italico,  trapiantato  sopra 
altro  suolo,  non  attecchì  e  si  spense  di  buo- 
n'ora. Maria  Immacolata  di  Borbone  morì  gio- 
vane tta,  compianta  amaramente  dal  marito,  da 
tutti'  i  parenti  di  costui,  da'  popoli  dell'impero 
austriaco,  e  più  di  tutti  da  quelli  della,  Sti- 
ria,  che  aveano  provato  i  benefizii  e  le  non, 
comuni  virtù  di  quell'angelo  di  principessa. 

Il  12  gennaio  del  1846,  un  altro  figlio  dava: 
alla  luce  la  regina  :  il  re  volle  imporgli  il 
nome  di  Gaetano,  ed  il  titolo  di  conte  di  Gif- 
genti,  col  majorascato  sopra  i  beni  di  Cardi- 
tela, di  Calvi  e  di  S.  Andrea  del  Pizzone.  Il 
conte  di  Girgenti  lasciò  questo  Regno  quanda 
ancora  era  giovanetto;  trovavasi  allora  tenente 
nel  3°  reggimento  di  linea,  e  seguì  l'augusta 

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—  181  — 

genitrice,  prima  a  Gaeta  e  poi  a  Roma;  ove 
si  mostrò  cortese  e  generoso  con  tutti  coloro 
che  seguirono  nell'esilio  la  real  famiglia.  Fat- 
to giovane,  sposò  la  figlia  della  regina  di  Spa- 
gna. Egli  si  battè  da  valoroso  in  due  guerre 
disgraziate;  in  Austria  si  coprì  di  gloria  nella 
giornata  diSadowa,e  più  tardi  nella  rivoluzione 
di  Spagna,  dopo  la  diserzione  di  varii  generali 
di  quella  monarchia.  In  un  momento  di  col- 
lera, degenerata  in  mania,  quell'infelice  prin- 
cipe si  suicidò  con  un  colpo  di  pistola  :  so-' 
pravvissuto  poche  ore,  pentito  della  presa  ri- 
soluzione ,  morì  confortato  da'  soccorsi  della 
augusta  e  benefica  religione  degli  avi  suoi. 

Una  orrenda  sventura  sembra  gravare  sui 
figli  di  Ferdinando  II;  essi  sono  stati  il  ber-  * 
saglio  di  un*  avversa  ed  immeritata  fortuna. 
La  vetusta  e  maravigliosa  prosapia  de'  Bor- 
boni ,  va  oggi  raminga  per  1'  Europa  ,  ed  ha 
sofferto  mille  sventure  ed  ingiustizie;  essa,  è 
stata  tradita  e  ripudiata  anche  da  coloro  che 
oppresse  di  benefizii  e  di  onori»  Non  sappia- 
mo quali  sieno  i  fini  di  quella  benefica  Prov- 
videnza, che  or  flagella  ed  ora  esalta  i  regi, 
e  sempre  pel. maggior  bene  degli  stessi  fla- 
gellati; quindi  inchiniamoci  umili  e  rassegnati 
alla  stessa  ,  ed  attendiamo  gli  avvenimenti: 
che  mai  non  durò  a  lungo  V  opera  dell  ini' 
quitày  né  sono  eterne  le  usurpazioni  (1). 


(1)  Vedi  proclamazione  di  Gaeta  dell'  8  dicembre 
1860,  riportata  nel  Piaggio  da  Boccadifalco  a  Gaeta 
pag.  707. 

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CAPITOLO  Vili. 

SOMMÀRIO 

Congresso  degli  Scienziati  italiani  in  Napoli.  Pio 
•IX  Sommo  Pontefice.  Primi  mesi  del  suo  Pontifica- 
to. Rivoluzioni  e  Costituzioni  nella  media  Italia,  I 
settarii  di  Roma  si  levano  la  maschera.  La  Giovi' 
ne  Italia  comincia  la  sua  propaganda  per  mettere 
a  soqquadro  questo  Regoo.  Rivoluzione  in  Messina 
ed  in  Reggio.  Condanne  e  grazie.  Dimostrazioni  se- 
diziose in  Napoli  ed  in  Sicilia.  Suicidio  del  Conte 
Bresson.  Morte  di  uomini  illustri.  Bibliografia. 

Un  fatto  straordinario  avvenne  in  Napoli 
nel  settembre  del  1845  ,  che  non  fu  ultima 
causa  delle  rivoluzioni  che  poi  seguirono  in 
questo  Reame.  Come  già  ho  detto  altrove,  la 
sètta  si  serve  di  tutt'  i  mezzi  buoni  e  cattivi 
per  far  ribellioni  e  ghermire  il  potere  ,  in- 
gannando i  sovrani  con  1'  orpello  della  scienza 
e  del  progresso  de'  tempi  ed  i  gonzi  con  al- 
tisonanti frasi  di  libertà,  indipendenza,  nazio- 
nalità, e  benessere  universale.  Da  più  anni 
era  usanza  di  congregare  scienziati  in  qual- 
che città  italiana,  con  lo  specioso  pretesto  di 
far  progredire  le  arti,  le  scienze  e  le  lette- 
re; ma  in  fatto  que'  congressi  aveano  lo  scopo 
di  diffondere  i  principii  dissolventi  la  civile 
società,  e  la  riunione  de'  settarii  della  Giovine 
Italia  per  riconoscersi  e  confabulare  insieme, 

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—  183  - 

onde  preparare  i  mezzi  a  far  guerra  contro 
i  governi  costituiti.  I  così  detti  scienziati, 
non  tutti  seltarii  ,  essendovi  quelli  che  ope- 
ravano in  buona  fede  ,  trovarono,  appoggio  e 
favori  presso  qualche  sovrano,  che  veramente 
volea  il  progresso  delle  scienze  e  delle  belle 
arti;  ed  il  primo  che  cadde  nella  pania,  nel 
1839,  fu  il  granduca  di  Toscana  ,  il  secondo 
il  barbaro  tedesco  ,  come  allora  chi  a  ma  vasi 
1*  austriaco  imperatore.  Perlocchè*  cori  tali  e- 
lementi  eransi  già  tenuti  sei  congressi  scien- 
tifici in  varie  città  della  Penisola;  ed  il  pro- 
motore de'  medesimi  era  Luciano  Bonaparte, 
principe  di  Canino  ,  in  gran  fama  di  repub- 
blicano. Sicché  quando  il  Pontefice  Grego- 
rio XVI  intese  essere  quel  principe  il  fabbro 
di  que'  congressi,  col  suo  segretario  Masi  li 
proibì  ne*suoi  Stati,  indovinando  il  vero  scopo. 
Ferdinando  II,  sicuro  del  suo  retto  operare 
ed  importunato  da'  consigli  del  ministro  del- 
l' interno,  cav.  Nicola  Santangelo,  né  volendo 
esser  secondo  agli  altri  principi  italiani  nel 
promuovere  le  arti,  le  lettere  e  le  scienze, 
permise  che  quegli  scienziati  in  maschera  si 
riunissero  in  Napoli  ;  quel  congresso  fu  il 
settimo  italiano.  Si  aperse  in  questa  capitale, 
il  dì  20  settembre  1845,  nella  gran  Biblioteca 
della  R.  Università  degli  Studii.  Erano  mille 
e  quattrocento  scienziati,  la  maggior  parte  i- 
gnoti;  la  presidenza  fu  data  al  ministro  San- 
tangelo. Alla  solenne  apertura  intervenne  il 
re,  la  real  famiglia,  il  corpo  diplomatico,  la 
Camera,  il  ministero,  i  generali,  la  Consulta 
di  Stato  ed  altre  persone  che  occupavano  alte 
cariche.  Udita    la  Messa    dello  Spirito  Santo 

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—  184  — 

nella  chiesa  del  Salvatore  ,  e  passata  V  ad*** 
nanza  nella  "gran  sala  del  Museo  mineralogi- 
co, il  primo  a  parlare  fu  Ferdinando  IL  Disi»  e 
parole  di  maestà,  incitatrici  di  scienza,  e  tali, 
che  lo  stessa  principe  Bonaparte,  sorpreso,  si 
Tolse  a  quegli  che  stavagli  a  fianco  ,  escla- 
mando :  Valgono  più  le  quindici  parole  che 
ora  ha  dette  ,  che  i  quindici  anni  del  suo 
Regno  /  Indi  prese  a  parlare  il  ministro  San- 
tangelo  e  poi  altri  oratori. 

Quel  Congresso  era  diviso  nelle  seguenti 
sezioni:  Agronomia  e  tecnologia ,  presiedute 
dal  conte  Gerardo  Freschi,  chimica  da  Gioac- 
chino Taddei  ,  zoologia  dal  principe  Luciano 
Bonaparte,  chirurgia  dal  cav.  Leonardo  San- 
toro ,  fisica  e  matematiche  da  Francesco  O- 
rioli ,  archeologia  e  geografia  dal  cav.  Fran» 
cesco  Avellino,  botanica  e  fisiologia  vegetale 
dal  cav.  Michele  Tenore,  geologia  e  minera- 
logia da  Luigi  Palmieri  e  medicina  da  Vin- 
cenzo Lanza. 

Il  palazzo  Francavilla  fu  destinato  per  riu- 
nione degli  scienziati;i  quali  spesso  colà  si  riu*» 
nivano,  in  apparenza  ,  per  discutere  temi  di 
scienze  e  di  belle  arti.  Il  re  dispose  che  fos- 
sero trattati  con  tutti  i  riguardi  di  ospiti  il- 
lustri. Fece  dono  ad  ognuno  di  essi  della 
Guida  di  Napoli ,  ligata  splendidamente  in 
due  volumi,  appositamente  scritta  e  stampata 
per  quella  circostanza.  Ordinò  che  si  mettes- 
sero a  lor  disposizione  le  carrozze  di  Corte  , 
necessarie  per  condurli  a  curiosare  il  Vesuvio 
da  vicino,  e  per  visitare  le  reali  delizie  nei 
dintorni  della  capitale.  Quegli  scienziati  si 
ebbero    festa   da  ballo    in  casa   del  ministro 

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—  185  — 

Santangelo,  altra  splendidissima  in  Corte;  ed 
in  quella  occasione  si  aprì  la  gran  sala  ab- 
bellita e  decorata  a  quest'oggetto.  Ferdinan- 
do II  fu  lodato  in  prosa  ed  in  versi,  que'  sa- 
pientoni finirono  col  paragonarlo  a  Giove  to- 
nante  trasformato  in  Giove  pacifico;  ed  egli 
già  cominciava  ad  annoiarsi  nel  sentire'que- 
«ta  e  simili  burattinate.  Si  disse  che  Fran- 
cesco Orioli  gli  avesse  fatto  il  progetto  di 
mettersi  alla  testa  del  movimento  italico  e 
farsi  proclamare  re  d'Italia  da'  rivoluzionari; 
ed  egli  avesse  risposto,  non  voler  trascinare 

-&el  fango  il  glorioso  diadema  degli  avi  suoi, 
qualunque  si  fosse  il  vantaggio  o  il  malanno 
-che  gli  sarebbe  potuto  avvenire;  e  quando  al- 
tre ragioni  mancassero  a  rattenerlo  sulla  ne- 
gativa ,  vi  sarebbe  stata  quella  di  non  voler 
mettersi  in  guQjrra  col  Sommo  Pontefice  e  con 
lutto  l'orbe  cattolico. 

I  napoletani  si  mostrarono  indifferenti  con 

Segli  scienziati;  il  basso  popolo,  che  spesso 
più  buon  senso  de'  governanti ,  mentre 
-que'  restauratori  delle  scienze  erano  festeg- 
giati, egli  li  guardava  bieco,  e  spesso  li  cen- 
surava e  li  derideva  con  frizzi  plateali  sì,  ma 
bene  assai  a  proposito. 

Qual  bene  ritrassero  le  arti,  le  lettere  e  le 
scienze  da  tutti  que'  Congressi  italiani  ?  Nes- 
suno ?  servirono  soltanto  a  rannodare  le  spar- 
se fila  della  Giovine  Italia ,  riconoscersi  gli 
affiliati  alla  stessa  e  concertarsi  tra  di  loro 
per  tendere  ad  un  fine  comune ,  qual'  era 
quello  di  preparare  la  rivoluzione  del  1848. 
Que'  faziosi,  mascherati  ad  uomini  di  scienze 
e  di  lettere  ,  appena  partiti  da  Napoli,  ov'  e- 

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—  186  — 

rano  stati  accolti  e  trattati  troppo  bene,  stam~- 
parono  vituperii  e  calunnie  ,  degne  di  loro  r 
contro  i  costumi  di  questo  Regno  e  contro 
il  lor  Giove  tonante  trasformato  in  Giove  pa~ 
cifiào  :  ingrati  e  buffoni  l 

Sembra  però  che  g'i  scienziati  avessero  por- 
tato con  loro  la  maledizione  in  queste  nostra 
contrade,  come  ancora  nel  resto  della  Peni- 
sola; dappoiché,  dopo  pochi  mesi  di  quel  Con* 
gresso,  Napoli  e  tutto  il  Regno  furono  afflitti 
da  varii  flagelli.  Oltre  dell'eruzione  del  Ve- 
suvio e  dell'  Etna,  di  tremuoti  e  di  alluvioni» 
che  devastarono  parecchie  città  e  paesi  ,  si 
aggiunse  la  carestia  de*  viveri. 

La  setta,  giovandosi  di  quella  pubblica  sven- 
tura; mestò  per  suscitar  rivoluzioni,  e  vi  riu- 
scì in  Toscana,  in  Modena,  nelle  Romagne  e 
in  Lombardia,  e  quelle  contrade  patirono  ra- 
pine e  sangue.  Il  nostro  Regno,  ad  onta  che 
fosse  il  più  preso  di  mira  dalla  sètta  ,  non- 
pertanto rimase  tranquillo  mercè  le  benefiche 
cure. del  re.  Il  quale  fece  vendere  il  grano 
a  prezzi  miti  da  un  tal  Benucci  fi  tt  aio  lo  delle 
dogane,  rifondendo  egli  il  dippiù;  ed  in  quel 
modo  lenì  la  sventura  del  popolo  ,  ed  evitò 
tante  penurie  e  catastrofi.  Però  quel  danaro 
da  lui  dato  a  Benucci,  per  soccorrere  la  pò* 
vera  gente,  la  maggior  parte  servì,  nel  184?,. 
per  far  la  rivoluzione  delle  Calabrie  ,  come 
dirò  tra  non  guari. 

Un  altro  avvenimento  di  somma  importanza 
sopraggiunse  ,  per  far  cambiare  la  faccia  a 
varii  Stati  di  Europa.  Il  1°  giugno  1846,  mo- 
riva il  Pontefice  Gregorio  XVI,  dopo  di  aver 
governata  la  Chiesa  per  15  anni  e  tre  mesi. 

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—  187  — 

Fu  egli  un  Papa  di  straordinaria  fermezza, 
poiché  sotto  il  suo  Principato  civile  tenne  a 
segno  i  settarii;  ed  i  romani  rammentano  an- 
cora con  piacere  il  gran  bene  morale  e  ma- 
teriale che  godettero  in  que'  15  anni  di  Re* 
gno  felice.  Il  14  dello  stesso  mf  se,  si  aprì  in 
Roma  il  Conclave,  con  sessanta  cardinali,sei 
napoletani, due  dei  quali  erano  Francesco  Ser- 
ra di  Cassano  e  Sisto  Riario  Sforza,  creato  car- 
dinale ed  Arcivescovo  di  Napoli  nel  Conci* 
storo  del  19  gennaio  dello  stesso  anno.  Il  18 
giugno  venne  eletto  Sommo  Pontefice  il  Car- 
dinale Giovanni  Maria  Mastai-Ferretti,  già  ar- 
civescovo d*  Imola  ,  nato  in  Sinigaglia  il  13 
maggio  1792,  e  prese  il  nonje  di  Pio  IX. 

Negli  Stati  romani  erano  avvenuti  alcuni 
moti  rivoluzionarii  ,  repressi  appena  manife- 
stati e  senza  quella  feroce  barbarie  strom- 
bazzata ad  arte  da  settarii.  Appena  morto  Papa 
Gregorio  XVI ,  giunsero  a  Roma  deputazioni 
delle  province,  chiedendo  riforme  al  Concla- 
ve. Pio  IX  ,  di  cuor  generoso  ed  angelico, 
volle  appagare  quelle  domande  ,  credendole 
vantaggiose  al  suo  popolo;  onde  che  riunito  il 
Sacro  Collegio  de'  cardinali  ,  non  tutti  con- 
cordi in  quella  faccenda,  il  17  luglio,  decretò 
generale  amnistia  pe'  reati  politici  ,  a  patto 
però  che  gli  amnistiati  giurassero  sul  loro 
onore  di  non  turbar  più  la  pace  dello  Stato; 
il  Santo  Pontefice  da  sé  giudicava  gli  altri  1 
Tutti  giurarono,  ad  eccezione  di  Terenzio  Ma- 
miani;  almeno  costui,  nel  mostrarsi  pertina- 
ce, fu  leale  ,  e  disse  chiaramente  quel  che 
volea  ;  ma  gli  altri  ritornarono-  in  patria  ,  in 

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—  188  — 

apparenza  pentiti ,  ma  sitibondi  di  tumulti  e 
sangue. 

Dapprincipio  ,  com'  è  costume  de*  settarii, 
si  cominciarono  le  ovazioni  e  le  dimostrazioni 
di  affetto  a  Pio  IX,  preludii  de'  prossimi  era- 
cifige:  la  sètta  mazziniana  già  metteva  in  ese- 
cuzione i  satannici  precetti  del  suo  capo  ,  il 
quale  prescrìveva  a'  suoi  adepti:  «  Riunite  il 
«  popolo,  anche  col  pretesto  di  ringraziare  i 
m  principi,  per  fargli  conoscere  la  sua  forza 
«  e  la  sua  importanza.  »  Intanto  Massimo  di 
Azeglio,  forse  non  a  parte  delle  secrete  cose: 
de*  caporioni  della  Giovine  Italia  ,  assicurava 
che  la  rivoluzione  italiana  dovea  farsi  con  le 
mani  in  tasca. 

I  plausi    a  Pio  IX   furono  strepitosi  ;  tutto  * 
quello   che    è  cattolico   fu  ipocritamente  ap- 

?laudito  ed  esaltato  ,  anche  i  gesuiti  furono 
esteggiati  e  benedetti  da'  settarii  1  Gli  osser- 
vatori superficiali  o  di  buona  fede  s'illusero; 
sembrò  lor  rinato  il  trionfo  del  Cattolicismo, 
per  mezzo  di  coloro  che  l'aveano  perseguitato 
e  calunniato  ;  tanti  messeri  benedicevano 
quel  movimento,  che  sembrava  popolare,  che 
avea  dato  pace  alla  Chiesa  a  al  suo  Capo  vi- 
sibile. Ma  que'  plausi  erano  forieri  di  tradi- 
menti, d'infamie  ed  orribili  danni:  Pio  IX  do- 
vea  essere  in  tutto  la  figura  di  Colui  che  rap- 
presenta sulla  terra. 

Questo  gran  Pontefice,  senza  sospetto,  pro- 
cedeva risoluto  nel  bene,  attuando  nello  Stato 
pontificio  tutte  quelle  novità  volute  d$I  vero 
progresso  de'  tempi.  Riordinò  1'  amministra- 
zione pubblica,  rendendola  laica,  emanò  leggi 
savie  sulla  stampa,  creò  consulte  di  Stato,  or- 

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—  189  — 

dinò  opere  pubbliche  e  di  beneficenza;  ed  ap- 
portò tanto  bene  in  poco  tempo  a*  suoi  popoli, 
che  fu  lodato  dallo  stesso  Mazzini.  Nonpertan- 
to questo  capo  settario  contemporaneamente 
scriveva  a'  suoi  adepti:  «  Il  cammino  del  ge- 
«  nere  umano  è  sempre  traccialo  dalle  ruine; 
«  chi  teme  le  ruine  non  comprende  la  vita. 
«  L'Italia  deve  oggi  uscir  dalla  prigione,  rom- 
«  pere  i  legami  de*  Papi  e  degl'imperatori;  e 
«  perchè  si  compiano  i  suoi  destini,  corrano 
a  pure  fiumi  di  sangue,  le  città  si  rovescino 

*  le  une  sulle  altre,  e  battaglie  ed  incenda  suc- 

*  cedano.  Non  importa  !  Se  l'Italia  non  deve 

*  esser  nostra,  vai  meglio  prepararne  la  di- 
«  struzione ,  e  tale  che  ogni  disfatta  sia  ca- 
«  tastrofe  finale.  Però  esortiamo  popoli  e  sol- 
«  dati  ad  eseguir  questo  disegno,  che  nessuna 
«  città  si  lasci  ritta  al  vincitore,  e  che  esso 
«  trovi  morte  ad  ogni  passo.    In  tale  guerra 

*  non  si  ceda,  si  distrugga.  Sarà  terribile  tutta 
«  la  vita  di  un  popolo,  non  sarà  che  l'opera 
«  della  rivoluzione.  Combattiamo  dunque  e 
«  sterminiamo.  » 

Ecco  che  cosa  voleano  i  redentori-  dell'  I- 
talia  !  Simili  ordini  avrebbero  spaventato  un 
Attila,  un  Maometto.  Tant'è:  se  parlate  co'  pa- 
trioti vi  diranno,  che  il  retrogrado,  l'oscu- 
rantista, il  birbante  son'io,  perchè  clericale  ; 
e  che  Mazzini  era  un  progressista ,  un  uma- 
nitario co'  fiocchi ,  e  forse  vi  assicureranno 
pure  che  fosse  un  santo  che  facea  miracoli» 
Quelli  scritti  di  Mazzini,  che  fanno  raccapric- 
ciar di  spavento  l' umanità  ,  gli  sciocchi  go- 
vernanti di  que'  tempi,  invece  di  pubblicarli 
a'  quattro  venti  della  terra,  per  far  rinsavire 

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—  190  — 

i  balordi,  credettero  gran  sapienza  occultarli 
con  ogni  cura! 

Mentre  in  Roma  si  festeggiava  Pio  IX  ,  le 
eittà  d'Italia  quali  si  ribellavano  e  quali  chie- 
devano riforme,  col  grido  di  viva  Pio  IX,  fa-? 
cendo  feste  ad  Azeglio,  a  Montanelli,  a  Gio-» 
berti  e  funerali  a'  fratelli  Bandiera.  Il  primo 
a  dar  la  Costituzione  fu  il  granduca  di  To-i 
scana  ;  i  rivoluzionarii  non  si  acquietarono  r 
volevano  qualche  cosa  di  più  ;  e  quindi  per* 
che  avvertiti  a  star  tranquilli  con  una  ordii 
nanza ,  sbizzarrirono ,  facendo  tumulti  in  Li« 
vorno  e  nella  stessa  Firenze,  ove  si  versò  aa«r 
che  sangue.  Quel  granduca  ,  che  sino  allora 
era  il  progressista,  il  padre  vero  della  patria, 
fu  proclamato  dagli  stessi  settarii  tiranno  e 
servo  dello  straniero  ,  perchè  non  facea  la 
loro  volontà. 

In  Lucca  ove  regnava  un  duca  di  Casa  Bor- 
bone,  però  debole  e  timoroso,  al  primo  scop- 
pio  della  rivoluzione,  concedette  le  stesse  ri- 
forme della  Toscana;  e  se  per  tanti  anni  fu 
gridato  tiranno,  per  quelle  riforme  venne  di* 
chiarato  gran  patriota,  dotto  e  sapiente. 

Carlo  Alberto,  carbonaro  convertito,  visti  i 
movimenti  rivoluzionarii  ,  e  supponendo  in 
Pio  IX  la  sua  stessa  ambizione,  fece  di  tutto 
per  mettersi  alla  testa  de*  ribelli  italiani  ,  e 
così  credeva  farla  anche  ai  Papa.  Però  i  get- 
tarli, memori  del  passato,  e  del  come  li  ave» 
trattati  dopo  la  rivoluzione  carbonara  del  Pie- 
monte, non  gli  prestarono  fede;  ed  egli  per  * 
dar  loro  prove  di  essere  ridivenuto  dell'  an- 
tica pasta  ,  permise  a  Genova  il  centenario 
della  cacciata  de' tedeschi  da  quella  città,  con 

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—  191  — 

grida  di  viva  e  di  morte.  Egli  non  fu  né 
sciocco  né  generoso  col  largire  una  costitu- 
zione politica  ad  esempio  del  gran  duca  di 
Toscana:  autorizzò  soltanto  nel  suo  Regno  le 
associazioni  politiche,  e  la  stampa  non  libera 
tua  faziosa  ed  iniqua. 

Dopo  i  festeggiamenti  al  Papa  ed  i  tumulti 
nello  Stato  pontificio,  i  rivoluzionarii  anda- 
rono diritti  al  loro  scopo  ;  non  chiesero  su- 
bito la  Costituzione,  invece  vollero  per  allora 
la  istituzione  della  Guardia  civica  ;  per  to- 
gliere la  forza  dalle  mani  del  governo  ed  ar- 
marsi contro  lo  stesso.  Il  cardinale  Gizzi  si 
oppose  a  quella  pretesa,  perchè  ne  conobbe 
il  pericolo;  il  teatino  padre  Gioacchino  Ven- 
tura consigliò  il  Papa  di  concedere  quella 
Guardia.  Tosto  avvennero  dimostrazioni  di 
gioia  e  clamorose,  con  evviva  a  Pio  IX,  e  tu- 
multi contro  Gizzi ,  che  si  dimise  ,  contro  il 
governatore  di  Roma  monsignor  Grassellini 
e  contro  il  cardinal  Lambruschini.  In  quella 
esce  in  piazza  il  facinoroso  Cicerovacchio,  ed 
imbeccato  da'  settarii,  grida  che  vi  fosse  una 
coneiura  contro  il  Pontefice,  e  che  i  gesuiti 
occultassero  armi  a  questo  scopo.  Si  armano 
i  faziosi  e  vanno  in  cerca  de'  supposti  congiu- 
ratori; rovistano  le  case  della  Compagnia  di 
Gesù  e  nulla  trovano.  Non  contenti  ancora 
di  tutti  que' baccanali  e  violenze,  fanno  una 
lista  di  proscrizione  contro  gì'  immaginarii 
congiuratori  ;  fu  allora  che  cominciarono  ad 
emigrare  da  Roma  molte  ragguardevoli  per- 
sone» Nello  Stato  pontificio  ed  in  Toscana 
col  pretesto  di  ringraziare  Iddio  di  aver  sai- 

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—  192  — 

vato  Pio  IX  da*  congiurati,  si  fecero  altri   tu- 
multi e  si  versò  anche  sangue  1 

La  sètta,  visto  che  i  suoi  affari  andavano  be- 
ne, fece  indirizzi  al  Papa  per  dichiarar  guerra 
al  barbaro  tedesco,  e  mettersi  egli,  novello  Giu- 
lio II,  alla   testa   degli  eserciti.  Pio  IX  dap- 
prima tacque  a  quelle  pretensioni  da  mente- 
catti ,  ma  vedendo  che  1'  entusiasmo  per  lui 
già  degenerava  in  tumulti  e  fellonie,  ammoni 
i  suoi  sudditi ,.  facendo  lor  sentire  ,  di  esser 
grato    alle    profferte  di  affetto    de'  medesimi, 
ma  desideravali  ragionevoli  e  tranquilli.  Quel 
discorso    non  piacque    e    si  cominciò  a  gri- 
dare contro  lo  stesso    Pontefice  ;    i    settarii 
per  avere  un  capo  contro  lo  stesso,  chiesero 
ed  ottennero  che  ritornasse  in  Roma  Teren- 
zio Mamiani  ;  il  quale   non  avea   voluto  giu- 
rare sul  suo  onore  di  star  cheto    rientrando 
in  patria  :    da   allora  la  rivoluzione    romana 
fece  rapidi  e  luttuosi  progressi. 

Non  si  potea  sperare  che  questo  Regno  ri- 
manesse tranquillo,  e  non  sentisse  le  conse- 
guenze de' tumulti  di  Roma  e  del  resto  del* 
1'  Italia,  essendo  i  settarii  solidali,  e  che  ten- 
devano ad  una  repubblica  italiana.  Qui  però 
non  si  potea  prendere  il  pretesto  per  far  di- 
mostrazioni e  pazzie,  onde  domandar  le  stesse 
riforme  concesse  dal  Papa  e  dal  gran  duca 
di  Toscana,  perchè  esistevano  fin  dalla  venuta 
di  Carlo  III,  e  compite  da'  successori  di  quel 
magnanimo  sovrano.  Questo  Regno  avea  go- 
verno patrio,  codici  nazionali  e  sapienti,  leggi 
libéralissime  speciali  e  generali,  Consulta  di 
Stato,  forte  esercito,  una  marina,  che  era  la 
prima  di  secondo  ordine  in  Europa,  Guardia 

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—  493  — 

civica  a  piede  e  a  cavallo  ed  altre  guarenti- 
gie di  cui  mancavano  gli  altri  Stati  della  Pe- 
nisola. Altro  non  si  potea  domandare  che  la 
Camera  de'  deputati  ,  eterna  apportatrice  di 
debiti,  carrozzini  e  fallimenti,  di  subugli,  di- 
sfatte e  vergogne.  Per  la  qual  cosa  i  nostri 
bravi  rivoluzionarii,  per  allora,  si  contentarono 
leggere  i  giornali  incendiari  di  Roma,  di  To- 
scana e  del  Piemonte,  scrivendo  a*  medesimi 
corrispondenze  piene  di  calunnie  contro  il 
governo  di  Ferdinando  II  e  ridicoli  piagnistei» 
invidiando  lo  stato  anarchico  in  cui  si  trova- 
vano quegli  Stati. 

Ne'  nostri  boschi  della  Sila,  in  Calabria,  e- 
rano  de'  briganti  che  taglieggiavano,  rubava- 
no e  facevono  ricatti  ;  i  rivoluzionarii  opra- 
rono in  modo  da  farsi  amici  que'  malfattori 
per  servirsi  de'  medesimi  contro  il  gover- 
no ed  in  parte  vi  riuscirono.  Ondechè  il  go- 
verno si  decise  di  mandare  in  Cosenza  e  in 
Catanzaro  un  rinforzo  di  truppe  e  il  gene- 
rale conte  Errico  Statella  con  pieni  poteri. 
Costui  vi  pubblicò  un  bando  di  amnistia  per 
chiunque  di  que'  briganti  si  fosse  presentato; 
e  con  questo  ed  altri  mezzi  conciliativi  ,  in 
pochi  mesi  estirpò  il  brigantaggio  ,  che  già 
cominciava  a  mostrar  tendenze  politiche  ; 
cosi  si  acquietarono  quelle  intimorite  popo- 
lazioni, con  gran  dispiacere  de'  settarii. 

Intanto  era  uno  scandalo  per  la  Giovine 
Italia,  che  le  due  Sicilie  stessero  tranquille, 
mentre  il  resto  della  Penisola  era  in  fiamme; 
quindi  si  fecero  tutti  gli  sforzi  per  rivoltar 
questo  Regno.  I  nostri  faziosi ,  avendo  rice- 
vuta l'imbeccata  da' loro  caporioni,  nel  mese 

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—  194  — 

di  luglio  1847 ,  si  riunirono  in  conciliabolo  ; 
sul    principio    altro  non  seppero  far  di    me- 
glio   che  cacciar  fuori    due  libelli.    Uno    dei 
quali  chiedeva  riforme  costituzionali»  e  passò 
inosservato,  soltanto  deriso  da  coloro  che  ne 
ebbero  cognizione;  l'altro  era  una  catilinaria, 
un  tessuto  di  spudorate  contumelie   e  calun- 
nie contro  il  governo  e  contro  il  re,  neppu- 
re si  risparmiava    la  vita  privata    di  costui  e 
della  real  famiglia.    Questo  libello-famoso   si 
ardì  titolarlo  :    Protesta  de*  popoli  delle  Due 
Sicilie  ,  ed  ottenne   un  gran  successo  presso 
i  gonzi  che  bevon  grosso.  Il    governo  ne  se- 
questrò migliaia  di  copie  ,  ed    i  giornali   del 
Piemonte    gridavano    alla   tirannia  borbonica 
per  quel  sequestro! 

Perlocchè  la  polizia  mise  in  carcere  alcuni 
capi  rivoluziona rii,  cioè  Carlo  Poerio,  Mariano 
d'Ayala,  Francesco  Trincherà  e  Domenico  Mau- 
ro.U  tipografo  Seguin  e  due  torcolieri  della  stam- 
peria nominarono  un  Giovanni  Raffaele  oste- 
trico di  Naso  ,    in  Sicilia ,    non  come  autore 
della  Protesta,  ma  come  persona  aderente  a 
colui  che  l'avea  scritta:  Raffaele  si  salvò  so- 
pra un  legno  francese  e  fuggi  a  Marsiglia.  Fu 
allora  che  i  giovani  torcolieri  nominarono  un 
D.  Luigi,  senza  saperne  il  cognome;  Luigi  Set- 
tembrini ,  che  avea  la  coda  di  paglia ,   fuggi 
a  Malta ,    e    di  colà   si  dichiarò  autore  della 
Protesta  de*  popoli  delle  Due  Sicilie.  La  Masa, 
trovandosi  pure  in  Malta,  pubblicò  su'  giornali, 
che  dodici  siciliani  eran  pronti  per  assassinar 
Ferdinando  II.  In  effetti,  si  buccinò  che  nella 
chiesa  di  Portici  doveasi  uccidere  il  re;  per 
la  qual  cosa   furono  arrestati  varii  studenti  : 

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—  195  — 

<*d  in  ifero  te  Protesta   accennava  a  fatti  di 
esangue.       >  *  r 

Re  Ferdinando,  il  13  agosto  1847,  ricordò 
le  sue  promesse  fatte  al  popolo,  quando  asce- 
rete «1  trono,  e  che  l'uvea  adempiute  in  tutti 
i  rami  della  pubblica  amministrazione,  e  par- 
ticolarmente coli*  estinguere  i  debiti  dello 
Stato  e  col  ridurre  i  dazii.  Per  dar  maggiori 
prove  del  suo  patriarcale  modo  di  governare 
4\  popolo  a  lui  soggetto  ,  ordinò  che  dal  1° 
-gennaio  1848  si  diminuissero  due  milioni  di 
-ducati  d'imposte,  cioè  che  fosse  abolito  il  da- 
aio  sul  macinato  in  questi  reali  domimi  e  mi- 
norato di  un  terzo  negli  altri  al  di  là  del  Fa- 
ro. I  rivoluzionarii  abborrivano  quelle  vere 
riforme,  tanto  utili  alla  povera  gente ,  man* 
«andò  loro  un  argomento  per  gridar  tiranno 
•il  re,  e  ghermire  essi  il  potere  per  fame  quel- 
fuso  che  oggi  tutti  sappiamo;  quindi  comin- 
ciarono col  malignare  le  benefiche  disposi- 
zioni di  quel  sovrano.  Questi  era  in  quel  tem- 
po assai  proclive  alla  clemenza,  ed  in  cambio 
di  trattare  i  suoi  calunniatori  secondo  i  loro 
meriti ,  volea  confonderli  con  la  generosità  , 
contentandoli  in  alcuni  reclami  che  essi  far 
ceano  e  che  putivano  un  poco  di  sedizione. 
Difatti  appena  i  messinesi  ricorsero  contro 
l'intende ute  de  Liguoro,  lo  traslocò  in  Cosen- 
za, ed  invece  mandò  in  quella  città  Giuseppe 
Parisi,  già  intendente  di  Catania,  niente  osti- 
le a'  patrioti.  Altre  simili  concessioni  fece  in 
*quel-1;empo  per  contentar  Y opinione  pubblica; 
ima  seminava  il  vento  e  raccoglieva  tempeste; 
-conciosrachè  i  rivoluzionarii  dicevano  essere 
inganni  quelle  concessioni,  figlie  della  paura 

13    3b8le 


—  496  — 

e  della  viltà;  ed  avendo  preparate  bene  1+ 
mine,  si  argomentarono  subito  dar  fuoco  per 
mettere  in  fiamme  questo  Regno. 

Le  prime  prove  rivoluzionarie  furono  ese- 
guite in  Messina.  Il  1°  settembre  1847  ,  in 
occasione  che  fu  promosso  a  generale  il  <jo- 
jonnello  Busacca ,  il  comandante  le  armi  di 
quella  città  general  Salvatore  Landi  (1),  e  la 
maggior  parte  degli  uffìziali  di  guarnigione, 
diedero  un  pranzo  dAVRòtél  Vittoria  in  onore 
del  promosso.  Antonio  Placanico  ,  commer- 
ciante di  pelli,  avendo  racimolato  un  trecento 
vagabondi  nullatenenti,  ne' bassi  fondi  di  Mes- 
sina, intendeva  sorprendere  ed  impossessarsi 
di  Landi  e  degli  altri  uffìziali  subalterni,  men- 
tre tutti  stavano  a  godere  del  pranzo. 

Verso  le  3  p.  m.  di  quel  giorno,  al  segnale 
dello  sparo  di  tre  raortaletti,  le  bande  di  Pla- 
canico «  entrarono   in  Messina  per  varie  vie ,. 
cioè  dalla  parte  de'  Cappuccini,  passando  pel 
borgo  San  Leone,  o  San  Leo,  e  da  porta  di 
Legna,  riunendosi    tutte  nella  via   del  Corso 
e  gridando:   Viva  Pio  IX,  viva  V Indipenden- 
za. Scesero  dippoi  nella  strada  Ferdinandèa, 
ove  resta  X Hotel  Vittoria,  e  dove  sedevano  a 
mensa  i  generali  e  gli  uffìziali,  con  l'intento 
di  sorprenderli  e  farli   prigionieri.    Costoro  , 
avvertiti  in  tempo  dagli  stessi  camerieri  del- 
l'albergo, ebbero  il  tempo  di  ritirarsi  in  Cit- 
tadella ;  il  solo  generale  Busacca  ,  che  volle 


(l)  È  necessario  non  confondere  questo  distinto  e 
fedelissimo  generale  con  l'altro  fellone  di  Francesco 
Landi,  Veroe  di  Calatafimi.  Vedi  Viaggio  da  Bocca* 
difalco  a  Gaeta.  Capitolo  IL 

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—  197  — 

traversar  la  piazza  del  Duomo  in  carrozza,  si 
ebbe  una  scarica  di  fucilate  ,  e  rimase  leg- 
germente ferito ,  salvandosi  alla  corsa  anche 
in  Cittadella. 

Landi,  fatto  battere  la  generale,  inviò  varie 
pattuglie  per  tener  fronte  agl'insorti.  Costoro 
tentarono  di  sopraffare  varii  posti  di  Guardia, 
né  trascurarono  quello  del  pubblico  Banco  , 
ov'erano  dirette  le  principali  loro  mire  ;  ma 
trovarono  dovunque  una  vigorosa  resistenza. 
Un  caporale  e  pochi  uomini  del  4°  di  linea, 
difesero  eroicamente  quel  posto,  ad  onta  che 
due  soldati  cadessero  morti. 

Nel  mentre  si  combattea  in  vari  punti  della 
città,  Landi  spinse  un  distaccamento  di  soldati 
sotto  il  comando  del  1°  tenente  Gioacchino 
Auriemma,  valoroso  uffiziale,  ed  una  compa- 
gnia del  3°  di  linea  agli  ordini  del  capitano 
Giuseppe  Caldarelli.  Que'due  uffìziali  s'incon- 
trarono con  gì'  insorti  nella  strada  d*  Austria 
oggi  Primo  Settembre,  e  benché  ebbero  fuori 
combattimento  molti  dipendenti,  pure  la  glo- 
ria di  quella  giornata  restò  a  loro.  I  ribelli 
furono  fugati  dalla  città,  salvandosi  per  le 
campagne,  e  le  vie  della  stessa  vennero  oc- 
cupate militarmente  ;  così  rientrò  Y  ordine  e 
la  calma. 

Il  re  rimunerò  la  guarnigione  di  Messina, 
decorandola  con  apposita  medaglia  di  onore 
e  di  fedeltà,  ed  onorando  i  generali  e  gli  uf- 
tizia* i  più  prodi  con  ordini  cavallereschi  ;  al 
Caldarelli  (1)  concedette  l'insigne  Croce  di  San 


(l)  Questo  capitano  ,  che  godea  fama    di  fedelis- 
simo ,  nel   1860   trovandosi   generale  ,    commise  in 


—  198  — 

Ferdinando  ,  ad  Auriemma  quella  di  dritto 
di  S.  Giorgio  della  Riunione.  Per  non  de- 
fraudare i  miei  lettori  della  parte  eomica  di 
quel  tentativo  di  rivolta,  non  voglio  omettere 
*un  fatto,  che  serve  eziandio  a  far  conoscere 
sempre  più  ,  che  nelle  rivoluzioni  non  man- 
cano mai  i  traviati  ecclesiastici,  che  con  le 
loro  buffonate  si  rendono  ridicoli  anche  in 
faccia  a'  medesimi  settarii.  Un  prete  di  fi- 
gura grottesca,  ardito  ed  intraprendente,  poco 
scrupoloso  in  taluni  casi  di  coscienza»  ma  del 
rèsto  lo  diceano  onesto,  certo  abate  Crimi  di 
Galati,  nulla  sapendo  che  dovea  avvenire  quel 
trambusto,  si  facea  la  sua  solita  passeggiata. 
Però  al  sentire  le  grida  sediziose  ,  e  al  ve- 
dere la  bandiera  tricolore,  perdette  le  staffe. 
Prima  che  si  fossero  avanzati  i  ribelli,  si  av- 
venta contro  una  sentinella,  pressò  la  piazza 
del  Duomo,  e  dopo  un'accanita  lotta  di  pugni, 
calci  e  morsi  ,  la  disarma;  gitta  il  tricorno, 
il  mantello  e  la  sottana  rimanendo  in  mutan- 
de, comincia  a  tirar  fucilate  da  disperato  con- 
tro i  soldati.  In  quella  breve  lotta  il  reve- 
rendo abate  Crimi  fece  prodigi  di  valore,  ma 
fu  costretto  fuggire  con  gli  altri  rivoluziona- 
rii  ,  quando  la  truppa  prese  il  di  sopra.  Egli 
fu  inseguito  ed  arrestato,  condotto  in  quella 
toletta  in  carcere  ,  facendo  ridere  gli  stessi 
suoi  commilitoni.  Ottenne  grazia  dal  sovrano, 
ma  lo  vedremo  tra  breve  alla  testa  di  varie 
squadre  siciliane  combattere  da  valoroso  ,  e 
mostrandosi  moderato  co'  vinti. 

Calabria  il  più  turpe,  il  più  vile  decadimenti.  Vedi 
Fiaggio  da  Boccadi  falco  a  Gaeta.  Capitolo  XX, 
pag.  294.  ole 


—  199  — 

Dopo   il    1°  settembre  ,  Messina    sembrava 
tranquilla;  ma  i  ribelli,  incoraggiati  dalla  mo- 
derazione del  governo    del  re  ,    tentarono  in 
seguito  altri  subugli  e  furono  sempre  battuti. 
Si  fortificarono  in  un  monastero  e  nelle  case 
vicine  al  piano  di  Terranova,  donde  tiravano 
fucilate    fin    dentro  la  Cittadella.  Il  capitano 
di  artiglieria,  Luigi  Mezzacapo,  oggi  ministro 
della  guerra  del  Regno  d' Italia,  senza  «sporre 
o  defatigare  la  soldatesca,  alzò  una  specie  di 
fortino  nel  medesimo   piano  di  Terranova,  e 
diresse  tanto    bene  i  colpi  de'  suoi  cannoni,, 
che  fece    passar  la  voglia    a*  ribelli  di.  rima- 
nere in  que'  luoghi    da   essi  fortificati.  Dopo 
altri  inutili  ed  intempestivi   conati  rivoluzio- 
narli, T  ordine  fu  rimesso  in  Messina,  e  tutto, 
ritornò,  almeno  in  apparenza  ,  nello  stato  di 
consueta  tranquillità. 

I  settarii  san  far  bene  le  rivoluzioni  ,  ad 
onta  che  spesso  son  battuti  di  santa  ragione, 
cioè  tutte  le  volte  che  non  son  secondate  dai 
militari  felloni,  o  da'  ministri  traditori:  difatti 
la  rivolta  di  Messina  era  il  segnale  di  quella 
calabra  e  delle  dimostrazioni  sediziose  di  Na- 
poli. Questa  volta  però  trovarono  generali  ed 
uffiziali  che  fecero  il  loro  dovere,  e  la  rivo-* 
luzione  fu  repressa  in  tutto  il  Regno  ,  e  se 
la  medesima  alzò  di  nuovo  il  capo,  dopo  pò* 
chi  mesi,  la  colpa  si  dee  addebiti  re  a  taluni 
capi  dell'  esercito  ed  alla  stessa  bonarietà  del 
sovrano. 

Ho  detto  altrove  che  re  Ferdinando»  in  vi- 
sta della  cerestia  del  1846,  avea  fatto  conse- 
gnare una  grande  quantità  di  grano  ad  un  tal 
Benucci,  fittaiuolo  delle  dogane,  per  venderlo 

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—  200  — 

a  basso  prezzo  alla  povera  gente.  Costui  ne 
affidò  la  cura  ad  un  Domenico  Romeo  ,  uffì- 
ziale  delle  dogane  e  nativo .  di  S.  Stefano 
presso  Reggio;  il  quale  alla  sua  volta  percor- 
reva instancabilmente  le  province  Calabre  per 
organizzarvi  la  rivolta  ;  ed  invece  di  far  go- 
dere i  bisognosi  del  grano  a  buon  mercato, 
lo  vendeva  o  lo  dava  gratis  a'  suoi  aderenti. 

Romeo  avea  gran  premura  far  presto  la  rivo- 
luzione, perchè  da  un  momento  all'altro  potea 
esser  chiamato  a  dare  i  conti,  e  consegnare 
quella  somma  di  danaro  che  dovea  trovarsi  in 
suo  potere;  mentre  egli  se  n'  era  servito  per 
arruolare  faziosi  e  sfaccendati,  e  far  coincidere 
la  ribellione  di  Messina  con  quella  delle  Ca- 
labrie; quelle  sue  fellonesche  cure  e  propo- 
nimenti furono  pel  momento  coronate  di  fe- 
lice successo. 

Domenico  Romeo  avea  guadagnato  a  sé 
un  Zerbi,  funzionante  d'intendente,  il  capitano 
de'  gendarmi  Leopoldo  Cava  ed  altri  uffìziali. 
Dopo  di  aver  riunito  in  S.  Stefano  un  centi- 
naio di  quella  gente,  che  per  varii  motivi  si 
presta  a  suscitar  subugli,  la  notte  dal  1  al  2 
settembre,  insieme  a'  suoi  fratelli,  Stefano  e 
Gabriele,  piombò  sopra  Reggio,  ove  si  riunì 
ad  altri  tredici  congiurati,  che  l'attendevano; 
tra'  quali  il  canonico  Paolo  Pellicano,  il  quale 
con  una  mano  brandiva  la  spada  con  Y  altra 
il  crocefisso,  Pietro  Mileto  maestro  di  scher- 
ma, Antonio  ed  Agostino  Plutino,  Francesco 
Genovese  ,  Domenico  Muratori  ,  Antonio  Ci- 
mino e  Casimiro  de  Lieto.  Non  fu  difficile 
a'  ribelli  di  opprimere  i  pochi  gendarmi  tra- 
diti dal  loro  capitano,  che  li  avea  chiusi  nella 


—  201  — 

-caserma,  obbligandoli  così  a  depositare  le  ar- 
mi senza  una  valida  difesa. 

La  mattina  del  2,  Romeo  intimò  la  resa  del  ' 
-castello  di  Reggio;  il  principe  di  Aci,  coman- 
dante le  armi ,  senza  opposizione  ,  vilmente 
cedette.  In  conseguenza  di  quella  vittoria,  ot- 
tenuta con  le  mani  in  tasca ,  giusta  il  detto 
-di  Massimo  d'Azeglio,  i  ribelli  s'impossessa- 
rono della  Cassa  provinciale  —  essendo  que- 
sto per  loro  l'affare  più  interessante  —  e  pro- 
clamarono il  governo  provvisorio,  rappresen- 
tato da  sette  persone  a  capo  delle  quali  il 
can.  Pellicano.  Stamparono  un  manifesto  pro- 
clamante la  Costituzione  del  1820,  con  la  so- 
lita conclusione  finale  di  que'  tempi  di  viva 
Pio  IX,  viva  V indipendenza  italiana  ! 

Michele  Bello,  Rocco  Verducci,  Pietro  Maz- 
2one  ed  altri  faziosi  corsero  a  Gerace  per  prò* 
clamare  anche  in  quel  capo  distretto  il  go- 
verno rivoluzionario;  jpa  i  cittadihi,  atteggiati 
a  difesa  dell'  ordine  pubblico  ,  li  fecero  fug- 
gire. Avendo  incontrato  il  sottintendente  Bo- 
nafede ,  che  con  tre  gendarmi  andava  incon- 
tro ad  essi ,  su  piccola  barca  ,  lo  fecero  pri- 
gioniero e  lo  condussero  a  Bovalino,  ove  fe- 
cero cantare  il  Te  Deurn.  In  seguito  si  spin- 
sero fino  a  Siderno  e  Roccella,  proclamando, 
dovunque  la  ribellione  e  con  tutti  i  soliti  ac- 
•cessorii  alla  medesima. 

La  notizia  della  rivolta  calabrà  volò  sulle  ali 
del  telegrafo ,  e  la  mattina  istessa  del  2  set- 
tembre seppesi  a  Napoli.  Immediatamente 
il  re  riunì  il  Consiglio  de'  ministri,  e  si  de- 
cise mandar  truppe  per  comprimere  i  faziosi. 
Si  spedi   un  reggimento  di  fanti ,    un  batta- 

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—  202  — 

glione  di  cacciatori  e  due  cannoni  di  mon- 
tagna ;  tutto  fu  imbarcato  sulle  pirofregate- 
Ruggiero  e  Guiscardo,  la  prima  sotto  g!i  or- 
dini del  capitano  di  fregata  Leopoldo  del  Re^ 
l'altra  di  Antonio  Bracco;  il  comando  in  capo- 
fu  dato  al  conte  d'Aquila. 

Ferdinando  II  assistette  all'imbarco  de'  soli- 
dati;  a  mezza  notte  le  jiue  fregate  salparono 
dal  porto  militare  di  Napoli,  e  giunsero  a  vi- 
sta ài  Reggio  alle  10  antimeridiane  del  4  set- 
tembre. Appena  i  reggini  vi  lero  la  flottiglia^ 
spedirono  una  deputazione  al  comandante  del- 
la  stessa,  pregandolo  di  sbarcar  subito  e  scac- 
ciare i  rivoli\£ÌQn%rii  della  città.  Del  Re,  pri- 
ma di  tutto  con  upa  cannonata  abbattè  la  ban- 
diera tricolore, che  sventolava  sul  castello,  indi 
finse  sbarcar  sotto  Reggior;  ma  rapido  volse 
jj&l  vicino  villaggio  di  Pentimele  e  colà  mise- 
a  : terra  la  sua  genite  ,  senza  esserne  mole- 
stato.  ■ 

I  rivoluzionarii  ,  che  ave  a  no  giurato,  o  Co- 
stiiuzione  del  1820  o  morte  ,  subodorando  che 
la  truppa  volesse  far  davvero  ,  fuggirono  in 
disordine  verso  Staiti  e  poi  su'  monti,  incal- 
zati sempre  da  un  pugno  di  soldati,  sotto  gli 
ordini  del  tenentecolqnnellq  de  Corné. 

II  capitano  de'  gendarmi  Leopoldo  Cava,  vo- 
lendo riparare,  a  modo  suo,  la  fellonia  di  a- 
ver  fatto  cedere  le  armi  a'  suoi  dipendenti  r 
si  armò  di  una  carabina,  e  trasse  a  tradimen- 
to un  colpo  contro  Stefano  Romeo  ,  che  feri 
leggermente;  di  rimando  si  ebbe  una  scarica 
di  fucilate  da'  ribelli,  rimanendo  sull'istante 
cadavere;  e  così  fu  punito  del  suo  doppio  tra- 
dimento.   La  truppa  entrò  acclamata  in  Reg*- 

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—  203  — 

gio,  abbattè  i  segni  rivoluzionari  e  rimise  il 
governo  del  re. 

Mentre  queste  cose  succedevano  nel  Reggino, 
il  brigadiere  marchese  Ferdinando  Nunzian- 
te, con  altri  due  mila  uomini,  sbarcava  al  Piz- 
zo,  e  per  la  via  di  Palmi  mancò  sopra  ferace; 
ed  aiutato  dalle  guardie  urbane,  fugo*  dovun- 
que i  ribelli  Costoro  erano  riuniti  in  Roccel- 
la,  .e  capitanati  da  Pietro  Mazzone  ,  alla  no- 
tizia di  quel  secondo  sbarco  di  soldati,  trepi- 
darono; e  mentre  questionavano  sul  partito  a 
prendere  —  che  poi  scelsero  quello  di  sban- 
darsi— il  loro  prigioniero  sott*  intendente  Bo- 
nafede  se  ne  fuggì,  e  il  7  settembre  rientrò 
nella  sua  residenza  di  Gerace.  Nunziante  oc- 
cupò questa  città  senza  colpo  ferire;  ed  alcuni 
storici  alla  Dumas  ,  tra'  quali  un  Michitelli* 
per  esaltare  il  valore  de*  ribelli,  inventarono 
imboscate  alle  truppe  e  pugne  omeriche  che 
non  avvennero. 

Intanto  Domenico  Romeo,  fabbro  di  quelle 
ribellioni,  fuggiva  su*  monti,  perseguitato  da- 
gli urbani  di  Pelavo  i  e  Seido  ;  ed  essendo 
stato  ferito  da  un  c^cio  di  cavallo,  si  rifu- 
giò col  nipote  Pietro  Romeo  in  una  campa- 
gna presso  la  roi-?sgia  di  S.  Stefano.  Colà 
trovato  da'^uoi  pe«*ì?pcutor\ebbe  intimato  l'ar- 
resto; ma  eg'i  ?n  rsposta  fece  fuoco  sopra  il 
capo  urbano  e  1'  ucc  ^e;  di  rimando  fu  crivel- 
lato da  una  scarica  T  fucilate  ,  tratte  dagli 
urbani,  rimi? Tendo  aU'  istante  cadavere.  Pie- 
tro Romeo  iu  arrcs'  to  e  condotto  a  Reggio. 

De*  ribelli  di  Calabria  molti  si  presentaro- 
no, e  circa  duecer'o  furono  arrestati  in  va- 
ni luoghi.  La  Commissione    militare    di  Ge- 

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—  204  — 

race  condannò  a. morte  Michele  Bello,  Pietro 
Mazzone,  Gaetano  Ruffo,  Domenico  Salvatore 
e  Rocco  Verducci,  che  furono  fucilati  il  due 
ottobre.  Nel  seguente  mese  di  novembre,  la 
Commissione  militare  di  Reggio,  né  condan- 
nò vani  alla  galera  e  quattordici  nel  capo, 
tra'  quali  i  sette  del  governo  provvisorio.  La 
moglie  di  Casimiro  Lieto  noleggiò  all'  infretta 
un  vapore  e  partì  per  Napoli  ,  ed  essendosi 
gettata  a'  piedi  del  re  ,  ottenne  grazia  non 
solo  pel  marito  ,  ma  per  altri  nove  condan- 
nati a  morte.  Ite'  quattordici  condannati  al- 
l' estremo  supplizio  vennero  fucilati  i  quattro 
principali  capi  rivoluzionarii  ,  cioè  Favaro, 
Morabito,  Giuffrè  e  Ferruzzano. 

I  giornali  settarii  d' Italia,  senzaUener  conto 
delle  grazie  sovrane  ,  imbestialirono  contro 
Ferdinando  II,  pubblicando  menzogne  e  ca- 
lunnie circa  la  rivoluzione  calabra.  Prima  an- 
davano in  sollucchero,  raccontando  in  quanti 
modi  atroci  i  ribelli  avessero  seviziato  ed  uc- 
ciso i  soldati  e  gli  urbani  :  quando  seppero 
che  costoro  erano  vincitori ,  cambiarono  lin- 
guaggio, accusadoli  di  croati  e  fratricidi.  Io- 
veirono  contro  il  re-,  chiamandolo  tiranno  e 
mostro,  mentre  avrebbero  preteso  che  costui 
iion  avesse  repressa  la  rivoluzione,  ed  aves- 
se fatto  uccidere  i  soldati  e  gli  urbani,  dai 
redentori  della  patria  !  Calunniarono  de  Cor- 
nò e  gli  altri  capi  della  milizia,  e  soprattutti 
il  brigadiere  Nunziante,  accusandolo  di  avere 
invitato  il  gioV&ne  Mazzone  a  presentarsi  >  col 
promettergli  la  grazia  sovrana  ,  e  che  poi  lo 
fucilò  proditoriamente,  prima  del  tempo  sta- 
bilito dalla  legge. 

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—  205  — 

Queste  sfacciate  menzogne  contro  Nunziante 
erano  ripetute  per  invidia  anche  da  taluni  mi- 
nistri del  re  atteggiati  ad  urnanitarii:  eran  co- 
storo carbonari  convertiti  ,  tra'  quali  un  del 
Carretto,  che  pochi  anni  prima  avea  fatto  inu- 
tili e  sanguinose  rappresaglie  al  paesello  del 
Bosco  ed  in  Siracusa. 

-  È  una  sfacciata  calunnia  il  dire  che  Nun- 
ziante avesse  fatto  fucilare  i  cinque  capi  fa- 
ziosi di  Gerace  prima  del  tempo  stabilito  dalla 
tegge-  Al  contrario  è  un  fatto  incontrastabile, 
asserito  eziandio  da  onestissimi  militari,  oggi 
in  fama  di  liberali ,  e  che  allora  trovayansi 
presso  il  medesima  Nunziante  ,  che  questi 
chiese  la  grazia  sovrana  pe'  condannati  a  mor- 
te dalla  Commissione  militare;  grazia  che  non 
giunse,  e  si  sùppqne  a  causa  degl'intrighi  di 
qualche  ministro  ,  non  facendo  giungere  al 
re  le  benevole  raccomandazioni  di  quel  gene- 
rale. In  effetti  se  Ferdinando  II  fece  grazia 
della  vita  a'  dieci  condannati  di  Reggio,  per 
la  sola  pietà  che  gli  destò  la  desolata  moglie 
di  Casimiro  Lieto,  è  da  supporsi  che  avreb- 
be latta  anche  la  medesima  grazia  a'  ribelli 
di  Gerace  ,  se  gli  foss>e  giunta  la  raccoman- 
dazione del  Nunziante.  Né  questi  si  sarebbe 
arbitrato  fucilare  cinque  individui  prima  del 
tempo  stabilito  della  legge,  sapendo  le  dispo- 
sizioni benevole  del  sovrano  a  favore  de'  rei. 
Ti  fu  dunque  ,  in  quella  trista  faccenda  di 
Gerace  ,  lo  zampino  .  della  sètta  ,  aiutata  da 
quella  gente  tristissima  che  circondava  il  re» 
per  far  credere  essere  costui  quel  che  non 
era,  e  per  offuscar  l'onore  di  un  generale  be- 
nemerito alla  dinastia  ed  al  paese.  Ferdinan- 

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—  206  — 

do  II,  dopo  la  rivoluzione  di  Messina  e  di   Ca- 
labria, si  mostrò  clementissimo  verso  i  ribelli, 
ed  ordinò  che  i  rei    iscritti  ne*  ruoli  de*  lati- 
tanti fossero  giudicati  regolarmente  dalle  Corti 
speciali;  per  gli  altri  abolì  qualunque  proce- 
dimento, e  volle  che  fosse  sospesa  qualunque 
esecuzione   capitale.    In  conseguenza    di  che 
fece  grazia  a  tutti  coloro  che  i  tribunali  avea- 
no  condannati  a  morte  ,   ed  a  quelli  a*  ferri 
accordò  pieno  perdono.  Quelle  grazie  furono 
estese  a' ribelli  di  Messina,  ove  ne' primi  gior- 
ni di  settembre  venne  fucilato  un  sol  ribelle, 
cioè  il  calzolaio  Giuseppe  Sciva.  La  clemenza 
di  quel  sovrano  la  sètta  la  proclamò  debolezza 
e  paura,  ed  i  giornali  faziosi  trovarono  que- 
st*  altro    pretesto    per  eruttare   altri  vituperi! 
contro    lo  stesso.    Rinnovo  a'  miei  lettori  la 
preghiera  di  ricordarsi  della  storiella  del  vec- 
chio che  andava    al  mercato  ,  raccontata  nel 
capitolo  II. 

Siccome  si  dicea  che  le  altre  provincie  si  sa- 
rebbero sollevate  contemporaneamente  a  Mes- 
sina e  Calabria,  si  mandò,  nel  medesimo  tem- 
po, negli  Abruzzi  una  colonna  mobile  di  fan- 
ti, cavalleria  ed  artiglieria  comandata  dal  ge- 
nerale Carrabba.  Un'altra  si  ne  spedi  ne* Prin- 
cipati,    sotto  il  comando  (hi  general  Gaeta, 
e  due  scorte  leggiere  sotto  gli  ordini  del  co- 
lonnello conte  Giuseppe  Statella  e  del  colon- 
nello Gutrofìano  ,  la  prima  per  andare  nelle 
Puglie  ,  T  altra  nella  provincia  di  Molise,  te- 
nendosi in  comunicazione  con  le  altre.  Però, 
ad  eccezione  delle  Calabrie,  il  rimanente  del- 
le province  al  di  qua  del  Faro,  nel  1347,  ri- 
masero tranquille. 

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—  207  — 

I  rivoluzionarii  di  Napoli  non  trascurarono 
di  far  le  loro  brave  dimostrazioni:  la  sera  del 
16  settembre ,  alcuni  giovinastri,  riuniti  nel 
piano  della  Reggia  per  sentirvi  la  musica,  si 
sciolsero  col  grido:  Viva  Vio  IX,  viva  il  re. 
La  polizia,  con  ordinanza  affissa  a  tutti  i  can- 
toni della  città,  proibì  le  grida  di  viva,  il  re. 
La  sera  del  22,  altri  faziosi  si  riunirono  nel 
piano  della  Carità,  e  si  diressero  verso  il  pa- 
lazzo de'  ministri  gridando:  Viva  Pio  IX,  viva 
i'  indipendenza  italiana  ,  aggiungendo  altri 
gridi  contro  i  ministri  del  re  :  appena  com- 
parve la  forza  pubblica,  si  sciolsero. 
•  Ferdinando,  lusingandosi  di  far  cessare  le 
dimostrazioni  contro  i  ministri  ,  e  special- 
mente contro  Santangelo,  fece  dimettere  co- 
stui dal  ministero  dell*  interno,  e  divise  que- 
sto ramo  in  tre  ,  cioè  interno  ,  agricoltura  e 
camme  re  io  e  lavori  pubblici,  affidandoli  al  com- 
mendatore Giuseppe  Parisi,  Antonio  Spinelli 
-e  Pietro  d*  Urso,  tutti  e  tre  bene  accetti  alla 
rivoluzione.  Tolse  il  Ferri  dalle  finanze  ed 
invece  vi  destinò  Giustino  Fortunato,  vecchio 
carbonaro.  Quel  cambiamento  di  Ministero 
piacque,  perchè  si  giudicò  un  principio  d'al- 
tre concessioni  più  interessanti;  nonpertanto 
le  dimostrazioni  continuarono  più  clamorose 
in  Napoli  ed  in  Sicilia.  Io  1'  ho  detto  altra 
volta  e  giova  ridirlo  ,  che  i  re  son  come  le 
donne:  guai  a  loro  quando  cominciano  a  con- 
cedere, il  primo  passo  obbliga  agli  altri,  fin- 
ché si  giunga  alla  totale  catastrofe!... 

I  rivoluzionarii  di  Palermo  ,  non  volendo 
esser  secondi  a  quelli  del  continente,  la  sera 
del  27  settembre  ,  nel  teatro  Carolino  ,  allo 

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—  208  — 

metà  dello  spettacolo,  uomini  e  donne  si  al- 
zarono, gridando:  \iva  Pio  IX,  viva  il  re,  e 
chiesero  la  Guardia  nazionale.  Da'  palchi  pit- 
tarono molte  cartoline  tricolori  nelle  quali  si 
leggeva:  «  Il  re  ha  mandato  via  Santangelo, 
«  e  ne  ha  dato  i  portafogli  a  tre  galantuorai- 
«  ni;  ha  concesso  V  amnistia  agi'  insorti  di 
«  Messina,  ed  ha  cambiato  il  suo  confessore, 
u  Viva  Pio  IX  ,  viva  il  re  !  »  il  giorno  se- 
guente ,  con  la  bandiera  a  tre  colori,  percor- 
sero varie  vie  di  Palermo  ;  giunti  presso  la 
statua  di  S.  Rosalia,  giurarono  V  indipendenza 
della  Sicilia. 

In  Termini  ,  Cefalù  ,  Misilmeri  e  Bagaria 
•furono  affìssi  alle  mura  de]  cartelli  sediziosi; 
ed  in  Carini  si  fece  un  tentativo  di  rivolta. 
In  Corleone  ,  in  un  banchetto  ,  si  proclamò 
l' Inghilterra  liberatrice  della  Sicilia  (poveri 
gonzi  !)  e  si  fecero  dimostrazioni  con  le  so- 
lite grida.  In  Trapani  incoronarono  la  statua 
di  Pio  IX,  e  col  pretesto  che  la  plebaglia  vo- 
lesse saccheggiar  le  case  de'  ricchi,  s' improv- 
visò la  Guardia  nazionale. 

Altri  sconvolgimenti  e  trambusti  avvennero 
in  Napoli  la  sera  del  14  dicembre;  alcuni  agi- 
tatori   tentarono    far    le  solite  dimostrazioni; 
comparvero  i  commissarii  di  polizia  Morbillo 
e  Campobasso  ,  alla  testa  di  pochi  poliziotti,    ' 
e  corsero  bastonate.  Non  mancano  storici  ap- 
passionati di  raccontarci  le  prodezze  fatte  da 
qualche    rivoluzionario  ,    descrivendolo   alle 
prese    con  venti  o  trenta  birri  ,    mettendoli 
tutti  fuori  combattimento.  Il  fatto  si  è  che  in 
quel  subuglio  furono  arrestati    varii  patrioti, 
tra'  quali  il  maestro  di  scherma   Achille  Pa- 

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! 


—  209  — 

risi,  Camillo  Caracciolo,  figlio  del  principe  di 
Torella  ,  il  duca  Francesco  Proto  ,  ed  il  pit- 
tore Saverio  Alta  mura.  Taluni  di  quelli  arre- 
stati furono  condotti  nel  carcere  di  S.  Maria 
Apparente  ,  ed  altri  in  quello  di  S.  France- 
sco fuori  Porta  Capuana,  per  istruirsi  il  pro- 
cesso a  carico  de'  medesimi.  Però  dopo  meno 
di  un  mese  vennero  messi  tutti  ih  libertà, 
insieme  a  Carlo  Poerio  e  Mariano  d'  Ayala, 
tenuti  in  carcere  come  aderenti  o  sospettati 
autori  della  Protesta  de  popoli  delle  Due  Si- 
cilie. La  escarcerazione  delle  sopranominate 
persone  riuscì  ad  un'  altra  dimostrazione  con- 
tro il  governo. 

Tutti  i  giorni  si  tentavano  sommosse  in  Na- 
poli ed  in  varii  modi  ;  spesso  vedevi  fuggire 
un  gruppo  di  sediziosi  fingendo  paura,  met- 
tendo lo  spavento  nella  gente  pacifica  ,  che 
cominciava  pure  a  correre  senza  sapere  il* 
perchè  ;  quindi  un  parapiglia.  I  magazzini 
si  chiudevano  con  fracasso,  avvenivano  scon- 
cezze, gridi  strazianti,  si  davano  busse  all'im- 
pazzata; ed  in  tutto  quel  diavolìo,  quelli  che 
più  ne  approfittavano  erano  i  ladri  ,  che  fa- 
cevano un  facile  bottino,  e  poi  i  giornali  fa- 
ziosi italiani  descrivevano  quelle  paure  e 
sconcezze  di  Napoli  come  altrettante  gior- 
nate di  luglio  avvenute  in  Parigi  nel  1830.  Il  , 
governo  fu  costretto  far  perlustrare  Toledo 
ed  altre  vie  dalle  pattuglie  svizzere  e  di  gen- 
darmi a  cavallo.  I  quali,  prima  furono  fischia- 
ti, e  poi  con  proclami  a  stampa  proclamati 
mercenarii;  e  que'militari  fremevano  e  soffri- 
vano tutto  in  conformità  degli  ordini  ricevu- 
ti. A  tanti    mali  si  aggiunse    1'  astio   privato 

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—  210  — 

tra  Del  Carretto,  ministro  di  polizia,  e  il  ma- 
resciallo conte  Giovanni  Statella,  comandante 
la  Piazza  di  Napoli,  che  a  vicenda  Y  un  l'al- 
tro contraddicevansi,  inceppando  in  quel*  modo 
T  andamento  del  servizio  ,  perchè  1*  uno  dei 
due  cedesse:  intanto  ne  approfittavano  i  rivo- 
luzionarii. 

Mentre  quei  subugli  e  quelle  gare  tra*  go- 
vernanti rendevano  debole  l'azione  del  gover- 
no ,  lasciandosi  irrepresse  le  sedizioni  e  bal- 
danzosi i  ribelli,  ecco  comparire  un  indirizzo 
al  re  da'  caporioni  del  movimento  italiano,  in- 
titolandosi Gl'italiani  dell'Unione;  eoi  quale  lo 
pregavano  di  accedere  alla  politica  di  Pio  IX,  di 
Leopoldo  di  Toscana  e  di  Carlo  Alberto.  Quel- 
l' indirizzo  era  firmato  da  Cavour,  Silvio  Pelli- 
co, Br  offe  rio,  Durando,  Masi ,  d' Azeglio  ,  Ar- 
mellini e  Slerbini.  Così  finiva  1*  anno  1847  , 
foriero  di  terribili  sconvolgimenti  sociali  del* 
T  altro  che  lo  seguiva. 

Prima  di  finir  questo  capitolo,  credo  neces- 
sario ricordare  un  fatto  avvenuto  in  Napoli  in 
persona  dell'  ambasciatore  francese  ,  ..  che  fu 
causa  non  ultima  de'  cambiamenti,  di  varii  go- 
verni, e  fa  conoscere  eziandio  lo  stato  anor- 
male in  cui  si  trovavano  le  relazioni  politiche 
di  taluni  Stati  primarii  di  Europa. 

Il  conte  Carlo  Bresson,  da  poco  tempo  ve- 
nuto a  Napoli,  in  qualità  di  ambasciatore  del 
re  Luigi  Filippo  presso  questa  corte,  abitava 
nell'  albergo  di  Zir  alla  Villa  reale.  Il  2  no- 
vembre di  quell'  anno  1847  ,  queir  ambascia** 
tore  fu  trovato  cadavere  nella  sua  stanza,  pros- 
sima a  quella  delia  moglie  e  del  figlio,  con 
le  carotidi  recise,  ed  in  un  lago  di  sangue;  ro- 

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—  211  — 

be  e  carte  in  grande  disordine,  il  cameriere 
fuggito. 

I  settarii  non  tralasciarono  di  pubblicare  le 
solite  loro  calunnie,  dicendo  che  Bresson  era 
stato  assassinato    dalla  polizia  borbonica  ,  la 
quale  nessuno  interesse  potea  avere  alla  mor- 
to di  quel  diplomatico.  La  voce  più  accredi- 
tata, e  quasi  da  tutti    creduta  fu,   che  1'  am- 
basciatore di  Francia  portasse  con  so  de'  do- 
cumenti di  una  lega  continentale  contro  l' In- 
ghilterra, e  questa  glieli  avesse  fatto  involare 
dal  compro  cameriere;  ond'  ei,  disperato  per 
salvare  il  suo  onore,  si  fosse  suicidato.  I  re- 
sultati conformi  a  questa  credenza    non  tar- 
darono a  farsi  palesi;  la  rivoluzione  di  Fran- 
cia, del  1848,  contro  Luigi  Filippo,  aiutata 
dagl'inglesi,  non  fu  estranea  al  suicidio  del- 
l' ambasciatore  Bresson. 

Nominerò  in  ultimo  gli  uomini  più  illustri 
di  questo  Regno  ,  morti  dal  1840  al  47.  Nel 
1840,  il  tenentegenerale  marchese  Giuseppe 
Tschudy,  nato  in  Napoli.  Nel  1841,  marchese 
d'Andrea,  ministro  delle  finanze.  Nel  1842, 
conte  Francesco  Ricciardi  di  Foggia,  politico 
e  letterato.  Nel  1843  conte  Michele  Milano  di 
S.  Giorgio,  naturalista  e  letterato,  ed  il  mar- 
chese Gargallo  di  Siracusa,  poeta  e  traduttore 
esimio  di  varii  classici  latini.  Nel  1844  ,  il 
cardinale  Filippo  Giudice  Caracciolo»  arcive- 
scovo di  Napoli  ,  restauratore  di  questo  Duo- 
mo. Nel  1845,  Pasquale  Leonardi  di  Cattolica, 
in  Sicilia ,  fondatore  della  clinica  ostetrica 
nella  Regia  Università  di  Napoli  e  Gabriele 
de  Simone ,  capitano  di  fregata  ,  inventore 
delle  catene  di  ferro  a  torciglione,  sostituite 

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—  212  - 

alle  gomene,  e  moderatore  della  bussola  ma- 
rittima. Nel  1846»  barone  Pasquale  Galluppi 
di  Tropea,  insigne  filosofo  ,<  morto  in  Napoli 
il  Va  novembre  di  anni  76,  ed  il  cav.  Antonio 
Nanula  di  Barletta,  fondatore  del  gabinetto 
anatomico  della  regia  Università  di  Napoli. 
Nel  1847,  Basilio  Puoti  di  Napoli,  insigne  let- 
terato, morto  in  patria  di  anni  66,  ed  il  cav. 
Giovanni  Castellucci  d'Ischia,  dotto  cerusico, 
introduttore  della  Litotrizia,  cioè  operazione 
per  cui  si  stritolano  i  calcoli  nella  vescica. 

BIBLIOGRAFIA 

Ecco  infine  le  principali  opere  pubblicate 
éal  1840  al  47: 

Nel  1840,  Istituzioni  di  logica  e  metafisica 
del  P.  Matteo  Liberatore,  Manuale  di  notomia 
topografica  di  Pietro  Ramaglia ,  I  principii 
di  economia  politica  di  Antonio  Scialoia', 
Compendium  theologiae  moralis  dell'  ab.  À- 
gnello  Porpora.  Nel  1841,  Storia  economico- 
civile  di  ^Sicilia  di  Lodovico  Bianchini.  Trat- 
tato di  ostetrica  di  Giovanni  Raffaele,  Fisica 
sperimentale  di  Luigi  Palmieri ,  Storia  lette- 
raria di  Sicilia  de9  tempi  greci  dell'  ab.  Do- 
menico Scinà,  e  Teatro  drammatico  del  ba- 
rone Giov.  Carlo  Cosenza.  Nel  1842,  Storia 
detta  filosofia  di  Pasquale  Galluppi ,  ed  Ori- 
gine de  Feydi  nel  Regno  di  Napoli  e  Sicilia 
di  Giaointo  Dragonetti.  Storia  generale  della 
Sicilia  di  G.  Ferrara.  Nel  1843 ,  Catechismo 
filosofico-istorico-apolog etico  della  Religione 
cristiana  dell' ab.  Giuseppe  Mazzarella;  il  te- 
nentecolonnello  Antonio  de  Focatis  inventò  un 

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1 


—  213  — 

nuovo  affusto  di  cannone.  Nel  1844.  Bellezze 
-della  Fede   del  P.  Gioacchino  Ventura  ,    Le 
Vite    de*  più  celebri  capitani  napoletani  ài 
Mariano  d'Ayala,  Storia  della  medicina  dalla 
sua  origine  fino  a*  tempi  nostri  di  Pasquale 
Manfrò  ,    e    Trattato   di  dritto  criminale  ài 
Francesco  Zuppetta  ;    Paolo  Anania   de  Luca 
inventò  il  pallone  idrostatico.  Nel  1845,  Sag- 
gio di  dritto  naturale  appoggiato  sul  fatto  del 
P.  Luigi  Tapparella  Corso  di  storia  ecclesia- 
stica  daUa  venuta  di  Gesù  Cristo  fino  a*  tem- 
pi nostri,  comparata  con  la  storia  de*  tempi 
del  P.  M.  Tommaso  Salzano  ,  Ragguagli  sto- 
rici del  Regno  di  Napoli  del  conte  Gennaro 
Marnili,  e  Cenno  delle  artiglierie  napoletane 
-di  Girolamo  Ulioa;  il  prof.  Gutti  Galletta  in- 
venta un  jroovo  orologio  solare,  il  quale  in- 
dica le  ore  del  giorno,  Ventrata  del  sole  nei 
segni  del  zodiaco,  la  differenza  He\  tempo  me- 
dio e  tempo  vero  ,  il  mese    ed  il  giorno  del 
mese.    Nel  1846  ,  Lezioni  di  OftalmiatHa  di 
Giovambattista  Quadri;  il  professore  di  fisica 
Luigi  Palmieri  perfezionò  con  nuovo  metodo 
il  tetegrafo-magnetico-elettrico.  Nel  1847,  Del* 
la  civiltà  d'Italia  e  della  sua  letteratura  nel 
secolo  IX  di  Ferdinando  Malvica,  e  Memorie 
storiche  sulle  province  del  Regno  di  Napoli 
«di  Domenico  Valente. 


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CAPITOLO  IX. 

SOMMARIO 

Rivoluzione  di  Palermo  del  12  gennaio  1848,  In- 
sipienza di  de  Majo,  luogotenente  del  re.  La  trup- 
pa, dopo  di  avere  sbaragliato  i  ribelli,  si  ritira  ner 
quartieri  per  ordine  del  medesimo  luogotenente.  Go- 
verno provvisorio.  Ruggiero  Settimo.  Bombardamen- 
to di  Palermo.  Protesta  del  commodoro  inglese  Lu- 
sigton  e  de'  consoli  di  varie  nazioni.  I  ribelli  ,  fatti 
più  arditi  dalle  protezioni  estere,  cominciano  ad  as- 
salire i  soldati  ne^ quartieri  militari. 

Eccoci  giunti  a«l  un'  epoca  ove  comincia  a* 
manifestarsi  l"  ignavia,  la  viltà  e  il  tradimento 
di  taluni  condottieri  dell'  esercito  napoletano; 
e  di  non  pochi  magistrati  e  funzionari  di  que- 
sto disgraziato  Reame,  stato  sempre  in  preda 
ad  uomini  che  senza  rimorsi  hanno  aiutato  po- 
tentemente la  sètta;  la  quale  ha  sempre  se- 
minato i  campi  e  le  città  di  cadaveri.  Pero 
non  si  adontino  i  miei  lettori ,  che  pur  dirò- 
di  condottieri  e  di  altri  uomini  che  furono  e 
sono  1*  orgoglio  del  nostro  bel  paese. 

Gli  altri  Stati  d*  Italia  si  erano  ribellati  ai 
loro  principi  col  pretesto  di  ottenere  delle 
riforme  politiche  ,  ed  in  realtà  per  cacciarli 
via.  Il  grido  di  rivoluzione  che  il  12  gennaio 
1848  partì  da  Palermo   fu  terribile,  ma  direi 

• 


—  215  — 

«quasi  leale  ;  esso  disse  quel  che  volea  ,  cioè 
ia  separazione  della  Sicilia  da  Napoli,  un'am- 
ministrazione indipendente  sotto  la  medesima 
-dinastia.  È  inutile  che  i  settarii  si  arrovel- 
lino a  volerci  far  credere  che  quell'Isola  fosse 
stata  tiranneggiata  da'  Borboni  ,  inventando 
menzogne  e  calunnie  ;  invece  avrebbero  do- 
vuto dir  francamente,  che  i  siciliani  vogliono 
essere  un  popolo  a  sé,  perchè  hanno  tutti  i 
dritti  e  requisiti  per  essere  autonomi.  Gran 
verità  conosciuta  poi  da  un  cavalleresco  e 
sventurato  giovine  sovrano,  il  quale  dalle  ro- 
*  vine  di  Gaeta,  con  proclama  dell'  8  gennaio 
1861,  appagava  appieno  le  secolari  aspirazioni 
ed  i  bisogni  di  quegl'  isolani.  Ma  era  scritto 
lassù  ,  che  1'  eroica  Sicilia  dovea  esser  pro- 
vincia di  non  si  sa  di  qual  capitale  del  con- 
tinente. La  Sicilia  avea  poco  o  nulla  da  la- 
gnarsi de'  Borboni,  credo  di  averlo  dimostrato 
-co'  fatti  nel  corso  di  questo  lavoro;  anzi  era 
divenuta  ricca  di  ottime  leggi,  di  opere  pub- 
bliche, godendo  un  benessere  morale  e  ma- 
teriale, che  non  può  venirle  mai  più  ridonato 
-da  qualunque  altro  governo.  Que'  tempi  feli- 
ci» grazie  alla  sètta  cosmopolita,  saranno  una 
ricordanza  di  maggior  dolore  nelle  attuali  mi- 
serie 1  Se  io  affermassi  che  la  rivoluzione  di 
Palermo,  del  12  gennaio  1848,  fosse  stata  un 
effetto  del  solo  lavorio  della  sètta  i  mentirei 
sfacciatamente  ,  ma  dirò  che  fu  eminente- 
mente popolare.  Però  quella  rivoluzione  non 
non  fu  fatta  per  abbattere  la  dinastia,  invece 
per  liberale  il  paese  da  taluni  sciocchi  abusi 
della  birraglia,  e  per  ottenere  quella  neces- 
saria autonomia    donata  dal  primo  fondatore 

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—  216  — 

della  prima  monarchia  italiana»  e  conformata 
da  tutt'  i  sovrani  nazionali  e  stranieri.  Fi* 
questo  il  vero  primitivo  scopo  della  rivoltai 
siciliana  di  quel  tempo;  in  seguito  si  misero- 
in  mezzo  i  truculenti  settarii  ,  e  le  diedera 
un  indirizzo  falso  e  deplorevole ,  perchè  vch 
leano  giungere  ove  adesso  ci  han  condotti. 

Trovavansi  in  Palermo  due  uffìzi  ali  di  ar- 
tiglieria ,  Longo  ed  Orsini ,  tutti  e  due  edu- 
cati a  spese  del  re  ne*  collegi  militari  di  Na- 
poli; i  medesimi  credettero  dimostrare  la  loro 
gratitudine  con  rivelarsi  redivivi  Iscarioti.  Di* 
venuti  arnesi  di  sètta,  si  unirono  ad  un  An- 
gelo Gallo,  fonditore  in  bronzo,  creato  cava- 
liere da  Ferdinando  H,  e  dallo  stesso  regalata 
di  seimila  ducati  a  titolo  d'incoraggiamento  per 
la  sua  fonderia.  Gallo  facea  attiva  propaganda- 
contro  il  gove  no  ,  e  facea  di  tutto  per  gua- 
dagnare a  sé  i  sottuffiziali  dell'  esercito.  Al- 
lorquando credette  il  tempo  opportuno,  con- 
sigliò i  suoi  amici  Longo  ed  Orsini  d'  impos- 
sessarsi del  parco  di  artiglieria  ,  per  rivol- 
gerlo contro  i  propri  compagni  d'  armi.  A  di- 
spetto della  loro  circospezione,  gli  audaci  di- 
segni furono  indovinati  da  un  sergente,  che 
subito  li  accusò  al  generale  Pietro  Vial,  co- 
mandante le  armi  della  provincia  di  Palermo,. 
Fra  quel  generale  nativo  di  Nizza;  da  giova- 
netto servì  i  reali  di  Napoli,  passò  per  varii 
gradi  della  milizia,  e  quindi  fu  brigadiere  ed 
anche  direttore  di  polizia.  Fra  avveduto  ed 
inflessibile  trattandosi  del  servizio  militare  e 
della  fedeltà  verso  il  sovrano.  Avea  egli  pre- 
vista la  imminente  rivoluzione  in  Palermo, 
perchè    conoscea   le  aspirazioni  de'  siciliani* 

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—  217  — 

le  condizioni  dell'Europa  e  più  dì  tutto  quelle 
dell'Italia.  Non  trascurò  di  manifestare  i  suoi 
timori  e  dare  i  suoi  consigli  al  maresciallo 
de  Màjo,  luogotenente  del  re  in  quella  eittà. 

De  Majo  discendeva  da  nobilissima  fami- 
glia, ma  era  di  poca  levatura  di  mente  ;  an- 
tico generale  di  Murat,  fu  notato  eziandio  di 
vigliaccheria  nel  1815.  Era  abbindolato  dal- 
l'aristocrazia  palermitana,  e  dava  poco  ascolto 
alle  giuste  osservazioni  di  Vial,  contentandosi 
di  farsi  ossequiare  da  que'  nobiloni,  e  godersi 
bella  vita  col  soldo  di  maresciallo  e  con  l'o- 
nora rio  di  luogotenente  del  re.  Fu  tanto  im» 
becille,  che  dopo  la  dimostrazione  del  teatro 
Carolino,  accettò  una  petizione  de'  rivoluzio- 
nftrii*  che  chiedevano  la  istituzione  della  Guar- 
dia nazionale;  per  la  qual  cosa  avea  fatto  già 
le  liste  delle  persone  che  dovea  armare,  sen- 
za tener  conto  dalla  moralità  delle  medesime. 

Vial ,  che  conoscea  le  bislaccherie  del  de 
Mejo,  senza  aspettare  il  placet  di  costui,  ap- 
pena ricevè  la  denunzia  a  carico  di  Longo  ed 
Orsini,  arrestò  costoro  e  gli  aftri  congiurati; 
presso  i  medesimi  trovò  le  prove  della  loro 
reità  ,  cioè  bandiere  tricolori  e  proclami  ri- 
voluzionarli; perlocchè  li  sottopose  alla  Corte 
criminale. 

I  nobiloni  palermitani,  che  circondavano  ed 
adulavano  de  Majò,  dissero  innocenti  gli  ar- 
restati ,  visionario  e  provocante  il  Vial.  La 
Corte  criminale  dichiaro  innacenti  tutt'  i  con- 
giurati ;  costoro  se  la  ridevano  poi  della 
dabbennaggine  del  luogotenente  del  re  e  della 
Corte  criminale  ,  vantandosi  di  altre  fellonie 
che  in  realtà  non   aveano  potuto   perpetrare. 

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—  ì>18  — 

Vial  fu  prevenuto  da  de  Majo  di  non  arrestar 
più  alcuno  per  causa  politica;  così  i  congiurati 
potettero  continuare  i  loro  conciliaboli  senza 
essere  molestati.  Non  par  vero  che  Fé r di- 
vinando II,  tanto  accorto,  avesse  scelto  spesso 
uomini  o  inetti  o  di  dubbia  fede  per  occu- 
pare posti  interessantissimi  1  Un  altro  al  po- 
sto di  de  Majo  avrebbe  scongiurata  la  tem- 
pesta che  ruggiva  in  Sicilia  ,  apportatrice  di 
tanti  mali  a  queir  Isola  e  al  resto  del  Regno 
al  di  qua  del  Faro. 

Quando  tutto  era  pronto  allo  scoppio  della 
rivoluzione,  i  ribelli  siciliani  vollero  operare 
senza  mistero;  il  9  gennaio  gettarono  la  se- 
guente sfida  al  governo  ,  che  stamparono  ed 
affissero  su'  cantoni  di  Palermo  e  su  quelli 
di  varie  città  di  quella  provincia  ;  eccola: 
«'Sull'  alba  del  12,  al  primo  rombo  del  can- 
ee none,  festeggiarne  il  natale  del  re,  comin- 
«  cerebbe  1'  epoca  gloriosa  della  rigenerazio- 
ne ne.  Palermo  accoglierebbe  lieta  tutt'  i  si- 
«  ciliani  accorrenti  a  sostenere  la  causa  co- 
«  mune,  per  istabilire  riforme  ed  istituzioni 
«  analoghe  al  progresso  voluto  dall'  Europa 
«  e  da  Pio  IX.»— Firmato:  il  Gomitato. —  In- 
tanto, annunziare  tre  giorni  prima  la  rivolta 
a'  governanti  è  un  fatto  unico  nella  storia; 
ciò  dimostra  qual  popolo  sia  il  siciliano  ,  e 
quale  la  sua  lealtà,  il  suo  coraggio;  le  guerre 
si  sono  sempre  intimate,  (ad  eccezione  de' go- 
verni rigeneratori) ,  le  rivoluzioni  giammai. 
Nonpertanto  vi  son'  oggi  i  redivivi  allobrogi, 
atteggiati-  a  civilizzatori  d'  Italia  ,  che  hanno 
avuto  tanta  impudenza  di  dar  del  barbaro  a 
quel  popolo  eroico  ! 

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—  219  — 

♦ 

Il  luogotenente  de  Majo  accolse  tra  sonno 
«  veglia  la  terribile  sfida  de'  rivoltosi  paler- 
mitani, e  scrisse  a  Napoli:  «  La  Sicilia  è  per* 
«  fettamente  quieta,  abborre  levarsi  a  tumulto 
«  contro  il  governo.  » 

L'  Inghilterra,  simile  agli  uccelli  di  rapina, 
eh  e  corrono  ov'  è  il  puzzo  del  carcame  ,  sa- 
pendo i  preparativi  della  sicula  rivoluzione, 
mandò  sollecita  a  Palermo  una  flotta,  la  qua- 
le, bordeggiando  in  quel  golfo  ,  com'  ò  suo 
costume  in  simili  circostanze,  facea  esercizio 
di  bersaglio  con  trarre  cannonate,  e  cosi  sve- 
gliare ed  insospettire  i  paesi  circonvicini  di- 
sponendoli ad  insorgere. 

Il  luogotenente  de  Majo,  malgrado  la  sfida 
gettatagli  in  faccia  dalla  rivoluzione  ,  si  cul- 
lava ancora  ne'  beati  sogni  di  pace;  ma  lo  de- 
stò il  general  Vial,  consigliandolo  a  disporre 
la  difesa,  facendogli  noti  i  preparativi  che  fa- 
c'eano  i  faziosi  per  isbarazzarsi  di  loro.  Si  sa 
che  gli  uomini  di  poco  senno  vanno  agli  ec- 
cessi nel  prendere  una  risoluzione  ,  ed  in 
questo  modo  operò  quel  luogotenente  ;  egli» 
che  avea  ligate  le  mani  al  Vial,  quando  que- 
sti avrebbe  potuto  scongiurare  la  tempesta  , 
nel  momento  del  pericolo,  volea  far  rovine  e 
distruzioni  senza  scopo,  e  fu  necessario  mo- 
derarlo ,  per  non  rendere  la  truppa  provo- 
cante: ma  ritornò  poi  all'abituale  apatia. 

In  Palermo  erano  cinquemila  soldati  tra 
fanti,  cavalieri  ed  artiglieri;  furono  divisi  in 
quattro  punti  principali,  cioè  a'  Quattroventi, 
al  forte  Castellammare,  alle  finanze  e  al  Pa- 
lazzo reale/  Una  batteria  da  campo  fu  desti- 
nata a'  Quattroventi ,    ed  una  compagnia  del 

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—  220  —       * 

10°  di  linea  a  guardia  della  Vicaria.  In  Mon- 
reale era  una  compagnia  del  2°  di  linea,  ed 
un*  altra  in  Bagheria  ;  fu  un  grande  errore- 
lasciarle  colà  isolate  ed  abbandonate.  Quella 
soldatesca  ,  postata  ne'  quattro  luoghi  sopra 
indicati,  era  sparpagliata  in  varii  punti  adia- 
centi; quindi  debole  all'  offese,  facile  ad  es- 
sere oppressa  nel  difendersi.  Era  vi  un  altro 
serto  inconveniente,  cioè  che  tra'  luoghi  prin- 
cipali occupati  della  truppa  ,  poteansi  inter- 
cettare le  comunicazioni,  tanto  necessarie  in 
tempo  di  guerra  ,  specialmente  nelle  rivo- 
luzioni. A  tutto  ciò  non  badava  il  de  Majo; 
egli  si  lusingava  poi  ,  che  se  vi  fosse  stata 
qualche  sommossa  popolare,  al  solo  apparire 
di  pochi  gendarmi,  sarebbe  stata  schiacciata 
se\iza  difficoltà;  egli  non  conosceva  i  siciliani; 
è  da  supporsi  ,  che  neppure  avesse  inteso 
dire  dai  popolani  di  Napoli,  che  quegl'  isolani 
son  capa  testa  ! 

All'  alba  del  12  gennaio  1848  ,  in  Palermo 
si  riunì  molta  gente  in  armi,  discesa  da' paesi 
circonvicini,  e  fino  alle  otto  antimeridiane  ri- 
mase tranquilla,  anzi  le  piazze  e  le  vie  erano 
gremite  di  ogni  ceto  di  persone,  vecchi,  don- 
ne e  fanciulli  occupavano  terrazzi ,  veroni  e 
finestre;  sembrava  quella  una  festa  popolare 
ed  era  foriera  di  rovine  e  di  sangue.  Nel  me- 
desimo tempo  un  abate,  Vito  Ragona,  col  cro- 
cefisso in  pugno ,  esortava  la  popolazione  ad 
affrancarsi  dalla  schiavitù;  un  altro  prete,  in 
su  la  piazza  di  Quattro  Cantoni,  che  è  il  vero 
centro  della  città,  predicava  contro  i  mali  del- 
la tirannide ,  ed  un  Paolo  Paternostro  ,  nel- 
l'altra popolosa  piazza  della  Fieravecchia,  in- 

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—  2-21  — 

coraggiava  i  popolani  in  armi,  ivi  riuniti,  ad 
insorgere  contro  le  pattuglie,  che  inoffensive 
percorrevano  le  principali  vie  di  Palermo.  Si 
vedeva  girare  per  la  città  ,  con  somma  jnaa* 
raviglia»  una  bella  e  giovine  donna ,  .per  no- 
me Santa  Astorina,  la  quale  spargeva  nastri 
tricolori  e  coccarde  ,  e  con  istudiato  abban- 
dono incitava  tutti  alla  rivolta. 

Già  battevano  le  ore  otto  e  mezzo,  quando 
apparve  nella  via  del  Cassero  un  Pietro  Ame- 
deo e  diede  il  segno  della  ribellione,  segnale 
che  dovea  sconvolgere  il  Regno,  1*  Italia  e 
l'Europa;  fu  seguito  da  Vincenzo  Buscemi,  il 
quale,  mettendo  fuori  un  grido,  scaricava  la 
prima  fucilata.  A  costoro  fecero  seguito  Carlo 
Ventimiglia ,  Àscanio  Enea ,  Francesco  Giac- 
cio, Giuseppe  Oddo,  Pasquale  Miloro,  Giacin- 
to Carini,  Giuseppe  La  Maga,  Antonio  Jacona, 
un  principe  di  Gramrnont*,  un  barone  Bivona 
ed  altri  capi  rivoluzionari i. 

Il  primo  scontro  ebbe  luogo  nel  quartiere 
dell'Albergheria,  dalla  parte  de'  regi  soste- 
nuto da  25  cavalieri,  guidati  dal  capitano  del- 
lo Stato  maggiore  Grenet  e  dall'alfiere  Vial. 
Costoro  perseguitarono  i  ribelli  per  tutti  quei 
vicoli  fine  all'arco  di  Cutò;  ivi  quest'ultimi  si 
salvarono  nelle  botteghe  e  nelle  case,  donde 
faceano  fuoco  al  sicuro  e  non  visti.  Altra  ptt- 
gna  avveniva  presso  S.  Antonino  ,  ove  il  te?_ 
nente  Àrmenio  con  una  compagnia  disperdeva 
gl'insorti.  Con  maggior  furore  si  combattea 
presso  Casa  Professa  e  nella  via  di  Raffadali, 
ove  trovavasi  una  compagnia,  comandata  dal 
capitano  Albertis;  ed  ivi  periva  colui  che  die 
il  primo  segnale   della  rivolta ,   Pietro  Ame- 

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—  222  — 

deo.  Si  combattea  al'a  piazza  del  Capo  ,  a 
S.  Cosmo  e  Damiano,  al  Cassero  ,  ove  si  as- 
salivano le  pattuglie,  sempre  e  dovunque  eoa 
la  Reggio  degli  assalitori.  Costoro  ,  non  ve- 
dendosi^ soccorrere  da' nobili,  secondo  la  pro- 
messa avuta,  si  dispersero  e  il  loro  generale 
in  capo ,  Pasquale  Miloro  ,  fuggì  sul  vapore 
inglese  il  Bulldog. 

I  generali  di  Palermo  avrebbero  dovuto  ap- 
profittate della  dispersione  e  sgomento  dei 
rivoltosi,  impedendo  che  altri  ne  fossero  en- 
trati in  città;  ma  essi  credettero  gran  sapien- 
za di  guerra  ritirare  le  pattuglie  e  lasciar 
libero  il  campo  al  nemico.  Le  insipienze  e  le 
viltà  di  que'  generali,  e  specialmente  quelle 
di  de  Majo,  e  poi  le  altre  di  Desauget,  come 
appresso  dirò,  furono  dopo  12  anni  ,  copiate 
alla  lettera  ed  imitate  a  maraviglia  dal  fa- 
moso maresciallo  di  campo  Ferdinanda  Lanza. 

Non  credo  necessario  confutar  tutte  le  ap- 
passionate ed  erronee  asserzioni  di  Carlo  Ge- 
melli, pubblicate  nella  sua  Storia  della  sici- 
liana Rivoluzione  del  1848-49.  Gemelli  si  at- 
teggia ad  uno  de'  capi  principali  di  quella  ri- 
bellione, e  vuol  far  credere  che  i  ribelli  vin- 
sero, non  già  per  la  insipienza  de'  generali , 
ma  pel  proprio  valore  ,  raccontando  i  fatti  a 
modo  suo,  cioè  con  descriverci  i  soldati  pau- 
rosi e  codardi,  i  rivoluzionarii  valorosi  e  ma- 
gnanimi; senza  riflettere  che  costoro  non  po- 
tevano esser  tali ,  se  quelli  fossero  stati  sol- 
tanto buoni  a  fuggire. 

I  rivoltosi,  visto  che  la  soldatesca,  in  cam- 
bio d'inseguirli  ad  oltranza,  lasciava  libera  la 
città ,  ritirandosi  a'  quattro  punti  sopra  indi- 

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—  223  — 

cati  ,  presero  animo  ,  e  fiduciosi  nella  bona- 
rietà e  codardia  di  de  Majo  ,  si  riunirono  ed 
entrarono  baldanzosi  un*  altra  volta  in  Pater* 
mo.   Il  tenente  Maring,  mentre' si  ritirava  col 
suo  distaccamento  a'  Quattroventi,  fu  assalito 
con  furia  da*  nemici;  corse  il  tenente  Cessari 
con  un  drappello  di  dragoni,  e  non  solo  soc- 
corse   i  compagni  ,    ma  avrebbe  potuto  dare 
una  brutta  lezione  agli  assalitori,  se  gli  ordini 
superiori  non  fossero  stati  chiari  e   precisi  , 
cioè  di  ritirarsi  difendendosi.  Questo  distinto 
ufficiale  fu  ferito  con  altri  sette   suoi  dipen- 
denti; e  tutti  si  ritirarono  a'  Quattroventi,  fa- 
cendo fuoco  di  ritirata ,    e  tenendo  a  rispet- 
tosa distanza  i  rivoluzionarii.    Quella  ritirata 
giovò  doppiamente  a  costoro,  i  quali,  in  quel 
parapiglia,  ebbero  la  fortuna  d'impossessarsi 
di  un  procaccio,  portante  ventimila  ducati  per 
conto  del  governo   di  Palermo.  Intanto  ,    te- 
mendo sempre   che   la  truppa  avesse  potuto 
ritornare  per  attaccarli,  alzarono  barricate  in 
tutte  le  principali  vie   della  città ,  e  special- 
mente nel  Cassero.  Vial,  per  disperderli,  fece 
trarre  a  mitraglia   lungo  quella  via ,  portoc- 
ene rimase  deserta. 

Taluni  tra'  rivoltosi,  che  erano  stati  lontani 
da'  pericoli  ,  e  che  aveano  premura  d' inse- 
diarsi, faceano  ressa  per  crearsi  un  governo 
provvisorio;  ed  a  questo  scopo,  lo  stesso  gior- 
no 12  gennaio,  sul  tardi  ,  si  riunirono  alla 
piazza  della  Fieravecchia  1'  abate  Ragona,  Giu- 
seppe Oddo,  Bivona,  Santoro,  La  Masa,  Iaco- 
na,  Porcelli  »  Cortegiani  ,  Lo  Cascio,  Enea,  ' 
Palizzuolo,  Amodei,  Bruno,  Miloro,  due  fra- 
telli Ondes,  De  Carlo,  Villafiorita ,  Fala,  Ro* 

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—  224  — 

solino  Cape  ce,  Naselli,  Flores,  Filippo  Napoli 
e  Francesco  Ugdulena.  Di  questi  rivoluziona- 
rli, quali  di  mestiere  e  quali  di  occasione, 
senza  mandato"  del  popolo,  tre  si  proclamarono 
governo  della  Sicilia  ,  cioè  Bivona,  La  Mass 
e  Giacomo  Iacona.  Scrissero  e  stamparono 
proclami  enfatici  ,  chiamando  tutti  alle  armi 
per  difendere  la  santa  causa  ;  e  la  sera  di 
quel  giorno  si  fece  baldoria  con  grida  di  viva 
e  di  morte. 

H  luogotenente  del  re,  maresciallo  de  Majo, 
che  non  osava  mostrarsi  neppure  da'  balconi 
del  palazzo  reale  ,  fu  costretto  segnalare  a 
Napoli  i  fatti  avvenuti  in  Palermo.  11  telegrafo 
di  Monte  Pellegrino  passò  la  segnalazione, 
ma  la  notizia  non  giunse  al  suo  destino,  per- 
chè varii  telegrafi  dell'  Isola  ,  allora  ad  asta, 
erano  stati  abbattuti  da'  ribelli. 

La  mattina  del  13,  Palermo  fu  invasa  dai 
rivoluzionarii  de'  paesi  circonvicini  ,  che  ac- 
correvano per  tentare  in  que'  trambusti,  non 
già  la  sorte  delle  armi  per  affrancar  la  pa- 
tria, ma  quella  della  propria  fortuna.  11  go- 
verno provvisorio  ,  avendo  bisogno  di  armi, 
invitò  i  ricchi  a  soccorrere  la  patria  :  come 
negarsi  a  simili  inviti  di  governi  provvisorii  ? 
quindi,  per  fuggir  molestia,  la  gente  ricca  fu 
prodiga. 

La  squadra  inglese  ,  trovandosi  in  quella 
rada,  Tende  al  Comitato  le  armi  ad  essa  inu- 
tili; ed  è  questa  una  delle  ragioni  per  cui  la 
libera  ed  umanitaria  Inghilterra  si  franimi- 
achia ,  appoggia  e  protegge  le  rivoluzioni  in 
caaa  altrui.  Appena  ricevute  quelle  armi  ,  si' 
armarono  coloro  che  erano  venuti  dal  Parco, 

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—  225  — 

-da  Boccadifalco,  da'  Colli  e  da'  comuni  di  Mi* 
silmeri  e  Belmonte  ,  che  per  una  stomache- 
vole superbia,  i  palermitani  chiamano  viddani 
<  villani  )  ,  prodigando  questo  titolo  anche  a 
tutti  gli  altri  siciliani»  non  esclusi  i  catanesi 
-ed  i  messinesi.  Si  formarono  varie  bande  ar- 
mate ,  dette  squadre  ,  ognuna  delle  quali 
ave  a  un  capo  in  fama  di  facinoroso. 

Quello  stesso  giorno  13  gennaio ,  il  primo 
luogo  ad  essere  assalito  fu  il  palazzo  delle 
finanze,  ov'  erano  trecento  fanti  ed  il  danaro  ! 
Giustizia  volea  che  anche  quel  prezioso  me- 
tallo fosse  stato  redento  dalla  schiavitù  bor- 
bonica ,  col  metterlo  in  salvo  nelle  liberali 
tasche  de' patrioti.  Si  osò  attaccare  il  forte- 
Castellammare,  però  il  comandante  dello  stes- 
so, generale  Samuele  Gross,  accolse  gli  assa- 
litori con  garbo  tale,  che  fece  lor  passar  la 
voglia  di  ritentar  la  prova;  ed  ordinò  dippiù 
«he  i  suoi  soldati  ripigliassero  la  caserma  dei 
gendarmi,  già  conquistata  da'  ribelli;  i  quali 
furono  scacciati  da  quel  posto  non  senza  una 
accanita  lotta.  Inoltre  mandò  un  rinforzo  alle 
finanze  ,  ove  la  soldatesca  era  ridotta  a  mal 
partito,  perchè  senza  viveri  e  munizioni.  De 
Bfajo,  o  perchè  sbalordito  di  quella  terribile 
rivoluzione  ,  o  perchè  affiancato  da  qualche 
nobilone,  che  lo  consigliava  male,  poco  si  cu- 
rava di  dar  gli  ordini  opportuni,  e  principal- 
mente per  guarentir  le  finanze,  ov'  erano  di- 
retti tutti  gli  sforzi  de'  redentori*  Quello  stes- 
so giorno  si  combattette  ..all'ospedale  militare 
di  S.  Francesco  Saverio,  a  porta  Carini,  già 
asserragliata  di  barricate,  ed  in  varii  oommis- 
flftriajti  di  polizia,  che  furono  poi  abbandonati 
• 


—  226  — 

da'  regi  la  notte  del  43  al  14,  ed  ivi  i  ribelli 
fecero  baccanali  ed  orgie  indescrivibili.  La 
truppa  altro  non  fece  che  difendersi,  secondo 
gli  ordini  superiori ,  mentre  avrebbe  potuta 
assalire  in  cambio  di  essere  assalita  e  sbara- 
gliar dovunque  i  rivoluzionari. 

Il  dì  seguente  un  Salvatore  Miceli,  alla  te* 
sta  di  una  forte  squadra  di  rivoltosi,  scese  da 
Monreale  sua  patria,  ed  osò  assalire  la  cavai* 
leria  lungo  lo  stradale  che  da  questa  cittfc 
mena  a  Palermo;  essendo  stato  ben  picchiato 
dal  maggiore  Zimmerman,  ritornò  in  Monrea- 
le, e  fece  prigioniera  quella  compagnia  di 
soldati,  dimenticata  colà,  a  capo  della  quale 
eravì  il  capitano  Pronio.  Giuseppe  Scordato» 
altro  famoso  bandito  ,  assaltò  gli  altri  pochi 
soldati  dolosamente  lasciati  in  Bagheria  ,  e 
gli  fu  facile  renderli  prigionieri.  Que'  due 
banditi  non  uccisero  i  loro  prigionieri  ,  ma 
invece  li  condussero  a  Palermo  in  segno  di 
trionfo. 

La  mattina  del  44,  il  comitato  rivoluziona* 
rio  si  riunì  al  palazzo  della  Città  detto  Preto- 
rio, che  sta  nel  centro  di  Palermo,  e  si  divise 
in  quattro  sezioni  ;  una  per  1'  annona  ,  detta 
de'  senatori  e  decurioni,  dandosi  la  presidenza 
al  pretore  marchese  Spedalotto,  un'  altra  per 
la  guerra,  presidente  principe  di  Pantelleria, 
già  carbonaro  del  4820 ,  una  terza  per  le  fì- 
nanze  preseduta  dal  marchese  Rudinì  ed  una 
quarta  per  divulgar  notizie,  presidente  il  re* 
tro-ammiraglio  Ruggiero  Settimo,  de'  principi 
di  Fitalia;  il  governo  provvisorio  formato  alla 
Fieravecchia  si  fuse  in  quelle  quattro  sezioni. 

Ruggiero  Settimo,  nel  4812,  si  mostrò  ligie 

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—  227  ~ 

a  lord  Bentink,  e  per  l'onnipotenza  di  costui 
fu  eletto  ministro  della  marina.  Fu  ostile  alla 
Corte,  nonpertanto  ,  nel  1815  ,  Re  Ferdinan- 
do IV    lo  perdonò,  ma  non  avendo  avuto  più 
impieghi   si   era  ridotto  bisognoso.   Nel  1846 
trovandosi  in  Palermo  Ferdinando  II,  egli,  il 
Settimo,  gli  si  gittò  a'  piedi  implorando  aiuti; 
si  ebbe  dal  re  una  pingue,  pensione  ;  laonde 
si  mostrò  riconoscente    col   fare   il   co rt egia- 
no, anche  a1  servitori  di  quel  re,  e  tutto  gior- 
no stava  nel  cortile  del  palazzo  reale  per  fare 
in  ehi  ni  alle  persone  di  Corte;  scoppiata  la  ri- 
voluzione del  1848,  giudicò  darsi  a  questa  a- 
nima   e  corpo.    Questa   breve  biografia  sulla 
vita  di  Ruggiero  Settimo,  suppongo  che  non 
andrà  a  sangue  agli  ignoranti  ed  ammiratori 
ciechi  dello  stesso;  ma  eglino  prima  di  farsi 
campioni  di  quel  capo  della  sicula  rivoluzio- 
ne, avrebbero  dovuto  conoscere  la  sopra  ac- 
cennata biografia  ;  e  dovrebbero  anche  sape- 
re ,    che   talune  celebrità  rivoluzionarie  han 
prima  fatto  i  cortigiani ,  i  girelli ,  e  qualche 
▼olta   anche    i  birri.    Ruggiero    Settimo   era 
stato  ufta  semplice  mediocrità,  salvo  qualche 
nobile  tratto   che  gli  si  attribuisce  nella  sua 
vita  privata;  ma  la  rivoluzione,  com'B  suo  co* 
stume  ,  ne  fece   un  eroe  de'  tempi  favolosi. 
Quando  fu  eletto  presidente  e  poi  dichiarato 
capo  della  rivoluzione,  siciliana,  era  fiacco  di 
mente  ;  stavagli  però  a  lato  l' astuto  Mariano 
Stabile,  il  quale  gli  facea  fare  tutto  quel  che 
volea,  tanto  da  comprometterlo  in  affari  poco 
delicati.    Nel  1852  ,    ritornando  da  Venezia , 
passai  da  Malta,  ove  trovavasi  emigrato  Rug- 
giero Settimo  ;    volli  conoscere    ed  avvicinar 

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—  228  — 

quest'uomo  tanto  encomiato  da*  rivoluzionarii 
italiani.  Trovai  un  garbatissimo  gentiluomo 
di  venerando  aspetto;  è  tra. le  altre  cose,  a* 
vendo.gli  parlato  di  Mariano  Stabile,  mi  disse 
delle  parole  ben  amare  contro  di  costui. 

Mentre  i  padri  della  patria,  riuniti  nel  pa- 
lazzo Pretorio ,  formarono  uà  govèrno  isti* 
tuendo  varii  ripartimenU  dello  stesso  ,  nella 
città,  *o  meglio  negli  estremi  della  atessa,  pror» 
seguivano  le  accanite  zuffe  tra  regi  e  ribelli. 
Costoro,  fatti  audaci  dalla  inazione  della  trup- 
pa ,  andavano  ad  assalirla  fin  dentro  i  quar- 
tieri. Capì  delle  squadre  erano  Miceli,  Scor- 
dato, Miloro  e  Castiglia;  meno  di  quest'ulti- 
mo,,come  appresso  vedremo,  gli  altri  erana 
persone  ordinarie  e  di  dubbia  fama..  L'altra 
causa  di  continui  combattimenti  era,  che  i 
soldati,  dovendo  trasportare  i  viveri  e  le  mu- 
nizioni presso  varii  distaccamenti  sparpagliati 
in  più  luoghi,  appena  si  mostravano  in  qual- 
che strada,  venivano,  aggrediti. 

Delle  famiglie  de'  militari,  rimaste  in  balia 
de'  rivoluzionarii ,  alcune  erano  molestate  ia 
varii  modi,  ed  altre  spogliate  da'  ladri  di  me- 
stiere.- Gli  uffiziaH ,  capi  di  quelle  famiglie  ,  • 
fecero  giungere  i  loro  energici  reclami  al  de 
Majo  ,  col  dirgli,  che  se  egli  non  yolea. di- 
fendere 1'  onore  dell'  esercito  e  la  bandiera 
del  re  ,  eglino  sarebbero  usciti  da'  quartieri 
per  assalire  i  rivoluzionarii  aggressori  e  sac- 
cheggiatori delle  loro  famiglie.  À  queste  giu- 
stissime lagnanze  e  minacce,  quell'imbecille 
di  luogotenente  altra  risposta  non  diede  che 
ordinare  di  bombardar  Palermo  ;  difatti ,  la 
mattina  del  15 ,  col  telegrafo  di  palazzo  rea- 

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—  229  — 

le,  impose  al  comandante  del  forte  di  Castel- 
lammare, di  tirar  bombe  sopra  la  città  ed  in 
que'  luoghi  aggrediti  da'  ribelli  ,  con  l' inter- 
vallo di  cinque  minuti  dall'uno  all'altro  proiet- 
tile. Altro  madornale  errore  t  le  bombe  uc* 
-cèdevano  assalitori  ed  assaliti  ,  i  pacifici  cit- 
tadini ,  donne  e  fanciulli.  Il  bombardamento 
«Ielle  città  è  il  segno  delle  barbarie  de'  no- 
stri tempi,  anche  perchè  uccide  più  innocenti 
che  rei;  e  non  vale  il  barbarissimo  detto  del 
Tasso  ,  che  fa  proferire  al  re  Aladino  ,  cioè 
perchè  'l  rèo  non  si  salvi  il  giusto  pera  —  e 

V  innocente^  essendo  contrario  al  buonsenso, 
alle  leggi    umane  e  divine.  Nel    caso  in  cui 

V  ordinò  il  de  Maio  ,  neppure  avea  lo  scopo 
militare  ,  cioè  di  fare  aggredir  la  città  dai 
soldati  ,  quando  questa  si  fosse  trovata  in 
Scompiglio  ;  avendo  ordinato  che  la  truppa 
non  uscisse  ih  nessun  caso  da'  quartieri. 

Però  quel  bombardamento  atterrì  i  ribelli, 
e  più  di  tutti  quelli  giunti  in  Palermo  dai 
paesi  circonvieini  ;  in  effetti ,  avendo  costoro 
assalito  il  palazzo  delle  finanze,  e  vedendosi 
salutati  con  le  bombe  dal  castèllo  vicino ,  si 
sbandarono  e  fuggirono  ,  prendendo  la  via 
dond'  erano  venuti.  A  quella  vista  trepidarono 
i  capi  della  rivoluzione  ,  perlocchè  corsero 
presso  il  commodoro  inglese  Lusinglon,  e  gli 
chiesero  quella  protezione  che  l' Inghilterra 
uvea  loro  promessa.  Quel  commodoro  fece 
riunire  i  consoli  di  varie  nazioni,  ed  a  nome 
dì  tutti,  schiccherò  una  protesta  al  de  Majò, 
dicendogli  :  Il  bombardar  le  città  fosse  bar- 
barie, atto  non  voluto  e  riprovato  dal  pro- 
gresso de' tempi;  potea  dir  anche  di  più,  senza 

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.--  230  — 

mettere  innanzi  il  progresso  de  tempi,  perchè 
il  male  assoluto  è  stato  sempre  lo  stesso,  * 
lo  sarà  in  tulti  i  tempi  ed  in  tutti  i  luoghi» 
Intanto  colui  che  scriveva  in  quel  modo  era 
un  carnefice  degl'infelici  americani;  egli  ave» 
bombardato  i  canadesi  e  gì*  indiani  per  or* 
dine  del  suo  civilissimo  ed  umanitario  gover- 
no !  L' Inghilterra  vuol  per  sé  sola  la  priva- 
tiva di  esterminare  i  prigionieri  di  quelle  re- 
gioni, mettendoli  in  massa  davanti  il  cannone 
carico  a  mitraglia  ,  di  ghigliottinarli,  con  la 
macchina  a  vapore,  e  di  gittar  bombe  e  palle 
infuocate  nelle  città,  che  intende  sottomettere 
al  suo  dominio  :  e  tutto  ciò  per  incivilire  i 
popoli  barbari,  ovvero*  per  ispogliarli  ed  ac- 
crescere il  lusso  de'  lords  e  delle  ladyes. 

De  Majo,  ai  reclami  di  Lusington,  ordinò  al 
comandante  di  Castellammare  di  sospendere 
il  bombardamento,  che  in  verità  si  era  limi— 
tato  a  qualche  bomba  ogni  mezz'  ora.  In  se- 
guito quel  barbaro  mezzo  di  guerra. fu  proi- 
bito per  ordine  espresso  del  re.  Intanto  Fer- 
dinando li  fu  chiamato  re  bomba  :  coloro  che 
poi  bombardarono  e  quasi  distrussero  varie 
città  italiane  ,  uccidendo  il  popolo  sovrano  r 
si  dissero  redentori,  ed  altro  ! 

Liberi  i  ribelli  dalla  molestia  delle  bombe 
lanciate  da  Castellammare,  e  fatti  più  audaci 
dalla  protezione  inglese,  assalirono  di  nuovo 
t  distaccamenti  sparpagliati  ed  i  quartieri  mi- 
litari. Delle  case  vicine  alla  truppa  ne  fecero 
tante  fortezze,  donde  imberciavano  i  soldati, 
facendone  strage  e  senza  timore  di  esser 
molestati.  Si  videro  uffiziali  inglesi  ,  vestiti 
alla   borghese  ,     dirigere    quegli   attacchi   e 

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—  231  — 

<jue*  massacri.  De  Majo  vilmente  chiese  un 
armistizio  che  gli  fu  negato.  La  lotta  prose- 
guì accanita,  i  soldati  si  difendevano  soltanto; 
essendo  loro  anche  proibito  d'inseguire  i  ri- 
belli assalitori  che  aveano  respinti.  Intanto 
se  leggete  i  giornali  di  que'  tempi  e  varie 
storie  scritte  da'  liberali,  particolarmente 
quella  del  siciliano  Carlo  Gemelli,  sentirete 
che  i  soldati  erano  tanti  vigliacchi  perchè  si 
difendevano  ne'  quartieri,  non  tenendo  conto 
-che  erano  costretti  dalla  disciplina  militare 
e  con  lo  seopo  di  non  versar  sangue  cittadi- 
no, i  rivoluzionarii,  gli  eroi  che  combatteano 
da'  fori,  riparati  dietro  le  mura.  Al  contrario, 
quando  poi  i  soldati  perdevano  la  pazienza  e 
si  difendevano  con  energia,  uccidendo  qual- 
che assalitore  nel  conflitto,  erano  proclamati 
fratricidi  ,  satelliti  della  tirannide  e  boia:  la 
logica  de*  patrioti  fu  e  sarà  sempre  il  tipo 
-della  più  noiosa  e  dannevole  contraddizione  l 


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CAPITOLO  X. 

SOMMARIO 

Da  Napoli  si  spedisce  altra  truppa  sotto  gli  or- 
dini del  generale  Desauget  per  sottomettere  Paler- 
mo. Geremiadi  scritte  da  costui  al  re.  I  ribelli  y 
fatti  audaci,  investono  la  truppa  con  varia  fortuna. 
Questa,  senza  viveri  e  munizioni,  ripiega  al  palazzo 
reale.  Ritirata  generale  a' Quattroventi.  Saccheggia 
del  palazzo  reale.  Irruziooe  de1  ribelli  nel  palazzo 
delle  finanze.  Ritirata  disastrosa  de'  napoletani  a  So- 
lante Imbarco  de9  medesimi.  Quel  che  avvenne  it* 
Sicilia  dopo  la  ritirata  de'  regii  da  Palermo. 

Come  già  ho  detto  di  sopra,  il  de  Majo  avea 
segnalato  a  Napoli  la  rivolta  di  Palermo,  ma 
la  notizia  non  giunse,  perchè  i  telegrafi,  al- 
lora ad  asta,  erano  stati  abbattuti  da'  ribelli; 
però  la  sera  del  13  gennaio  arrivò  in  questo 
porto  il  piroscafo  Vesuvio,  arrecando  la  noti- 
zia  ed  i  particolari  della  ribellione  di  Paler- 
mo. Il  re  riunì  subito  un  consiglio  di  mini- 
stri e  di  generali  ;  i  pareri  non  furono  uni- 
formi, perchè  di  varia  fede  erano  que'  consi- 
glieri ;  ma,  dopo  molto  discutere,  si  decise  di 
mandare  in  quella  città  un  forte  nerbo  di  trup- 
pe per  sottometterla.  Restava  la  scelta  del 
duce.  Carlo  Filangieri  ,  a  dispetto  della  sua 
sagacia,  propose  quel  che  chiamavano  il  suo 
emulo,  il  maresciallo  di  campo,  Roberto  De- 

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sauget.  Era  stato  costui,  nel  1820,  capo  dello 
Stato  maggiore  di  Florestano  Pepe  ,  quando 
qtiesti  si  recò  a  Palermo  per  combattere  i 
fratelli  oarbonari  di  quella  città  e  sottomet- 
terli A  quelli. di  Napoli.  Desauget  ,  *  sebbene 
istruito  e  reputato  una  capacità  militare,  fino 
aiiora  ,  non  avea  dato  grandi  prove  di  virtù 
guerriera;  ed  i  suoi  amici,  più  di  tutti  il  Fi- 
langieri ,  fehe  poi  se  ne  penti.,  assicuravano 
che  saprebbe  menar  le  mani  e  far  più  del 
suo  dovere.  Per  la  quale  assicurazione  ,  re 
Ferdinando  si  decise  ad  affidargli  il  comando 
della  spedizione  di  Sicilia.  Gli  si  diedero  pre- 
cise istruzioni  e  poteri  illimitati,  cioè  di  pren- 
dere il  comando  di  tutta  1'  Isola  ,  procedere 
con  energia  contro  la.  rivoluzione,  abbatterla. 
al  più  presto  possibile  ,  incoraggiare  i  buoni 
cittadini  e  rispettare  le  proprietà  di  tutti,  La- 
sciavasi  a  lui  la  scelta  del  luogo  dello  sbarco, 
si  prevenne  però  cbe  avrebbe  potuto  sbar- 
cata la  sua  soldatesca  presso  la  spiaggia  di 
Solatolo,  munire  il  castello  di  Termini,  per  ser- 
virgli come  base  di  operazione,  e  cosi  strin- 
gere i  ribelli  di  Palermo  tra  la  sua  truppa; 
quella  che  trovavasi  al  palazzo  reale  e  l'altra 
de'  Quattroventi. 

La  mattina  del  14,  otto  battaglioni  di  fanti, 
con  due  batterie  da  campo,  allegramente  mon- 
tarono, sopra  nove  legni  da  guerra,  coman- 
dati dal  conte  di  Àquila,  fratello  del  re,  che 
era  stàio  'eiettò  luogotenente  della  Sicilia. 
Giunta  presào  Palermi)  quella  spedizione ,  la 
sera  del  15,  Desauget,  noti  tenendo  conto  delle 
prevenzioni  e  consigli  datigli  in  Napoli,  sbar- 
cò al  Molò'  e  si  accampò  a'  Quattro  venti;  non 

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potea  scegliere  un  luogo  meno  strategico,  at- 
tese le  circostanze  di  allora.  Spedì  il  briga- 
diere Nicoletti  con  quattro  battaglioni  e  quat- 
tro cannoni  al  luogotenente  de  Majo  ;  al  qua- 
le notificava  il  suo  arrivo  e  gli  chiedeva 
ordini  ;  mentre  egli  era  stato  eletto  coman- 
dante supremo  delle  armi  di  Sicilia  ,  e  eoa 
pieni  poteri,  domandava  ordini  a  chi  era  sua 
subalterno,  sebbene  più  graduato  di  lui,  es- 
sendo il  de  Majo  tenentegeneralel  Fu  questa 
la  prima  malizia  usata  dal  Desauget  per  com- 
piere quanto  avea  stabilito  di  fare  a  danno 
della  sua  missione. 

Nicoletti ,  dopo  di  aver  lasciato  un  batta- 
glione alla  Villa  Filippina,  per  tenere  aperte 
le  comunicazioni  co'  Quattroveqti  ,  giunse  ai 
palazzo  reale  senza  molestia.  De  Majo,  igno- 
rando che  Desauget  era  stato  investito  di  au- 
torità superiore  alla  sua  ,  ordinò  a  costui  di 
mandargli  altri  due  battaglioni.,  non  sicuro 
ancora  di  tutta  quella  soldatesca  che  avea 
inattiva  intorno  a  sé.  Nicoletti  ritornò  a*  Quat- 
troventi, e  di  colà  furono  spediti  i  due  bat- 
taglioni richiesti*  dal  luogotenente,  guidati  dal 
brigadiere  del  Giudice,  altro  fior  di  carbone- 
ria; il  quale,  passando  per  la  Villa  Filippina, 
die  l'ordine  al  battaglione,  ivi  lasciato  dal  me- 
desimo Nicoletti,  di  ritirarsi  a\ Quattroventi  ; 
e  così  rimasero  interrotte  le  comunicazioni 
col  palazzo  reale. 

Lettoni  or  vi  narro  una  storia  di  viltà  e  d'in- 
famie da  farvi  fremere  d'indignazione;  al  cer- 
to Vi  vergognerete  di  quegli  uomini  che  le 
commisero,  perchè  nati  sotto  questo  bel  cielo 
di  Napoli    e    ne  avete  ragione.  Gettate  pure 

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lungi  da  voi  queste  pagine  che  vi  presento; 
io  stesso  che  le  scrivo,  ricavandole  da'  docu- 
menti militari  di  q.ue'  tempi,  spesso  mi  adiro 
contro  me  stesso  ,  perchè  volli  cacciarmi  in 
questo  ginepraio ,  ove  codardie  e  vergogne 
dilaniano  ed  opprimono  il  mio  spirito  :  ma 
che  cosa  volete?  mi  ci  trovo  ed  è  necessa- 
rio andare  avanti.  Certamente  direte  che  ta- 
luni fatti  da  me  raccontati  hanno  dell'  inve- 
rosimile, non  essendo  Ferdinando  II  un  uo- 
mo da  farsi  corbellare  tanto  facilmente.  Ciò 
é  verissimo  ;  ma  dovete  riflettere  che  quel 
sovrano  era  eziandio  figlio  di  Adamo,  e  quindi 
.soggetto  ,  come  tutti  i  discendenti  di  costui, 
ad  essere  ingannato  da  coloro  che  non  so- 
spettava, allora  vili  o  traditori,  e  che  avea  be- 
neficati ;  dippiù,  abborriva  di  far  versare  il 
sangue  de'  suoi  soggetti  qualunque  essi  si  fos- 
sero, checché  ne  dicano  i  suoi  sleali  nemici. 
Oltre  di  che,  quel  buon  sovrano  avea  le  sue 
idee,  che  non  intendea  modificare  a  suo  van- 
taggio ed  a  quello  de'  buoni  cittadini  :  tutti 
gli  uomini  hanno  de'  difetti,  e  Ferdinando  li 
avea  anche  i  suoi,  ma  non  erano  quelli  strom- 
bazzati da' settarii. 

Desauget ,  con  tutta  quella  soldatesca  con* 
dotta  da  Napoli  e  con  altri  dieci  battaglioni 
che  stavano  in  Palermo,  senza  provare  le  sue 
forze  contro  il  nemico,  senza  neppure  vederlo, 
scriveva  16,  al  re:  a  I  soldati  mancar  di  tutto; 
«  terribile  essere  la  rivoluzione  siciliana;  non?" 
«  vedersi  alcun  ribelle  di  faccia  ;  ma  ogni 
«  casa,  ogni  finestra,  ogni  muro,  e  perfin  le 
«  grondaie  vomitar  fuoco.  Il  popolo,  sostenuto 
«  ed  aizzato  dagli  stranieri,  mostrare  accani- 

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u  mento,  che  al  1820  non  dimostrò;  non  e*- 

*  servi  assolutamente  speranza  di  sedare  le» 
«  rivoluzione  con  la  forza  delle  armi.  »  Con 
un  altro  rapporto  del  dì  seguente  ,  e  senza 
aver  fatto  alcun  tentativo  per  abbattere  la.  ri- 
volta, scriveva  ai  re,  dicendogli:  «  €he  egli 

*  «tesse  male  a' Quattroventi  e  de  Majo  al 
«  palaazo  reale;  «essere  intercettate  le  ccmu- 
«  mcaziom  tra  que'  due  punti;  mancar  di  tot*- 
«  nizioni — senza  di  a>ver  fatta  tirare  una  fu- 
«  ci  lata— mancar  di  viveri —  lasciando  i  sol* 
«  dati  digiuni  —  La  soldatesca  scoraggiata  — 
«  mentre  Tremea  Ài  battersi  »  —  Infine  esa- 
gerava le  forze  de'  ribelli  ;  parlava  di  barri- 
Gate  insuperabili,  di  cannoni  e  di  mine  pre- 
parate contro  la  truppa.  Gonchiudeva  coll'in* 
vocare  concessioni  dalla  sovrana  demenza, 
unico  mezzo  di  salvezza.  Quel  generale  si 
fingeva  viuto,mentre  non  avea  ueppur  tentato 
di  esserlo. 

Mentre  Desaugel  scriveva  quelle  geremiadi 
al  suo  tradito  sovrano,  vediamo  quel  che  sue* 
cedeva  in  Palermo  quando  egli  apparve  m 
quella  rada  e  quando  poi  sbarcò  a'  Quattro- 
venti.  I  liberali,  vedendo  arrivare  quella  spe- 
dizione ,  allibirono  per  la  paura ,  le  squadre 
si  sciolsero;  chi  si  serrava  in  casa  atteggian- 
dosi a  pacifico  cittadino,  chi  fuggiva  alla  Cam- 
pagna, chi  cercava  rifugio  sulle  navi  e&tere, 
imprecando  contro  i  fratelli  di  Napoli,  che  e- 
"rano  rimasti  cheti ,  ed  aveano  fatto  partire 
quel  rinforzo  di  truppa  destinata  a  battere  là 
sicula  rivoluzione.  Lo  stesso  governo  provvi* 
sorio  era  sparito,  ed  erano  rimasti  in  città , 
ed  in  armi ,  non  più  di  un  centinaio  de'più 

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audaci,  che  sarebbero  fuggiti  ài  solo  apparire 
dì  un  battaglione.:    Desauget   avrebbe  potuto 
impossessarsi  di  Palermo  senza  colpo  ferire. 
Florestano  Pepe,  al  1820*  che  conduceva  me* 
no  truppe  ,  sottomise    quella  città  ,    padrona 
delle  fortezze   e  con  la  rivoluzione  già  orga- 
nizzata. Cario  Filangieri,  eon  meno  di  tredi- 
ci nomini  ,    al  1849  conquistò   la    Sicilia  in- 
tiera ,  che  avea  un  governo  quasi  regolare  * 
ch«  disponeva  di  battaglioni  nazionali  ed  este- 
ri, artiglieria,  navi  da  guerra,  ed  era  in  pos- 
sesso di  tutte  le  fortezze  dell  Isola,  meno  la 
Cittadella  di  Messina.  I  siciliani  sono  audacis- 
simi, si  battono  da  valorosi  e  nelle  rivoluzioni 
usano  stratagemmi  fatali  contro  i  loro  nemici; 
ma    è  sempre  diffìcile    a  qualsiasi  popolo  ia 
armi,  sostenersi  a  lungo  a  fronte  di  un  corpo 
di  esercito  ,    guidato  da  un  generale  che  ha 
mente  e  cuore:  la  storia  &  là  che  lo  afferma 
inesorabilmente.    Se  mi  fosse  citato  qualche 
fatto  in  contrario,  risponderei  essere  una  il- 
lusione ;    conciossiachè  ,    esaminando  bene  i 
fotti   delle    rivoluzioni    trionfanti ,    si    trova 
sempre  che  quel  trionfo  si  è  ottenuto  o  per 
la  viltà  de'  condottieri  dell'esercito,  o  pel  tra- 
dimento   de'  medesimi ,   o  per  gli  aiuti  stra- 
nieri: ed  é  stata  sempre  questa  la  causa  che 
ha   fatto   trionfare    le  rivoluzioni  nel  Reame 
delle  due  Sicilie. 

I  ribelli  palermitani ,  avendo  osservato  la 
inazione  di  Desauget  si  rianimarono  e  ritor- 
narono in  città,  i  fuggitivi  sulle  navi  estere 
disbarcarono,  ripigliando  le  nascoste  armi,  i 
timidi  uscirono  di  nuovo  in  piazza  ed  armati, 
e  tutti  ricominciarono  altri  assalti  sanguinosi. 
iVi  B.  A  riga  ottava  legesi  tredicimila  u.onaiai. 


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Investirono  il  Palazzo  reale,  e  furono  respinti, 
con  perdite  d'ambe  le  parti.;  tolsero  i  viveri 
a'  regi,  che  costoro  conduceano  io  varii  luo- 
ghi ov'  era  accampata  la  truppa  ;  assalirono 
il  quartiere  di  S.  Zita  e  lo  saccheggiarono  ; 
arsero  i  magazzini  di  viveri  a  Porta  di  Castro. 
Infine,  quel  che  dovea-fare  il  Desauget  lo  fe- 
cero i  ribelli,  cioè  ruppero  gli  acquedotti  che 
conduceano  Y  acqua ,  ove  erano  i  soldati  ;  di 
modo  che  quest'infelici  rimasero  privi  di  un 
elemento  tanto  a  loro  necessario. 

Quel  generale  in  capo,  per  mostrar  di  far 
qualche  cosa,  il  18  spedì  una  brigata,  sotto 
gli  ordini  del  Nicoietti;  il  quale,  non  avendo 
ordine  di  assalire  i  ribelli,  ma  soltanto  di  mo- 
strarsi a'  medesimi ,  venne  battuto  in  varie 
imboscate ,  e  costretto  a  ritirarsi  a'  Quattro- 
venti, scemo  di  uomini  ed  esasperato.  Desau- 
get combinava  sì  cruenti  commedie  per  isco- 
raggiare  i  soldati ,  e  per  farsi  ragione  che  la 
rivolta  era  indomabile.  Contemporaneamente 
a'  sopra  accennati  fatti,  cioè  il  18  gennaio,  si 
rivoltò  la  città  di  Termini ,  e  fu  necessario 
mandar  colà  due  compagnie,  che  sbarcarono 
facendo  fuoco  contro  coloro  che  voleano  im- 
pedire lo  sbarco. 

A  fronte  di  tante  insipienze  e  viltà  ,_  il  de 
*Majo  ne  commise  un'  altra  più  madornale  ; 
scrisse  al  pretore  di  Palermo  —  lo  stesso  che 
sindaco  —  per  trattare  una  convenzione ,  e 
questi  gli  rispose  di  rivolgersi  al  governo 
provvisorio  di  Sicilia;  il  quale,  per  base  alle 
trattative ,  pretendea  che  tutta  l' Isola  fosse 
abbandonata  da'  regi  ,  e  che  in  Palermo  si 
riunisse  il  Parlamento  nazionale,  per  decide- 

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•  re  se  i  Borboni  avessero  dovuto  più  regnare. 
I  regi  ,  restando  inattivi  ed  oziosi  ne'  loro 
quartieri  per  órdine  di  Desauget,  erano  di  già 
vinti  moralmente  e  materialmente;  onde  che, 
fin    dal  giorno  16,   era  di  già  cominciata  la 
diserzione  di  tutti  que'  militari  vili  e  felloni, 
che  faceano  parte  della  truppa,  perchè  avea- 
no  capito  di  che  trattavasi.  Quel  generale,  in- 
vece di  arrestare  tanto  disordine,  lo  fomen- 
tava  indirettamente    e    con    la  sua  colpevole 
compiacenza.  Longo  ed  Orsini,  dopo  il  subito 
consiglio  di  guerra,  erano  guardati  a  vista  nel 
quartiere  detto  della  quinta  Casa  ,  un  tempo 
appartenente  a'  PP.  Gesuiti.  11   ministero  di 
Napoli  avea  mandato  1'  ordine   di  metterli  in 
libertà,  e  rimase  ineseguito  a  causa  della  so- 
pravvenuta rivoluzione.  Desauget,  zio  di  Lon- 
-   go,  non  tenendo  conto  delle  cambiate  circo- 
stanze, si  affrettò  ad  eseguire  gli  ordini  mi- 
nisteriali, quando  meglio  dovea  custodire  quei 
felloni,  e  secondo  opinava  il  Vial.  L' invitò  a 
pranzo,  e  poi  liberi  li  mandò  per  imbarcarsi 
sopra  un  piroscafo,  pronto  a  salpare  per  Na- 
poli. Ma  Longo  ed  Orsini,   appena  furono  li- 
beri, in  cambio  di  montare  sul  legno  napole- 
tano, montarono  sopra  un  altro  inglese;  don- 
de scesero  poi  a  terra  per  unirsi  a*  ribelli  di 
Palermo     e   far    guerra   a*  proprii  compagni 
d' armi,  ed  al  loro  sovrano  e  benefattore,  che 
aveali  fatti  educare  a  regie  spese  ne*  collegi 
militari.    Quel  fatto  dimostra   che  il  general 
Vial  .non  era  stato  un  visionario,  quando  sot-r 
topose    que*  due  uffiziali  ad  un  consiglio  di 
guerra,  accusandoli  di  fellonia;  e  coloro  che 
li  dichiararono  innocenti,   o  erano  sciocchi, 

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0  compri ,  o  conniventi.  Infine  ,  senza  nota" 
di  malignità,  si  potrebbe  asserire,  che  il  De- 
sauget  fosse  stato  connivente  nella  fuga  di 
que'  due  disertori;  uno  de*  quali,  Longo,  oggi 
trovasi  luogotenente  generale  del  Regno  d'I- 
talia. 

In  Nàpoli  si  cominciava  a  sospettare  della 
poco  leale  condotta  del  Desauget;  il  re  però, 
non  potendo  credere  che  in  costui,  tanto  be- 
neficato ,  albergasse  tanta  nequizia  ,  credea 
veritieri  i  rapporti  che  scriveagli  il  medesi- 
mo. Per  la  qua!  cosa  si  decise  far  le  seguenti 
concessioni,  per  evitare  altre  catastrofi  ed  al- 
tro sangue,  cioè  una  Consulta  di  Stato  indi- 
pendente da  quella  di  Napoli,  autonomia  am- 
ministrativa ,  stampa  libera,  viceré  di  Sicilia 
il  real  conte  di  Aquila  ,  ministro  il  principe 
di  Gampofranco  ,  direttori  il  duca  Montalbo  , 
Giuseppe  Buongiardino  e  Giovanni  Cassisi. 
Quelle  regie  concessioni  furono  rigettate  con 
disdegno  e  superbia  dal  governo  provvisorio 
della  Sicilia,  ed  altra  via  non  rimase  per  ri- 
solversi la  gran  lite,  che  la  sorte  delle  armi. 

1  ribelli  opravano  energicamente,  il  generale 
Desauget  proteggeali  indirettamente  a  danno 
dell'onor  militare  e  della  sicurezza  dello  Stato. 

Il  ministro  della  guerra  Gàrzia,  con  varie 
lettere  rimproverò  la  condotta  di  quel  gene- 
rale in  capo,  inculcandogli  di  riparare  all'  o- 
nor  suo  ed  a  quello  dell'  esercito  a  lui  affi- 
dato. Gli  diceva  poi,  che  i  ribelli  non  aven- 
do accettato  le  concessioni  sovrane  ,  fosse 
necessario  di  bloccar  Palermo,  e  se  non  gli  sa- 
rebbe dato  di  sottometterla  che  si  fosse  ritirato 
a  Messina  per  la  via  di  terra;  imbarcando  per 

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Napoli  i  feriti,  le  famiglie    de' militari  e  le 
armi  che  non  avesse  potuto  condurre  con  sé. 
Ili  ultimo    gli  dava  ordine    imperativo  di  to- 
gliere il  danaro    depositato  nel   banco    delle 
finanze  di  Palermo  e   mandarlo  in  quello  di 
Messina.  Desauget  non  eseguì  alcuno  di  que- 
gli ordini;  circa  il  danaro  rispose  non  esservi 
più  di  trentamila  ducati,  che  gli  riusciva  dif- 
ficile prenderli,  e  prendendoli  avrebbe  la  nota 
di  ladro.  Quel  ministro  della  guerra~insiste- 
va,  che  il  danaro  del  banco  di  Palermo  fosse 
mandato    a    Messina ,    e  che    non    vi    erano 
trentamila  ducati,  ma   invece  trecentomila  di 
sole  cambiati  ,   già  esatte   su  varii  banchi  di 
Napoli  ,   quindi    gì'  inculcava  di  non    lasciar 
quel  danaro,  qualunque   si  fosse  1'  esito  della 
spedizione  di  Palermo.  Desauget,  infischiando- 
si   degli  ordini  e  dello  sbraitare   del  Garzia, 
lasciò  intatto  il  banco   a' ribelli;  e  di  lui  po- 
trebbe dirsi ,  che  in  cambio  di  sottomettere  la 
rivoluzione  sicula ,  ne  fu  il  più  valido  protet- 
tore. 

Egli  non  si  degnava  rispondere  a  tutte  le 
lettere  del  ministro  della  guerra,  ma  in  cambio 
scriveva  al  re,  pestando  e  ripestando  sempre 
le  solite  geremiadi.  Difatti  gli  descriveva  di- 
afatte  della  truppa  o  non  avvenute  o  da  lui 
procacciate,  lo  spirito  de*  soldati  abbattuto,  i 
mezzi  di  continuar  la  lotta  nulli  o  scarsi.  Dal- 
l'altra  parte  assicuravate,  essere  i  ribelli  po- 
tenti d*  armi,  di  ardire  e  di  soccorsi  stranie- 
ra; per  la  qual  cosa  chiedevagli  altri  batta- 
glioni, (con  lo  seopo  di  toglierli  da  Napoli  e 
farli   demoralizzare   ia  Palermo    sotto  i  suoi 

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—  242  — 

ordini)  infine  consigliavate)  ad  accordare  mag- 
giori riforme. 

I  rivoluzionarii  ,  dopo  che  sprezzarono  le 
eoncessioni  sovraiìe  ,  e  si  convinsero  che  il  . 
generale  in  capo  continuava  nella  benevola 
compiacenza  verso  di  loro,  il  20,  assalirono 
tutti  i  posti  occupati  dalla  truppa;  la  quale, 
essendo  divisa  in  piccoli  distaccamenti,  e  la- 
sciata senza  viveri  e  sufficienti  muniziQni,  fu 
costretta  ripiegare,  parte  a'  Quattroventi  e 
parte  al  palazzo  reale  ;  e  così  in  cambio  di 
bloccare  i  ribelli  fu  essa  bloccata.  I  soldati 
erano  indegnati  contro  il  loro  duce,  vedendo 
costui  inattivo  a'  Quattroventi,  circondato  da 
cinquemila  uomini  tenuti  in  colpevole  ozio. 
Desauget,  fidando  nella  disciplina  del  soldato 
napoletano ,  ne  abusava ,  con  minacciar  ca- 
stighi esemplari  a  chi  avesse  assalito  senza 
suq  ordine  i  faziosi,  che  andavano  fin  dentro 
il  campo  per  insultarli  ed  ucciderli. 

Intanto  i  rivoltosi  occuparono  i  luoghi  che 
circondano  il  piano  del  palazzo  reale  cioè  lo 
spedale  civico,  il  monastero  di  S.  Elisabetta  — 
cacciandone  le  monache  —  ed  il  bastione  di 
Montalto;  quindi  i  soldati,  ricoverati  in  quel 
piano,  venivano  fulminati  da  tutt'  i  punti ,  e 
quella  posizione  non  era  più  sostenibile.  Vial 
fece  investire  da  varii  distaccamenti  di  trup- 
pa que'  luoghi  occupati  da'  ribelli  ;  il  mag- 
giore Ascenso  di  S.  Rosalia,  s'impadronì  del 
bastione  di  Montalto,  dopo  un  accanito  com- 
battimento; una  compagnia  di  soldati  assalì  il 
monastero  di  S.  Elisabetta  ed  i  rivoluzionarii 
fuggirono:  lo  stesso  accadde  all'ospedale  ci- 
vico. £  troppo  stomachevole  leggere  quel  che 


—  243  — 

spubblicarono  gli  scrittori  patrioti ,  circa  quei 
-tre  assalti;  eglino  descrissero  crudeltà  da  can- 
nibali perpetrate  dalla  truppa  ;  mentre  qrei 
soldati  assalitori ,  dopo  che  furono  decimati, 
quando  s*  impossessarono  de*  luoghi  assaliti, 
volendo  usar  rappresaglie  ,  non  1*  avrebbero 
potuto,  perchè  i  loro  nemici  erano  di  già  fug- 
giti. Voi,  lo  sapete  ,  lettori  miei ,  cioè  che  i 
rivoluzionarti  ,  quando  son  picchiati  di  santa 
ragione,  si  vendicano  con  proclamare  la  sol- 
datesca assassina  e  peggio;  quando  poi  la  me- 
desima usa  misericordia  a  vinti  è  vigliacca. 
"Nulla  poi  dico  che  i  medesimi  patrioti,  rige- 
neratori de*  popoli  oppressi ,  han  la  inquali- 
ficabile pretensione  che  a  loro  è  lecito  ucci- 
dere in  tutt*  i  modi  più  crudeli  e  sleali  i  loro 
nemici  ,  ed  a  costoro  neppure  intendono  ac- 
cordare il  dritto  della  legittima  difesa.  Mal- 
grado che  i  regi  avessero  conquistate  le  po- 
sizioni vicine  al  piano  del  palazzo  reale,  non- 
dimeno il  loro  accampamento  in  quel  piano 
era  pericoloso  ed  insostenibile  ;  dappoiché  il 
Desauget  non  voile  soccorrerli  né  di  uomini, 
uè  di  viveri,  né  di  munizioni;  ed  i  ribelli  in- 
grossavano le  loro  bande  con  la  gente  che 
accorreva  da'  paesi  presso  Palermo. 

L*  audacia  de*  ribelli  si  accresceva  di  gior- 
no in  giorno  ,  perchè  eglino  non  si  vedeano 
molestati  ;  si  è  perciò  che  si  argomentarono 
di  assalire  que'  luoghi  donde  erano  stati  cac- 
ciati ,  ed  altri  ben  muniti.  Non  dubitarono 
d' investire  le  caserme  della  Vittoria  ,  sulla 
estradacene  mena  a  Monreale;  ma  il  capitano 
Russo  de'  dragoni  ed  il  brigadiere  Pronio  li 
posero    in   fuga ,    arrecando   loro    non  pochi 

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—  244  — 

danni:  da  allora  furono  meno  imprudenti,  non- 
ardirono  più  cimentarsi  a  campo  aperto.  Il  2Sfc 
si  accinsero  ad  impadronirsi  del  quartiere  del 
Noviziato,  donde  poteano  dominare  l'altro  di 
S.Giacomo  presso  il  palazzo  reale;  ma  invece 
di  assalirlo,  appiccarono   il  fuòco  alla  chiesa 
ed  alla  sacrestia!    I  soldati  respinsero  gì'  in* 
cendiarii  ;  rimasero  colà   un  altro  giorno  ,  e 
ridotti  senza  viveri,  il  23  si  ritirarono  in  buon 
ordine  alla  caserma  di  S.  Giacomo. 

Appena  i  soldati  abbandonarono  il  quartiere- 
dei  Noviziato,  questo  venne  saccheggiato  dai_ 
patrioti;  intanto  il  governo  provvisorio  di  Si- 
cilia ,  divulgò  che  fu  preso  di  assalto  da'  ri- 
belli, e  saccheggiato  ed  incendiato  da' regi i: 
questa  notizia  fu  divulgata  in  tutta  Europa  per 
mezzo  de'  giornali  faziosi ,    lodando  il  valore 
de'  rivoluzionarli,  ed  accusando  di  viltà  e  di 
saccheggio  là  truppa  napoletana.   Qui  non  vi 
è  né  logica  ,  né  senso  comune  ;  se  i  soldati 
furono  assaliti,  battuti  ed  espulsi  da  quel  quar- 
tier%  con  le  baionette  alle  spalle ,  come  mai 
poteano  saccheggiarlo  ed  incendiarlo?!  Oh  la 
logica  settaria  ! 

La  poca  truppa,  che  trovavasi  nel  piano  del 
palazzo  reale,  si  trincerò,  e  postò  i  cannoni 
per  ribattere  le  offese  che  venivano  dal  No- 
viziato e  dalla  Cattedrale.  Il  25  ,  i  rivoltosi 
appiccarono  il  fuoco. all' ospedale  civico,  ove 
accaddero  scene  strazianti;  ciechi,  sterpa,  am- 
malati e  moribondi  erano  investiti  dalie  fiam- 
me ,  e  gridavano  soccorso.  I  soldati  n«m  po- 
teano lor  dare  un  valido  aiuto  ,  perchè  do* 
veano  difendersi  essi  medesimi  dall'  incendio 
e  dal  fuoco  della  fucileria ,  che   lor  face ana 

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—  245  — - 

addosso  gli  assalitori  ,  postati  in  varii  punti 
non  visti. 

Pumondimeno  trascinarono  que'  miseri  in 
luoghi  meno  esposti  alle  offese;  e  non  poten- 
dosi più  sostenere  per  l'avanzarsi  dell'incen- 
dio, si  ritirarono  nel  piano  del  palazzo  reale. 
Quel  giorno  vi  fu  un  continuo  trarre  di  schiop- 
pettate e  cannonate  tra'  regi  ed  i  rivoltosi  ap- 
postati nell'  ospedale  civico.  La  stessa  lera, 
dalla  soldatesca  venne  abbandonato  deipari  il 
monastero  di  S.  Elisabetta. 

Il  luogotenente  del  re,  de  Majo  ,  per  una 
mera  formalità  ,  chiamò  a  consiglio  gli  uffi- 
ziali  superiori,  e  dopo  di  aver  detto  non  es- 
sere più  sostenibile  la  posizione  che  occupa- 
vano, ordinò  la  ritirata  a'  Quattroventi;  ov'  era 
il  Desauget,  con  cinque  mila  uomini  ed  arti- 
glieria, spettatore  indifferente  di  quanto  ac- 
cadeva di  tristo  contro  il  resto  della  truppa 
dentro  Palermo.  Quel  luogotenente  fu  il  pri- 
mo, non  a  ritirarsi,  ma  a  fuggire  a'  Quattro- 
venti la  stessa  notte  del  25  al  26  gennaio, 
lasciando  l' incarico  al  maggiore  Ascenzo  di 
S.  Rosolia  di  trattare  la  resa  co'  ribelli.  Era 
mezza  notte  del  25  di  quel  mese,  quando  quel- 
la tradita  truppa  mosse  per  ritirarsi  ,  condu- 
cendo il  materiale  di  guerra,  i  malati,  i  fe- 
riti e  le  famiglie  de'  militari,  dirigendosi  alla 
Zisa,  per  indi  passare  all'  Olivuzza  e  condursi 
al  designato  campo  de'  Quattroventi.  Que'  luo- 
ghi che  traversava  son  gremiti  da  mura  di 
giardini,  le  strade  strette  e  tortuose;  mentre 
in  cambiò  di  battere  quella  via  potea  sce- 
gliersi quella  de'  Cappuccini  ,  sboccare  nel 
piano  di  fiaida,  girare    per  Yalguamera,  ove* 

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—  246  — 

son  tutte  pianure,  con  islrade  larghe,  e  con 
pochi  fabbricati..  Ma  sembra  che  fosse  pre- 
stabilito ,  che  si  doveano  condurre  i  soldati, 
ove  costoro  poteano  essere  meglio  massacra- 
ti, senza  che  avessero  avuto  il  vantaggio  di 
difendersi. 

Il  brigadiere  del  Giudice,  che  marciava  alla 
avanguardia,  giunse  a'  Quattroventi  senza  mo- 
lestia; i  critici  dissero,  perchè  carbonaro   del 
1820  ,  e  perchè  amico  di  Desauget  ;  il  resto 
della  truppa,    che  lo  seguiva,  fu  assalita  tra 
la  Zisa  e  1'  Olivuzza.  I  soldati  erano  colpiti  a 
morte  senza  neanche  vedere  il  nemico,  e   la 
confusione  divenne  spaventevole  ed  indescri- 
vibile. Le  donne,  i  fanciulli  de'  militari,  i  ma- 
lati ed  i  feriti,    in  numero  di  circa  500,  ac- 
crebbero quella  scena  di  orrore  co'  loro  pianti 
e  con  le  loro  grida  strazianti;  malgrado  de'  su- 
blimi tratti    di    abnegazione  e  di  coraggio  di 
tanti  soldati  ed  uffiziali,  rimasero  tutti  asser- 
ragliati in  quelle  vie  ,  essendo    caduti  morti 
e  feriti,  varii  animali,  che  trascinavano  carri 
e  cannoni.  Ivi  avvennero  massacri  orrendi,  e 
più  di  tutto  di  donne  e  fanciulli;  coloro  che 
non  caddero  percossi  della  palle  nemiche,  fu- 
rono stritolati  botto  l'unghie  dei  cavalli  e  sotto 
le  ruote    de'  carri.  Le  tenebre    di  quella  in- 
fausta notte  coprirono  tante  inumanità  ed  inu- 
tili massacri  ,  che  poi  furono  celebrati  dalla 
stampa  faziosa  quali  fatti  eroici,  compiuti  dai 
patrioti  ;  i  quali ,  senza  il  minimo   pericolo, 
potettero  arrecare  danni  incalcolabili  a  quella 
disgraziata  truppa,  che  giunse  a'  Quattroventi 
decimata  ,  insanguinata  ,  e  con  la  perdita  di 
due  cannoni. 

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I 


—  247  — 

Rimasti  al  palazzo  reale  il  maggiore  Asceti- 
zo    ed  il  tenente  Antonio  Pinedo  ,   con  pochi 
'soldati,  nel  mentre  capitolavano  co*  capi  della 
rivolta,  furono  aggrediti   proditoriamente  dai 
ribelli    e    fatti    prigionieri.    Quel    palazzo  fu 
saceheggiato  in  un  modo   davvero  vandalico; 
la  maggior  parte  del  ricchissimo  mobile  venne 
distrutto  a  causa   delle  gare  surte  tra*  mede- 
simi saccheggiatori.  Que'  miserabili    distrus- 
sero tanti  capilavori  di  arte    e    di    antichità, 
tra  gli  altri  due  capre  di  bronzo,  fusione  gre- 
ca, trovate  nel  tempio  di  Minerva  in  Siracusa 
antica  ,  che    seppero  rispettare  i    barbari    e 
portate  a  Palermo    da  Carlo  IH    di  Borbone. 
Quelle  due  capre  furono  fatte  in  pezzi,  e  que- 
ste si  vendettero  a  poche  grana  ogni  rotolo.  (4) 
Gli  uffiziali  inglesi,  vestiti  alla  borghese,  sta- 
vano in  mezzo  a  quella  marmaglia  ,  incitan- 
dola sempre  più  al  saccheggio,  comprando  a 
vilissimo    prezzo  e    senza  arrossire,  gli  stu- 
pendi capilavori   delle  antichità    sicule  ,  rac- 
colti con   tanta  cura  e  tanta    spesa  dai  re  di 
Sicilia  e  specialmente  da'  Borboni. 

Rimaneano  le  Finanze  ,  ov'  era  il 'danaro, 
guardato  da  un  distaccamento  di  soldati,  sotto 
gli  ordini  del  maggiore  Milon,  al  quale  fu  in- . 
timato  da'  ribelli  ad  arrendersi;  ed  avendolo 
avvertito  della  sua  difficile  posizione  il  co- 
mandante di  Castellammare,  costui  lanciò  al- 
tre bombe,  che  fecero  fuggire  gli  aggressori 
dal  posto  delle  Finanze.  Uscirono  allor  fuori 


(l)  Al  ritorno  de'  regi  in  quella  città ,  Filangieri 
acquistò  varii  frantumi  di  quelle  capre  ,  e  potette 
combinarne  una ,  però  mancante  di  un  piede. 

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—  248  — 

di  nuovo  gì'  inglesi  a  parlar  di  umanità  ed 
indussero  il  Desauget  —  «he  non  si  fece  pre- 
gare— a  cedere  le  Finanze  con  tutto  il  dana- 
ro. Si  erano  di  già  firmati  i  patti  della  resa, 
tutti  gridavano  pace,  e  Milon  aspettava  V  or- 
dine per  ritirarsi,  quindi  stava  poco  guardin- 
go. I  patrioti  ,  che  tutto  aveano  calcolato, 
repentinamente  irruppero  numerosi  per  sac* 
cheggiare  il  Banco;  però  trattandosi  di  dana- 
ro, il  governo  provvisorio  seppe  impedire  il 
saccheggio  dello  stesso  :  permise  soltanto  a 
quella  scomposta  ed  avida  plebaglia  d'  impos- 
sessarsi, del  mobile  che  colà  trovavasi  4  di 
spiantar  porte  e  finestre  e  portarle  a  chi  com- 
perava simili  oggetti  in  que'  giorni  di  para- 
piglia. 

Riunita  tutta  la  truppa  a*  Quattroventi  e  luo- 
ghi adiacenti,  circa  diecimila  uomini ,  il  ge- 
neralissimo Roberto  Desauget,  non  contento 
ancora  delle  procurate  disfatte  ed  umiliazioni 
fatte  subire  a'  suoi  dipendenti,  volle  eziandio 
svergognarsi  nella  ritirata.  Per  mezzo  del 
Commodoro  inglese  Lusington,  propose  al  go- 
verno provvisorio  di  Palermo,  di  cedergli  il 
forte  di  Castellammare,  a  patto  che  lo  si  fa- 
cesse imbarcare  senza  molestia.  Quel  gover- 
no, avendo  conosciuta  la  dabbenaggine  del 
nostro  generalissimo,  o  tutt*  altro  che  io  non 
voglio  affermare,  ne  profittò,  e  quindi  gli  con- 
cedette lo  imbarco  libero  sotto  tre  condizioni: 
cioè  di  mettere  in  libertà  tutti  i  prigionieri, 
di  consegnare  le  carceri  de'  Quattroventi  alla 
custodia  del  popolo  ,  e  di  cedere  Castellam- 
mare con  tutte  le  armi ,  munizioni  e  viveri 
ivi  esistenti.  Desauget,   giacché'  voile  ridursi 

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—  249  —  . 

in    quella  umiliante  posizione  ,    avrebbe    do- 
vuto accettare  quelle  condizioni,  conciosiachè, 
ritirandosi  con  tutta  la  truppa  o  in  Napoli  o 
altrove,  necessariamente  dovea  lasciare  tutto 
«qiiello  che  gli  chiedeva  il  governo  provviso- 
rio. Questa  volta  però  respinse  quelle  condi- 
zioni ;    ed  io ,  lettori  miei  ,    non  so  leggervi 
ohiaro,  e  diffido  della  lealtà  del  nostro  eroe, 
.perchè  poi  quando  egli  partì,  abbandonò  vo- 
lontariamente  quanto    gli    si  domandava  per 
«farlo  imbarcare  senza  molestia;  e  parli  come 
un  fuggiasco,  perseguitato  dovunque  a  schiop- 
pettate   da'  rivoltosi,    con   far   soffrire  gravi 
danni  alla  truppa  che  conduòeva. 

Desauget ,  senza  né  trattare  né  umiliarsi 
col  governo  provvisorio  ,  avrebbe  potuto  im- 
barcarsi comodamente  al  Molo  con  tutta  la 
sua  gente  ;  colà  sarebbe  stato  guarentito  dal 
forte  di  Castellammare  e  da'  cannoni  della 
flotta.  Egli  invece  ,  ad  onta  de*  consigli  dei 
ministro  della  guerra,  si  decise  recarsi  a  So- 
lante, circa  sette  miglia  lontano  da'  Quattro- 
venti;dovendo  fare  un  circolo  lunghissimo  in- 
torno a  Palermo,  esponendo  la  truppa  ad  infl- 
uiti disagi  e  sanguinose  imboscate  tese  da  ri- 
belli. In  effetti  imbarcò  al  Molo  e  spedi  a  Na- 
poli i  malati,  i  feriti  e  le  famiglie  de*  mili- 
tari, senza  alcuna  molestia,  dappoiché,  co- 
me ho  già  detto  ,  le  offese  de*,  rivoluzionari! 
noir  poteano  giungere  fino  a  quel  luogo.  E^li 
intanto  ,  dopo  di  essere  stato  assalito  da'  ri- 
toltosi fin  dentro  il  campo ,  la  notte  del  27 
riunì  i  suoi  dipendenti  ,  e  si  dispose  a  mar- 
ciare alla  volta  di  Solanto,  percorrendo  viuzze 
tortuose,  burroni  e  fabbricati;^  ove  la  truppa 

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., 


—  250  — 

dovea  essere"  necessariamente  massacrata,  sen- 
za neppure  vedere  il  nemico  ;  ecco  ,  io  sog- 
giungo, lo  scopo  della  trattative  e  delle  sue- 
apparenti  contradizioui  1... 

Quella  inqualificabile  risoluzione  del  Desau — 
get  ecco   come    fu  giudicata  (1)    dallo  stessa 
storico  rivoluzionario  Carlo  Gemelli;siciliano; 
«  Strano  disegno  ,    il  quale  non  poteva  con- 
ti durre  a  salvamento  l'esercito,  ma  a  danni 
«  irreparabili  e  gravissimi.  Conciossiachè  quel 
«  semicerchio  che  percórrere  si  dovea ,   per 
«  impedire    ogni    molestia    alle  schiere  fug^ 
«  genti,  non  era  punto  accomodato  alle  dife— 
«  se,  essendo  s'carso  di  strade  passatoie,  ab- 
a  bondante  di  passi  stretti  e  forti,  di  fiumi  e- 
«  di  siepaie.  Aggiungevasi  all'asprezza  de*  luo- 
«  ghi  smisurate  piogge   e  nevi  e  freddi  rigi- 
«  dissimi,  che  maggiormente  ritardavano  Tor- 
«  dine  della  marcia;  il  paese  inospitale  e  ne- 
«  mico;  le  campagne  fangose,  piene  di  gore- 
«-e  di  acqua,  che  gli  abitatori  deviavano  da- 
«  gli  alvei ,  e  rovesciavano ,  oltre  quelle  del 
.  «  cielo ,  in  sulle  pianure.  Disagevole  quindi 
u  era   il    marciare    e   misera   la  condizione. 
«  Gettate  armi  e  bagagli ,   il  soldato  maledi- 
«  ceva   gli  uomini    e  la  natura,    rifiutava   il 
«  combattere  od  il  fuggire;  e  preferiva.,  af- 
te franto  e  scoraggiato,  una  ingloriosa  morte 
«  sprofondato  nella  melma  o  inabissato  nelle- 
«  acque.  » 

L'avanguardia  di  quella  ritirata  era  sotto  il 
comando  del  Nicole tti,   il  centro  di  del  Giu- 


li )  Storia  della  Siciliana  Rivoluzione  del  4848- 
49.  pag.  20%.  .Bologna  4867. 

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—  251  — 

dice  e  la  retroguardia  di  Pronio;  e  tutti  mos- 
sero da'  Quattroventi  prima  che  spuntasse 
l'alba  del  28  gennaio.  D  sauget ,  a  compiere 
la  sua  vergogna,  accettò  per  guida  il  boia  di 
Palermo  ! 

Quella  truppa    in  ritirata,  trovò  ostacoli  in 
tutti    i  luoghi    del  suo  p . ssaggio  ,    e    più  di 
tutto  ebbe  mollo  a  soffrii  e  sotto  Bocca  di  falco, 
al  Piano  de*  Porrazzi,  a  S    Maria  di  Gesù  ed 
a  S.  Ciro;    fulminata  sempre   da' ribelli  non 
visti,    perchè  appiattati  dietro,  le  siepi   e  le 
mura,  facendosi  scudo  d<  ogni  albero   o  pie- 
tra ,  neppure  ebbe  la  soddisfazione  di  difen- 
dersi (1).  L'ostacolo  più  serio  lo  trovò  a  Vil- 
1  abate,  ove  i  disertori  Longo  ed  Orsini  avea- 
no  postati    due  cannoni,  ed  in  quel  paese  si 
erano  riuniti   gran  numero  di  rivoltosi. 

I  soldati,  al  vedere  quell'apparato  di  armi 
e  di  armati  ,  perdettero  la  pazienza,  e  senza 
ordini  de'  loro  capi ,  rabbiosamente  si  avven- 


ti) Avvennero  varii  cripti  episodii:  ne  racconto 
nn  solo,  degno  di  essere  compianto  dalle  anime  sen- 
sibili. Ne' corpi  di  fanteria  er.wi   un  maggiore  d'A- 
gostino ,  nativo  di  Calabria  ,  avendo  con  lui  due  fi- 
gli sottuffizi  a  li.  Uno  di  costoro,  combattendo  cadde 
ferito  mortalmente;  il  misero  padre, non  badando  al 
pericolo,  corse  per  soccorrerlo  e  non  farlo  straziare 
da'  rivoltosi;  ma  anch' egli  cadde  crivellato  di  palle 
sul  figlio  moribondo,  e  tutti  «lue  spirarono  abbraccia- 
ti ,  gridando  :    Vìva  il  re  \   11  superstite    figlio  del 
jnaggiore ,  che  marciava  più  indietro ,  badando  alla 
difesa,  urta  su'  cadaveri  del  fratello  e  del  padre!... 
S' imagi  ni  il  lettore  lo  strazio  di  quell'  anima  ,  e  le 
maledizioni  agli  autori  di    quella  inqualificabile  ri- 
tirata. 

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—  252  — 

tarono  contro  i  nemici  ,  che  posero  in  foga. 
Il  primo  all'assalto  fu  il  valoroso  alfiere  Staf- 
fa, del  3°  dragoni,  il  quale  s'impossessò  dei 
cannoni  e  rimase  non  leggermente  ferito. 
Quella  soldatesca,  nel  massimo  furore,  entrò 
scompigliata  in  Yillabate,  ed  uccise  quanti  uo- 
mini incontrò  con  le  armi  alle  mani,  saccheg- 
giando e  bruciando  quelle  case,  donde  aveano 
ricevuto  delle  schioppettate. É  inutile  dire,  che 
i  patrioti  ed  i  giornali  faziosi  gridarono  al  van- 
dalismo ,  all'  assassinio  contro  i  soldati  napo- 
letani; e  ciò  per  la  solita  ragione  che  ad  essi 
era  lecito  tutto  ,  a  costoro  si  negava  fìnanco 
il  dritto  della  difesa.  Intanto  ,  alla  vista  dei 
fatti  di  Villabate,  i  medesimi  patrioti  furono 
più  cauti  ,  cioè  non  abusarono  più  del  loro 
dritto  di  massacrare  in  varii  modi  la  truppa 
in .  ritirata  ;  e  questa  giunse  a  Solanto  senza 
molestia.  I  paesi  ove  essa  passava  ,  la  rice- 
vevano senza  alcun  segno  di  ostilità,  ed  Al- 
tavilla le  apprestò  anche  i  viveri,  rispettan- 
dola, come  ne' tempi  normali. 

La  flotta,  che  trovavasi  nel  Molo  di  Paler- 
mo, si  fece  trovare  nelle  acque  di  Solanto  , 
ed  era  stata  ingrossata  d'altre  navi  giunte  al- 
lora da  Napoli.  L'imbarco  della  truppa  comin- 
ciò la  sera  del  29  gennaio,  e  continuò  tutto  il 
dì  30;  e  siccome  le  bande  rivoluzionarie,  sco- 
razzavano in  quelle  vicinanze,  quello  stesso 
giorno  assalirono  gli  avamposti  regi.  Il  ca- 
pitanò Rodolfo  Russo,  con  uno  squadrone  di 
dragoni  ed  ufka  compagnia  di  fanti,  in  breve 
tempo,  mise  in  fuga  quelle  bande  ardite  sì 
ma  disordinate.  Nonpertanto  quella  ritirata  e 
queir  imbarco ,   voluti  dal  generalissimo  Ro- 

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—  253  — 

berto  Desauget ,  furono  una  turpe  vergogna, 
una  vera  sconfitta;  e  non  senza  ragione,  i  diarti 
faziosi  pubblicarono ,  che  quel  generalissimo 
fuggi  da  codardo  alla  testa  di  diecimila  uo- 
mini ,  avendo  a  fronte  un  pugno  di  ribelli  , 
senza  capi  e  la  maggior  parte  senz'armi, 

Desauget,  per  la  fretta   d' imbarcare  i  sol- 
dati, fece  gittare  nel  mare  qualche  cannone  e 
qualche  altro  permise  che  si   lasciasse  sul  li- 
do. Die  il  barbaro  ordine  che  si  uccìdessero  i 
muli  ed  i  cavalli  dell'artiglieria,  del  treno  e  del 
bellissimo  reggimento  de'dragoni.  Quell'ordi- 
ne si  eseguì  uccidendosi  qualche  mulo  del  tre- 
no; ma  i  cavalieri  non  vollero  uccidere  i  loro 
cavalli,  e  stavano  per  ammutinarsi  a  sì  pazzo  e 
crudele  comando.  Si.  prese  una   mezza  misu- 
ra: i  soldati  di  cavalleria,  piangendo»  tolsero 
le  selle  e  le  briglie  a*  loro  cavalli,  ed  in  cam- 
bio di  ucciderli,  li  scapolarono.  Quelle  povere 
bestie  non  vollero  approfittare    della  libertà; 
invece  oìfrirono  spettacolo  di  pietoso  episodio: 
seguivano  i  loro  padroni,  né  per  nulla  si  vo- 
leano  distaccare  da'  medesimi,  Quando  li  vi- 
dero imbarcare,  nitrivano 'in  modo  straziante: 
molte    si    buttarono*  nel  mare    seguendoli  a 
nuoto  ;  ma  meno   fortunati  del  cane  di  San- 
tippo,  prima  vedeansi  abbattuti  dalle  onde  e 
poi  sommersi  sparire!  L'anno  seguente,  quan- 
do.il  generale  Filangieri  conquistò  la  Sicilia, 
rinvenne  i  cannoni,  e  molti  di  quegli  animali, 
colà  lasciati  in  potere  de*  rivoluzionarli. 

Il  maresciallo  Roberto  Desauget  nulla  volle 
fare  per  sottomettere  la  sicula  rivoluzione, 
secondo  il  mandato  ricevuto  dal  suo  sovrano; 
e  nel  ritirarsi' da  Palermo    commise    errori, 

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-  •  2.:»4  — 

viltà  e  vergogne,  che,  bisogna  dirlo,  non  fu- 
rono commesse  dodici  anni  dopo  dal  famoso 
generale  Lanza.  Questi  avea  a  fronte  il  capa 
della  rivoluzione  cosmopolita  ,  e  bastava  il 
solo  nome  di  costui  per  sollevar  le  masse  e 
porle  in  armi  ,  essendo  in  fama  di  valorosa 
massi  sta.  Dippiù  quel  capo  con.lucea  con  sé 
molti  arrischiati  rivoluzionarii  di  mestiere, 
detti  carne  da  cannone9  e  soldati  piemontesi 
in  camicia  rossa.  Ma  il  generalissimo  Desau- 
get  ebbe  1'  onta  di  farsi  vincere  da  un  pugna 
di  ribellala  maggior  parte  gente  abbietta, pes- 
simamente armata  ,  e  malissimo  diretta.  la 
intesi  da  coloro  che  faceano  parte  delle  bande 
del  1848,  che  molti  di  essi  non  sapeano  né 
caricare  ,  riè  sparare  i  fucili  comprati  dagli 
inglesi. 

Quel  generalissimo  volle  assoggettarsi  ad 
altre  umiliazioni  che  non  soffrì  il  suo  conti- 
nuatore Lanza;  perlocchè  sembra  sì  strano  il 
suo  procedere,  che  havvi  chi  scrisse  e  crecre 
ancora,  che  vi  si  nasconda  un  arcano.  Desau- 
get  non  mancava  di  reputazione  sotto  il  rap- 
porto di  valore  ,  avendcyie  dato  prove  in  Si- 
cilia al  tempo  del  decennio,  né  d' istruzione, 
perchè  lo  si  diceva,  emulo  di  Filangieri.  Egli 
dunque  o  dovette  perdere  la  testa  in  quei 
giorni  di  prova,  o  giuoco  la  più  abbietta  delle 
partite,  disonorando  sé  stesso  e  la  truppa  che 
comandava.  Perchè  non  assalì  con  tutte  le  sue 
forze  i  rivoluzionarii  di  Palermo?  perchè  tante 
compiacenze  verso  costoro?  perché  assogget- 
tarsi a  tante  umiliazioni?  Chi  l'avrebbe  mo- 
lestato* imbarcandosi  al  Molo  ,  protetto  dalla 
flotta  e  da' forti,  come  s'imbarcarono  i  feriti* 

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—  255  — 

:gli    ammalati  e  le  famfglie  de'  militari  ?  Per- 
chè  volle  eseguire  quella  ineseguibile  ritirata, 
facendo  massacrare  tanti  sol.lati  ed  arrecando 
spaventi  e  guasti  a'  pacìfici  cittadini  ?  Io  non 
gli  appicco  l'epiteto  che  merita,  perchè  Fer- 
dinando II    non  gli  fece  subire  jun  consiglio 
di  guerra  ,  anzi  lo  adibì  poi  in  comandi  am- 
ministrativi ,    nominandolo    presidente    della 
Giunta  di  vestiario  dell'  esercito   e  dell'  orfa- 
notrofio militare.  Intanto  era  quello  un  re  ti- 
ranno ,  anche  per  lo  stesso  Desauget  ;  ed  io 
in  questo  sólo  caso  lo  proclamerei  tale,  cioè 
per  la  sua    malintesa  clemenza*,    che  fu  poi 
^causa  di  tante  lagrime  e  tanto  sangue  versato 
da'  popoli  delle  Due  Sicilie. 

Desauget  restò  esempio  funesto,  che,  dopo 
42  anni,  produsse  una  memoranda  catastrofe 
nazionale.  Se  a  me  mancassero  le  parole  per 
istigmatizzàre  la  condotta  di  lui,  impronterei 
quelle  scritte  a  Ferdinando  II  da  Carlo  Filan- 
gieri, uno  de'  primi  generali  di  questo  seco- 
lo, cioè:  Se  si  fosser  rinnovate  le  vergogne 
de*  Quattroventi  ,  *  bruciato  mi  sarei  le  cer- 
vella (1). 

Roberto  Desauget  scrisse  opuscoli  m  sua  di- 
fesa pe'  fatti  vergognosi  della  sua  spedizione 
di  Palermo  ,  e  si  destreggiò  ih  modo  ,  che 
dopo  la  morte  di  Ferdinando  II  entrò  in  gra- 
zie del  figlio  Francesco  II  ,  dando  a  questo 
consigli,  che  furono  fatali.  Nel  4860,  coroni 
la  sua  vita  politica  e  militare  col  recarsi  a 
Salerno  ,  in  abito  di  guardia  nazionale  ,  per 
incontrar  Garibaldi,  e  fu  del  bel  numero  uno 


(1)  .Rapporto  di  Filangieri  fatto  al  re  da  Messina 
V  8  settembre  1848» 


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—  256  — 

di  coloro  che  ornarono .  il  trionfo  di  costui 
nell'entrata  in  Napoli.  Io  opino,  che  se  Fran- 
cesco II  avesse  riconquistato  il.  Regno  ,  De- 
sauget  avrebbe  scritto  altri  opuscoli  per  di- 
chiararsi Innocente  anco  della  sua  gita  a  Sa* 
lerrio,  degli  omaggi  resi  al  capo  della  rivolu- 
zione ,  di  essere  stato  elevato  a  generale  di 
armata  ,  e  decorato  dell'  ordine  dell'  Annun- 
ziata dal  Ve  di  Piemonte,  estendendo  le  gra- 
zie a'  suoi  due  figli ,  oggi  anch'  essi  generali 
dell'esercito  italiano.    •• 

Appena  la  truppa  lasciò  i  Quattroventi  ,  il 
carceriere  di  quelle  prigioni,  vedendosi  sen- 
z'  appoggio,  fuggì,  e  que'  detenuti,  forzando  le 
serrature,  uscirono  e  corsero  alla  Vicaria,  ove 
abbattettero  le  porte,  dando  la  libertà  agli  al- 
tri detenuti  per  delitti  comuni.  I  diarii  faziosi 
pubblicarono  ,  che  i  regi  avessero  scatenati 
i  galeotti  per  far  saccheggiare  Palermo;  men- 
tre si  sa  da  tutti  che  il  primo  atto  de'  rivo- 
luzionarii  in  trionfo  ,  è  stato  sempre  quello 
di  mettere  in  libertà  i  loro  amici;  difatti, 
dopo  12  anni ,  quelle  stesse  prigioni  furono 
aperte  da  Garibaldi,*  il  quale  armò  i  galeotti 
per  far  l'Italia  una. 

Dopo  la  liberazione  de'  galeotti  ,  i  ribelli, 
essendo  stati  ingrossati  da'  medesimi  ,  e  ve- 
dendosi liberi  da  qualunque  freno,  sbizzarri- 
rono in  un  modo  spaventevole.  Saccheggia- 
rono gli  uffici  del  Catasto  ,  quello  de' dazii 
civici  ed  i  commessariati  di  polizia-,  dando 
alle  fiamme  tutte  le  carte  che  trovarono  in 
que'  luoghi.  Pubblicarono  che  aveano  trovato 
oggetti  di  tortura  e  scheletri  umani  jie'mede- 
simi.  commessariati;  ed  è  questo  un  altro  abi- 

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—  257  -, 

tii  al  e  vezzo  de'  settarii  in  trionfo ,  cioè  spac- 
ciare simili  fole  per  calunniare  i  governi  che 
hanno  abbattuti ,  e  farsi  ragione  del  loro  in* 
degno  operare.  Se  leggete  le  storie  di  tutte 
le  ribellioni  compiute  in  Italia  ed  in  Europa, 
sentirete  le  medesime  ridicole  accuse  contro 
i   governi  caduti. 

I  patrioti  ,  credendosi    sempre  nel  preteso 
dritto  e  privativa  di  massacrare  i  custodi  del- 
l' ordine  pubblico,  e  con  modi  barbari  ed  a- 
troci,  arrestarono  cinquanta  poliziotti  dì  Pa- 
lermo. ,  li  strascinarono  sotto  il  palazzo  Pre- 
torio ,  ed  ivi  li  assassinarono  sotto  gii  occhi 
del  governo    provvisorio.  Questo    credette,  o 
fìnse  credere,  d'  impedire  que'  massacri  con 
cacciar  fuori  una  proclamazione  ,    nella  qua- 
le dicea  :    simili  atti    non  essere    corrispon- 
denti   ali*  indole  generosa  del  popolo. —  Il  i3 
febbraio,  in  risposta  a  quella  proclamazione, 
il  popolo  generoso  corse  a  S.  Anna,  ove  erano 
incarcerati  trentaquattro  poliziotti  ed  un  ispet- 
tore, li  prese  e  li  condusse  ad  un  luogo  detto 
Perniano,  ed  ivi  tra  canti,  ubbriachezze  e  sa- 
turnali, trucidò,  con  efferate  sevizie,  quell'in- 
felici, la  maggior  parte  sostegni  di  famiglie; 
altri  poliziotti  ed  aderenti  subirono  la  mede* 
sima  tristissima  sorte.  Quella  furibonda  mar- 
maglia ,  avida  di  saccheggi  e  di  sangue ,  ap- 
pellata popolo  generoso   dal  comitato  e  dallo 
storico  siciliano  Gemelli,   scorrea  la  città  in 
cerca  di  realisti,  che  chiamava  sur  ci,  saccheg- 
giando o  devastando  le  case   di  costoro:  non 
contenta   di   avere  spogliata   1'  abitazione  del 
generale  Pietro  Viaì,  la  volle  pure  diroccare; 
vendette  vandaliche  ! 

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—  258  — 

Simili  spettacoli  atroci  e  ludibriosi,  voluti 
o  tollerati  dal  governo  provvisorio  ,  furono  i~ 
mitati  da  parecchi  paesi  e  città  della  Sicilia. 
Non  vi  era  più  sicurezza  in  nessun  luogo, 
anche  i  ribelli  si  uccidevano  tra  loro,  o  nel 
dividersi  il  bottino  o  per  un  motto  imle  in- 
terpretato. GF  impiegati  del  governo  caduto, 
co'  soli  panni  che  aveano  addosso,  fuggivano 
perseguitati  con  accanimento.  I  continentali 
giunsero  a  Napoli  atterriti  e  nella  più  squal- 
lida miseria,  che  Ferdinando  II  mitigò  gene- 
rosamente con  la  su  t  proverbiale  carità. 

In  Misilmeri  si  massacrarono  i  gendarmi  con 
efferate  crudeltà;  basta  dire,  che  i  patrioti  al- 
zarono una  beccheria,  e  fingevano  vendere 
carne  di  que'  miseri  massacrati  !  In  Catania, 
dopo  che  indussero  con  bei  modi  e  promesse 
la  gendarmeria  a  di  porre  le  armi  ,  uccisero 
il  tenente  della  stessa,  Fiorentino,  e  scorti- 
carono vivo  un  gendarme  !  Uguali  fatti  av- 
vennero in  altre  città,  che  vai  meglio  tacere 
per  non  contristare  di  troppo  i  pietosi  lettori; 
però  credo  necessaiio  raccontarne  un  solo, 
per  far  meglio  conoscere  fin  dove  giunga  la 
nequizia  rivoluzionaria.  Un  capitano  di  gen- 
darmeria e  quartiermastro  ,  di  cui  taccio  il 
nome  per  decoro  de*  suoi  discendenti,  fidando 
in  un  suo  amico,  ai  quale  avea  prodigati  in- 
finiti favori  ,  fu  assalito  da  costui  a  capo  di 
una  masnada  di  manigoldi.  Costoro  lo  ligarono 
con  funi,  gli  saccheggiarono  la  casa,  e  sotto 
i  suoi  occhi  fecero  sofFrire  Y  estrema  vergo- 
gna a  tre  giovanotte  zitelle  sue  figlie....!  Il 
misero  padre  ,  a  quella  vista  acciecò  !  credo 
che  sarebbe  stata  gran  pietà  ucciderlo. 

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—  259  — 

Qualche  lettore,  mal  prevenuto,  e  che  giu- 
dica i  fatti  umani  senza  la  guida  della  storia, 
-dirà,  che  i  siciliani  son  sanguinarii  e  crudeli; 
ed  io  rispondo  ,  che  non  è  stato  l' indole  di 
qiiegl'  isolani  la  causa  di  tanti  massacri  e  ne- 
fandezze, ma  quella  comune  a  tutti  i  rivolu- 
zionarii  del  mondo  (1).  La  stessa  gentile  To- 

(1)  Il  signor  Conte  Gennaro  Marnili,  ne'  suoi  Do- 
cumenti storici  dell'insurrezione  CalaJbra  a  pag. 
15,  osa  scrivere:  «  Si,  Italia  ,  da  quella  Trioacria 
«  che  giace  sotto  il  tuo  piede, fritti  i  mali  tu  avrai; 
«  £  popoli  di  essa  non  sono  tuoi  figli  »  ma  bensì 
«  inumani  e  rabbiosi  saraceni;  essi  ti  accarezze- 
<*  ranno,  invocheranno  il  tuo  patrocinio  ,  ti  chi  a  ni  e- 
a  ranno  madre  finché  del  tuo  appoggio  avranno  bi- 
«  sogno,  ma  sciolti  da  tali  necessità,  li  mostreran- 
«  no  quali  anfibii  aspidi  verso  di  te;  cospirando 
«  a  tuo  danno  >  poiché  il  cospirare  è  insito  nel 
«  nazionale  loro  carattere.  Credi  chi  troppo  li  co- 
ti nosce.,»  Voi,  signor  Conte,  non  conoscete  punto 
i  siciliani,  e  su  di  ciò,  per  lo  meno  v7  illudete;  essi, 
se  il  volessero  e  fossero  uniti  ,  non  avrebbero  il  bi- 
sogno di  accarezzare  ed  invocare  il  patrocinio  dei 
continentali ,  essendo  sufficienti  a  sé  stessi. 

Malgrado  che  in  voi  rispetto  il  prode  soldato,  una 
illustre  vittima  della  rivoluzione,  son  costretto  a  far- 
vi osservare  ,  che  non  s^  insulta  in  questo  modo  un 
popolo  veramente  generoso ,  sin  da'  tempi  normanni 
compagno  indivisibile  di  quello  napoletano  ,  nella 
prospera  ed  avversa  fortuna.  Vi  faccio  osservare  , 
che  quel  popolo  ,  che  voi  ingiuriate  sì  bassamente, 
è  quello  stesso  che  per  ben  due  volte  accolse  ed 
ospitò  amorevolmente  la  borbonica  dinastia ,  e  tutti 
gli  emigrati  napoletani ,  non  escluso  il  signor  Conte 
vostro  padre,  dando  a'  medesimi  ogni  sorta  di  soccor- 
so. £  contro  ogni  moralità  e  principio  logico  insultare 

17 

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—  260  — 

scana  non  è  rimasta  immune  da  simili  atro- 
cità ;  in  Roma  ,  nel  1849  ,  se  ne  commisera 
altre  peggiori;  ed  il  popolo  parigino,  che  vien 
reputato  il  più-incivilito  dell'  Europa,  sappia- 
mo che  nelle  rivoluzioni  del  1792  e  1870,  per- 
petrò delitti  di  gran  lunga  più  spaventevoli. 
Lo  stesso  Garibaldi  ,  in  fama  di  umanitaria' 
e  redentore  de*  popoli ,  presso  i  suoi  adepti, 
non  qualificò  sfogo  di  popolo,  il  saccheggio  e 
Y  incendio  del  palazzo  di  Mistretta  in  Paler- 
mo nel  1860?  non  permise  in  quello  stesso 
tempo  il  massacro  de'  poliziotti  delia  medesi- 
ma città  ? 

Dopo  la  ritirata  di  Desauget  sul  continente^ 
rimasero  in  potere  de:  regi  il  forte  di  Castel- 
lammare di  Palermo,  i  castelli  di  Milazzo»  di 
Augusta ,  di  Siracusa  e  la  Cittadella  di  Mes- 
sina ;  in  seguito  si  cedettero  quelli  e  si  ri- 
tenne questa  soltanto.  La  truppa  che  trovavasi 
in  Girgenti,  comandata  dal  colonnello- Pucci, 
ripiegò  sopra  Catania  ed  unita  a  quella  di 
guarnigione  in  questa  città  ,  sotto  gli  ordini 
del  generale  Rossi,  sostenne  varie  scaramuc- 
ce contro  i  rivoltosi  e  sempre  con  la  peggio 
di  costoro.  Però;  essendosi  mischiati  i  consoli 

un  popolo  ,  sol  perchè  pochi  che  ne  fan  parte  son 
truci  rivoluzionarli  o  assassini.  Voi,  signor  Conte,  non 
dovreste  ignorare  che  i  saraceni  erano  allora  un  po- 
polo incivilito,  avendo  introdotto  in  Sicilia  quella  ci- 
viltà di  cai  in  quel  tempo  difettava'  il  Napoletano.  E 
per  tacere  di  tante  altre  cose,  vi  dico  che  il  siste- 
matico disprezzo  di  taluni  nota  Ioni  napoletani  verso 
i  siciliani ,  non  fu  V  ultima  causa  della  catastrofe, 
del  1860  1 

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_  261  — 

esteri,  ed  al  solito  predicando  umanità  pe'soli 
ribelli  ,  quel  generale  credette  prudente  ab- 
bandonar Catania  ed  imbarcarsi  per  Napoli 
il  14  febbraio. 

Tutta  la  Sicilia  riconobbe  il  governo  rivo- 
luzionario di  Palermo  ,  a  capo  del  quale  era 
Ruggiero  Settimo  ,  con  potestà  quasi  dittato- 
riale. Dipendevano  da  costui  quattro  comitati, 
composti  di  sessantasei  individui ,  che  erano 
preseduti  dal  principe  di  Scordia ,  dal  mar- 
chese di  Torre  arsa,  dal  principe  di  Pantelle- 
ria e  da  Pasquale  Calvi.      m 


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CAPITOLO  XI. 
SOMMARIO 

Si  tenta  di  rivoltare  il  Cilento  e  sì  preparano  vo- 
lontarii  in  Roma  ed  in  Firenze.  Il  re  comincia  a  far 
le  prime  concessionf.  Esilio  di  del  Carretto.  Dimo- 
strazioni faziose,  chiedenti  la  Costituzione.  11  re  con- 
cede la  Costituzione.  Baccanali  e  rie  ri  mi  n  a  zio  oi.  Con- 
seguenze della  libertà  settaria.  Guardia  nazionale. 
Saliceti.  Cacciata  de'  Gesuiti.  Massacro  di  popolani. 
Stato  deplorevole  della  capitale  e  delle  province. 

La  rivoluzione  sicula,  preparata  dalla  Gio- 
vine Italia,  oltrepassando  le  speranze  de'  set- 
tarii,  baldanzosa  si  estese  sul  continente  na- 
poletano, cominciando  dal  Cilento.  Il  siracu- 
sano Antonio  Leipnecher,  già  uffiziale  dell'e- 
sercito ed  emigrato  per  causa  politica  nel 
1821  ,  era  ritornato  in  Napoli.  Poerio  e  di 
Ayala  lo  persuasero  a  buttarsi  nel  Cilento  ed 
unirsi  al  locandiere  Carducci ,  per  sollevare 
que'  popoli  torbidi  e  facili  ad  essere  mistifi- 
cati. Avendo  accettata  la  missione,  ed  essen- 
do stato  aiutato  dall'arciprete  Patella,  (1)  da 
un  Mazziotti,  da  un  de  Dominicis  ed  altri,  alzò 

(1)  Oggi  marito  e  padre,  preside  nel  Ginnasio-Liceo 
governativo  Principe  Umberto. 

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—  263  — 

il  vessillo  della,  rivolta.  Dopo  che  raccolse  in 
bande  armate  quella  gente  che  nulla  ha  da 
perdere  e  tutto  da  guadagnare  ,  ruppe  il  te- 
legrafo ,  allora  ad  asta,  ed  asserragliò  strade; 
fatto  sempre  più  audace  andò  diritto  allo  sco- 
po principale  della  rivoluzione  ,  cioè  pose  le 
mani  nelle  Casse  pubbliche,  taglieggiò  i  pro- 
prietarii  in  odore  di  Borbonismo,  ed  alzò  Cor- 
te marziale  fucilando  i  più  noti  realisti,  e  tra 
gli  altri  un  sindaco,  che  fece  assassinare  in 
un  chiostro  di  frati,  negandogli  persino  i  con- 
forti della  religione. 

Trovandosi  in  quel  distretto  il  capitano  de 
Liguori  alla  testa  di  pochi  gendarmi ,  tentò 
opporsi  alle  scelleraggini  del  Leipnecher;  ma 
sopraffatto  dal  numero  ,  fu  costretto  ritirarsi 
alla  volta  di  Salerno.  In  seguito  il  colonnello 
di  artiglieria  Lahalle ,  con  un  pugno  di  sol- 
dati, investi  e  disperse  quelle  bande.  La  stam- 
pa rivoluzionaria  ,  che  avea  profetizzata  ed 
encomiata  la  rivolta  de)  Cilento  ,  con  tutte 
le  nefandezze  commesse  da'  ribelli  ,  virulenta 
e  calunniosa  si  scagliò  contro  Lahalle,  dichia- 
randolo indegno  della  divisa  militare  cbe  in- 
dossava. 

La  dispersione  delle  bande  capitanate  da 
Leipnecher  in  nulla  giovò  al  governo  di  Na- 
poli, perchè  Ferdinando  II,  viste  le  condizioni 
del  Regno  e  quelle  dell'  Italia ,  si  disponeva 
non  già  alla  resistenza,  ma  alle  concessioni. 
Egli  supponea ,  che  così  operando  ,  avrebbe 
potuto  contentare  que'  rivoluzionarli  che  ru- 
moreggiavano nell"  interno  e  gli  altri  sulle 
frontiere  del  Reame.  Difatti  quindicimila  stu- 
denti, che  erano  stati  cacciati  da  Napoli,  pre- 

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—  264  - 

dicavano  la  rivolta  in  tutte  le  province  ,  ed 
in  varii  paesi  succedeano  tafferugli, che  però  e~ 
rane  sedati  da  pochi  gendarmi.  Ignazio  Ribotti, 
nizzardo,  provvisto  e  sostenuto  da'  faziosi  di 
Roma,  preparava  una  spedizione  di  volontari* 
sulla  frontiera. degli  Abruzzi;  un'altra  ne  or- 
ganizzavano in  Firenze  Nicola  Fabrizi  e  Fe- 
lice Orsini,  per  entrare  nel  Regno  dalla  parte 
di  Giulianuova. 

Il  re,  sin  dal  principio  dell'anno  avea  mes- 
so in  libertà  tutti  coloro  che  si  trovavano  in 
prigione  pe'  moti  di  Calabria;  e  con  due  de- 
creti del  18  gennaio ,  avea.  accordato  alcune 
importanti  riforme  municipali  ,  larghezza  di 
stampa  ed  amministrazione  separata  tra  Na- 
poli e  Sicilia.  Quelle  riforme  oltrepassano  i 
desiderii  della  gente  onesta  ;  ma  i  rivoluzio- 
narii,  conoscendo  che  il  vento  spirava  a  loro 
favorevole ,  dissero  che  giungevano  troppo 
tardi,  e  quindi  chiesero  alto:  Costituzione  pò* 
litica  con  Camere  legislative,  responsabilità 
de'  ministri,  Guardia  nazionale,  riduzione  del- 
l'esercito.  La  sètta  die  il  motto  di  ordine, 
cioè. fece  gridare  a'  suoi  cagnotti  :  Vogliamo 
la  Costituzione,  vogliamo  la  sovranità  del  po- 
polo. Un  tal  motto  si  diffuse  nella  gente  igno- 
rante, e  quanto  meno  si  capiva,  tanto  più  ai 
gridava  Costituzione  e  sovranità  popolare.  Na- 
poli avea  perduta  la  sua  tradizionale  gaiezza, 
ed  era  divenuta  un  campo  di  lotte  plateali,  fi- 
schiandosi i  gendarmi  e  lo  stesso  del  Garret- 
to. Costui ,  visto,  il  temporale  che  lo  minac- 
ciava, tentò  farsi  amico  Mariano  d'  Ayala,  che 
avea  tanto  perseguitato;  perlocchè  fu  fischia- 
to non  solo  da'  riveluzionarii  ma  dagli  stessi 

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—  265  — 

«realisti:  e  cosi  aumentava  e  s'ingigantirà  quel 
pericoloso  baccano. «Il  re,  sia  per  concedere 
^qualche  cosa  alla  rivoluzione,  sia  perchè  sci- 
$>ea  che  quel  ministro  bazzicava  co'  faziosi  , 
ordinò  che  subito  partisse  dal  Regno  ,  ed 
il  Filangieri  ebbe  Y  incarico  dell'  esecuzione 
di  queir  ordine  sovrano.  L*  esilio  di  del  Car- 
retto toon  fu  applaudito,  né  molta  piacque  alla 
sètta,  perchè  costui  ,  sebbene  fosse  temuto 
non  era  odiato  dalla  stessa. 

Il  governo  rivoluzionario  della  Sicilia  avea 
tutto  l'interesse  di  tenere  agitato  il  Regno  al 
di  qua  del  Faro  ,  quindi  mandava  emissari!, 
-ed  era  in  istretta  corrispondenza  co'  più  noti 
faziosi  napoletani.  Costoro  profittavano  di  tutto 
per  secondare  le  mire  de  fratelli  di  quell'I- 
sola, facendo  dimostrazioni  sediziose  e  susci- 
tando subugli-  Difatti ,  profHt^mJo  che  morì 
l'ex-intendente  Rodino,  repubblicano  del  1799, 
molti  lo  accompagnarono  all'  ultima  dimora»  a 
-capo  de'quali  il  di  Ayala;  costui  profferì  un  cal- 
do discorso  sul  feretro  dell'estinto,  encomian- 
dolo perchè  era  stato  condannato  a  morte  per 
ben  due  volte;  però  senza  dir  nulla  della  cle- 
menza sovrana  che  l'avea  assolto. 

La  studentesca,  ritornando  dalle  province, 
*jn  riuniva  ne'  caffè  a  far  discorsi  sediziosi  ;  in 
quello  della  Croce  di  Malta  bazzicavano  ì  ca- 
porioni più  esaltati,  cioè  Marvasi,  Eraico,  À- 
tì  tabi  le,  Lavista  ed  altri,  i  quali  non  contenti 
delle  sole  chiacchiere  de' studenti  ,  opravano 
in  modo  da  correre  -spigliati  e  sicuri  alla  loro 
prediletta  meta.  Essi  tettarono  la  truppa  per 
mezzo  di  taluni  uffìziali  felloni,  ed  avendola 
-trovata  fedele    al  sovrano  ,  si  argomentarono 

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—  266  — 

assoldar^  la  gente  sfaccendata,  col  pretesto  di 
guarentirsi  da'  lazzaroni,  in  un  caso  possibile 
di  tafferuglio.  Fatti  audaci,  in  vista  della  trop- 
pa bonarietà  della  polizia,  si  assembrarono  in 
casa  di  Poerio ,  ed  ivi  formolarono  una  peti- 
zione al  sovrano,  chiedendo  franchigie  costi- 
tuzionali ,  e  la  fecero  sottoscrivere  da  circa; 
mille  persone,  quali  settarii,  quali  vanitosi  ed 
ignoranti.  I  prin.i  ad  apporre  la  firma  a  quella" 
petizione  furono  il  principe  Pignatelli  Stron- 
goli,  repubblicano  del  1799,  ed  il  principino- 
Gaetano  Filangieri,  figlio  del  tenentegenerale. 

Per  far  credere  che  la  Costituzione  fosse 
stata  un  desiderio  popolare,  si  organizzarono* 
le  solite  dimostrazioni  di  piazza,  che  sono  le 
armi  potenti  della  sètta,  e  che  servono  ezian- 
dio ad  atterrire  i  sovrani.  In  que'  giorni  i 
buoni  cittadini  camminavano  sospettosi  per  la 
via  Toledo  ;m  conctosiacchè  ,  ad  ogni  istante, 
per  un  fatto  di  poco  momento,  si  sentiva  un 
fuggi  fuggi  ,  e  quindi  serra vansi  repente  e 
con  fracasso  i  magazzini ,  lasciandosi  oggetti 
o  fuori  o  incagliati  in  mezzo  le  porte,  lo  che 
era  una  opportuni ssima  occasione  pe'  ladri,., 
per  esercitare  il  loro  mestiere.  I  passanti  in 
quella  via  si  davano  a  correre  pe' vicoli  ar- 
recando lo  spavento  in  gran  parte  della  città; 
il  risultato  si  era  che  in  quella  confusione  si 
rubava,  si  davano  busse,  si  spezzavano  costole- 
e  gambe,  si  rompevano  vetri,  e  la  gente  pa- 
cifica ritornava  a  casa ,  per  lo  meno  ,  senza 
scarpe  o  cappello,  co'panni  stracciati  o  in  di- 
sordine, arrecandolo  spavento  nelle  proprie 
famiglie. 

Il  27  gennaio  ,  i  faziosi    combinarono  un&- 

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-  267  — 

magna  dimostrazione  :  capi  della  stessa  figu- 
ravano un  de  Dominicis    ed  un  Saverio  Bar- 
barisi.  I  dimostranti  si  riunirono  nel  largo  del 
Mercatello  ,  e  scesero    per  Toledo  gridando: 
Viva  il  re  ,    viva   la   Costituzione.  Giunti  al 
largo    della  Carità  ,  incontrarono  il  generale 
Giovanni  Statella  ,  comandante    della  Piazza, 
alla   testa  di  pochi    cavalieri  ;    alla  vista  dei 
quali  si  dispersero    pe' vicoli.  Vedendo    però 
che  lo  Statella   rimanea  inoffensivo  ,  presero 
animo  ,  ritornarono  a  Toledo  ,    circondarono 
quel  generale  ,  protestando    devozione  al  re, 
e  voleano  incaricarlo  di  presentare  al  sovrano 
un  indirizzo  da  loro,  redatto ,  che  non  fu  •  ac- 
cettato. Statella  retrocedette  fino  al  piano  di 
S.  Ferdinando,  ed  avendo'  ordinato  che  lo  se- 
guisse altra  soldatesca,  impedì  a'  dimostranti 
di  progredire    più    oltre.  In  quel   medesimo 
.tempo,  il  Castel  S.  Elmo  alzò  bandiera  rossa, 
e  tirava  ad  intervalli    qualche    cólpo   di  can- 
none inoffensivo.  Malgrado  che  i  dimostranti 
sapessero  essere  con  loro  il  general  Roberti, 
comandante  quel  castello ,  pur  tuttavia  il  lu- 
gubre  rombo    del  cannone    li  disanimò    e  li 
fece  disperdere. 

I  generali  Statella  e  Lecca,  essendosi  pre- 
sentati al  re,  esposero  le  intenzioni  de'  dimo- 
stranti, e  costui,  pregato  dalla  regina  madre 
e  dal  vecchio  zio, -principe  di  Salerno  ,  per 
evitare  altri  mali,  la  mattina  del  28,  fece  un 
nuovo  ministèro; -bene  accetto  a*  rivoluziona- 
rii,  cioè  il  duca  Serracapriola  presidente  dei 
.ministri,  barone  Bonanni  ministro  di  grazia 
e  giustizia  ed  incaricato*  degli  affari  ecclesia- 
stici ,  principe  Dentice   delle  finanze",  Carlo 

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—  268  — 

Cianciulli.  degli  aifari  esteri,  principe  di  To- 
relJa  de'  lavori  pubblici,  e  il  siciliano  Gaeta- 
no Scovazzo  di  agricoltura  e  commercio  ,  ed 
incaricato  della-  pubblica  istruzione.  Si  (Osse 
allora,  che  questi  personaggi  avessero  acc«t> 
tato  di  esser  ministri  col  patto  che  fossero 
conservati  in  que'posti,  dando  il  re  la  Costi- 
tuzione, che  essi  aveano  consigliata. 

Ferdinando  II,  avendo  riuniti  i  nuovi  mini- 
stri, volle  sentire  il  parere  de'  medesimi  cir- 
ca la  Costituzione  che  si-  volea  da'  faziosi  ;  e 
tutti  gli  dissèr  chiaro,  che  altra  salvezza  non 
potea  trovare  la  dinastia  ,  se  non  in  quella 
forma  di  governo.  Invitati  i  generali,  presenti 
in  città,  a  dir  francamente  il  loro  parere,  chi 
parlò  dubbio,  chi  assentì;  Saluzzo  e  Filangieri 
soltanto  dissero  chiaro ,  che  sarebbe  stato  un 
grande  errore  accordare  in  que'  momenti  la 
chiesta  Costituzione;  la  quale  sarebbe  stata  cau- 
sa di  maggiori  sommosse  e  forse  di  conseguen- 
ze incalcolabili.  I  ministri  di  Russia,  Prussia 
ed  Austria,*accreditati  presso  questa  Corte,  e- 
sortarono  il  re  a  tener  duro  contro  le  pretese- 
dei  rivoluzionarii  e  tra  le  altre  ragioni  assegna- 
rono quella,  che  la  Costituzione  sarebbe  stata 
contraria  al  trattato  del  4815. 

Re  Ferdinando ,  in  tanti  opposti  consigli  , 
credendo  di  far  bene  al  suo  popolo,  si  decise 
pel  peggiore.  La  mattina  del  29  gennaio,  fece 
pubblicare  un  decreto ,  col  quale  promettea 
al  Regno  delle  Due  Sicilie  una  Costituzione 
politica.  Per  mostrare  la  spontaneità  di  una 
sì  importante  concessione,  e  che  stesse  bene 
col  suo  popolo  ,  montò  -a  cavallo  ,  accompa- 
gnato  da  pochi  uffiziali ,  -percorse  Toledo  e 

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—  269  - 

Foria,  ove  fu  acclamatissimo  da'  rivoluziona- 
rti. Nonpertanto  un  Domenico  Mauro  tentò 
ucciderlo:  ma  avendo  brandito  il  pugnale, ne  fu 
trattenuto  da'  suoi  amici.  Quell'atto  parricida 
passò  inosservato  da  molti  ,  perchè  coperto 
dal  fragore  de'  plausi  e  dal  movimento  della 
popolazione.  Quando  il  sovrano  scese  ne'  bassi 
quartieri  di  Napoli,  venne  circondato  ed  ac- 
clamato dal  vero  popolo  ;  il  quale  non  trala- 
sciava di  protestare  dì  non  voler  quella  Co- 
stituzione ,  chiesta  dalle  giamberghe  (  rivolu- 
zionarli in  frac)  trovandosi  tutti  contenti  sotto 
il  suo  paterno  regime.  Infine  i  popolani  più 
arditi  protestavano  e  minacciavano  di  dare 
addosso  a'  faziosi  ;  il  re  ,  dopo  di  aver  ten- 
tato di  calmar  lo  sdegno  di  quell'onda  popo- 
lare, vedendola  sempre  più  agitata,  sprono  il 
^cavallo  e  si  ritrasse,  non  tralasciando  di  ema- 
nare gli  ordini  opportuni  per  iscongiurare  la 
guerra  civile. 

L' incarico  di  stendere  l'atto  della  Costitu- 
zione si  die  a  Francesco  Paolo  Bozzelli,  fatto 
già  ministro  dell'  interno,  in  surrogazione  di 
Cianciulli,  che  si  era  dimesso.  Bozzelli,  nato 
in  Manfredonia,  era  stato  per  ben  due  volte 
carcerato  ed  emigrato  per  causa  politica;  egli 
era  in  que'  tempi  presidente  del  Comitato  ri- 
voluzionario ;  diceanlo  fabbro  delle  dimostra* 
zioni  di  Toledo  ,  proclamandolo  sommo  Boz- 
zelli  ,  perchè  autore  di  varie  opere  di  dritto 
costituzionale.  Si  aspettava  da  lui  una  Co- 
stituzione eminentemente  napoletana  ;  egli 
invece  ne  copiò  una  francese  sopra  le  se- 
guenti basi:  Religione  dello  Stato,  la  Cattoli- 
ca ,  re  inviolabile  ,    le  armi  dipendenti  dallo 

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—  270  — 

stesso  ,  ministri  responsabili ,  stampa  libera, 
(lue  Camere  legislative,  una  di  deputati,  l'al- 
tra di  pari,  scelta  di  quest'ultimi  dal  sovrana 
ed  indeterminati  di  numero;  base  principale 
degli  elettori  il  deriso  ;  il  re  potea  rigettare 
le  leggi  fatte  dalle  due  Camere.  All'  art.  87, 
si  promettea  quella  Costituzione  alla.  Sicilia 
con  qualche  modifica,  e  fu  spedita  a  Palermo 
il  12  febbraio,  cioè  due  giorni  appresso  che 
da'  ministri  fu  presentata  alla  sanzione  so- 
vrana. 

Quella  Costituzione  fu  applaudita  ,  appena 
pubblicata;  si  cantò  il  Te  Deum  in  varie  chie- 
se, si  fecero  passeggiate  a  piedi.,  ed  in  car- 
rozza, e  tutf  i  passeggiane  erano  parati  .di 
nastri  tricolori.  Si  gridò  evviva  a  sazietà,  si 
cantarono  inni-,  uno  tra' quali  musicato  dal 
Pistilli,  e  si  videro  in  quel  baccano  non  po- 
che creature  di  del  Carretto,  fatte  liberali  di 
occasione,  plaudire  e  gridare:  viva  la  Costi- 
tuzione !  Solite  maschere  1 

La  gente,  che  oggi  si  dice  pensante,  e. che 
in  fatto  ha  meno  buonsenso  del  popolino, 
credeva  la  Costituzione  la  vera  panacea,  cioè 
l'unico  rimedio  a  tutti  i  mali  inerenti  alla 
società.  I  ricchi  ritennero  di  avere  più  ri- 
spettate le  loro  proprietà  »  e  sperarono  che 
fosse  totalmente  abolita  la  tassa  fondiaria;  i 
negozianti  immaginarono  libero  commercio, 
abolizioni  di  dogane,  agevolazioni  governative 
e  grossi  guadagni;  gli  scrittori  pubblicisti  e 
gli  scribacchini  gioirono  che  fosse  giunta 
il  tempo  da  loro  desiderato  per  pubblicare 
tutte  le  strane  teorie,  le  stravaganze  e  l'em- 
pietà che  lor  frullavano  in  capo;  la  magistra- 

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—  271  — 

tura,  i  funzionari  e  gl'impiegati  si  attendeano 
fiduciosi  rapide  promozioni  e  meno  fatiche, 
i  nullatenenti  sperarono  pescar  nel  torbido  e 
far  rapide  fortune;  le  stesse  donne,  e  mag- 
giormente le  vecchie,  visto  quel  rivolgimento 
e  tanti  scavezzacollo  emancipati  ,  sognarono 
strepitose  avventure  :  tutti  infine  credettero 
cessati  i  mali  che  affliggono  le  nazioni,  senza 
sapere  quelli  che  recano  le  costituzioni  am- 
modernate. 

In  quelle  orgie  non  mancarono  i  festeggia- 
tori stranieri  che  faceano  numero  in  mezzo 
a'  nostri  rivoluzionarii  indigeni,  e  tra'  più  no- 
tabili distingueansi  lord  Mintho  ,  ed  Ibraim, 
figlio  del  pascià  di  Egitto;  il  quale  ,  mentre 
in  Napoli  applaudiva  la  Costituzione  ed  i  drit- 
ti dell'uomo,  manteneva  il  palo  nel  suo  paese. 

Ad  onta  che  un  Michele  Viscusi  ed  un  An- 
gelo Santillo  si  fossero  fatti  concionatori  in 
piazza,  per  ispiegare  al  popolo  la  Costituzio- 
ne e  le  beatitudini  che  da  questa  gli  perveni- 
vano, i  lazzari  ed  i  popolani  neppure  volea- 
no  sentirne  il  nome,  e  più  volte  picchiarono 
di  santa  ragione  i  concionatori,  i  portatori  di 
nastri  e  di  bandiere  tricolori.  Era  il  Viscusi 
un  impiegatuccio  dell'  Orfanotrofio  militare, 
«  spesso  recavasi  presso. le  famiglie  aristo- 
cratiche per  farle  ridere.  Ebbe  seguito  sol- 
tanto di  pochi  credenzoni;  a'  quali,  tra  le  al- 
tre beatitudini  della  Costituzione,  assicurava 
che  avrebbero  comprato  i  viveri  a  prezzi  bas- 
sissimi, e  che  i  popolani,  con  fatigar  poco, 
avrebbero  un  pranzo  simile  a  quello  de*  ric- 
chi; e  quindi  la  vitella,  i  pollastri,  i  più  squi- 

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—  272  — 

siti  vini,  la  pasticceria  più  prelibata  diver- 
rebbero cibi  ordinarli  del  popolo. 

Or  sono  pochi  anni,  fui  spettatore  divina 
curiosa  scena  tra  due  popolani  e  Michèle  Vi* 
scusi.  Costui  passando  per  la  via  di  S.  Gia- 
como venne  fermato  ed  uno  di  quelli  gli 
disse  :  Oratore  del  popolo  e  de*  miei....  or 
die  abbiamo  la  Costituzione,  te  li  divori  tu 
i  pollastri,  la  vitella  e  tutto  il  seguito  ?  ed  a 
noi,  dopo  tanta  fatica,  neppure  ci  resta  quel 
tozzo  di  pane  ,  che  avevamo  prima  che  ci 
fosse  stata  regalata  quella  tua  Costituzione. ..* 
Bada!... e  quindi  una  sfuriata  di  male  parole. 
Il  povero  oratore  del  popolo  ,  come  esso  si 
faceva  chiamare  al  1848 ,  stringendosi  nelle 
spalle,  si  fece  piccino  piccino,  e  come  il  no- 
taio, che  avea  arrestato  Renzo  Tramaglino,  ih 
mezzo  agli  ammutinati  di  Milano, a  causa  della 
carestia,  se  ne  fuggi  per  uno  di  que'  vicoli,  e 
suppongo  di  essersi  reputato  fortunatissimo, 
di  aversela  svignata  con  le  sole  minacce. 

La  gente  delle  campagne  guatò  diffidente 
quelle  novità  politiche  e  que'  baccanali  nar 
poletani,  presaga  forse  di  mali  futuri  Le  po- 
polazioni delle  province  non  credettero  alla 
notizia  della  proclamata  Costituzione,  e  quan- 
do ne  lessero  il  decreto,  la  giudicarono  su- 
perflua ed  apportatrice  di  turbolenze  e  sangue. 

Quella  Costituzione  ,  tanto  festeggiata  ed 
encomiata,  dopo  pochi  giorni  non  piacque 
più  a*  settarii,  dichiarandola  non  confacente 
all'  altezza  de'  tempi,  per  la  ragione  che  non 
accordava  la  libertà  religiosa,  che  si  potevano 
arrestare  i  rei  in  flagranti ,  perchè  non  am- 
metteva la  istituzione  inglese  dei  giuri,  e  per- 

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_  273  — 

che  al  re  rimaneva  il  veto  ed  il  comando 
delle  truppe  e  della  flotta.  Tutto  ciò  era  se- 
condo il  programma  de'  settarii ,.  ~i  quali  non 
sono  mai  contenti  delle  concezioni  de*  sovra- 
ni, essendo  loro  scopo  di  detronizzarli;,  laonde 
cominciarono  fin  da  allora  a  calunniare  Fer- 
dinando II,  attribuendogli  intenzioni  che  non 
avea.  Dicendo  alto,  che  la  Costituzione  fosse 
un  tranello  ,  mentre  era  stata  domandata  da 
loro  e  f or  molata  dal  loro  caporione,  cioè  dal 
sommo  Bozzelli,  già  presidente  del  comitato 
rivoluzionario. 

Il  21  febbraio,  con  due  decreti,  si  stabili- 
rono le  formole  del  giuramento  ,  e  il  24,  il 
re  si  recò  nella  chiesa  di  san  Francesco  di 
Paola  a  prestarlo  per  la  Costituzione;  lo  stesso 
praticarono  le  milizie  ,  riunite  in  queir  atti- 
guo piano.. È  da  notarsi,  che  Ferdinando  II 
fu  il  primo  a  proclamare  la  Costituzione  in 
Italia;  il  re  del  Piemonte,  Carlo  Alberto,  ad 
esempio  del  sovrano  di  Napoli  ,  la  proclamò 
11  giorni  dopo  ,  cioò  1'  8  febbraio  ,  il  10  il 
granduca  di  Toscana,  il  duca  di  Modena  l'il  , 
il  29  il  duea  di  Parma,  il  14  marzo  il  Papa. 
I  patrioti  del  Lombardo-Veneto  erano  in  gran 
trambusto,  e  mentre  faceano  dimostrazioni  re- 
pubblicane ,  chiedeano  franchigie  costituzio- 
nali al-  tedesco;  e  questi  in  cambio  di  accor- 
darle, proclamò  la  legge  Stataria  contro  i  me- 
desimi. 

Appena  si  proclamò  in  Napoli  la  Costitu- 
zione ,  1'  antica  macchina  governativa  venne 
totalmente  distrutta  ed  il  governo  fu  sopraf- 
fatto da'  così  detti  martiri  della  rivoluzione. 
Costoro,  ordinatori  ed  esecutori,   chiedenti  e 

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—  274  — 

plaudenti,  pagatori  e  pagati,  erano  magistrati» 
ministri  e  re,  perché  dicentesi  popolo  sovra* 
no. Degli  antichi  funzionarii,magiètrati  ed  im- 
piegati pochi  furono  mandati  al  riposo  eon 
parca  pensione,  la"  maggior  parte  cacciati  via 
e  perseguitati,  perchè  realisti;  que' posti  fu- 
rono occupati  da  coloro  che  vollero  la  Costi- 
tuzione. Bozzelli  ed  i  suoi  caldi  adepti,  cioè 
Poerio,  Settembrini,  d'  Ayala,  Imbriani,  Pel* 
licano  ed  altri  divennero  prefetti,  direttori  e 
ministri  ;  e  tutti  ,  già  s'  intende  con  pingui 
onorarli  —  Perchè  dunque  si  fa  la  rivoluzio- 
ne?— Cosi  confermarono  sempre  più  che  vol- 
lero la  libertà  del  popolo  per  essere  essi  ben 
pasciuti,  e  comandare  invece  del  sovrano.  Sa- 
rebbe troppo  lungo  voler  qui  enumerare  tutte 
le  vergogne  de'  liberali  del  1848:  basti  dire, 
che,  in  poco  tempo,  ridussero  all'osso  la  ricca 
finanza  ed  immersero  il  Regno  nell'anarchia. 

Sin  dal  cominciamento  della  libertà  setta- 
ria ,  non  mancarono  gì'  insulti  al  re.  Il  far- 
macista Mammone  —  non  so  se  parente  di 
quello  del  99 — creatura  di  del  Carretto,  dopo 
di  aver  raccolto  danari  tra  la  studentesca, 
fece  costruire  un  carro,  allusivo  a'  giustiziati 
del  1799,  ed  il  25  febbraio  lo  fece  strascinare 
per  via  Toledo  e  fin  sotto  la  Reggia  da  sei 
buoi  bianchi.  Così  compensavasi  Ferdinando  II 
di  aver  fatto  ritornare  nel  Regno  gli  emigrati 
politici  e  di  aver  data  la  Costituzione  ,  cioè 
vituperando  1'  avolo  suo.  Quel  carro  fu  co- 
struito anche  con  lo  scopo  di  condurlo  per 
Napoli  per  sollevare  il  popolo  contro  il  so- 
vrano, ma  il  popolo  indegnato  lo  fischiò. 

La  libera  stampa  ,    che  dovrebbe  essere  la 

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—  275  — 

-colonna  di  fuoco  per  illuminare  e  condurre 
il  popolo  nella  terra  promessa  ,  ~  sotto  i  go- 
verni settarii  ad  altro  non  serve  che  a  ca- 
lunniare e  combattere  la  religione' de' padri 
Bostri,  strombazzar  fabie,  corrompere  i  cuori 
e  traviar  gì'  intelletti.  Appéna  proclamata  la 
Costituzione,  comparvero  tanti  luridi  giorna- 
lacci» oppositori  per  sistema,  calunniatori  per 
programma ,  atei  per  principi];  seminavano 
fiele  per  raccogliere  odio  contro  la  gente  o- 
nesta,  contro  il  re  e  contro  lo  stesso  Dio.  Fra 
que'  periodici  primeggiava  il  Mondo  vecchio  e 
Mando  nuovo,  compilato  da  quel  capo  ameno 
di  Ferninando  Petruccelli  della  Gattina.  In 
seguito  comparve  un  altro  giornalaccio  col  ti- 
tolo l 'Inferno ,  scritto  dal  fiorentino  Gaetano 
Valeriana  Questi  due  giornali ,  più  di  tutti 
gli  altri»  calunniavano  e  minacciavano  la  real 
famiglia ,  il  re  ed  il  Papa  ;  né  valsero  le 
preghiere  e  le  minacce  del  libéralissimo  mi- 
nistro per  farli  tacere.  La  libertà  napoletana 
del  1848  confermò  la  sentenza  di  Guizot ,  il 
quale  avea  detto  nel  Parlamento  francese:  L'I- 
talia abbisognar  di  trentanni  di  tirocinio  per 
sopportar  governi  rappresentativi. 

I  giornalisti,  gli  studenti,  gli  sfaccendati  si 
riunivano  ne'  caffè  e  ne'  clubs,  ed  ivi  decide- 
vano le  sorti  del  Regno  :  il  ministero  obbe- 
diva !  Un  giorno  nel  Club  della  Vittoria  fuvvi 
numerosa  riunione  di  patrioti ,  i  quali,  dopo 
le  patriottiche  libazioni,  pensarono  alla  scelta 
di  un  ministero.  Ognuno  di  que'  tribuni  della 
plebe  volle  nominare  il  suo  candidato  ;  l' ac- 
cordo era  difficile,  perchè  si  gridava  e  si  mi- 
nacciava, e  tra  «tanti  matti  era  necessario  un 

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—  276  — 

matto  spiritoso  per  metterli  di  accordo;  que- 
sti saltò  in  mezzo,  era  una  donna,  forse  eman- 
cipata, e  disse  :  Sarà  ministro  chi  entrerà  il 
primo  in  questa  camera  —  bravo  !  gridò  tutta 
quella  congrega  di  matti  pericolosi.  In  quel 
momento  si  aprì  la  porta  ed  entrò  Ferretti , 
e  Ferretti  fu  ministro  !  Però  bisogna  far  giu- 
stizia a'  facitori  di  ministri  del  1848,  almeno 
costoro  facevano  dipendere  dal  caso  una  ele- 
zione tanto  importante,  mentre  un  Napoleoni- 
de, Girolamo  Bonaparte,  re  di  Westfalia,  come 
afferma  lo  storico  francese  Capefigue,  creava 
ministro  chi  de'  suoi  compagni  di  piacere 
l'avesse  superato  nello  stravizzo  e  nella  sco- 
stumatezza. 

Nelle  province  le  cose  andavano  più  male;: 
i  giudici  circondariali ,  i  sottoinlendenti  ed 
intendenti  vennero  cacciati  via  e  surrogati 
da'  rivoluzionarii  ignoranti,  ingordi  e  prepo- 
tenti. Le  carceri  f  rono  aperte  e  messi  in 
libertà  anche  i  detenuti  per  delitti  comuni  ;. 
que*  galeotti  rubavano  e  faceano  soprusi,  ar- 
recando lo  spavento  n -J  piccoli  paesi.  I  nuovi 
funzionari]  e  magistrati  li  proteggevano  ,  ed 
in  cambio  carceravano  la  gente  onesta  o  per- 
chè realista  ,  o  perchè  ricca  ,  o  perchè  non 
plaudente  a  tutte  le  nefandezze  rivoluzionarie» 

Mentre  1'  anarchia  signoreggiava  da  patrona 
incontrastata  in  tutto  il  Regno  ,  la  ingigantì 
di  più  il  ministro  Bozzelli  col  suo  manifesto 
circa  la  legge  elettorale  provvisoria  ,  e  col 
decreto  della  convocazione  delle  Camere  pel 
1°  marzo.  Quella  legge  designava  elettore  chi 
avesse  avuto  24  due.  di  rendita  annui,  eleggi- 
bile  chi  ne  avesse  240,   ed  avendo    ritenuto 

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—  277  — 

esser  6  milioni  e  1|2  la  popolazione  del  Regno 
al  di  qua  del  Faro,  fissava  a  464  il  numero  dei 
deputati  ,  cioè  -ttno  per  ogni  quarantamila  in 
circa.  Ciò  non  piacque  a'  nullatenenti  ,  che 
aspiravano  a  divenir  legislatori,  ricchi  ed  ari- 
stocratici ;  quindi  grida  ,  minacce  ,  dimostra- 
zioni e  turbolenze  contro  il  ministero  e  con- 
tro il  re.  Si  diceva  essere  il  censo  incompa- 
tibile con  la  libertà,  il  cittadino  povero  avere 
dritto  di  essere  elettore  ed  eletto;  tutto  quel 
diavoleto  fu  poi  causa  della  caduta  del  mini- 
stero e  dell'  altro  surto  il  3  aprile  ,  più  ne- 
fasto del  primo. 

In  tanti  subugli  non  si  trascurò  di  pensare 
al  Palladio  della  libertà,  cioè  all'*  istituzione 
della  Guardia  nazionale.  Si  decretò  che  le 
guardie  urbane  cambiassero  il  nome  in  quello 
di  nazionali  ;  il  repubblicano  principe  di  Pi- 
gnatelli  Strongoli  ne  prese  il  comando.  Lo 
Statuto  concedeva  a'  militi  della  Guardia  na- 
zionale il  dritto  di  eleggersi  gli  uffiziali  ed  i 
comandanti;  perlqcchè  tutti  voleano  esser  ca- 
pitani e  colonnelli  ,.  e  nessuno  obbedire  in 
quel  mare  magnum  di  libertà:  quindi  ire,  ca- 
lunnie e  vituperii  1*  un  contro  Y  altro  per  di- 
screditarsi, ed  in  Caserta,  in  Nola  ed  in  al- 
tri paesi  corsero  schioppettate.  Si  suscitavano 
quistioni  infinite  sul  colore  dell*  uniforme, 
su'  nastri,  cimieri  ed  altri  simili  gingilli,  co- 
me cose  importantissime,  nelle  quali  riposava 
la  morte  e  la  salute  della  patria.  Ma,  ad  un 
quos  ego  del  sommo  Bozzelli ,  si  credettero 
acquietati  i  venti  e  le  tempeste  ,  dappoiché 
et  fé  silenzio  ed  arbitro  —  si  assise  in  mezzo 
a  lor  :    con   1'  autorità  di  ministro  ,  e  più  di 

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-  278  — 

tutto  con  quella  di  ex-presidente  del  comi- 
tato rivoluzionario,  sciolse  la  gran  lite,  desi- 
gnando, con  varii  decreti,  il  modello  del  ve- 
stito della  Guardia  nazionale ,  la  forma  dei 
cimieri  ed  i  colori  dei  nastri  :  cosi  là  patria 
fu  salva  1  I  napoletani ,  vaghi  di  vestire  una 
uniforme,  finalmente  l'ottennero  per  pavoneg- 
giarsi iti  via  Toledo  (1).  Le  guardie  nazionali 
vollero  armi ,  e  ne  ebbero  più  del  bisogno  ; 
voleano  cannoni,  ma  il  re  vi  si  oppose. 

Si  formarono  dodici  legioni  di  Guardia  na- 
zionale, composte  di  borbonici  e  mazziniani, 
d' indigeni  e  stranieri ,  di  vecchi  rimbambiti 
e  di  giovani ,  di  rompicolli  e  moderati  ,  era 
una  miscellanea  eterogenea  :  tra  non-molto 
vedremo  quel  che  seppe  oprare  col  senno  e 
con  la  mano  quel  Palladio  della  libertà  e  del- 
l'ordine pubblico. 

La  sètta  al  potere,  sotto  1'  egida  di  un  so- 
vrano, era  debaccante,  distruggeva  tutto  quel- 
lo che  eravi  di  bello  e  di  buono  nelle  istitu- 
zioni di  questo  Regno  ;  restavate  a  compiere 
una  delle  opere  a*d  essa  mollo  prediletta,  vale 
a  dire  la  cacciata  de'  Gesuiti.  Costoro,  come 
se  avessero  avuto  centomila  giannizzeri  a'  loro 
ordini ,  intorbidavano  i  sogni  dorati  de'  rige- 
neratori della  patria.  Questi  messeri  non  han 
poi  torto  di  odiare  e  perseguitare  que'  padri» 
i  quali  educano  la  gioventù  alla  vera  dottrina 
ed  alla  pura  e  santa  morale  del  Cattolicismo, 

(1)  Taluni  di  que'  militi ,  quando  doveansi  que- 
stionare con  qualche  persona  per  affari  privati,  pri- 
ma indossavano  la  divisa  di  guardie  nazionali,  e  poi 
presentavaosi  a7  loro  contendenti ,  gonfi   e  pettoruti. 

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—  279  — 

mentre  la  si  vuole  ignorante ,  atea  e  scostu- 
mata: vi  par  poco  questo  gran  torto?  Quindi 
non  vi  maravigliate  se  per  un  patriota,  un 
Gesuita  è  un  Croquemitain. 

Cacciare  i  Gesuiti  da  Napoli  era  un  affare 
alquanto  difficile,  essendo  stati  sempre  amati 
da  tutte  le  classi  del  popolo;  perchè  que*  buoni 
Padri  a'  ricchi  davano  salutari  consigli,  a'  po- 
veri infiniti  soccorsi,  agl'ignoranti  istruzione. 
Intanto,  i  rivoluzionarii  di  questo  Regno,  non 
volevano  mostrarsi  inferiori ,  nel  male  ,  a 
quelli  di  Cagliari  ,  di  Genova  e  degli  altri 
Stati  d'Italia;  quindi  si  decisero  sfidare  l'opi- 
nione pubblica  per  attuare  il  loro  progetto, 
anche  contraria  a'  principii  da  essi  medesimi 
proclamati. 

Sin  da  due  anni  ,  si  preparavano  le  armi 
per  combattere  ed  opprimere  la  benemerita 
Compagnia  di  Gesù;  a  questo  scopo  il  Gio- 
berti avea  pubblicato  quel  famoso  libello , 
quella  mostruosità,  che  titolò  Gesuita  moder- 
no; ei  ne  scrisse  tante  delle  grosse  ,  che  -in 
cambio  di  vituperare  il  gesuitismo  moderno, 
ne  restò  egli  vituperato.  Altri  calunniavano 
quella  Compagnia  come  appropriatrice  della 
roba  altrui  ;  in  quanto  a  questa  accusa  ,  se 
fosse  stata  vera,  avrebbero  avuto  ragione,  es- 
sendo appunto  questa  di  assoluta  privativa  dei 
patrioti.  Altri  lanciavano  stupide  e  strane  ac- 
cuse ,  che  al  più  sarebbero  state  eziandio  di 
privativa  settaria;  infine  l'accusavano  qual  cor- 
ruttrice della  gioventù  e  nemica  della  libertà. 
Tutte  queste  calunnie  non  attecchirono  nelle 
popolazioni  italiane,  e  maggiormente  in  que- 
sta napoletana,  malgrado  che  i  settarii  si 

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—  280  — 

sero  sforzati  comprovarle  con  varii  racconti  a 
proposito  bene  immaginati,  ma  pessimamente 
applicati ,  perchè  inverosimili  e  spesso  con- 
traddittoria Del  resto,  il  vero  popolo,  che  ha 
T  istinto  del  buonsenso,  avea  ben  capito  che 
lo  si  voleva  ingannare,  avendo  ragioni  in  con* 
trario  a  tutto  quello  che  si  asseriva  contro  i 
Padri  Gesuiti,  e  quindi  più  li  difendeva  e  li 
amava. 

La  sètta,  visto  che  nulla  potea  ottenere  con 
quella  terribile  leva  di  menzogne,  diffamazioni 
e  calunnie,  che  essa  chiama  opinione  pubbli- 
ca, si  servì  di  un  suo  adepto  ,  già  al  potere 
per  crearne  un'altra;  cioè  scatenare  la  falan- 
ge de'  rivoluzionarli,  facendole  rappresentare 
la  parte  del  popolo.  Quell'adepto  era  Aurelio 
Saliceti;  e  prima  che  io  prosieguo  a  narrare 
1'  espulsione  de'  Gesuiti,  credo  necessario  far 
conoscere  a'  miei  lettori  gli  antecedenti  di 
questo  acerrimo  nemico  della  Compagnia  di 
Gesù. 

Aurelio  Saliceti,  nato  in  Abruzzo,  da  gente 
meschina ,  cominciò  la  sua  carriera  da  can- 
celliere di  giudicato  regio.  Fruttandogli  poco 
quell'impiego  si  recò  a  Napoli,  ed  in  questa 
città  altro  non  trovò  da  fare,  che  tradurre 
meschinamente  il  Libro  di  Giobbe  ,  che  de- 
dicò a  del  Carretto  ministro  di  polizia  e  suo 
protettore.  In  seguito  ebbe  qualche  relazione 
con  una  distinta  fanciulla  ;  per  mezzo  di  co- 
stei ottenne  la  nomina  di  giudice  regio,  e  poi 
in  compenso  la  tradì.  Fattosi  liberale  di  oc- 
casione, il  29  gennaio  1848,  fu  intendente  di 
Avellino^,  e  poi  ministro  di  grazia  e  giustizia. 
Salito  a  quest'alta  carica,  i  consettarii  lo  pro- 

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_  281  — 

-clamarono  campione  della  libertà;  ed  egli  ad 
^avvalorare  quell'adulazione,  si  argomentò  mo- 
strarsi rivoluzionario  esagerato.  Divenuto  l'a- 
nima del  movimento  repubblicano,  i  ministri 
«uoi  colleghi  si  avvidero   che  volea  rovesciar 
troppo  presto  la  monarchia  costituzionale,  che 
4tvea  giurato  di  sostenere.  Perlocchè  lo  stesso 
Bozzelli  si  oppose  con  fermezza  a  quella  fe- 
difraga condotta   del  suo  collega  ,    ed  in  se- 
guito —  il  13  marzo  —  1'  obbligò  a  cedere  il 
4SUO  posto  ad  un  Marcarelli,  già  presidente  del 
Club  rivoluzionario:  eran  questi  ordinariamen- 
te i  requisiti  ad  esser  ministro  in  quel  tem- 
po nefasto  ! 

Saliceti ,  nel  tempo  che  ebbe    il  potere  in 
-qualità  di  ministro  di  grazia  e  giustizia,  fu  il 
più  inverecondo  e  crudele  persecutore  de*  Ge- 
suiti  del    Napoletano      Volendo    rendere  un 
$ran  servizio  alla  sètta ,    e  preparare  il  ter- 
reno  alla  repubblica,    si   decise    di  dare  un 
oolpo  fatale  alla  monarchia  costituzionale,  ren- 
dendola odiosa  alla  gente  da  bene  ,  col    pro- 
porre in  Consiglio   di  Stato   la  immediata  e- 
spulsione    della    Compagnia    di    Gesù.    Tale 
proposta  ,    come  poi    egli  medesimo    scrisse 
eccitò    lo  scandalo  ne'  suoi  colleghi.,  i  quali 
dissero:  «  Essere  i  Gesuiti  adorazione  e  cul- 
«  to  del  paese,  in  guisa  che  il  torcer  loro  un 
«  capello ,    sarebbe  stato  muover  sicuro  una 
•«  rivoluzione    «  —  ex  ore  improborum   per- 
f ecisti  laudem  tuam!  Questa  gran  verità  non 
piacque  al  Saliceti ,   il  quale  ,    per    ottenere 
il  suo  intento  ,  ad  onta    del  governo  ,    volle 
creare   Y  opinione  pubblica  ,  e  come  già  ho 
•detto  di  sopra,  mise  in  moto  la  falange  rivo- 

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—  282  — 

luzionaria,  e  ne  seguirono,  scene  tristissime» 
La  sera  del  9  marzo  si  formarono  due  grandi 
riunioni,  la  maggior  parte  degli  studenti,  una 
nella  piazza  del  Mercatello,  V  altra  in  quella» 
del  Gesù,  ov'  era  il  collegio  e  la  Casa  de'  Gc* 
suiti,  cominciandosi  a  gridare  :  abbasso  i  Ge- 
miti !  e  taluni:  morte  a'  Gemiti  !  Que'  giovani- 
erano  ingannati  e  non  sapeano  quel  che  di- 
ceano:  se  ne  trovavano  de*  più.  accaniti,  che 
gridavano  in  quel  modo,  e  poi..?  il  credere* 
ste?  e  poi  vestirono  l'abito  di  S.  Ignazio  di 
Loyola!  I  medesimi,  nel  1860,  furono  perse- 
guitati da*  rivoluzionarii ,  patirono  disagi  ed 
esilio  insieme  a  que'  vecchi  Padri  contro  i 
quali  aveano  gridato  :  abbasso  e  morte  ,  ed 
oggi  son  divenuti  modello  di  virtù,  e  commen- 
dabili per  dottrina:  io  ne  conosco  qualche- 
duno. 

I  più  audaci  di  que'  schiamazzatori  si  costi- 
tuirono in  deputazione,  e  si  recarono  baldan- 
zosi presso  que'  tribolati  padri  della  Compar 
gnia, intimando  loro  di  uscire  subito  dalla  lor 
Casa  e  dal  Regno.  Quelle  vittime,  degli  stessi 
loro  beneficati  ,  risposero  con  rassegnazione 
e  coraggio,  cioè  che  partirebbero  immediata- 
mente, ma  dopo  che  avrebbero  ricevuta  l'or- 
dine officiale  dal  governo.  GÌ'  insensati  gri- 
datori avrebbero  commesse  sacrileghe  violen- 
ze contro  que' mansueti  religiosi  ,  ma  ,  alla 
vista  di  una  pattuglia  di  soldati,  si  disperse** 
ro,  promettendosi  tra  loro  di  riunirsi  e  ritoiv 
nare  il  mattino  seguente. 

Quella  stessa  notte  i  Padri  .Gesuiti  fecero 
stampare  una  protesta,  con  la  quale  dichiara- 
vano voler  essere  giudicati   da  chi  di  dritto, 

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—  283  — 

malgrado  che  non  avessero  commesso  alcun 
reato,  e  desideravano  render  conto  al  governo 
de'  loro  beni ,  per  non  dirsi  poi  quel  che  si 
era  detto  degli  altri  Gesuiti  espulsi  in  altre 
città  d' Italia.  Però,  visto  che'nessun  risultalo 
ottenne  la  loro  protesta,  si  decisero  di  lasciar 
Napoli  e  partire,  dichiarando  di  portarsi  con 
loro  il  solo  Breviario. 

La  mattina  del  10,  cominciarono  altri  cla- 
mori e  baccanali;  si  vedeano  cartelli  in  via 
Toledo  e  per  le  altre  strade  della  città  sui 
quali  leggevasi  a  lettere  cubitali:  «  Il  popolo 
«  napoletano  invita  tutti  coloro  che  han  figli 
«  nel  Collegio  de*  Gesuiti,  di  ritirarli  subito, 
«  per  sottrarre  gì'  innocenti  al  giusto  furore 
«  del  popolo.  » 

Quell'invito  recò  lo  spavento  per  tutta  Na- 
poli; i  genitori,  che  aveano  figli  nel  Collegio 
del  Gesù,  corsero  tremebondi  e  piangenti,  ed 
a  stènto  li  trassero  da  quel  luogo  invaso  da 
una  turba  di  forsennati.  Ivi  accaddero  scene 
desolanti:  si  vedevano  garzoncelli  soli  e  fug- 
gitivi per  le  vie,  senza  sapere  ove  andassero, 
e  madri  e  parenti  a  chiedere  ,  gridare  e  di- 
sperarsi; nulla  dico  di  que' collegiali  che  non 
aveano  parenti  in  Napoli  ! 

Quando  i  ministri  seppero  che  i  Gesuiti  si 
disponevano  a  lasciar  Napoli ,  gridarono  ad 
una  voce  :  Ma  chi  ha  dato  un  taV  ordine? 
Quanta  ingenuità  !  Eglino  soltanto  ,  i  custodi 
dell'ordine  pubblico,  ignoravano  quel  che  suc- 
cedeva di  clamoroso  e  d' infame  fin  da  due 
giorni  nella  stessa  capitale  del  Regno  !  Boz- 
zelli corse  dal  re,  ma  era  stato  preceduto  da 
Saliceti  ;  almeno  costui  avea  il  coraggio  del- 

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—  284  — 

l'infamia,  e  difatti  facea  al  sovrano  il  seguente 
capzioso  dilemma:  «  Di  due  cose  se  ne  dovrà 
«  scegliere  una,  o  un  ordine  per  cacciare  i 
«  Gesuiti  dal  Regno  ,'  o  assoggettarci  ad  una 
«  rivoluzione  lasciandoli  nella  loro  Gasa:  sce* 
«  gliete  !  »  Ferdinando  II,  afflitto  da  tanti  di- 
spiaceri cagionatigli  dalla  rivoluzione  trionfan- 
te, e  circondato  da  un  ministero  settario,  non 
volendo  esser  causa  di  altri  disturbi,  ebbe  la 
debolezza  di  lasciar  libera  la  scelta  a*  mini- 
stri, che  aveano  fatti  gl'ingenui  sulla  parten- 
za de*  Gesuiti, i  quali  ordinarono  a  costoro  l'o- 
stracismo. Dapprincipio  si  era  stabilito  di  far 
partire  dal  Regno  i  soli  Padri  forestieri  ,  ma 
il  Saliceti  fece  stabilir  per  massima,  di  non 
farsi  alcuna  distinzione  tra  i  figli  di  Loyola; 
e  prevalse  la  volontà  di  questo  demagogo. 

Se  quel  sovrano  non  si  fosse  mostrato  de- 
bole nella  trista  circostanza  della  cacciata  dei 
Gesuiti ,  ma  invece  avesse  messo  in  dovere 
quel  pugno  d'incontentabili  settarii,  non  sa- 
rebbero avvenute  tante  cruente  catastrofi,  che 
ancor  mi  restano  a  raccontare.  La  bontà  e 
la  clemenza  ne*  sovrani  è  il  più  bel  dono  che 
Iddio  conceda  a'  popoli  ;  ma  quelli ,  non  di 
raro,  ne  fanno  un  pessimo  uso:  per  contenta- 
re o  salvar  pochi  rei,  subissano  un  popolo  in- 
nocente in  un  mare  di  lagrime  e  di  sangue. 

Mentre  il  Consiglio  de'  ministri  decretava 
1'  ostracismo  di  tanti  ottimi  religiosi  e  bene- 
meriti cittadini,  i  patrioti  invadevano  la  Casa 
ed  il  collegio  del  Gesù  ,  impadronendosi  dei 
mobili  ,  della  biancheria  e  di  tutto  quel  che 
avea  qualche  valore.  Gli  utensili  di  cucina» 
le   provviste   pel  mantenimento  de'  Padri  e 

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—  285  — 

«de' convittori  furono  patriotticamente  saccheg- 
giati.  Però,  i  ministri  che  non  aveano  potuto 
salvare    que'  religiosi   dalle  violenze    di  una 
masnada. di  anarchici  saccheggiatori,  ebbero 
poi.il  potere  di  togliere  dagli    artigli    di  co- 
storo ,    T  argenteria  ed  il  danaro    che  trova- 
vasi  presso  il  tesoriere  della  Compagnia.  In- 
tanto, siccome  si  sperava  fare  un  pingue  bot- 
tino, si  disse,  che  i  Gesuiti  avessero  tutto  in- 
volato fin  da  un  mese;  e  quindi?  non  contenti 
ancora  di  averli  condannati  all'ostracismo,  in- 
vece avrebbero  voluto  gettarli  nelle  prigioni, 
e  poi,  al  solito,  forse  fucilarli.  Vedete  quanta 
pretensione  liberalesca  !  Dato  per  vero  quan- 
to si  disse,  non  vi  sembra  aver  che  fare  con 
ladri  che  vi  maltrattano  perchè  non  possono 
rubarvi  molto  ?    Sento  dir  da  taluni  :  la  roba 
de'monaci  e  de*  frati  appartiene  al  popolo. — Si 
al  popolo,anzi  a*  poveri  e  non  a*  saccheggiatori 
di  piazza  od  a' governativi ;però  gli  amministra- 
tori naturali  son  coloro  a  cui  fu  lasciata  da'  te- 
statori con   determinati  obblighi;  i  quali  non 
potranno  esser  mai  soddisfatti  né  dal  popolo 
né  da'  governi:  e  se  quelli  han  degli  obblighi, 
dovranno  avere  necessariamente  de'  dritti. 

Tutti  i  religiosi  Gesuiti,  in  numero  di  130, 
furono  chiusi  in  una  sala  senz'  aria  e  senza 
letti,  avendoseli  portati  alle  loro  case  i  filan- 
tropi patrioti  ;  e  neppur  si  die  da  mangiare 
a  que'  tribolati  Padri,  essendo  stata  ogni  prov- 
visione parte  divorata  e  parte  trafugata.  Le 
sedicenti  Guardie  nazionali  guardavano  a  vista 
quelle  vittime  illustri  per  virtù  e  per  dottrina» 
insultandole  con  boria  codarda* 
La  mattina  dell'll  marzo,  il  ministro  Boz- 

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_  286  - 

zelli  presiedeva  alla  partenza  di  tutti  i  Padri 
della  Qompagnia  di  Gesù  ,  residenti  in  Na- 
poli. Costoro  furono  messi  in  diciassette  vet- 
ture, apprestate  dalla  polizia,  per  trasportarli 
al  molo,  e  colà  imbarcarli  per  Malta.  Quelle 
vetture  erano  scortate  dalle  guardie  naziona- 
li, da  pochi  soldati  a  cavallo  e  da  tre  batta- 
glioni svizzeri:  si  disse,  per  non  farli  massa- 
crare dal  popolo, ma  la  vera  ragione  fu  quella, 
di  non  fargli  vedere  que'  suoi  benefattori  ed 
in  qual  modo  erano  trattati  da'  suoi  redentori. 
Quel  convoglio  scese  per  S.  Anna  de'  Lom- 
bardi: era  spettacolo  commovente'  e  quando  il 
popolo  vide  il  padre  Cappellone,'tanto  benefico 
e  popolare  in  Napoli,  proruppe  in  lagrime  e 
pietose  grida.  Triste  spettacolo  fu  pure  quel- 
lo ,  allo:  scorgere  altro  padre,  la  Colle,  spa- 
gnuolo  ottagenario  e  paralitico,  strappato  vio- 
lentemente dal  letto  e  condotto  in  carrozza  a- 
perta;  due  gesuiti  gli  stavano  a  lato  e  gli 
recitavano  le  preci  de'  moribondi.  La  popola- 
zione indegnata  a  tanta  crudeltà  settaria,  co- 
minciava a  mormorare  alto  e  faceva  de*  ten- 
tativi per  non  far  partire  quel  moribondo  ; 
ma,  come  ho  detto,  quelle  vetture  erano  cir- 
condate dalle  baionette  della  Guardia  nazio- 
nale e  da'  soldati  svizzeri;  i  quali  aveano  or- 
dine dal  ministero  di  opporsi  a  qualunque 
tentativo  a  favore  di  quelle  vittime. 

Alle  ore  quattro  di  quel  giorno  ,  que'  130 
Padri  furono  imbarcati  sopra  un  piccolo  bat- 
tello a  vapore ,  che  serviva  alla  deportazione 
de'  galeotti  e  navigarono  per  Malta,  ove  giunti 
furom?  buttati  sul  lido,  senza  alcun  provvedi- 
mento. Ivi  però  non  trovarono  settarii,  ma  uà 

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—  287  — 

popolo  cattolico,  sebbene  dominato  da'  prote- 
stanti, e  quindi  furono  bene  accolti  ed  ospi- 
tati. 

La  espulsione  de',Gesuiti  da  questo  Regna 
fece  meglio  conoscere  i  truci  disegni  della 
setta  in  trionfo,  e  non  pochi  liberali  di  buo- 
na fede  maledissero  la  libertà  settaria.  Da  al- 
lora tanti  personaggi  illustri ,  quali  si  dimi- 
sero dalle  alte  cariche,  che  occupavano  ed 
altri  emigrarono*  Il  tenentegenerale  Carlo  Fh 
langieri  domandò  di  essere  esonerato  dalla 
direzione  de'  corpi  facoltativi  ;  il  marchese 
generale  Ferdinando  Nunziante,  perchè  avea 
conquisa  la  rivoluzione  in  Calabria,  nell'anno 
precedente  ,  fu  costretto  ritirarsi  in  Caserta, 
e  colà  era  calunniato  ed  insidiato;  l'altro  ge- 
nerale Pietro  Yial ,  emigrò  dal  Regno  e  la 
sètta  lo  fece  insultare  in  Genova.  Lo  stesso 
Bozzelli,  in  vista  di  tanti  trambusti ,  preten- 
sioni ed  infamie,  fu  costretto  ad  esclamare  : 
il  solo  governo  onde  Napoli  abbisognasse  es- 
ser quello  di  del  Carretto. 

I  patrioti ,  avendo  fatto  provvista  di  caci , 
presemi  ti  ed  altro  nelle  dispense  de*  Gesuiti, 
si  argomentarono  continuare  quella  buona  vita 
a  spese  degli  altri  religiosi  di  Napoli;  perloc- 
chè  ,  il  12  marzo,  si  assembrarono  sotto  il 
convento  del  Carmine  al  Mercato,  e  gridarono: 
abbasso  i  frati  Carmelitani  !  Però  al  quartie- 
re del  Mercato  trovansi  i  veri  popolani,  che 
credono  in  Dio ,  nella  Madonna  ed  in  tutto 
quello  che  e*  insegna  la  Santa  Romana  Chie- 
sa, e  son  devotissimi  della  Vergine  del  Car- 
melo; quindi  diedero  addosso  a  que'  famelici 
gestori,  e  li  perseguitarono  a  colpi  di  pie- 

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—  288  — 

tre  fino  al  largo  S.  Ferdinando.  I  patrioti  ri- 
masero scandalezzati,  perchè  sotto  un  govèr- 
no liberale  si  tollerasse  tant'oscurantismq,  cioè 
che  in  cambio  di  saccheggiar  cucine  e  ca- 
nove di  frati,  ricevevano  pietrate.  Peggio  poi 
rimasero  scandalezzati ,  cioè  quando  i  popo- 
lani del  Mercato  fecero  una  dimostrazione  , 
portando  in  processione  la  Madonna  ,  e  gri- 
dando :  Viva  Maria  SS.a  del  Carmine  !  Al- 
lpra  sentenziarono  che  i  lazzari  voleano  sac- 
cheggiar le  loro  case  (  forse  temessero  del 
bottino  che  aveano  fatto  al  Gesù?)  e  quindi 
cominciarono  a  schiamazzare  contro  i  mini- 
stri, perchè  costoro  non  li  guarentivano  nella 
vita  e  negli  averi. 

Il  ministero,  che  con  le  finte  di  scansar  la 
guerra  civile,  sacrificò  la  Compagnia  di  Gesù» 
facendola  partire  per  1'  estero  in  quel  modo 
che  già  sappiamo,  fu  sollecito  a  mettere  la 
Guardia  nazionale  e  la  truppa  in  movimento, 
per  guarentire  i  patrioti  da'  supposti  lazzari 
saccheggiatori.  Il  Palladio  della  libertà  dei 
popolo  ,  le  guardie  nazionali  armate ,  avendo 
avuto  il  placet  del  ministero,  andarono  ad  in- 
sultare i  popolani  inermi;  per  la  qua!  cosa  ne 
avvenne  un  conflitto  con  quelli  dal  Mercato, 
e  con  la  peggio  di  quest'ultimi.  I  patrioti  ne 
rimasero  contentissimi ,  e  lodarono  il  mini- 
stero che  avea  fatto  uso  della  forza  contro 
quella  plebaglia  retrograda,  superstiziosa, 
sprezzatrice  della  libertà^  sol  degna  di  basto- 
nate e  schioppettate ,  guarentendo  essi ,  sac- 
cheggiatori e  trionfatori  de' Gesuiti.  Per  ur- 
tare sempre  più  la  indignazione  pubblica,  si 
ebbe  1*  impudenza  di  decorare  con  medaglie, 

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—  289  — 

quelle  guardie  nazionali  che  aveano  fatto  più 
massacro  di  popolani  inermi. 

Nonpertanto  il  ministero  comprese  che  quel- 
la politica  settaria  avrebbe  finito  di  stancare 
la  pazienza  della  cattolica  Napoli,  che  già  co- 
minciava  a  dar  segni  poco  confortanti  verso 
i  nuovi  padroni;  per  mettersi  in  salvo,  ordinò 
a'  suoi  cagnotti  di  lasciar  tranquilli  i  frati  di 
qualunque  ordine,  e  il  15  marzo,  pubblicò  un 
decreto,  col  quale  dichiarava  la  Madonna  del 
Carmine  protettrice  della  Gua   ìia  nazionale, 
promettendo  di  farle  una  festa  solennissima: 
ipocriti  e  buffoni  ! 
.  Quietassi  quel  turbine  contro  gli  Ordini  re- 
ligiosi, e  sul  nascere,  perchè  così  volle  il  set- 
tario ministero,  facendola  or  da  impotente,  or 
da  potente,  a  seconda  i  suoi  interessi;  ma  si 
previdero   tristissime  conseguenze    da  tutti  i 
buoni  cittadini*  Tutta  Napoli  era  conturbata, 
avendo  visto    che   i  rivoluzionarii   aveano    di 
mira  manomettere  la  religione  ;  da  allora  la 
vera   cittadinanza    cominciò    ad    esternare  il 
desiderio,  che  cessasse  quel  nuovo  ordine  di 
cose,  e  che  il  re  desse  riparo  in  qualunque 
siasi  modo  per  salvaguardare  i  veri  interessi 
del  popolo.  I  settarii  quando  si  briaca  no  pei 
facili  trionfi,  perdono  le  staffe;  onde  che  di- 
vengono di  una  impudenza  provvidenziale,  per 
infangarsi  di  bel  nuovo   in  quel  braco  donde 
disgraziatamente  sursero. Eglino,  appena  gher- 
miscono il  potere,  cominciano  a  commettere 
balordaggini  e  violenze  ,  e  le  loro  principali 
mire  son  dirette  contro  la  religione  cattolica; 
non  avendo  voluto  convincersi  che,  persegui- 
tatola ,  far  possono  de'  martiri  ,  ma  che  1$ 

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—  290  — 

credenza  di  un  popolo  è  quello  scoglio  ove, 
sono  andati  ad  infrangersi  tutt'  i  governi  u> 
religiosi.  Se  lor  citate  diciannove  secoli  di 
storia,  che  prova  splendidamente  questa  gran 
verità,  vi  rispondono,  che  adesso  i  tempi  son 
cambiati ,  e  quello  che  è  avvenuto  costante- 
mente pel  passato  non  si  rinnoverà  mai  più. 
È  stata  sempre  questa  la  risposta  che  nati 
data  gli  eresiarchi  ed  i  settari  di  tutti  i  tem- 
pi: basta,  attenderemo  gli  avvenimenti. 

I  faziosi ,  già  al  potere  in  tutto  il  Regno  t 
conoscendo  che  il  popolo  era  contro  di  loro» 
pensarono  farsi  dello  stesso  quanti  più  adepti 
avessero  potuto,  ed  a  qualunque  costo.  Si  ri- 
volsero a'  popolani  più  influenti ,  col  toccar 
loro  la  molla  degl'interessi  per  meglio  tirarli 
a  sé.  Andavano  dicendo,  che  le  tasse  sareb- 
bero state  tutte  abolite  ,  che  gli  artigiani  a- 
vrebbero  avuto  diminuito  il  lavoro  ed  aumen- 
tato il  salario  ,  che  i  proletarii  diverrebbero 
possidenti  con  la  divisione  delle  terre  comu- 
nali, e  sotto  voce,  diceano  anche,  con*  quelle 
de*  ricchi  ;  in  una  parola  si  predicava  il  co- 
munismo \  Non  ò  dunque  da  far  le  meravi- 
glie,se  molti  popolani  facessero  comunella  coi 
settarii,  servendo  alle  mire  di  costoro,  con  pro- 
muover chiassi  e  scompigliate  dimostrazioni. 

Di  già  le  idee  di  legge  agraria  e  di  comu- 
nismo carezzavano  la  ingordigia  de'  sciuponi 
de'  nullatenenti, e  tristissime  conseguenze  pre- 
paravano alla  civile  società.  L'  esempio  degli . 
operai  di  Parigi ,  il  vedere  uomini  da  nulla 
saliti  ad  alte  cariche  e  fatti  ricchi  in  poco 
tempo,  il  soffio  della  seduzione  di  divenir  ra- 
pidamente proprietarii   e  doviziosi,  sconvolse 


■      —  291  — 

là  mente  della  plebe  avida  ed  ignorante.  Piti 
da  allora  cominciarono  a  vedersi  i  primi  fu- 
nesti effetti,  copiati  sopra  quelli  d'oltralpi.  Di- 
fatti comparve   un  attruppamento   di  operai , 
portante  un  cartellone  innanzi,  in  cut  legge* 
vasi:  pane  e  lavoro ,e  sebbene  i  medesimi  pro- 
cedessero per  via  Toledo  con  attitudine  tran- 
quilla, la  gente  pacifica,  allora  non  abituata  a 
simili  scene, trepidò  e  corse  a  serrarsi  nelle  pro- 
prie abitazioni.  Indi  seguì  un*  altra  dimostra* 
2ione,  o  sciopero,  di  stampatori  e  torcolieri;  i 
quali  menarono  scalpore  per  la  pochezza  dei 
loro  salari!,  e  si  diressero  al  Campo  di  Marte, 
gridando  :  pane  e  lavoro. Colà  si  accamparono, 
come  il  popolo  romano  sull'Aventino,  speran- 
do che  i  governanti  li  pregassero  per  venire 
a  patti;  ma  in  cambio  si  spedì  uno  squadrone 
di  cavalleria  comandato  dal  generale  Gabriele 
P^pe.  Questi,  usando  modi  conciliativi,  facea 
di  tutto  per  mettere    in  ragione  quegli  ope- 
rai; in  risposta  si  ebbe  tirato  un  colpo  di  pi- 
stola, che  feri  la  sua  ordinanza.  A  quest'  at- 
tentato, talune  delle  guardie  nazionali,  ivi  ac- 
corse, che  aveano  una  grande  smania  di  tirar 
fucilate  sugl'inermi,  scaricarono  le  armi  sopra 
i  dimostranti  stampatori  e  torcolieri  ,  che  si 
dileguarono  immantinenti. 

Nelle  province  ,  le  idee  di  comunismo  co- 
minciavano a  produrre  degli  effetti  scorag- 
gianti. Cosenza  fu  più  volte  teatro  di  nume- 
rose riunioni  di  borghigiani  in  armi  ;  i  quali 
convenuti  sotto  il  palazzo  dell'Intendenza,  con 
grida  e  minacce,  chiedevano  la  divisione  del- 
le terre  comunali.  If  intendente  tentava  cal- 
mare  con  le  buone   quelle  concitate  preten- 

l$tizedby  G00gk 


—  292  — 

filoni;  si  tranquillarono  un  poco,  sob  quando 
a' capi  comunisti  si  permise  d'impossessarsi 
de'  beni  dell'  Arcivescovo  ,  de'  monasteri,  dei 
luoghi  pii,  ed  anche  de*  possedimenti  dema- 
niali in  proprietà  de'  particolari. 

In  varie  altre  province,  gli  operai  delle  fi- 
lande obbligarono  con  la  forza  i  padroni  al- 
l'aumento del  salario  ed  alla  diminuzione  del 
lavoro  ;  e  non  contenti  ancora ,  manomisero 
le  filande  stesse  ,  arsero  de'  carri  carichi  di 
cotone  e  minacciarono  di  guastar  le  macchi- 
ne. Venosa  si  sollevò  al  grido  :  morte  a9  ric- 
chi ,  viva  la  divisione  delle  terre  ;  né  quella 
sollevazione  fu  incruenta.  Le  medesime  scene 
si  rinnovarono  in  Santangelo  de'  Lombardi  ed 
in  altri  paesi.  In  Altamura  si  addivenne  coi 
fatti  alla  divisione  delle  terre  demaniali,  e  sì 
volea  passare  più  oltre.  Si  sa  che  si  comin- 
cia con  le  riforme  costituzionali  e  si  finisce 
col  comunismo  e  con  l' anarchia  ;  però  quei 
nullatenenti  andavano  troppo  di  fretta,  e  così, 
in  certo  modo  ,  guastavano  il  progresso  gra- 
duale della  rivoluzione. 

Mentre  il  comunismo  e  l'anarchia  faceano 
capolino  in  Napoli  e  nelle  province,  la  stam- 
pa settaria  soffiava  nel  fuoco  delle  più  sbri- 
gliate passioni.  Oltre  di  consigliar  repubblica 
e  divisione  delle  proprietà  de*  ricchi ,  avver- 
sava tutti  gli  atti  governativi  che  non  tende- 
vano a  quello  scopo;  strombazzava  menzogne, 
calunnie  e  vituperii  contro  la  gente  onesta , 
inveiva  contro  la  truppa,  contro  il  re  e  con- 
tro la  Religione;  e  tutto  questo,  dicea,  esser 
lotta  generosa  tra  la  tirannide  e  la  libertà. 
Queste  ed  altre  infamie  si  pubblicavano,  dan- 

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—  293  — 

do  più  animo  a  malfare  alla  gente  facinorosa, 
ed  accrescendo  i  trambusti  della  capitale  e 
delle  province;  così  toglievano  la  forza  mo- 
rale alla  truppa,  a'  magistrati,  esecutori  della 
legge,  ed  allo  stesso  sovrano  che  vituperavano 
più  di  tutti.  In  Bolita,  di  Basilicata,  i  settari], 
prima  di  uccidere  un  agnello  od  una  vacca  , 
sacrilegamente,  li  battezzavano  co'  nomi  del 
re  e  della  regina,  scimiottando  grottescamen- 
te le  cerimonie  del  battesimo.  Dopo  che  si 
divoravano  da  patrioti  quegli  animali, gettando 
Tossa  a'  cani,  diceano:  tè,  l'ossa  di  mastro  Fer- 
dinando, tè,  Vossa  di  monna  Teresa:  ed  i  fun- 
zionarli del  governo,  presenti  a  quel  convito 
applaudivano!  I  giornali  faziosi  di  Napoli,  rac- 
contando quelle  infami  buffonate,  encomiavano 
i  fratelli  di  Bolita;  ed  il  regio  fisco  nulla  tro- 
vava da  incriminare.  Somiglianti  fatti  si  ri- 
produssero in  altri  luoghi  delle  province,  pre- 
senti e  conniventi  i  sindaci,  i  giudici  circonda- 
riali.i  sottintendenti  ed  intendenti.  Io,  che  ho 
dovuto  leggere  i  più  interessanti  giornali  di 
que'  tempi,  mi  son  maravigliato  della  troppa 
pazienza  di  Ferdinando  IL  In  tal  modo  era 
costui  compensato  da'  settarii,  dopo  di  avere 
accordato  la  libera  stampa  e  la  Costituzione; 
intanto  costoro  sono  gli  onesti,  i  civilizzatori 
de*  popoli  ,  quello  il  sovrano  fedifrago  e  ti- 
ranno ! 

Quello  stato  di  cose  era  insopportabile;  gli 
onesti  e  pacifici  cittadini,  per  guarentirsi  le 
sostanze,  la  vita  e  l'onore,  presentarono  a'  mi- 
nistri una  energica  petizione,  con  migliaia  di 
firme  di  nomi  rispettabilissimi ,  reclamante 
forti   ed  immediati  provvedimenti   per  infre- 

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U-  294  — 

nare  tanti  disordini  e  delitti.  I  boriosi  setta- 
rii  ,  che  si  sentivano  i  piedi  di  argilla»  con- 
troposero un'altra  petizione,  con  firme  vere 
e  false  ,  per  dimostrare  le  beatitudini  in  cui 
nuotava  il  Regno  intiero,  soltanto  intorbidato 
da'  retrogradi,  cioè  da  coloro  che  non  volea- 
110  farsi  rubare  ,  calunniare  ed  uccidere.  Il 
ministero ,  temendo  per  sé  e  pel  progresso 
graduale  della  rivoluzione  t  emanò  un  decre- 
to, che  vietava  gli  attruppamenti;  misura  in- 
sufficiente ad  arginare  quella  valanga  di  de- 
litti e  di  mali,  che  minacciavano  subissare  la 
civile  società.  Nonpertanto  il  ministro  Sali- 
ceti, ebbe  tanta  impudenza  di  opporsi  a  quel- 
la, direi,  innocua  e  blanda  misura,  e  minac- 
ciando a  tutti  i  fulmini  della  sètta,  non  volle 
firmare  quel  decreto ,  ma  invece ,  come  ho 
detto,  Bozzelli  lo  fece  dimettere,  il  13  marzo, 
e  fu  surrogato  da  Marcarelli.  Poerio,  Uberti 
e  Savarese  voleano  anche  dimettersi,  e  si  ri- 
masero a*  loro  posti,  perchè  pregati  dal  prin- 
cipe di  Cariati  ministro  degli  affari  esteri  e 
quest'ultimo  dal  re,  essendo  moderatissimo. 
II  decreto,  che  vietava  gli  attruppamenti, 
venne  messo  in  esecuzione,  ma  per  maggior 
vergogna  della  potestà;  conciossiachè,  quando 
F  eletto  del  quartiere,  si  presentava  col  cor- 
done al  collo  ed  intimava  a'  faziosi  di  scio- 
gliersi, diveniva  oggetto  di  risate,  ed  in  cam- 
bio di  essere  obbedito,  era  fischiato,  e  qual- 
che volta  percosso.  I  disordini  d'ogni  genere 
progredivano  sempre  più  ,  la  potestà  andava 
in  basso  e  la  marea  rivoluzionaria  montava 
in  alto ,  recando  quelle  conseguenze  che  ap- 
presso dirò. 


CAPITOLO  Xtl. 

SOMMARIO 

Il  re  ordina  di  cedersi  il  forte  Castellammare  di 
Palermo.  Fatti  d'  armi  io  Messina.  Larghe  conces- 
sioni fatte  dal  re  al  comitato  rivoluzionario  siculo. 
Questo  le  respinge  ,  quello  protesta.  Apertura  so- 
lenne del  Parlamento  della  Sicilia.  Mariano  Stabile. 
Si  distruggono  le  statue  de' Borboni  in  tutta  risola. 
Carteggio  tra  Miotho  e  Palmerstoo.  Il  Parlamento  di 
Palermo  dichiara  la  decadenza  della  borbonica  di- 
nastia dal  trono  di  Sicilia.  Protesta  del  re.  Il  gover- 
no siciliano  manda  ambasciatori  all'  estere  potenze. 
Tregua  tra  Prooio  ed  i  ribelli  di  Messina. 

Nel  tem^o  istesso  che  tali  cose  avvenivano 
nel  napoletano,  i  siciliani  facevano  sforzi  ercu- 
lei per  compiere  la  cominciata  rivoluzione,  già 
bene  avviata.  Eglino,  con  maggior  fervore,  si 
erano  dedicati  ai  conseguimento  di  tre  risul- 
tati, cioè  espugnare  la  cittadella  di  Messina, 
riordinare  risola,  secondo  il  nuovo  ordine  di 
cose,  e  far  riconoscere  quel  governo  da'  po- 
tentati stranieri. 

Il  governo  rivoluzionario  della  Sicilia,  aven- 
do fatto  delle  pratiche  presso  i  ministri  costi- 
tuzionali di  Napoli,  facilmente  ottenne  che  il 
forte  di  Castellammare  di  Palermo  gli  fosse 
ceduto. 

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—  290  - 

Però  il  comandante  dello  stesso,  il  genera- 
le Gross  ,  non  volle  obbedire  alle  prime  i- 
stanze  del  ministero  di  Napoli,  dicendo,  che, 
giusta  le  ordinanze  di  Piazza,  per  cedersi  un 
forte  era  necessario  Y  ordine  scritto  di  pu- 
gno dello  stesso  sovrano;  e  quindi  ordinò  di 
ribattere  le  offese  ,  che  di  già  si  erano  co- 
minciate contro  il  castello  da  lui  comandato. 
Si  gridò  alla  barbarie  e  si  dichiarò  più  che 
vandalo  il  Gross  per  queir  onorata  difesa  ;  il 
quale  desistette  quando  gli  fu  comunicato  Tor- 
dine  direttamente  dal  re. 

Il  5  febbraio,  il  Gross,  alla  testa  del  presidio 
che  comandava,  usci  da  Castellammare  a  tam- 
buro battente,  conducendo  a  Napoli  i  suoi  di- 
pendenti con  armi  e  bagaglio  e  quella  ban- 
diera che  avea  saputo  difendere  con  tanta  fe- 
deltà e  coraggio.  Condusse  anche  con  sé  tutti 
i  prigionieri  che  erano  stati  fatti  da*  rivoltosi 
dal  12  gennaio  in  poi,  che  si  fece  consegnare 
prima  di  partire ,  rilasciando  quelli  di  parte 
rivoluzionaria ,  caduti  in  potere  de'  regi.  Il 
disertore  Longo  con  ispudorata  boria ,  prese 
possesso  del  forte,  e  dopo  pochi  mesi,  fu  fatto 
custodire  dal  medesimo  Gross,  governatore  di 
Gaeta,  in  questa  fortezza.  Il  solito  storico  Ge- 
melli ,  circa  la  dedizione  di  Castellammare  , 
ci  racconta  assedii  formidabili  e  battaglie  o- 
meriche,  sostenute  da'  rivoluzionarli;  i  quali, 
egli  dice,  ridussero  il  Gross  a  capitolare  :  è 
una  inqualificabile  impudenza  ,  un  rendersi 
ridicolo  ,  mentire  cosi  sfacciatamente  in  fac- 
cia a'  contemporanei  ! 

I  rivoluzionarii  aveano    di  già    comincia- 
te le  ostilità  contro   la  cittadella    di  Messi- 


S. 


—  297  - 

eia.  Trovatasi  comandante  di  quella  fortezza 
il  generale  Cardamone,  e  non  osando  far  da 
sé,  chiese  al  ministero  di  Napoli  qual  conte- 
gno dovea  tenere  co*  ribelli.  Gli  fu  risposto, 
che  si  difendesse,  ma  non  facesse  uso  né  di 
bombe  né  di  cannoni  —  sapientissima  rispo- 
sta !  —  dunque  dovea  difendersi  o  con  le  fu- 
cilate, ma  più  sicuro  con  le  pietre  ?  non  es- 
sendo supponibile  che  si  assale  una  fortezza, 
come  la  cittadella  di  Messina  con  fuochi  di 
moschetteria  ;  e  si  dovea  queir  ordine  allor- 
quando in  Messina  si  alzavano  varie  batterie 
di  cannoni  e  di  mortaj  contro  i  regi  t 

La  cittadella  di  Messina ,  opera  inglese ,  è 
forte  pel  sito  e  per  arte  di  difesa;  oggi  però, 
co'  nuovi  e  terribili  mezzi  di  guerra,  vale  po- 
co o  nulla.  Ha  forma  di  pentagono  regolare; 
l'istmo,  che  si  protrae  nell'interno  del  por- 
to delia  città ,  congiunge  il  piano  di  Tèrra- 
nova  alla  piccola  penisola  S.  Ranieri.  A  poca 
distanza  dejla  stessa  si  ergono  i  fortini  della 
Lanterna,  il  bastione  D.  Biasco  e  la  fortezza 
del  Salvatore.  Una  corona  di  colli  circonda 
Messina  dalla  parte  opposta,  e  che  dominano 
fa  cittadella;  sopra  i  quali  vi  è  il  forte  Gon- 
zaga e  l'altro  del  Noviziato;  sotto  i  quali  i 
rivoluzionarli  eressero  batterie  con  cannoni, 
tolti  a  varii  castelli  dell'  Isola  e  parte  com- 
prati dagl'itìglesi. 

Dirigeva  le  operazioni  di  assedio  il  nizzar- 
do Ignazio  Ribotti.  Il  21  febbraio ,  essendo 
giunto  a  Messina  il  disertore  Longo ,  ed  a- 
vendo  portato  altri  cannoni ,  il  di  seguente  , 
s'investi  il  forte  Realbasso,  che  trovavasi  al- 
l'estremità  della  passeggiata  della  Marina, 

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—  298  — 

quasi  rimpetto  all'  altro  del  Salvatore.  Con* 
temporaneamente  si  assali  la  Cortina  di  Ter- 
ranova ed  il  bastione  D.  Blasco;  in  due  ore-, 
furono  presi  l'uno  e  l'altro  da*  rivoluzionariL 
In  Realbasso  si  fecero  120  prigionieri  regi  ; 
i  quartieri  all'  entrata  di  Terranova  furono 
presi, ed  i  soldati  si  ritirarono  nella  cittadella. 
Quelle  vittorie  diedero  animo  a'  ribelli  sici- 
liani ;  da  allora  il  ministero  di  Napoli  co- 
minciò a  trattare  i  medesimi  come  bellige- 
ranti: infatti  vi  fu  scambio  di  prigionieri. 

Il  re,  visto  che  il  generale  Cardamone  erasi 
fatto  sopraffare  da  poche  e  scompigliate  ban- 
de rivoluzionarie ,  mandò  il  generale  Paolo» 
Pronio  per  surrogarlo,  dando  a  questo  l'ordi- 
ne di  tener  la  cittadella,  difendendosi  senza 
provocare  i  ribelli. 

Pronio  giunse  in  Messina  in  mezzo-  al  rom- 
bo dell'artiglieria;  appena  prese  possesso  de! 
comando  generale,  die  tutte  quelle  disposi- 
zioni necessarie  alle  circostanze  ,  non»  trala- 
sciando di  dirigere  amorevoli  e  decorose  pa- 
role a'  messinesi ,  per  indurli  ad  aeeettar  le 
sovrane  concessioni:  ma  furono  respinte  con 
disdegno.  Vedendo  che  si  gli  rispondea  eoa 
la  iattanza  e  con  l'insulto,  e  di  più  si  erge- 
vano altre  batterie  contro  la  cittadella,  il  24, 
assalì  i  difensori  di  Terranova  r  del  bastione 
D.  Blasco  e  del  Lazzaretto,  che  minacciavano* 
un  regolare  investimento,  in  meno  di  due  ore 
se  ne  rese  padrone. 

I  ribelli  avrebbero  potuto  fare  un  regolare 
assedio  ,  non  mancando  né  di  materiale  di 
guerra,  né  di  uffiziali  per  dirigerli;  ma  essi 
si  decisero  ad  alzar  batterie  nella  città»  espo* 

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—  299  — 

nendòla  alle  offese  de*  regi ,  e  quando  costoro 
rispondeano  per  controbatterle,  quelli  grida- 
vano alla  barbarie  e  faceano  anche  gridare 
i  consoli  esteri.  I  soldati,  al  solito,  eran  pro- 
clamati vandali  e  peggio,  quando  si  difende- 
vano ,  vili  quando  non  rispondevano  alle  of- 
fese. Tutte  le  volte  che  le  batterie  degli  as- 
sedianti  faceano  qualche  buon  colpo ,  diroc- 
cando o  incendiando  le  case  nella  cittadella, 
o  recando  1'  esterminio  tra  gli  assediati ,  era 
un  batter  di  mani,  un  istrombazzare  a'  quat- 
tro venti  l'eroismo  de'  ribelli  per  mezzo  della 
stampa.  In  quel  duello  di  cannonate  presa 
fuoco  il  Portofranco,  perlocchò  si  gridò  e  si 
dissero  cose  contro  i  regi  da  fare  spavento 
alle  stesse  orde  musulmane  del  medio-evo.  Si 
seppe  poi  che  il  Portofranco  non  fu  incen- 
diato da'  cannoni  della  cittadella,  ma  chi  avea 
interesse  vi  appiccò  il  fuoco  a  disegno,  onde 
rubarsi  le  merci  esistenti  in  quel  deposito  ; 
le  quali  si  videro  poi  esposte  in  vendita,  men- 
tre si  diceano  arse. 

Yarii  furono  gli  attacchi  d'ambe  le  parti  e 
con  estremo  furore,  molti  i  feriti  e  gli  estinti 
in  tanti  e  varii  modi  dall'una  e  dall'altra  par- 
te ,  e  senza  alcuno  scopo  militare.  Concios- 
siachè  i  ribelli  traevano  contro  la  cittadella 
per  uccider  soldati  soltanto  ;  costoro  ,  difen- 
dendosi, recavano  danni  non  lievi  a'  loro  as- 
salitori ed  alla  stessa  città  di  Messina. 

Intanto  altre  lotte  sostenea  il  governo  ri- 
voluzionario della  Sicilia;  inteso,  che  in  Na- 
poli festeggiavasi  la  Costituzione  accordata  il 
29  gennaio,  temette  che  si  rinnovassero  i  fatti 
del  1820;  cominciò  quindi  a  discreditarla,  di- 

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—  300  - 

cendola  monca  ed  inadatta  a  redimere  l'Italia. 
I  giornali  di  quell'Isola,  organi  del  governo» 
caricarono  di  vituperii  i  napoletani ,  perchè 
costoro  aveano  accettate  le  largizioni  da  uà 
tiranno  ;  i  napoletani  rivoluzionarii  ,  non 
solo  soffrirono  tutto  in  pace,  ma  varii  gior- 
nali di  questa  capitale  fecero  eco  a  quelli  di 
Sicilia. 

In  quel  tempo  appunto,  quel  governo  prov- 
visorio ebbe  comunicata ,  da'  ministri  di  Na- 
poli ,  la  Costituzione  del  29  gennaio  ,  che  la 
respinse  dicendo  :  «  Il  popolo  risorto  non  po- 
«  serebbe  le  armi,  né  sospenderebbe  le  osti- 
«  lità,  se  non  quando  la  Sicilia,  riunita  in  ge- 
«  nerale  Parlamento  in  Palermo,  avesse  adat- 
«  tata  a'  tempi  quella  sua  Costituzione  del 
«  1812,  che  giurata  da'  suoi  re,  riconosciuta 
«da  tutte  le  potenze,  non  si  era  mai  osato 
«  toglierla  apertamente  »  (1). 

La  Costituzione  del  1812,  come  altrove  ho 
detto,  era  eminentemente  aristocratica,  e  sic- 
come la  rivoluzione  sicula  era  sostenuta  dai 
nobili,  costoro  non  ne  voleano  una  democratica 
alla  francese  ,  simile  a  quella  che  avea  lar- 
gito Ferdinando  II.  Que'  siculi  nobiloni  non 
indovinarono  gli  occulti  fini  delia  sètta,  anzi 
credevano  questa  tutta  dedita  a'  loro  ordini  ; 
quando  si  svegliarono  da'  loro  sogni  dorati, 
era  troppo  tardi.  Ed  è  doloroso  il  riflettere 
che  in  tutto  si  dovrà  imitare  gli  stranieri , 
mentre  la  Sicilia  ha  la  sua  antica  e  sapien- 
tissima Costituzione ,  che  si  avrebbe  potuto 
accomodare  al  progresso  de'  tempi. 

(1)  Giornale  uffiziale  di  Palermo. 

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—  301  — 

Nondimeno  in  Napoli,  da'  faziosi,  si  gridava 
per  terminarsi  la  controversia  siciliana ,  e  il 
ministero  si  rivolse  all'  ambasciatore  inglese 
lord  Napier  e  all', altro  francese  conte  Mon- 
tessuy.  Quel  nobile  lord,  in  cambio  Hi  termi- 
nare la  controversia,  istigava  i  siciliani  a  non 
accettare  la  Costituzione  napoletana,  con  far 
loro  domandare  concessioni  impossibili ,  che 
se  si  fossero  accordate ,  avrebbero  distrutta 
la  integrità  della  monarchia.  I  demagoghi  di 
Napoli  approvavano  le  pretese  siciliane,  per* 
che  tendenti  al  programma  settario  ,  e  stre- 
pitavano contro  i  ministri  perchè  costoro  non 
cedevano  in  tutto.  Fu  allora  che  il  ministero 
venne  modificato,  e  salirono  al  potere  quegli 
uomini  di  cui  si  è  ragionato  nel  precedente 
capitolo,  cioè  Uberti  alla  guerra,  Savarese  ai 
lavori  pubblici»  Cariati  agli  esteri,  Poerio  al- 
l'istruzione pubblica,  Saliceti  alla  giustizia,  ri- 
manendo Torella,  Dentice,  Bozzelli ,  e  Serra- 
capriola  presidente.  Questi  ministri ,  riuniti 
in  Consiglio,  con  l'intervento  di  undici  nobili 
siciliani  e  con  lord  Mintho,  approvarono  tutto 
quello  che  avea  domandato  il  governo  prov- 
visorio della  Sicilia. 

Quello  stesso  giorno,  6  marzo,  il  re  firmò 
varii  decreti ,  quasi  dettati  da  lord  Mintho  , 
co'  quali  autorizzava  di  aprirsi ,  pel  25  dello 
stésso  mese,  il  Parlamento  in  Palermo,  onde 
aggiustare  la  Costituzione  del  1812  a'  tempi 
ed  a'  bisogni  della  Sicilia,  restando  però  in- 
colume la  integrità  della  monarchia.  Inoltre 
approvava  la  legge  del  24  febbraio,  fatta  dal 
comitato  rivoluzionario,  circa  la  elezione  dei 
deputati ,   e  che  costoro  si  fossero  messi  di 

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^  302  — 

accordo  con  quelli  di  Napoli  per  salvaguar- 
dare gl'interessi  de'  due  Regni  riuniti.  Dtppiù 
dichiarava  che  il  suo  luogotenente  dell'  Isola 
sarebbe  stato  un  principe  reale  o  un  sicilia- 
no ,  e  per  allora  sarebbe  rimasto  Ruggiero 
Settimo ,  che  vi  aprirebbe  il  Parlamento.  Lo 
stesso  re  nominò  ministri  i  più  spinti  rivolu- 
zionarii,  che  trovavansi  allora  in  Palermo,  cioè 
Pasquale  Calvi  a  grazia  e  giustizia,  il  principe 
di  Scordia  all'  interno  ,  il  marchese  di  Tor- 
rearsa  alle  finanze ,  comandante  le  armi  in 
Palermo  il  generale  conte  Giovanni  Statella, 
e  destinato  a  comandar  la  Piazza  di  Messina 
T  altro  fratello  Enrico  ;  questi  due  generali 
non  erano  rivoluzionarii ,  ma  siciliani  e  fé* 
delissimi  alla  dinastia. 

Con  siffatti  decreti  e  concessioni,  lord  Min- 
tilo sì  obbligò  pacificar  la  sicula  rivoluzione 
con  Ferdinando  II,  e  il  7  marzo  partì  per  Pa- 
lermo, accompagnato  dalla  squadra  inglese  e 
da'  due  generali,  fratelli  Statella.  Le  conces- 
sioni sovrane  erano  tali  d'appagar  pienamente 
i  desiderii  de'  siciliani,  se  i  capi  faziosi  non 
avessero  operato  in  mala  fede  e  pel  conto 
proprio.  In  effetti  ,  dopo  che  Mintilo  si  riunì 
in  conciliabolo  co'  ministri  del  governo  di  Si- 
cilia ,  a'  quali  sconsigliò  di  accettare  le  con- 
'  cessioni  del  re  ,  fece  redigere  da'  medesimi 
un  ultimatum,  col  quale  se  ne  domandavano 
tali  ed  altre  tante,  che  se  il  re  vi  fosse  ad- 
divenuto ,  sarebbe  stato  lo  stesso  che  rinun- 
ziare alla  corona  siciliana.  Il  ministero  di  Na- 
poli tentò  trovare  un  modo  per  aprir  l'adito 
alla  conciliazione,  e  quello  di  Palermo,  isti- 
gato  dal  pacificatore  Mintho  ,    imbeccata  da 

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—  303  — 

Palmerston,  facea  sentire,  che  Y  allontanarsi 
di  una  virgola  dall'  ultimatum,  sarebbe  stato 
il  segnale  della  definitiva  rottura  tra  Napoli 
e  Sicilia. 

Re  Ferdinando,  dolente  della  mancata  pace  x 
tra'  due  Regni,  emanò  una  protesta  con  la 
quale  dichiarava  irrito  e  nullo  qualunque  atto 
che  si  fosse  fatto  in  Sicilia ,  non  in  confor- 
mità de'  decreti  portanti  le  ultime  conces- 
sioni e  degli  Statuti  fondamentali  della  Co- 
stituzione della  monarchia.  Appena  si  pub- 
blicò in  quell'Isola  la  protesta  sovrana,  i  ri- 
voluzionarti ,  eccitati  sempre  più  dagli  stra- 
nieri, proruppero  in  basse  contumelie  contro 
il  sovrano,  e  gli  dichiararono  guerra  a  morte. 
Fin  da  quel  giorno,  il  governo  rivoluzionario 
di  Palermo  ,  in  tutti  i  suoi  atti,  operò  come 
se  avesse  detronizzato  re  Ferdinando  ;  ed  i 
malvagi,  avendo  alzata  la  cresta,  faceano  sen- 
tir più  terribile  la  loro  possanza  col  suscitar 
trambusti;  la  Sicilia  tutta  parea  che  fosse  dive- 
nuta uno  sterminato  vulcano  di  bollenti  pas- 
sioni anarchiche. 

Avvicinavasi  intanto  l'apertura  del  Parla- 
mento siciliano  ,  dopo  che  furono  compiute 
le  elezioni  de'  deputati,  in  quel  modo  che  o- 
gnuno  potrebbe  supporre,  il  25  marzo,  costoro 
si  riunirono  in  due  grandi  sale  del  convento 
di  S.  Francesco  di  Assisi  a'  Centorinari,  ad- 
dobbate con  ricercata  eleganza.  Palermo  sem- 
brava atteggiarsi  a  festa ,  salutando  Y  alba  di 
quel  giorno  con  gioia  esagerata;  le  logge,  le 
finestre,  i  veroni  erano  tutti  adorni  di  arazzi 
e  gremiti  di  gente,  le  principali  vie  riboccava- 
no di  popolo.  Migliaia  e  migliaia  di  bandiere 

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—  3C4  — 

tricolori  sventolavano  per  l'aere,  di  già  assor- 
dato da  grida  che  sembravano  entusiastiche. 
Gli  uomini  in  armi  erano  schierati  dal  Pa- 
lazzo reale  alla  chiesa  di  S.  Domenico ,  ove, 
alle  undici  antimeridiane,  si  recarono  i  pari, 
i  rappresentanti  de*  Comuni  ed  il  corpo  con- 
solare. Allo  squillo  della  campana  di  S.  An- 
tonio ,  si  mosse  il  Comitato  o  governò  prov- 
visorio ,  e  si  recò  a  piedi  al  tempio,  cammi- 
nando tra  plausi  e  grida  indicibili.  Dopo  che 
si  celebrò  la  Messa, e  s'impartì  la  benedizione, 
Ruggiero  Settimo  si  levò  in  piedi,  e  prese  a 
dire  delle  passate  cose  ,  delle  vittorie*  ripor- 
tate dalla  rivoluzione  e  la  condotta  tenuta  dal 
comitato;  finiva  col  proclamare  aperto  il  Par- 
lamento siciliano.  Fu  entusiasticamente  ap- 
plaudito, e  tutta  Pa'ermo  l'avreste  creduta  in 
delirio. 

Il  duca  di  Serradifalco,  sebbene  borbonico, 
fu  costretto  accettar  la  presidenza  della  Ca- 
mera de*  pari,  ed  il  marchese  della  Cerila  la 
vice-presidenza;  in  quella  de'  Comuni  il  mar- 
chese Torrearsa  si  ebbe  il  primo  posto,  ed  E- 
merigo  Amari  il  secondo.  11  potere  esecutivo 
si  die  a  Ruggiero  Settimo,  col  titolo  di  presi- 
dente; furono  designati  ministri,  il  barone  Ri- 
so per  la  guerra  (mentre  giammai  avea  toccato 
armi  !),  Michele  Amari  per  le  finanze  ,  Gae- 
tano Pisani  pel  culto,  Pasquale  Calvi  per  l'in- 
terno, sicurezza  pubblica  e  lavori  pubblici,  e 
Mariano  Stabile  per  gli  esteri.  Siccome  que- 
st*  ultimo  ministro  ebbe  gran  parte  nella  ri- 
voluzione siciliana,  essendo  stato  l'anima  in- 
tellettiva del  vecchio  Ruggiero  Settimo,  trovo 


-305  — 

necessario  che  sappiansi  taluni  suoi  antece- 
denti. 

Mariano  Stabile  era  figlio  di  un  intendente 
del  principe  di  Cassero;  dimorò  qualche  tem- 
po in  Madrid  in  qualità  di  segretario  del  me- 
desimo principe,  ambasciatore  del  re  presso 
quella  Corte ,  e  fu  da  questo  cacciato  via  a 
causa  della  sua  esaltazione  demagogica.  Riti- 
rato in  Sicilia ,  non  trovando  di  che  vivere, 
esercitava  un  basso  impiego  nell'amministra- 
zione de'  zolfi,  ed  ivi  si  trovava  quando  scop- 
piò la  rivoluzione  di  Palermo,  il  42  gennaio 
1848.  Di  carattere  impetuoso  ed  audace  ,  fu 
de'  primi  a  farsi  avanti  in  que'  scompigli,  e  si 
dichiarò  membro  del  comitato  rivoluzionario. 
Appena  ghermì  un  lembo  di  potere  x  aprì  le 
prigioni  di  quella  città,  e  liberò  tutti  i  dete- 
nuti, anche  quelli  condannati  per  furto;  per 
mezzo  di  que' galeotti  giunse  a  dominar  tutti 
con  le  violenze  e  col  terrore.  Fu  egli  il  fab- 
bro della  composizione  de'  quattro  comitati , 
ed  imponendosi  allo  stesso  presidente  ,  l'im- 
becille Ruggiero  Settimo  ,  fini  col  dominare 
nell'intiera  Sicilia.  Lo  stato  deplorevole  di  Na- 
poli e  quello  di  tutta  l'Italia  era  per  lui  una 
speranza  per  compiere  gli  sfrenati  sogni  della 
sua  ambizione  ,  che  fu  fatale  alla  Sicilia  ed 
anche  all'  Italia.  Fra  le  tante  accuse  che  si 
lanciarono  contro  Mariano  Stabile,  non  fu  l'ul- 
tima quella  dell'indelicatezza,  che  non  venne 
mai  smentita;  e  come  ho  già  detto,  lo  stesso 
Ruggiero  Settimo  non  lo  risparmiò  di  tanti 
sospetti  disonoranti,  quando  trovavasi  iielT  e- 
silio  di  Malta. 

I  deputati  siculi,  riuniti  in  Parlamento,  do- 

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—  306  — 

pò  vane  e  puerili  questioni  di  colori,  titoli  ed 
altre  ciance ,  e  linciarono  a  proporre  leggi, 
tendenti  a  detronizzare  la  borbonica  dinastia. 
Il  1°  aprile  si  decretò  la  indipendenza  asso* 
luta  della  Sicilia,  faciente  parte  della  Confe» 
derazione  italica,  e  si  mandarono  bandiere  a 
Roma ,  a  Firenze  e  Torino  in  segno  dell'  li- 
mone confederativa.  La  Masa ,  dteentesi  co- 
lonnello, propose  che  si  spedissero  cento  gio- 
vani siciliani  in  Lombardia,  per  coadiuvare  a 
redimerla  dal  tedesco.  11  7  dello  stesso  mese» 
il  messinese  La  Farina  propose  che  delle  sta- 
tue de*  re  Borboni  se  ne  facessero  cannoni, 
e  fu  applaudito.  Lo  Stabile,  temendo  che  fosse 
superato  in  demagogia  dal  La  Farina ,  pro- 
gettò fondersi  anche  le  campane  delle  chiese 
e  farne  cannoni  per  difender  la  patria.  Il  Par- 
lamento lodò  l'uno  e  l'altro  ed  addivenne  alle 
proposte;  perlocchè  in  Messina  furono  abbat- 
tute le  statue  di  Carlo  li ,  di  Carlo  IH  e  di 
Ferdinando  II,  tutte  e  tre  opere  insigni  del- 
l'egregio  Tenerani.  In  Palermo  vennero  at- 
terrate le  altre  statue  di  sovrani,  con  ischia- 
mazzi  e  saturnali  della  sfrenata  plebaglia,  la- 
sciando soltanto  quella  di  Carlo  V  di  Spagna, 
forse  in  grazia  che  costui  avesse  avuto  delle 
questioni  con  Papa  Clemente  VII ,  e  quindi 
reputato  liberale!  In  altre  città  dell'Isola  fu- 
rono imitati  que'  baccanali  di  Palermo  ,  di- 
struggendosi tanti  capilavori  di  sommi  artisti, 
che  erano  un  caro  ricordo  della  vera  eman- 
cipazione della  Sicilia  dalla  ferocia  baronale. 
L'operare  in  quel  modo  da'  nuovi  padroni  di 
quell'Isola,  era  conseguenza  de'  consigli  inte- 
ressati dell*  inglese  ammiraglio  Paiker  e  del 

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—  307  - 

pacificatore  lord  Mintho,  Costui,  dopo  di  avere 
accettato  un  pranzo  dal  ministro  principe  di 
Scordia  ,  schiccherò  una  lettera  a  lord  Pal- 
merston, nella_quale  dicevagli  ;  «  Il  dritto  dei 
«  siciliani  a  deporre  il  loro  re  si  fonda  sul- 
«  l'art.  8  della  Costituzione;  se  fosse  dubbio- 
«  so,  non  si  potrebbe  però  negare  avervi  essi 
«  più  forti  ragioni  che  l'Inghilterra  nel  1688, 
«  per  isbarazzarsi    di  una  intollerabile  tiran- 

-  «  nia  ».  Con  questo  tratto  storico  ,  il  nobile 
pacificatore  alludeva  all'  assassinio  dell'  infe- 
lice re  Carlo  I  d' Inghilterra  ;  e  se  questa 
umanitaria  nazione  commise  un  tanto  ecces- 
so, avendo  meno  ragioni  de'  siciliani,  secondo 
Mintho,  che  cosa  doveano  far  costoro  contro 
Ferdinando  II?  Ed  a  simili  truci  cantamban- 
chi si  dà  il  titolo  di  diplomatici  ! 

Con  altra  lettera  del  4  aprile  scriveva  allo 
stesso  Palmerston:  «  I  principali  di  Palermo 
«  pensano  potersi  salvare  la  monarchia,  chia- 
«  mando  qualche  principe  di  Casa  Savoia.  » 
Non  erano  i  principali  di  Palermo,  che  pen- 
savano a  quel  modo,  ma  lo  stesso  principale 
lord  Palmerston,  che  gli  ordinava  di  scriver- 
gli di  cotal  fatta ,  per  aver  documenti ,  onde 
presentarli  alla  diplomazia  e  giustificare  in 
apparenza  i  suoi  tranelli  ,  vendicandosi  in 
questa  bassa  maniera  contro  Ferdinando  II , 
col  farlo  detronizzare  da  un  pugno  di  settari! 

.  siciliani  a  lui  venduti.  Disgraziata  Sicilia  !  i 
tuoi  degeneri  figli,  per  secondare  la  bieca  po- 
litica inglese  ,  sempre  a  te  fatale  e  la  ven- 
detta personale  di  un  lord ,  che  non  potette 
ottenere  il  titolo  di  altezza  per  una  sua  ni- 
pote, detronizzarono  un  re  nato  in  Palermo, 

20 

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—  .308  — 

eminentemente  nazionale,  per  cercarne  un  al- 
tro che  vide  la  luce  sotto  le  fredde  AlpiI 

Lord  Palmerston,  scrivendo  a  lord  Napier, 
ministro  brittannico  in  Napoli, -gli  dicea:  «  D 
«  trattato  del  1815  non  contener  guarentigie 
«  speciali;  (cioè  quando  non  giovavano  a  lui) 
«  e  che  se  ne  persuadesse  il  ministero  napo- 
«  letano  col  non  insistere  sulla  integrità  del 
«  Regno,  sanzionata  da  quel  trattato.  »  Quei 
carteggi  tra  i  tre  nobili  lords  erano  prodromi 
dell'  attuazione  di  tutto  quello  che  era  stato 
deciso  da'  governanti  inglesi;  ed  i  patrioti  si- 
ciliani altro  non  erano  che  burattini ,  mossi 
da  abili  giocolieri. 

Mentre  i  faziosi  di  Sicilia,  consigliati  e  pro- 
tetti da  lord  Palmerston,  congiuravano  contro 
i  veri  interessi  di  quell'Isola  e  contro  Ferdi- 
nando II,  questi  mobilizzava  allora  un  corpo 
di  esercito  e  lo  mandava  in  Lombardia  a  com- 
battere contro  i  tedeschi  per  cacciarli  dall'I- 
talia. Ma  quelli ,  profittando  che  trovavasi  ia 
Napoli  meno  truppa  e  soffiati  sempre  da' lords 
e  dalle  ladies  inglesi,si  decisero  venire  alla  fa- 
tale detronizzazione  della  borbonica  dinastia, 
col  rappresentare  talune  bi  ri  echi  nate  nel  cosi 
detto  Parlamento  di  Palermo.  Quelle  biricchi- 
nate  furono  causa  che  la  Sicilia  perdesse  la 
largita  Costituzione,  con  tutte  quelle  guaren- 
tigie che  si  erano  accordate,  e  furono  ezian- 
dio non  ultima  causa  della  perdita  dippoi  del- 
l'autonomia di  questo  Regno  e  di  tutte  le 
conseguenze  che  oggi  deploriamo. 

Il  13  aprile  ,  il  primo  ,  che  profferì  la  pa- 
rola decadenza  nel  Parlamento  siciliano  fu  il 
deputato  Paternostro.  Dopo  che  il  ministro  de- 

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ì 


-•  300  — 

gli  esteri,  Mariano  Stabile,  recitò  una  catili- 
naria contro  Ferdinando  li,  già  antecedente- 
mente scritta  da  lord  Mintho ,  e  mandata  da 
Napoli  ,  si  alzò  il  presidente  Torrearsa ,  in 
mezzo  ad  una  grande  quantità  di  figure  sini- 
stre, e  ihinaccianti,  e  lesse  ad  alta  voce  la  se- 
guente forinola  :  «  In  nome  del  Parlamento 
«  siciliano ,  Ferdinando  di  Borbone  e  la  sua 
a  dinastia  sono  per  sempre  decaduti  dal  tro- 
«  ito  di  Sicilia  ».  Tre  salve  di  applausi  ac- 
colsero queir  atto  di  demenza  !  Il  Torrearsa 
proseguì  la  lettura:  «  La  Sicilia  si  governerà 
**  costituzionalmente,  e  chiamerà  al  trono  un 
«  principe  italiano  ,  dopo  che  avrà  riformata 
«  la  sua  Gostituzione  ».  Altri  frenetici  ap- 
plàusi seguirono  i  primi. 

Il  ministro  delle  finanze  Amari,  prendendo 
un'  attitudine  grottesca  ,  con  voce  teatrale  e 
gesto  drammatico:  «Deputati!  esclamò, alzatevi; 
«  alta  la  fronte;  mettete  la  mano  sinistra  sul 
m  vostro  cuore ,  alzate  la  destra ,  e  tutti  gri- 
<*•  date  :  Ferdinando  II  non  regnerà  più  in 
«  Sicilia  ».  La  pantomima  fu  tosto  eseguita, 
insieme  con  la  declamatoria. 

Il  deputato  Tiraldi  salì  in  tribuna,  gridan- 
do: «  Detronizzato  1  ?  non  basta....  dichiaria- 
«  molo  parricida  pubblico,  e  che  egli  ripari 
<•  col  suo  sangue  tutte  l'enormità  che  ha  fatto 
ù  subire  alla  nazione  intiera  ».  Vi  maravi- 
gliate- perchè  Tiraldi  avrebbe  voluto  ghigliot- 
tinar Ferdinando  li,  mentre  costui  trovavasi 
nella  sua  Reggia  di  Napoli,  circondato  da  un 
fedele  esercito  ?  I  matti  non  dovrebbero  de- 
starci maraviglia,  ma  compassTone. 

Varii  deputati    si  affollarono  per  sottoscri- 

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—  310  — 

fere  la  decadenza  di  Ferdinando  II;  e  taluni 
lottavano  per  segnarsi  i  primi,  dicendo*,  che 
peteano  morire  di  consolazione  senza  avere 
il  tempo  di  mettere  le  loro  firme  sotto  quel- 
Tatto  solenne  e  patriottico  (1). 

Il  deputato  Luigi  Basile  di  S.  Angelo  di  Bro- 
lo» non  trovandosi  presente  in  Parlamento,,  es- 
sendo un  poco  poetastro,  scrisse  e  stampò  un 
melenso  Lamento  poetico,  esprimente  il  suo 
gran  dolore  «di  non  essere  stato  presente  alla 
Camera  de'  deputati,  per  uniformarsi  alla  pan* 
tomima  ordinata  dal  ministro  Amari ,  e  di  non 
aver  potuto  firmare,  in  quel  giorno  memoran- 
do, la  decadenza  del  tiranno.  Intanto  dopo  più 
di  un  anno,  il  Basile,  senza  essere  punto  per- 
seguitato, per  darsi  importanza,  fuggi  a -Niz- 
za,  e  di  colà ,   vedendo  che  il  suo  Lamento 
poetico  non  gli  fruttò  un  cavolo,  mandava  sup- 
pliche al  tiranno,  per  ritornare  a'  patrii  lari, 
chiamandolo  giusto ,  clemente,  ottimo  ,  mas- 
simo. Con  l'Italia  unita  seppe  poi  far  gli  affari 
suoi  e  quelli  de'  suoi  congiunti  ;    e  secondo 
asserì  un  opuscolo,  stampato  in  Messina  nel 
1876,  in  occasione  dell'elezione  del  deputato 
del  collegio  di  Naso,  fu  accusato  di  aver  fal- 
sificato nel  1863,  un  decreto  di  sagrestia  per 
toglierà  un'Abazia  ad  un  degnissimo  monsi- 
gnor* e  farla  conferire  ad  un  suo  fratel  cu- 
gino prete. 

Tutti  qae'  deputati ,  che  gridavano  come 
energumenijcontro  Ferdinando  II,si  mostraro- 
no poi  i  più  vili  nel  tempo  della  loro  meritata 

(1)  Giornale  ufficiale  di  Sicilia ,  Indipendenia 
s  Legge. 

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—  311  — 

«ventura.  Lo  stesso  audacissimo  Mariano  Sta- 
bile ,  quando  il  Filangieri  si  avanzava  vitto- 
rioso sopra  Palermo ,  dichiarò  dalla  tribuna, 
che  avea.  faticato  e  declamato  per  la  deca- 
denza della  borbonica  dinastia ,  perchè  era 
«tato  consigliato  e  spinto  da  lord  Mintho,  dal 
«eguale  era  stato  tradito. 

Erano  le  cinque  pomeridiane  di  quel  gior- 
no nefasto,  13  aprile,  quando  jsi  gridò  che  la 
formola  della  decadenza  fosse  firmata  da  tutti 
i  pari.  Costoro  se  ne  erano  iti  via ,  nauseati 
di  quella  burattinata  e  baccano  infernale  ,  e 
furono^  costretti  con  grida  e  minacce  a  ritor- 
nare in  Parlamento.  Molti  si  negarono  a  fir- 
mare quell'atto  di  demenza,  ma  fu  loro  impo- 
sto col  pugnale  alla  gola;  altri,  che  tentarono 
fuggire,  vennera  trattenuti  con  la  forza:  ve 
ne  furono  che  firmarono  anche  dopo  un  mese. 
In  quel  modo  si  consumava  la  più  inaudita 
ingratitudine  contro  un  sovrano,  che  avea  fat- 
to tanto  bene  alla  Sicilia  ed  a  coloro  che  cre- 
dettero dichiararlo  decaduto  dal  trono. 

Io  non  appartengo  alla  classe  di  quelli  che 
lodano  tutti  gli  atti  del  governo  di  Ferdinan- 
do II9  e  maggiormente  quelli  di  Sicilia;  l'ho 
, ripetuto  più  volte  che ,  quel  monarca  avea  le 
.sue  idee  false,  (ma  non  malvage,  errava  l'in- 
-  telletto  soltanto)  e  quel  che  più  monta  si  è 
che  non  intendea  modificarle.  Però  il  più  ef- 
ferato  nemico    del  medesimo   non  potrebbe 
negare  senza  la  nota  d'impudente  menzogna, 
che  quel  sovrano   non  avesse  fatto  immenso 
bene  a  quell'Isola.    Non  erano  forse   effetto 
della  ^clemenza   di  lui   le  vite   risparmiate  a 
tanti  di  que'  deputati  che  lo  detronizzarono,  e 


—  312  — 

le  pene  rattemprate  nel  rigore  della  giusti* 
zia  ?  Non  fu  egli  che  ridonò  il  commercio 
alla  Sicilia ,  esponendosi  ad  Una  guerra  for- 
midabile con  r  Inghilterra  ,  per  rialzare  il 
prezzo  de*  zolfi,  per  distruggere  il  monopolio 
de' medesimi  e  mantenere  la  indipendenza  dei 
Regno  ?  Non  fu  quel  sovrano  che  moltiplicò 
gl'istituti  di  credito,  le  banche,  le  scuole  nau- 
tiche, premiando  la  marina  mercantile  e  mi* 
gliorando  i  porti  ?  Non  fa  opera  di  quel  re  il 
rialzo  delle  finanze  dello  Stato  da  fare  invidia 
alle  altre  nazioni?  Non  si  deve  a  lui  la  gran- 
de sicurezza  pubblica  ehe  si  godea  nelle  città» 
ne'  piccoli  paesi,  ed  anche  ne'  boschi  di  Ga~ 
ronia  ?  Non  dobbiamo  ascrivere  alle  incessan- 
ti cure  del  medesimo,  se  la  istruzione  pubblica 
fu  semplicizzata  ,  basandosi  sugli  equi  e  veri 
principii  dell'  umano  sapere  ,  mercè  i  quali 
si  formarono  quegli  uomini  illustri  che  ancora 
vanta  Y  Italia  nelle  lettere  e  nelle  scienze  f 
Non  fu  egli  che  fondò  tante  scuole ,  accade- 
mie ed  università,  cattedre  richieste  dal  pro- 
gresso delle  Scienze  ,  e  che  protesse  i  lette- 
rati, anche  quelli  rivoluzionarii  ? 

Che  dir  poi  delle  opere  di  beneficenza?  Do- 
vunque girate  voi  lo  sguardo,  ad  ogni  pie  so- 
spinto, v'imbattete  in  una  stupenda  opera  di 
tal  genere  fatta  da  quel  sovrano.  Interrogate* 
coloro  che  vissero  negli  orfanotrofi i,  negli  al- 
berghi de'  poveri,  che  si  curano  negli  ospe- 
dali; interrogate  financo  coloro  che  subiroifo 
la  galera  e  l'ergastolo  sotto  il  regime  di  quel 
principe,  e  vi  diranno  che  allora  erano  trat- 
tati da  uomini  battezzati,  con  tutti  i  riguardi 
dovuti  alla  sventura,  ed  oggi  peggio  che  be- 

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—  313  — 

sti«;  e  ciò  ad  onta  delle  calunnie  di  un  Glad- 
^tome.  Ove  sono  andati  oggi  gl'innumerevoli 
Manti  frumentarii  fondati  da  Ferdinando  II, 
e  che  erano  la  provvidenza  della  povera  gente 
sie'  mesi  invernali  e  negli  anni  di  carestia? 
domandatelo  a'  nostri  rigeneratori  ! 

Quando  quel  re  sali  al  trono,  la  Sicilia  avea 
pòche  strade ,   la  maggior  parte   vetturali   e 
eattivissime,  ed  egli  l'arricchì  con  quelle  ro- 
tabili 9    migliorando  quelle  che  vi  erario  con 
arditi  ponti  e  bastioni.   Egli  riordinò  la  vac- 
cinazione; diede  i  mezzi  a  migliaia  di  comuni 
per  farsi  un  Camposanto;  fece  tante  largizioni 
per  riparare  i  danni  dell'Etna,  de'  tremuoti  e 
del  colera  ;  migliorò  e  protesse  l'agricoltura, 
estese  le  industrie  patrie  ;    ed  infine  creò  il 
più  bello  esercito  e  la  più  numerosa  marina 
militare  d' Italia.    Un  sovrano  ,    che  rinunzia 
alla  metà    della  sua  lista  civile    ed   a  quella 
de'  componenti  la  real  famiglia,  che  riduce  i 
soldi  degli  alti  magistrati ,  per  migliorare  le 
condizioni  del  suo  popolo,  in  mezzo  al  quale 
sparge  Y  abbondanza ,  la  sicurezza,  il  benes- 
sere materiale  e  morale,   si  detronizza,   ap- 
pellandolo tiranno  ,    per   la  sola  ragione  che 
non  facea  opprimere   e  spogliare  i  suoi  sog- 
getti né  da*  demagoghi  indigeni  né  da  quelli 
stranieri I    E  costoro   si  dicono  liberali,    re- 
dentori  della  patria?    essi    che   non  han   né 
cuore,  né  patria,  né  onestà  naturale,  né  Dio, 
ma:  Quorum  Deus  venter  est! 

Re  Ferdinando,  dopo  di  avere  udito  l'una- 
nime Consiglio  di  Stato,  con  atto  sovrano  del 
18  aprile  1848 ,  dichiarò  nulla  la  proclamata 
sua  decadenza ,    perchè  contraria   a  tutte  le 

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—  314  — 

leggi  della  monarchia  siciliana,  e  perchè  vo- 
luta da  uomini  che  non  ne  aveano  il  potere. 

Il  governo  di  Palermo  spedi  nunzii  a  tutte 
le  potenze  di  Europa,  per  annunziare  la  de- 
cadenza di  Ferdinando  li  dal  trono  di  Sicilia 
e  per  farsi  riconoscere  dalle  stesse. 

Il  siciliano  padre  Gioacchino  Ventura  tea- 
tino ,  disgraziatamente  era  uno  de'  mestatóri 
della  rivoluzione  siciliana  e  poi  italiana;  egli 
dopo  di  aver  pubblicato  il  6  maggio  di  quel- 
Tanno ,  un  opuscolo  col  titolo  :  La  Questione 
sicula  del  1848,  sciolta  nel  vero  interesse  del- 
la Sicilia,  di  Napoli  e  dell'Italia  (1),  fu  eletto 


(1)  Tra  le  altre  cose  dicea  in  queir  opuscolo  :_ 
«La  costituzione  di  Sicilia  del  1812,  stabilita  sot- 
«  to  l'influenza  della  Gran  Brettagna  cominciò 
«  a  reggere  V  Isola ,  e  la  fece,  nel  corso  di  pochi 
«  anni  ,  salire  ad  un  grado  rimarchevole  di  po- 
ti tenza  e  di  prosperità.  »  Senza  curarmi  di  ribat- 
tere una  simile  asserzione  dell7  illustre  autore  della 
Donna  Cattolica  e  delle  Donne  del  Vangelo ,  per- 
chè si  sa  che  allora*  la  Sicilia  era  sotto  i  piedi  delle 
truppe  dell'  inglese  lord  Bentinck,  e  quindi  non  pò-' 
tea  vantar  né  potenza  né  prosperità ,  mi  limito  sol- 
tanto a  far  notare  la  contraddizione  del  medesimo 
autore.  Egli,  a  proposito  della  Costituzione  del  1812, 
anni  prima  che  scrìsse  quell'opuscolo ,  avea  bandito 
dal  pergamo  e  pubblicato  per  le  stampe,  che:  «  Un 
«  intreccio  d' ingrate  vicende,  di  cui  la  storia  dirà 
«  le  vere  ragioni  che  le  mossero  ,  le  perfidie  che 
«  V  accompagnarono,  la  serie  de'  guai  che  ne  fu- 
ti rono  il  resultato,  attentarono  a  più  sacri  dritti 
«  del  Re,  e  prepararono  al  popolo  catene  che  non 
«  avea  mai  conosciute,  e  che  suo  malgrado  fu  ob- 
«  bligato  a  cingere  ,  perchè  fabbricate    alla  fucina 

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—  315  - 

a  rappresentante  quel  governo  in  "Roma;  ma 
fu  male  accolto  dal  Papa,  che  avea  riprovato 
Fatto  del  43  aprile  del  Parlamento  siculo.  L'il- 
lustre4 P.  Ventura,  trascinato  allora  dall'  ura- 
gano rivoluzionario,  per  riuscire  nel  suo  con- 
dannevole intento  ,  usò  in  Roma  mezzi  poco 
leali  ;  ma  il  principe  di  Golobrano ,  ministro 
plenipotenziario  di  Napoli  presso  la  S.  Sede, 
die  pronti  rimedii  a  tutte  le  mene  de'  sedi- 
centi am.basciadori  siculi  e  napoletani. 

I  faziosi  di  Sicilia  e  di  Napoli  erano  in  per- 
fetto accordo  nel  volere  abbattere  la  monar- 
chia e  proclamare  la  repubblica  sulle  rovine 
della  stessa;'  perlocchè  facevano  ressa  presso 
il  ministero  napoletano  per.  secondarli  e  pro- 
teggerli nelle  loro  operazioni  ;  con  partico- 
larità pretehdeano  che  la  cittadella  di  Messina 
o  fosse  ceduta  da'  regi ,  o  non  fosse  ostile, 
dovendo  essi  fortificarsi  ed  alzar  batterie  con- 
tro la  medesima.  Quel  ministero,  sempre  com- 
piacente, trattandosi  di  agevolare  la  rivoluzio- 
ne, il  24  aprile,  mandò  a  Messina  i  calabresi 

«  ed  offertegli  a  nome  della  libertà.  E  che  mai  pre- 
«  tese  sostituirvi  ?  una  forma  di  Reggimento  ,  che 
«  basato  sul  principio  dell'  obbedienza  passiva  e 
«  della  resistenza  attiva,  tenne  il  popolo  fra  l' al- 
*  ternaliva  fatale  dell'  oppressione  e  della  rivolta.» 
Ecco,  io  soggiungo,  in  quali  vergognose  contraddi- 
zioni cadono  i  più  valorosi  ingegni  quando  si  fan 
dominare  o  dal  partigianismo  o  dell'  ambizione  !  Fu 
gran  fortuna  che  V  illustre  P.  Ventura  non  fece  la 
fine  del  Gioberti  ;  ma  si  mostrò  poi  più  grande  di 
quel  che  era,  ritrattando  i  suoi  errori ,  ed  umilian- 
dosi alla  Cattedra  di  Verità  ,  ehe  lo  accolse  come 
il  padre  il  figlio  prodigo. 

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_  316  — 

Andrea  Romeo  ed  Antonio  Più  ti  no,  quali  pa- 
cificatori prò  tempore,  tra  Pronio  comandante 
la  cittadella  e  Piraino  sedicente  capo  del  po- 
tere esecutivo.  Costui  ricevette  con  sommi  o- 
nori  i  due  pacificatori;  quegli»  che  conoscea 
esser  la  proposta  pace  di  danno  a'  regi  e  van- 
taggiosa a'  ribelli,  scrisse  al  ministero  e  gli 
svelò  le  intenzioni  di  costoro;  i  quali  non  si 
peritavano  di  pubblicare  per  le  stampe ,  che 
voleano  tregua  con  la  cittadella ,  per  meglio 
comunicare  con  le  Calabrie  e  rivoltarle  ,  ed 
aver  così  migliori  mezzi  onde  sbarazzarsi  pre- 
sto del  tiranno,  Il  ministero  non  poteva  met- 
tere in  dubbio  la  evidenza  de'  fatti  esposti  da 
Pronio,  si  è  perciò  che  rispose  sibillino,  cioè 
che  pel  bene  dell'umanità  si  stabilisse  un  ar- 
mistizio convenevole,  secondo  le  forme  dell'o- 
nor  militare.  Quel  generale,  non  potendo  di- 
sobbedire agli  ordini  del  ministro  della  guerra, 
fu  costretto,  il  2  maggio,  accordar  tregua  ai 
rivoluzionarii  messinesi. 

I  patti  di  quella  tregua  furono  dettati  dal 
medesimo  Pronio  ed  erano  tutti  favorevoli 
a*  regi.  I  ribelli  li  accettarono  perchè  erano 
decisi  di  non  adempierli.  Difatti  eravi  ,  tra 
gli  altri,  H  patto  che  l'armistizio  avrebbe  do- 
vuto durare  fino  al  20  ed  in  quel  tempo  non 
poteansi  alzare  fortificazioni  di  difesa  o  di  of- 
fesa, ed  i  rivoltosi ,  sin  dal  giorno  3  comin- 
ciarono a  costruirne  con  isfacciata  impudenza. 
Pronio  fece  le  sue  rimostranze,  ma  non  fu 
inteso;  il  IP  scrisse  irritato  al  ministro  della 
guerra,  rinfacciandogli  la  sua  eccessiva  condi- 
scendenza a  prò  de'  nemici  del  re,  protestan- 
do che  era  deciso,  insieme  a*  suoi  dipendenti» 

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—  317  — 

di  seppellirsi  sotto -le  rovine  della  cittadella, 
anzi  che  continuare  in  quello  stato  disono- 
rante in  cui  F  avea  ridotto  il  medesimo  mi- 
nistro, il  quale  dovea  essere  la  salvaguardia 
de*  dritti  della  monarchia  e  dell'onor  militare. 


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CAPITOLO  XIII. 
SOMMÀRIO 

4 

Stato  dell'  Europa.  Il  re  ordina  una  spedizione  di 
truppe  per  combattere  contro  i  tedeschi.  La  Bel- 
giojoso  e  la  Bevilacqua.  Nuovo  ministero.  Partenza 
di  altri  volontarii  e  di  un  battaglione  di  truppa.  Si 
tenta  la  Lega  italica.  Elezioni  de'  deputati  al  Parla- 
mento napoletano.  I  patrioti  fan  danaro  per  la  spe- 
dizione lombarda.  Partenza  di  un  corpo  di  esercito 
per  la  Lombardia.  Stato  anarchico  che  precede  la 
rivoluzione  del  15  Maggio. 

Mentre  le  sopraccennate  cose  accadevano 
in  Sicilia ,  altri  più  interessanti  avvenimenti 
si  svolgevano  in  Napoli ,  nel  resto  della  Pe- 
nisola italica  e  quasi  in  tutta  Europa.  Siccome 
da  putredine  nasce  putredine,  così  la  rivolu- 
zione di  un  Regno  in  altri  ripercuotévasi  , 
comunicando  la  pestifera  contaminazione.  Ap- 

ftena  col  pensiero  potrebbesi  misurare  la  ce- 
erità  e  la  gagliardia  con  cui  il  rivolgimento 
corse  e  si  radicò  in  quell'anno  nefasto.  La 
Francia,  dopo  18  anni  di  regime,  nato  dalle 
barricate,  e  che  essa  avea  voluto,  abbattendo 
la.  legittima  dinastia,  volle  detronizzare  il  re 
cittadino,  il  sovrano  da  essa  eletto  sulle  me- 
desime barricate,  proclamando  una  repubblica 
ibrida  e  tempestosa.  Quindi  travagliata  dalle 
.  furie  settarie  ed  inondata  di  sangue  cittadino» 


—  al- 
trove il  disonore  e  il  dispotismo  cesareo,  ove 
sperava  trovar  la  libertà.  L'impero  austriaco, 
ov'erano  diretti  i  più  gagliardi  ed  avvelenati 
strali  della  sètta  cosmopolita ,  pericolava  fin 
dalle  sue  fondamenta:  Vienna  in  rivoluzione, 
l'Ungheria  si  preparava  a  battaglie  memoran- 
de» La  Prussia  commossa ,  la  stessa  Berlino 
in  subuglio.  -  La  Polonia  scendeva  in  campo  . 
per  rivendicare  la  sua  storica  autonomia  e  la 
sua  integrità.  Però  di  tutti  gli  stati  di  Euro- 
pa,  T  Italia  era  la  più  travagliata  dalla  sètta, 
perchè,  questa  avea  afferrato  il  potere,  quindi 
sovvertita  ed  in  fiamme  dall'Alpi  al  Iilibeo.il 
Piemonte  agitato,  il  suo  re  allettato  da'  rivo- 
luzionarii  che  facevangli  luccicare  innanzi  agli 
occhi  la  Corona  di  ferro,  si  preparava  a  me- 
morande battaglie,,  ed  ebbe  poi*  dolorose  scon- 
fitte. La  Lombardia  insorge  e  caccia  da  Milano 
gli  austriaci.  Venezia,  dopo  brevi  pugne,  ripri- 
.  stina  il  già  temuto  le.on  di.  S.  Marco ,  e  si  co- 
stituisce ad  efimera  repubblica.  La  Toscana 
in  rivoluzione,  ingrata  al  suo  benefico  gran- 
duca Leopoldo,  lo  costringe  ad  esulare.  Par- 
ma, Modena  e  Lucca  sono  travolte  nel  turbine 
rivoluzionario.  La  più  veneranda  città  del  mon- 
da., Roma  !  è  invasa  e  sconvolta  da'  settarii 
d'ogni  lingua,  i  quali,  profittando  delle  bene- 
fiche riforme  largite  dal  sommo  Pio  IX,  la 
sospingon  dapprima  ad  un  inconsulto  governo 
costituzionale,  poi  alla  repubblica,  in  ultimo  . 
alla  bancarotta,  alla  persecuzione  de'  buoni 
cittadini  ed  a' massacri  di -S.  Callisto  1 

Sarebbe  stata  una  anomalia ,  uno  scandalo7 
settario,  se  Napoli  fosse  rimasta  tranquilla  in 
quel  turbinio  di  sfrenate  passioni,  ed  in  tanto 


—  320  — 

rumore  d'armi  e  di  armati,  maggiormente  che 
Ferdinando  II  era  il  re  più  odiato  e  temuto 
tra  gli  altri  sovrani  d' Italia.  Però  costui  non 
si  potea  cacciare  con  le  sole  grida  di  piazza, 
o  con  le  mani  in  tasca,  come  dicea  d'Azeglio, 
essendo  egli  un  uomo  ài  non  comune  ingegno 
ed  a  capo  di  un  esercito  fedelissimo;  quindi 
si  usarono  maggiori  raggiri  ed  ipocrisie,  per 
ottenersi  il  malvagio*  scopo,  profittando  fin  an- 
co della  sua  stessa  condiscendenza  e  buona- 
fede. 

In  Napoli  mancava  un  popolo  fazioso,    che 
rappresentar  dovea  la  cosi  detta  opinione  pub- 
blica; si  pensò  crearlo  con  chiamare  un  gran 
numero  di  faziosi  delle  province  ,  $egli  altri 
stati  d'Italia,  e  di  varii  regni  di  Europa.  Co- 
storo  avendo  ricevuto   il  motto  d*  ordine  dai 
caporioni,  si  atteggiarono  a  tenerezza  per  l'in- 
dipendenza italiana;  e  quindi  cominciarono  a 
gridare  :  fuori  il  tedesco  ,  morte  al  tedesco  t 
La  sera  del  25  marzo  si  recarono  sotto  il  pa- 
lazzo del  ministro  d'  Austria ,  schiamazzando 
con  grida  di  viva  e  di  morie  ;  strapparono  lo 
stemma  imperiale.,  e  dopo  averlo  trascinato  nel 
fango,  lo  arsero,  tra  scene  indecenti  e  codar- 
de (1).  Quel  colpo  di  scena  dovea  esser  pre- 
fi)  I  faziosi  di  Roma  fecero    lo  stesso  ;    se  non 
che  in  cambio  di  bruciare  gli    stemmi   austriaci  li 
fecero  in  pezzi.  Un  povero  spazzaturaio    caricò  sul 
suo  asino  que'  rottami,  e  se  ne  andava  via  pe1  fatti 
suoi  .   In  quella  venne  il  desiderio  a'  rivoluzionarli 
di  fare  un  falò  di  quegli  stemmi ,  e  tutti  assaltaro- 
no lo  spazzaturaio  e  rasino,  volendo  anche  bruciar 
questo  perchè  si  era  contaminato  portando  sul  dorso 


—  32i  — 

Indio  di  un  altro  più  interessante  :  i  dimo- 
stranti del  25  marzo  ,  consigliati  e  protette 
dall'inviato  di  Francia,  Levrault,  da  quello  di 
Piemonte,  Rignon,  e  dal  pacificatore  Mintho, 
organizzarono  un  altro  baccano,  e  mandarono 
poi  al  re  una  deputazione,  a  capo  della  quale 
un  Pizzillo ,  maestro  di  scuola.  Il  quale  gli 
presentò  un  indirizzo  con  cui  si  chiedeva  di 
mandar  soldati  in  Lombardia  per  cacciare  i 
tedeschi  dall'Italia,  assicurandolo  che  sarebbe 
gran  vergogna  pe'  napoletani  non  aiutare  i 
fratelli  lombardi,  quando  tutti  gl'italiani  era- 
no in  movimento  pel  glorioso  conquisto  del- 
l'indipendenza nazionale. 

Ferdinando  II  rispose  a  quella  deputazio- 
ne, che  di  già  avea  disposto  un  corpo  di  trup- 
pa per  mandarlo  nell'alta  Italia  e  farlo  con* 
giungere  colà  con  l'esercito  del  re  Carlo  Al- 
berto ;  il  quale  era  già  sceso  in  campo  per 
combattere  lo  straniero  invasore.  Disse  in 
ultimo  alla  suddetta  deputazione  òhe  avea  e- 
ziandio  preparato  armi  e  navi,  per  tutti  quei 
volontarii  che  avessero  voluto  recarsi  in  Lom- 
bardia per  combattere  contro  i  tedeschi. 

Quando  i  settarii  intesero  quella  risposta , 
in  cambio  di  mostrarsi  contenti,  rimasero  di- 
spiaciuti ;  eglino  desideravano  ricevere  una 
assoluta  negativa,  per  costringer  poi  quel  so- 
le armi  tedesche  ;  quello  però  disse  con  V  accento 
di  una  grande  convinzione,  che  non  dovessi  far  malo 
alla  sua  bestia,  essendo  un  asino  italiano  ;  ciò  fu 
sufficiente  per  far  gridare  V  altre  bestie  ,  dicenUsf 
liberali  :  Piva  l'asino  italianol  cosicché  Patino  fu 
salvo  e  portato  in  trionfo!... 

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—  322  — 

vrano,  a  furia  di  grida  e  minacce,  di  mandar 
truppe  contro    gli   austriaci  :    così  avrebbero 
ottenuto  due  risultati,  per  essi  di  grande  im* 
portanza,  il  primo  di  allontanar  da  Napoli  una 
quantità   della  fedele  soldatesca,  il  secondo 
di  avere  un  altro  pretesto  per  dichiarare  Fer- 
dinando II  antinazionale  e  connivente  col  ne- 
mico della  gran  Patria  italiana.  Non  essendo 
riusciti  con  quel  mezzo,  cambiarono  tattica,;  di- 
fatti cominciarono  a  piagnucolare  insinuando, 
che  il  re  volea  sbarazzarsi  de'  patrioti  »  man- 
dandoli in  Lombardia  per  farli  sbudellare  dai 
tedeschi ,  ed  esso  restar  qui  senza  controllo 
per  attentare  contro  i  dritti  ed  il  benessere 
della  nazione.  Da  ciò  si  vede  con  quanta  buo- 
nafede e  lealtà  abbiano  mai  sempre  operato 
i  liberali  verso  i  Borboni. 

Mentre  si  calunniavano  da*  liberali  le  buòne 
intenzioni  di  quel  sovrano, non  si  tralasciava  di 
approfittare  delle  pieghevolezze  del  medesima; 
difatti  il  30  partirono  da  Napoli  per  la  Lombar- 
dia 200  giovani  volontarii, capitanati  da  Cristina; 
Trivulzi,  principessa  di  Belgiojoso,  di  Milano. 
Era  costei  giovane  e  bella  ;  trovavasi  da  più 
mesi  in  Napoli,  vestiva  in  modo  originale  per 
farsi  mostrare  a  dito,  ed  ottenne  il  suo  sco- 
po. Non  pochi  giovani  sfaccendati,  amanti  di 
avventure,  cominciarono  a  corteggiarla  ;  es- 
sa ,  alle  parole  galanti ,  rispondeva  con  rac- 
comandar loro  la  salute  e  l'indipendenza  del- 
l'Italia, ripetendo  ad  ognuno  quel  che  scrisse 
poi  il  Beréhet:  rompi  a  lei  le  sue  catene  — 
poi  t'inebria  nélV  amor.  Con  queste  ed  altre 
moine ,  «lutata  da  un  tal  Bellini ,  contabile 
della  trattoria  della  Cprona  di  ferrot  arruolò 

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—  323  — 

i  suoi  vagheggini,  e  varie  Clorinde  e  B rada- 
manti  in  costume  di  petit  Jean  de  Saintrè. 
Dopo  di  avere  scelto  per  suo  aiutante  di  cam- 
po il  conte  Ippolito  Mele  ,  passò  in  rivista  il 
suo  amoroso  e  marziale  esercito  ,  mettendo 
sul  petto  de*  suoi  prodi  guerrieri  una  croce 
tricolore,  e  gridando  in  atteggiamento  d'ispi- 
rata :  Dio  lo  vuole  ! 

Nel  medesimo  tempo  giungeva  un  invito  dal 
comitato  genovese  a'  patrioti  napoletani ,  per 
aiutare  i  lombardi  combattenti  contro  gli  au- 
striaci; queir  invito  era  corredato   da  notizie 
incoraggianti  ma  false  (1).  Si  assicurava  che** 
Radetsky   fosse    morto ,    fugato  V  imperatore 
d*  Austria ,    i  lombardi    e  veneti  vincitori  su 
tutta  la  linea  ;    perlocchè    la  Belgiojoso   ed  i 
suoi  militi,  da  valorosi,  gridarono  —  da  Na- 
poli—  morie  a9  tedeschi  !  e  tutti  chiesero  ar- 
mi e  mezzi  per  correre  su'  piani  lombardi  ed 
esterminare  il  barbaro  straniero,  Il  governo, 
seguendo  le  intenzioni   del  sovrano  concesse 
tutto  quello  che  domandarono,  e  il  30  marzo, 
come  si  è  detto,  la  falange    della  Belgiojoso 

(1)  Nel  1848,  per  meglio  accreditarsi  le  false  no- 
tizie, da  qui  si  mandavano  lettere  ,  con  la  sola  so- 
prascritta ,  accluse  in  un7  altra  busta  ,  dirette  agli 
stesti  capi  ribelli  di  Napoli,  e  si  faceano  impostare 
nelle  città  dell'  alta  Italia.  Giunte  in  questa  quelle 
lettere,  dette  bianche^  vi  si  scriveva  dentro,  con  lo 
stesso  carattere  della  soprascritta  tutte  quelle  no- 
tizie necessarie  per  ispingere  avanti  la  rivoluzione  ; 
e  a  chi  non  volea  crederle  ,  si  facea  vedere  la 
lettera  co7  timbri  di  varie  poste  e  la  firma,  già  s In- 
tende falsa,  di  qualche  ben  conosciuto  personaggio 
dimorante  in  Piemonte  o  in  Lombardia. 

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•»  * 


_  324  — 

s'imbarcava  sul  Virgilio,  e  salpava  per  Geno- 
va ,  ove  si  congiunse  ad  altri  volontarii  ita- 
liani ed  esteri. 

La  partenza  di  quo*  valorosi  per  la  guerra 
lombarda,  gittò  lo  sconforto  in  molte  famiglie 
napoletane  ,    e  non  poche  lagrime    fece  ver- 
sare   a  madri   amorose    ed  anche    a  qualche 
tradita  giovanetta  !  Que'  volontarii ,   la  mag- 
gior parte  imberbi, si  erano  arruolati  sotto  la 
bandiera  della  Belgiojoso  a  dispetto  de*  loro 
genitori  ,  sorelle  ,  spose  e  fidanzate  ;  e  tutte 
"costoro  corsero  dal  re,   pregandolo  di  spedir 
subito   una  pirofregata  da  guerra ,   per  arre- 
stare il  Virgilio  e  ricondurlo  a  Napoli.   Fer- 
dinando si  negò  ;  e  seppesi  poi,  che  fu  pro- 
clamato tiranno  anche  da  quest'altra  gente. 
La  Belgiojoso  ebbe  una  rivale  sugl'incruenti 
campi  delle  patrie  battaglie,  la  contessa  Be- 
vilacqua.   Costei  da  giornalista  si  fece,  guer- 
riera ,    mettendosi    alla  testa  di  un  corpo  di 
volontarii  toscani  e  romani.  Vestiva  con  pan- 
taloni alla  mammalucca,  con  soprabito  di  uf- 
fiziale  superiore  e  kepi  in  capo;  cingeva  due 
pistole ,  ed  abitualmente  avea  il  sigaro  in  boc- 
ca ,  amante  di  lanciare  in  aria  delle  boccate 
di  fumo  alla  milanese.  £  dite  poi  che  le  ri- 
voluzioni fan  piangere  soltanto  !  ? 

La  Bevilacqua  condusse  i  suoi  volontarii 
nel  Bresciano,  e  là,  sopra  un'alta  montagna, 
stabilì  il  suo  campo;  in  mezzo  al  quale  fece 
mettere  un  pianoforte  ,  che  essa  suonava  a 
maraviglia.  Spesso  cantava  inni  amorosi  e  di 
guerra;spessissimo  facea  suonare  ad  altri,  per 
deliziarsi  a  far  la  polka  co'  suoi  uffiziali  più 
eleganti.    Ma  ohimè  f    Tutto  pere   quaggiù , 

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—  325  — 

Tutto  si  cangia  !  Un  giorno  una  pattuglia  di 
Croati  salì  il  monte  e  s'impadronì  del  piano- 
forte. La  contessa,  trasformata  in  ufficiale  su- 
periore 9  fuggì  atterrita  -dal  monte  delle  ar- 
monie, che  al  certo  non  era  il  campo  dell'o- 
nore. La  Belgiojoso  e  la  Bevilacqua,  maestre 
neir  insidie  di  Armida  ,  non  aveano  la  bra- 
vura né  di  Semiramide,  né  della  Clorinda  del 
Tasso  :  e  quando  intesero  il  rombo  del  can- 
none ,  diedero  desolanti  esempii  di  mancata 
virtù  guerriera  e  di  perduto  eroismo. 

Mentre  la  capitale  ed  il  Regno  si  trovavano 
travagliati  da  tante  sommosse  e  pretensioni 
settarie  ,  ecco  che  giunge  a  Napoli  1'  eroe  di 
Àntrodoco,  il  celebre  barone  murattiano,  ge- 
nerale Guglielmi)  Pepe.  Fu  egli  ricevuto  con 
grandi  onoranze  ;  lo  stesso  re  gli  mandò  la 
carrozza  di  Corte  e  lo  invitò  al  palazzo  reale 
ad  una  conferenza.  Però  prima  di  recarsi  dal 
sovrano  si  abboccò  co'  consettarii ,  e  disse 
a'  medesimi ,  essere  oltre  ogni  credere  ma- 
ravigliato, poiché  ancora  non  aveano  dato  lo 
sfratto  ai  tiranno.  Dopo  questa  professione  di 
fede ,  si  recò  da  Ferdinando  II ,  e  dichiarò 
Che  sarebbe  étato  pronto,  pel  bene  della  pa- 
tria, prendere  le  redini  del  governo,  (quanta 
modestia!)  Nel  medesimo  tempo  gl'imponeva 
il  programma  di  Saliceti  e  V  altro  di  Carlo 
Troya,  tutti  e  due  tendenti  a  sfacciata  repub- 
blica, designandogli  eziandio  gli  uomini  che 
formar  doveano  il  ministero  :  figuratevi  che 
fior  di  sètta  doveano  essere  que*  ministri  ! 
Ferdinando  rispose  al  nostro  eroe  che  risol- 
verebbe. Pepe,  non  contento  di  quella  rispo- 
sta, unito  a*  suoi  amici,  cominciò  a  sobillare 

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—  326  — 

la  Guardia  nazionale  per  fair  ressa  presso  il 
re  ed  ottenere  quanto  era  necessario  per  de- 
tronizzarlo. Si  formarono  varie  deputazioni 
della  suddetta  Guardia  nazionale  e  presen- 
tarono indirizzi  chiedenti  l'attuazione  de*  pro- 
grammi di  Saliceti  e  di  Troya.  Il  curiale 
Conforti ,  dopo  un  ampolloso  discorso  sulle 
franchigie  costituzionali ,  conchiuse  con  do- 
mandare al  sovrano  di  eleggere  il  Saliceti 
presidente  di  un  nuovo  ministero. 

Ferdinando  II  non  potea  condiscendere  in 
tutto    alla  proposta    di  Conforti    ed  agli  altri 
indirizzi ,    perchè  sapeva  che  ,  aderendo  ,   a- 
vrebbe  affrettata    la  catastrofe  -quindi  si  ar- 
gomentò prendere  una  mezza  misura,  ed  il  3 
aprile  ,  die  Y  incarico   a  Carlo  Troya   di  for- 
mare un  ministero  cosi  dettò  di  transazione, 
ma  che  in  effetti  riuscì  radicale.  Il  Troyaebbe 
là  presidenza,  Giovanni  Vignale  grazia  e  giu- 
stizia, il  marchese  Dragonetti  affari  esteri,  il 
marchegiano    conte   Pietro  Ferretti    finanze , 
il  generale  Uberti  lavori  pubblici,  l'altro  ge- 
nerale   del  Giudice  guerra    e  marina.    Dopo 
due  giórni    furono   nominati   altri  due  mini- 
stri ,  cioè  Scialoja  all'  agricoltura  e  commer- 
cio e  Conforti  ali*  interno;  più  tardi  Imbriani 
«i   ebbe  Y  istruzione  pubblica    e  Ruggiero -il 
culto. La  maggior  parte  di  que'  ministri  erano 
settari i, e  salirono  a  que*  posti  collo  schiamaz- 
zare nei  giornali  ed  intorbidare  le  masse.  Il 
sommo  Bozzelli,  Poerio  e  Tofano,  prefetto  di 
polizia,  furono  esclusi  da  quel  ministero,  per- 
chè ritenuti  ignoranti  ed  amici  del  tiranno. 
La  prima  cura    del  ministero    del  3  aprile 
fu  quella  di  spedire  in  Lombardia  quanti  più 

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-    327  — 

soldati  avesse  potuto  ,  di  trattar  la  lega  ita- 
liana co'  governi  rivoluzionarii  della  Penisola* 
e  di  compiere  l'elezioni  de'  deputati  al  Parla- 
mento nazionaleJC  pria  di  tutto  quel  ministero 
volle  aggiungere  allo  Statuto,  pubblicato  il  10 
febbraio  ,  un'altra  condizione  consentanea  al 
programma  ministeriale  del  3  aprite  ;  con  la 
quale  nell'art.  5  dichiara  vasi  ,che  aperto  ilPar- 
lamento,  cioè  le  due  Cameretqueste  di  accordo 
col  re  potessero  svolgere  lo  Statuto  ^specialmen- 
te in  riguardo  julla  istituzione  de9  pari  Questa 
fraudolenta  aggiunta  ministeriale  fu  la  scin- 
tilla ,  che  destò  il  terribile  incendio  del  15 
maggio  1848,  come  tra  breve  vedremo. 

Partita  la  Belgiojoso,  i  patrioti  napoletani, 
istigati  dagli  stessi  ministri  e  da'  fratelli  del 
xesio  d'Italia,  cominciarono  a  gridare  essere 
un  grande  disonore   per  questo  Regno  man- 
dar soltanto  200  prodi  capitanati  da  una  don- 
na per  affrancar  ftt  Lombardia  dallo  straniero: 
quindi  chiassi  e  dimostrazioni,  in  apparenza 
contro    il  ministero ,    in  realtà  contro  il  re. 
Questi,  memore  di  quanto  si  era  detto  sulle 
sue  intenzioni,  die  ordine  a*  ministri,  che  se- 
condassero in  tutto  <5irca  la  partenza  de'  vo- 
lontarii  per  Y  alta  Italia.  Perlocchè  ,  il  14  a- 
prile,partirono  altre  due  compagnie,  in  tutto 
240  volontarii, imbarcandosi  sul  piroscafo  Lom- 
bardo ,    ed  approdarono  a  Civitavecchia ,  ove 
si  congiunsero  con  gli  altri  volontarii  romani. 
In  seguito  si  formarono  varii  battaglioni,  tra 
i  quali  figuravano   non  pochi  istruiti  uffiziali 
dell'esercito,  come  un  Carrano ,  un  Materaz- 
zo,  un  Vaccaro,  un  Rosaroll.   Però  costoro 
ammettevano  ne'  loro  corpi  o  gente  da  trivio 

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—  328  — 

lacera  e  disperata,  o  rompicolli.  Tutti  furono 
Testiti  ed  armati  a  spese  dello  Stato;  ebbero 
bandiere  e  nastri  tricolori  per  fregiarsi  il  pet- 
to. Tutti  que'  volontarii  s'imbarcarono  per  Li- 
vorno sul  vapore  Maria  Teresa ,  ed  erano 
250 ,  capitanati  dall'  uffiziale  Carrano,  a*  quali 
si  unì  il  1°  battaglione  del  10°  reggimento  di 
linea. 

Quest'altra  spedizione  fu  bandita  per  l'avan- 
guardia dell'esercito  approntato  per  la  guerra 
italiana  ;  varii  vapori  di  commercio  imbarca- 
vano altri  volontarii  alla  spicciolata»  che  con- 
duceali  ne'  porti  della  Toseana  o  del  Pie- 
monte. 

Le  pieghevolezze  del  re,  e  l'insediamento 
del  nuovo  ministero  fazioso,  di  giorno  in  gior- 
no accrescevano  la  nota  audacia  de*  ribelli; 
i  quali  faceano  continue  dimostrazioni  di  piaz- 
za ,  con  grida  di  viva  e  di  morte,  accompa- 
gnate sempre  da  nuove  doifiande  immoderate 
ed  audaci. 

Quel  ministero  era  maestro  e  duce  di  tutto 
quel  baccano  che  si  facea  in  Napoli  e  nelle 
province  ;  la  maggior  parte  de'  ministri  av- 
viava le  cose  in  modo  da  raggiungere  il  lo- 
ro desiderato  scopo  ,  cioè  di  esautorare  Fer- 
dinando il  e  proclamare  la  repubblica  confe- 
derativa. L'  affare  che  a  loro  più  interessava 
era  quello  di  allontanare  la  truppa  dal  Re- 
gno, per  non  trovarsi  a  fronte  un  serio  osta- 
colo nel  momento  di  scagliare  un  mortale  colpo 
contro  la  monarchia.  Eglino  diedero  il  motto 
d'ordine  a'  loro  consettarii  di  piazza,  cioè  che 
si  devea  gridare ,  essere  volontà  "del  popolo 
tovmno  di  farei  la  guerra  contro  il  tedesco, 

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.  —  329  — 

mandando  1'  esercito  patrio  per  combatterlo 
su'  campi  lombardi.  Conoscendo  per  prova 
ohe  co'  disordini  si  ottenea  tutto  dal  re  ,  si 
decisero  accrescere  quelli  che  travagliavano 
questa  capitale.  In  effetti  la  magistratura  era 
derisa ,  la  Guardia  nazionale ,  in  cambio  di 
guarentir  l' ordine  pubblico ,  si  univa  co'  di- 
mostranti e  con  gli  anarchici ,  anzi  prendeva 
essa  l'iniziativa,  e  tutti  facevano  chiassi  e  bal- 
dorie. La  truppa  a  nulla  valeva,  perchè  il  set- 
tario ministro  della  guerra  e  marina,  il  bri- 
gadiere Raffaele  del  Giudice,  avea  dato  ordine 
a*  capi  della  stessa  di  rispettare  e  far  rispet- 
tare quegl'  indecenti  disordini ,  quegl'  insulti 
allo  stesso  sovrano,  chiamandoli  voti  ed  aspi- 
razioni di  un  popolo  libero  e  generoso.  Se 
qualcheduno  di  que'  ministri  avesse  voluto 
per  poco  imbrigliare  gli  anarchici,  gli  altri  gli 
avrebbero  gridato  alla  croce  ,  proclamandolo 
non  all'altezza  de'  tempi, ma  nemico  della  patria 
e  venduto  al  tiranno.  • 

Mentre  il  ministero  Troya,aiutato  da'  settarii 
indigeni  ed  esteri  teneva  iljRegno  in  agitazio- 
ne onde  far  partire  l'esercito  per  la  Lombar- 
dia, erasi  già  messo  in  relazione  co'  governi 
rivoluzionarli  della  Penisola  per  formarsi  la 
lega  italiana;  nel  medesimo  tempo  oprava 
energicamente  per  1'  elezione  de'  deputati  al 
Parlamento  napoletano  ,  facendo  ogni  supre- 
mo sforzo  per  far  risultare  gli  adepti  alla  Gio- 
vine Italia. Circa  al  primo  compito,  l'8  aprile» 
a  richiesta  del  ministro  degli  esteri,  Dragonet- 
ti,si  pubblicò  un  decreto,col  quale  si  nomina- 
vano ministri  plenipotenziarii  Colobrano,  Lu- 
perano,  de  Lieto  e  Proto.  Costoro  ebbero  il 

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—  330  — 

mandato  dal  ministero  di  far  comporre  una 
dieta  federale  di  rappresentanti  de*  varii  par- 
lamenti italiani  ,  per  provvedersi  alla  guerra 
contro  i  tedeschi  e  decidere  qualunque  que- 
stione tra'  diversi  Stati  d'Italia.  Fu  eziandio 
mandato  il  Leopardi  presso  re  Carlo  Alberto» 
in  qualità  di  ministro  plenipotenziario,  onde 
stringere  più  1'  amistà  tra  le  due  corone  ita- 
liche ,  indagare  nel  medesimo  tempo  le  in- 
tenzioni di  quel  sovrano  e  salvaguardare  gl'in* 
teressi  napoletani. 

Quella  lega,  detta  italiana,  non  ebbe  effetto 
per  le  stesse  intemperanze  de'  rivoluzionarli; 
i  quali  avrebbero  voluto  che  il  Papa  per  far 
piacere  a  loro  avesse  intimata  la  guerra  al- 
l' Austria  ,  potenza  cattolica  ;  taluni  preten- 
devano che  avesse  scomunicato  quell'impera- 
tore. Che  buffoni  !  dunque  la  scomunica  non 
è  uno  spauracchio  del  medio-evo,  un  servirsi 
dell'  armi  spirituali  per  ottener  vantaggi  ter- 
reni ?  La  scomunica  è  soltanto  buona  e  pro- 
duce i  suoi  effetti  quando  giova  a  fini  biechi 
de'  rivoluzionari! 

Pio  IX  avea  condannate  le  rivoluzioni  ita- 
liane^ non  volle  mai  aderire  a  che  la  truppa 
romana  varcasse  il  confine  per  romper  guerra 
a'  tedeschi;  anzi  avea  riprovato  un  ordine  del 
giorno,  del  5  aprile  ,  del  generale  Durando, 
col  quale  gli  si  attribuivano  intenzioni  che  non 
poteà  avere.  Quando  poi  il  ministero  surto  in 
Roma  il  25  aprile  osò  imporgli  di  dichiarar 
la  guerra  all'Austria  offìcialmente,  e  Mamiani 
schiccherò  un  incendiario  proclama  bellicoso, 
Egli  rispose  con  l'allocuzione  del  29  dello 
stesso  mese.  Quell'allocuzione  tagliò  i  nervi 

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—  331  — 

alla  rivoluzione  e  svergognò  i  rivoluzionarii  ; 
i  quali,  con  la  loro  solita  impudenza,  bì  era- 
no proclamati  protetti  dal  sommo  Gerarca.  Da 
allora  finirono  totalmente  gli  osanna  e  comin- 
ciarono i  crucifige  contro  questa  grande  glo- 
ria italiana,  che  è  l'immortale  Pio  IX. 

.  L'altro  affare  interessantissimo,  pel  mini- 
stero Troya,  era  l'elezione  de'  deputati  al  Par- 
lamento napoletano.  È  necessario  conoscersi 
che  nel  1848,  pochissime  persone  sapeano  che 
cosa  si  fosse  un  deputato  e  quali  i  suoi  dritti 
ed  i  suoi  doveri;  quindi  la  gran  maggioranza 
degli  elettori  ignorava  qual  valore  avesse  un 
voto  dato  ad  un  buono  o  cattivo  cittadino.  Av- 
venne perciò,  in  varii  collegi  elettorali,  che 
la  gente  pacifica  ed  onesta  delle  province  votò 
per  qualche  prepotente  o  malvagio,  con  lo  sco- 
po di  torselo  dai  piedi,  sapendo  soltanto  che 
dovea  irsene  a  Napoli  per  esercitare  un  im- 
piego qualunque.  Nonpertanto  la  gran  maggio- 
ranza degli  elettori,  che  non  guardava  di  buon 
occhio  la  tanto  decantata  Costituzione  ,  si  a- 
stenne  di  andare  all'urna;  di  trentacinquemila 
elettori,  che  allora  offriva  questa  capitale,  vo- 
tarono mille  e  settecento  soltanto.  Il  ministero 
che    avea  tutto    F  interesse  di  fare   eleggere 
deputati  faziosi ,    oltre  delle  tante  corruzioni 
che  mise  in  opera,  si  giovò  eziandio    dell*  i- 
gnoranza  degli  elettori.  Sarebbe  troppo  lungo 
e  noioso  se  volessi  qui  accennare  tutti  imbro- 
gli e  le  prepotenze  che  fecero  i  cagnotti  del 
ministero  in  Napoli  e  nelle  province,   per  far 
risultare  a  rappresentanti  del  popolo  gli  affi- 
liati alla  Giovine  Italia:  basti  sapere  che  le 

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—  332  — 

liste  de'  candidati  furono  mandati  da  Roma  e 
da  Torino, 

Molti  deputati  non  aveano  censo,  e  del  bel 
numer'uno  eravi  Silvio  Spaventa  nativo  di  Bom- 
ba, che  al  presente  fa  il  milord  —  alla  nostra 
barba...  —  Si  ebbero  in  cotal   modo  164  de- 
putati, la  maggior  parte  non  conosciuti  dagli 
stessi  elettori»    o  perchè  non  aveano  mai  a- 
vuto  una  rappresentanza  in  società,  o  perchè 
erano  stati  emigrati ,   o  perchè   usciti  allora 
dalle  galere.  Per  la  qual  cosa  il  Sommo  Pon- 
tefice Pio  IX  a  maraviglia  definì  in  due  pa- 
role il  suffragio  universale,  chiamandolo  men- 
zogna universale.  E  lo  stesso  demagogo  Prou- 
dhon  fu  costretto  a  dire:  Le  suffrage  univer- 
sei   est  appelé  portout   à  faire.tentrer  pour 
jamais  dans  la  fosse  Vautoritè  gouvernemen- 
tale. 

Buon  numero  di  que*  deputati  si  vantavano 
pubblicamente,  che  il  primo  atto  del  lor  po- 
tere esercitato  in  Parlamento  ,  sarebbe  stato 
quello  di  proclamare  la  Costituente  e  detro- 
nizzare il  tiranno.  Intanto,  secondo  la  logica 
e  la  morale  de'  settarii,  Ferdinando  II  fu  un 
sovrano  fedifrago,  perchè  si  fece  detronizzare 
con  le  sole  chiacchiere,  e  non  si  fece  con- 
durre al  patibolo  ,  ma  in  cambio  detronizzò 
egli  i  detronizzatori. 

Tutto  quello  però  che  avea  fatto  il  ministero 
Troya  era  un  nulla  a  paragone  della  gran  pre- 
mura che  dimostrava  per  compiere  la  parte 
più  essenziale  del  suo  programma ,  cioè  di 
mandare  in  Lombardia  quanti  più  soldati  a- 
vesse  potuto.  L'affare  era  ben  serio;  è  pur 
vero  che  dava  molto  a  sperare  una  felice  riu- 

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^  _  333  — 

scita  pe'  settari ,  però  non  lasciava  di  essere 
pericoloso  per  gli  accidenti* 

Era  pur  troppo  vero  che  il  popolò,  ossia  la 
marmaglia  erasi  affrancata  da  qualunque  au- 
torità e  facea  continue  baldorie  con  grida  di 
vìva  e  di  morte,  che  tutto  il  potere  era  nelle 
mani  della  sètta,  ed  i  deputati  erano  lì  pronti 
per  dare  l'ultimo  fatale  colpo  alla  monarchia; 
,  ma  la  presenza  nel  Regno  di  un  esercito  va- 
loroso e  fedele  al  sovrano  intorbidava  i  sogni 
dorati,  ossia  i  biechi  proponimenti  #de^  detro- 
nizza tori.  Tutte  le  male  arti  usaronsi'per  isbà- 
razzarsi  della  truppa  al  più  presto  possibile  ; 
\  ministri  settarii  ed  i  faziosi  di  piazza  faceà- 
no  a  gara,  secondo   i  proprii  mezzi,  per  otte- 
nere quello  scopo  tanto  desiderato.  I  fratelli, 
che   si    erano  costituiti    in  varii  governi  ita- 
liani ,  aiutavano  questi  di    Napoli    per   com- 
piere 1'  opera  cominciata,  mandando  messi  e 
plenipotenziarii ,'    onde  affrettare   la  partenza 
'  del  nostro  esercito  per  la  Lombardia,  rimpro- 
verando ad  arte  i  napoletani  di  essere   i  più 
freddi   nel   cooperarsi   alla  redenzione   della 
patria  comune. 

Il  generale  Guglielmo  Pepe  volea  persua- 
dere Ferdinando  li  di  mettersi  alla  testa  del* 
l'esercito  ed  avanzarsi  contro,  i  tedeschi;  da- 
ypgli  quel  consiglio,  come  poi  affermò  in  varii 
£ttoi  scritti  stampati  e  pubblicati,  per  indurlo 
ad  uscir  dal  Regno  e  non  farlo  più  rientrare* 
•  Di  più  consigliavalo  a  cedere  la  cittadella  di 
Messina  a'  ribelli  siciliani,  assicurandolo  ch$ 
Costoro,  riconoscenti  a  tanto  patriottismo,  fili 
darebbero  daji  a  lui  animai  e  corpo.  Re  Fer- 
dinando non  era  uomo  da  cadere  in  sì  gros- 

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_    33Ì  —   - 

solane  insidie,  e  quindi,  senza  farsi  inteso  di 
aver  compresa  la  trappola  che  gli  si  volea 
preparare ,  opponeva  ragioni  diplomatiche  e 
di  alta  convenienza  alle  reiterate  insistenze 
del  nòstro  eroe  di  Antrodoco. 

Il  ministero,  aiutato  da'  militari  felloni,  fa- 
cea  sforzi  erculei  per  radunare  la  truppa.  Era 
questa  svogliata,  perchè  sentiva  istintivamente 
che  quella  guerra  lombarda  sarebbe  stata  un 
tranello  teso  al  suo  sovrano  ed  al  paese;  del 
resto  non*  avea  alcuna  fiducia  nel  generalis- 
simo Pepe  —  che  volle  esser  capo  di  quella 
spedizione  —  non  ignorando  le  vergogne  e  la 
fuga  di  costui  davanti  a'  tedeschi  il  7  marzo 
1821.  L'altro  guaio  serio  pel  ministero  era 
quello  che  gli  mancava  la  moneta  per  fax 
muovere  que*  soldati  e  condurli  sul  Po.  L'e- 
rario era  esausto ,  perchè  i  patrioti  ,  appena 
ghermirono  il  potere  ,  fecero  spese  inutili  e 
pazze  ,  non  tralasciando  di  dar  grosse  pen- 
sioni a'  martiri.  In  que*  due  ultimi  mesi  erari 
stato  un  vero  piglia  piglia  sfacciati ssimo,  da 
lasciar  nudo   il  fondo   delle  casse  pubbliche/ 

Il  ministro  delle  finanze,  Ferretti,  volendo 
far  credere  che  la  mancanza  del  denaro  era 
stata  la  cattiva  amministrazione  del  governo 
assoluto,  fece  scioccamente  pubblicare  la  Sto- 
ria della  finanza  napoletana'dal  1830  al  1847t 
ottenne  un  risultato  diametralmente  oppòsto 
a  quello  che  desiderava.  Difatti  risultò  che 
Ferdinando  II  nel  1830,  avea  trovato  il  Regno 
desolato:  eppure, dopo  di  aver  fatto  tante  splen- 
dide e  necessarie  opere  pubbliche ,  estinti  i 
debiti,  che  erano  il  fatale  retaggio  lasciatoci 
dai  carbonari  del"  1820,  e  creato  un  esercito 

.      Digitized  by  GoOgle 


—  335  — 

ed  una  flotta,  nondimeno,,  nel  1847  ,  si  erari 
trovati  in.  deposito  nelle  Gasse  dello  Stato  due 
milioni  e  duecentomila  ducati'  Ma  questa  som- 
ma era  sparita  appena  il  potere  passò  nelle 
mani  de  redentori  della  patria:  sicché  quella 
storia  riusci  una  satira  vergognosa  per  la  ri- 
voluzione. 

Malgrado  che  mancasse  il  danaro,  la  guerra 
si  dovea  fare  a  qualunque  costo,  in  apparen- 
za per  affrancar  l'Italia  dal  barbaro  tedesca, 
in  realtà  per  compiersi  quel  negozio  patriot- 
tico che  già  ho  accennato  di  sopra.  I  rivolu- 
zionarli ,  niente  moderati  o  scrupolosi ,  trat- 
tandosi di  tenersi  abbarbicati  al  potere  e  com- 
piere i  loro  malvagi  fini,  ordinarono  riduzioni 
di  pensioni  degli  antichi  impiegati  al  ritiro, 
prestiti  volontari  e  forzosi ,  anticipazione  di 
fondiaria ,  ed  altre  simili  delizie  ,  che  oggi , 
per  noi  redenti,  non  sono  affatto  una  novità. 
Per  adescare  i  gonzi  a  dar  danaro  per  la 
santa  causa,  pubblicarono  che  avrebbero  fatto 
conoscere  al  popolo  per  mezzo  della  stampa 
i  nomi  di  tutti  coloro  che  avrebbero  soccorsa 
la  patria  con  Y  obqlo  patriottico.  Però ,  trat- 
tandosi di  danaro  ,  è  sempre  un  afifar  Serio, 
e  gli  stessi  gonzi  non  son  più  tali  ;  quindi 
pochissime  persone  misero  mano  alla  borsa 
per  concorrere  alla  redenzione  d'Italia. 

Il  ministero,  vedendo  che  non  potea  far  da- 
nari con  le  sole  menzioni  onorevoli,  obbligò 
varie  classi  di  cittadini  ad  esser  prodighi,  tas- 
sando alla  cieca  commercianti ,  fabbricanti  , 
sensali,  agenti  di  cambio,  arti,  mestieri,  pro- 
fessioni e  più  di  tutto  alleggerì  ben  bene  le 
Mense  vescovili ,   le  Badie  ,  le  Commende  e 

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—  336  — 

gli  Ordini  religiosi  d'ambo  i  sessi.  E  cosi  a 
forza  d'illegalità  e  violenze,  che  chiamavano 
libertà   e  progresso  da'  nullatenenti  saliti   al 

fiotere ,  si  raccolsero  due  milioni  di  ducàti- 
1  generalissimo  Pepe  ,  non  tralasciò  d'invi, 
tare  il  re  a  dar  danaro  dalla  sua  borsa  par- 
ticolare; e  questi,  o  per  amore  o  per  conve- 
nienza, non  se  lo  fece  dire  due  volte,  sborsò 
grosse  somme.    •_ 

Il  Papa  non  volea  concedere  il  passaggio 
ne' suoi  dominii  a'  soldati  napoletani:  quindi 
vàrii  consigli  di  ministri  e  di  generali  si  ten- 
nero per  trovare  iL  miglior  modo  come  condur- 
re l'esercito  in  Lombardia.  Pepe,  prosuntuoso 
sempre  ,  volea  imbarcarsi  sopra  sei  fregate 
con  sette  battaglioni  ed  andar  diritto  a  Ve- 
nezia. Lo  dissuase  il  contrammiraglio  barone 
.  de  Cosa ,  facendogli  osservare  che  con  tanta 
gente  sulle  navi,  le  manovre  delle  stesse  sa- 
rebbero state  difficili ,  ed  incontrandosi  con 
una  flottiglia  nemica,  sarebbe  stato  facile  ri- 
maner tutti  prigionieri. 

In  que'  consigli  di  ministri  e  di  generali  vi 
furono  rimproveri  e  recriminazioni,  scopren- 
dosi le  inettezze  de' primi.  Qualche,  generale  - 
di  mente  e  di  cuore  ,  prima  di  manifestare 
il  suo  parere  circa  il  modo  di  far.  marciare 
l'esercito  e  formare  un  disegno  di  guerra  qua- 
lunque ,  si  rivolse  al  ministro  degli  affari  e- 
steri ,  marchese  Dragonetti ,  come  colui  elle 
per  obbligo  dovea  essere  informato,  per  mez- 
zo di  agenti  ben  pagati ,  per  sapere  ciò  che 
presso  l'altre  nazioni  e  governi  si  praticava. 
Quel  ministro  rispose  ,  che  poco  conoscea  lo 
stato  della  diplomazia  di  quel  tempo,  essendo 

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—  337  — 

nuovo  in  càrica.  Gli  fu  detto  che  avea  fatto 
male  accettare  un  posto  tanto  interessante  in 
tempi  tanto  difficili ,  e  sarebbe  stato  neces- 
sario cederlo  a  chi  meglio  di  lui  avrebbe  po- 
tuto servir  la  patria  in  un  momento  che  an- 
dava a  compromettersi  in  una  guerra  piena 
di  pericoli. 

Essendosi  esposto  il  rifiuto  del  Papa  di  far 
passare  i  soldati  napoletani  sullo  Stato  pon- 
tificio, il  ministro  Scialoja  altro  rimedio  non 
seppe  trovare  a  quel  diniego,  che  spiattellare 
la.  seguente  mistica  sentenza:  Essendo  santa 
la  causa  e  protetta  da  Dio ,  non  deve  incontrar 
re  ostacoli.  Gli  fu  risposto  con  ironia,  mista  a 
disprezzo, che  quel  Consiglio  non  era  ivi  radu- 
nato per  invocare  i  miracoli  operati  da  Mosò 
nel  condurre  il  popolo  ebreo  nella  terra  pro- 
messa. 

Essendosi  chiesto  al  brigadiere  del  Giudice, 
ministro  della  guerra  e  marina,  perchè  avea 
spedito  un  battaglione  del  10°  reggimento  di 
linea,  quando  ancora  non  era  stata  decisa  la 
partenza  di  un  corpo  di  esercito  per  combat- 
tere i  tedeschi  in  Lombardia,  quest'  altro  mi- 
nistro, in  cambio  di  rispondere,  protestò  di- 
cendo ,  che  egli  non  avea  dato  alcun*  ordine 
per  quella  partenza,  e  qualunque  si  fosse  la 
sorte  di  quel  reggimento  ,  non  intendeva  in- 
dossarsi alcuna  responsabilità.  ÀI  sentire  una 
si  strana  risposta  dell'eccellentissimo  ministro 
della  guerra  e  marina ,  i  generali  domanda- 
rono ad  una  voce:  «  Chi  dunque  osò  dar  Tor- 
te dine  della  partenza  di  una  parte  del  nostro 
«  esercito,  per  recarsi  sopra  un  campo  di  bat- 
te taglia  e  combattere  una  potenza  *r&Qi  tut- 

o 


—  338  — 

«  t'ora  amica?  »  Non  avendo,  subito  risposto 
il  brigadiere  del  Giudice,  perchè  forse  inter- 
detto dall'  aspetto  minaccioso  di  que'  vecchi 
ed  onorati  generali,  saltò  in  mezzo  il  curiale 
Conforti,  ministro  dell'  interno ,  e  con  tuono 
risoluto  ,  credendo  di  troncar  la  questione  : 
II  10°  reggimento  di  linea  esclamò  si  fece  par- 
tire per  dar  soddisfazione  al  popolo.  Gli  fu 
risposto,  che  l'esercito  non  dovea  servire  pei 
capricci  di  persone  poco'  onorevoli,  onde  far- 
ne un  giuocattolo  per  ingraziarsi  una  marma- 
glia sfrenata,  e  che,  se  tal  pretensione  fosse 
conosciuta  dalle  milizie  ,  gravissime  poterne 
risultare  le  conseguenze.  Sarebbe  lungo  ri- 
portar qui  una  piccola  parte  di  quel  che  si 
disse  in  quel  Consiglio  di  generali  e  di  mini- 
stri, per  dare  un'idea  dell'insipienza  e  pro- 
sunzione  di  costoro  ,  celebrati  sapientissimi 
da'  consettarii. 

Dopò  varie  pratiche,  il  Papa,  importunato  dai 
suoi  ministri,  della  stessa  pasta  di  quelli  na- 
poletani, condiscese  che  le  truppe  napoletane 
passassero  sul  territorio  pontificio,  dichiaran- 
dosi però  neutrale  e  passivo  in  quella  scom- 
pigliata faccenda. 

Si  erano  raccolti  circa  quattordici  mila  sol- 
dati, de'  quali  ai  formò  un  corpo  di  esercito 
di  due  divisioni.  La  prima  comandata  dal  no- 
vello tenentegenerale  conte  Giovanni  Statella, 
risultava  di  otto  battaglioni  di  fanteria  ,  una 
batteria  di  artiglieria,  due  compagnie  di  zap- 
patori e  du*  di  ambulanze.  La  seconda  divi- 
sione ,  capitanata  dal  brigadiere  Carlo  Nico- 
letti,  era  composta  di  sette  battaglioni  di  fan- 
teria, una  batteria  di  artiglieria  ed  una  com- 

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.—  339  — 

pagnia  di  zappatori:  un  reggimento  di  lancieri 
e  due  di  dragoni  completavano  la  cavalleria. 
sotto  gli  ordini  del  colonnello  Marcantonio 
Colonna. 

La  flotta  si  componeva  di  cinque  fregate  a 
Vapore  >  due  a  vela  ed  una  corvetta;  essa  era 
pronta  a  salpare  guidata  dal  contrammiraglio 
de  Cosa*  Tutta  quella  gente  di  terra  e  di 
mare  obbediva  all'  eroe  di  Antrodoco ,  -il  te- 
nentegenerale  barone  Guglielmo  Pepe  ,  che 
con  poca  modestia  avea  chiesto  quel  coman- 
do in  capo.-Vàrii  uffiziali  superiori  non  volle- 
ro far  parte  di  quella  spedizione,  vergognan- 
dosi di  trovarsi  sotto  gli  ordini  di  un  Pepe  , 
che  avea  disonorato  Y  esercito  nel  1821.  Ed 
in  vero  fa  maraviglia,  come  in  quella  circo- 
stanza, il  tenentegenerale  conte  Giovanni  Sta- 
tella  abbia  potuto  accettare  il  comando  di  una 
divisione:  ma  costui  ,  nella  spedizione  della 
Lombardia,  dovea  commettere  altri  più  mador- 
nali errori,  come  appresso  vedremo. 

Una  giunta  militare,  composta  del  genera-'' 
lissimo  Pépe,  del  ministro  della  guerra  ,  del 
maresciallo  Labrano  e  de'  brigadieri  Scala  e 
Zizzi,  si  riunì  e  discusse  il  disegno  di  guerra, 
e  tutte  le  operazioni  militari.  L*  eroe  di  An- 
trodoco, al  solito,  facea  il  tagliacantoni  ,  pro- 
mettendo, che  al  suo  apparire,  sul  campo  di 
battaglia  tutti  i  tedeschi ,  condotti  dal  gene- 
rale Nugent ,  6  sarebbero  fuggiti  o  distrutti. 

Il  re,  in  unione  del  ministro  della  guerra 
e  del  capo  dello  stato  maggiore,  si  recò  a  Ca-* 
serta  ed  a  Capua  per  ispezionare  le  truppe 
colà  raccolte,  che  dovea  no  recarsi  in  Lombar- 
dia ;  die  gli  opportuni  ordini  perrhè  fossero 

22 

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—  340  —  • 

provvedute  di  tutto  il  necessario  ,  ed  emanò 
le  stesse  disposizioni  per  gli  altri  soldati  riu- 
niti in  Nocera,  pronti  a  partire  per  la  via  di 
mare. 

Il  27  aprile  partiva  la  prima  divisione,  di- 
rigendosi verso  gli  Abruzzi,  per  passare  nelle 
Marche  ,  indi  nelle  Romagne  e  congiungersi 
sul  Po  con  altre  truppe  e  volontarii  di  vari! 
Stati  d'Italia.  Dovunque  transitava  era  rice- 
vuta da'  rivoluzionari  con  evviva,  plausi  e  fio- 
ri ,  ma  niente  altro  che  simili  balocchi.  La 
seconda  divisione  s' imbarcò  sulla  flotta,  sal- 
pando dal  porto  di  Napoli,  volse  per  l'Adria- 
tico onde  condursi  ad  Ancona.  Giunta  nello 
stretto  di  Messina,  ebbe  una  salva  di  canno- 
nate dalle  batterie  sicule,  producendole  danni 
non  lievi.  Così  i  faziosi  di  quell'isola  saluta- 
vano i  fratelli  di  Napoli  che  andavano  a  com- 
battere le  battaglie  per  la  redenzione  d'I- 
talia I 

Pepe,  forse  perchè  ancor  necessario  a'con- 
giuratori  di  Napoli,  non  partì  co' suoi  dipen- 
denti, protestando  di  essere  affetto  di  febbre: 
in  quel  tempo  ebbe  in  dóno  dal  re  un  ma- 
gnifico cavallo  delle  scuderie  reali.  Il  4  mag- 
gio s' imbarcò  sul  vapore  Stromboli,  insieme 
al  suo  stato  maggiore,  volgendo  per  Ancona 
ove  giunto  fu  festeggiato  da'  caporioni  (fella 
rivoluzione.  Prima  di  partire  da  Napoli,  avea 
egli  ricevuto  l'ordine  sovrano  che  gli  proibi- 
va di  passare  il  Po  con  l'esercito:  ma  dovea 
muoversi  dal  Bolognese,  quando  avrebbe  ri- 
cevuto altre  istruzioni.  Egli  però  non  tenne 
conto  né  degli  ordini  sovrani  né  di  quelli 
dello  stesso  settario    ministero  ;    anzi    il    10 

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maggio  schiccherò  un  ordine  del  giorno  ai  suoi 
dipendenti,  in  cui  vantando  le  sue  bravure  di 
Spagna  sotto  Murat,  dicea  che  allora  i  sol- 
dati lo  chiamavano  padre;  e  cònchiudeva  con 
assicurarli  esser  necessario  recarsi  subito  al 
di  là  del  Po,  per  combattere  il  barbaro  te* 
desco  ,  promettendo  alti  gradi  anche  a'  sem- 
plici soldati  che  si  fossero  distinti  in  quella 
guerra.  La  soldatesca,  al  grido  del  suo  ge- 
neralissimo di  viva  V indipendenza  italiana, 
rispondea:  Viva  il  nostro  Re  !  Dopo  quell'or- 
dine del  giorno,  il  vanitoso  eroe  di  Antrodo- 
co  die  il  segnale  della  partenza  per  Bologna 
ove  giunto,  alloggiò  in  casa  di  Pepoli. 

I  faziosi  di  Napoli,  visto  che  il  fior  fiore 
della  truppa  nazionale  si  era  allontanato  dal 
regno,  pensarono  a  preparare  i  mezzi  mora" 
li,  per  compiere  la  rivoluzione,  e  rovesciare 
dinastia  e  trono.  Prima  di  tutto  cominciaro- 
no a  spacciar  notizie  false,  calunniose  ,  con- 
traddittorie e  bestiali;  diceano  che  Ferdinan- 
do II  li  avesse  traditi, avendo  mandato  in  Lom- 
bardia gli  uffiziali  più  patrioti  per  farli  as- 
sassinare dagli  austriaci;  che  i  soldati,  man- 
dati per  mare  ,  non  sarebbero  sbarcati  ad 
Ancona,  perchè  li  avrebbero  impediti  gì*  in- 
glesi comprati  dal  re;  che  costui  non  volea 
far  la  guerra  contro  i  tedeschi,  in  effetti  avea 
proibito  al  Pepe  di  passare  il  Po,  e  che  avea 
fatto  lega  con  gì*  imperatori  di  Russia  e  d'Au- 
stria per  abbattere  la  rivoluzione  e  massa- 
crare i  patrioti.  Queste  ed  altre  simili  ciance 
spacciavano  i  settari,  e  per  meglio  farle  cre- 
dere da' gonzi  e  da*  liberali  di  buona  fede, 
faceano  venire    quelle  lettere   dette  bianche, 

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—  342  — 

di  cui  ho  ragionato    di    sopra   in    una    nota» 
Quella  satannica  propaganda  riusciva  a  ma* 
raviglia,  e  fu  causa  di  conseguenze  funeste. 
Oltre  di  che,  per  organizzarsi  l'ultima  rivolta 
COBtro  la  monarchia ,    si  crearono   in  Napoli 
varii  circoli  faziosi ,    ed  in  quello   detto   del 
Progresso,  sebbene  comparisse  capo  un  Giu- 
seppe Dardano,  ne  erano  i  veri  capi  Ricciardi, 
Romeo    e   Saliceti.   Costoro   stamparono   una 
proclamazione   a  nome    del  popolo ,    firmata 
dal  medesimo  Dardano,  nella  quale  si  dicea: 
«  Lo  Statuto  dato  è  una  vergognosa  copia  de! 
«  francese  ,  è  immorale  ;    più  immorale  è  il 
«  ministero  ;    questo    lavora   pel   dispotismo. 
_«  Noi   ripigliamo   i  nostri  dritti  eterni  .   prò- 
«  clamiamo    la  Costituzione  del  1820 ,    sopra 
«  ba§i  più  larghe  ;    essa  ne  fu  tolta  da  armi 
«  straniere,  ma  fu  protestato;  venuta  è  Fora 
«  solenne   di  rivendicarla  ,    e   se   il   governo 
«  non  fa  senno,  andremo  più  avanti  ancora. 
«  Il  popolo  (e  dalli  col  povero  popolo  !)  si  ri- 
«  corderà  che  esso  è  sovrano.  »  Quella  pro- 
clamazione venne  sparsa  per  la  capitale  e  per 
le  province,  ove  si  mandarono  i  cagnotti  della 
sètta,  per  abbattere  il  governo  del  re  e  crear- 
sene un  altro  a  nome  dal  popolo,  e  così  im- 
possessarsi   nelle  pubbliche  casse ,    dovendo 
servire  al  compimento  della  santa  causa,  che 
era  quella  delle  sdrucite  lor  tasche. 

I  ministri,  tuttoché  discordi  tra  loro,  erano 
però  uniti  nel  volere  abbattere  la  monarchia, 
e  gli  strali  lanciati  ad  essi  ,  da  faziosi ,  sa- 
pe a  no  che  in  realtà  erano  esclusivamente  di- 
retti contro  il  re  ;  quindi  si  compiacevano 
de*  finti  attacchi    de*  loro  conseltarii  r  anzi  li 

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^consigliavano  e  li  sostenevano  in  quella  turpe 
propaganda,  e  più  di  tutti  il  famigerato  Con- 
forti ,   ministro  dell'  interno.  Difatti  per  mo- 
strarsi più  rivoluzionarli  de'  loro  maestri,  al- 
lora dipendenti  ,    fati  ga  va  no  alacremente   ad 
imbrogliar  sempre  più  le  cose  ed  accrescere 
l'anarchia,  sciorinando  decreti  sciocchi,  inop- 
portuni, contraddite) ri i,  bestiali;  mutando  leg- 
gi ed  uomini  ogni  giorno  ed  anche  ogni  ora. 
Per  chiamare  al  convito  nazionale  i  fame- 
lici frate  Ili  sopravvenuti,  e  metterli  alla  por- 
tata di  congiurare  contro  il  re,  creavano  Com- 
missioni come  in    tempi  di  perfetta  pace  ;  a 
chi  davano  l'incarico  di  riordinare  l'istruzione 
pubblica,  a  chi  le  dogane,  a  chi  la  revisione 
del  codice  civile.    Imbriani ,  ministro  dell'  i- 
struzione  pubblica,  dichiarò  il  Museo  Farnese 
proprietà  nazionale  ,   non  tenendo  conto   che 
fosse   proprietà  particolare  ereditaria  di  Casa 
Borbone  di  Napoli.  Nominò  una  Commissione 
per  riformare  il  Museo  reale  ;   ed  i  riforma- 
tori altro  di  bello  non  seppero  fare,  che  in- 
volare qualche  oggetto  d'arte,  saccheggiare  i 
fondi  del  medesimo  Museo,  deteriorare  e  gua- 
stare la  collezione  delle    monete    ed  esporre 
al  pubnlico  le  statue  oscene  (l)i 

Il  ministro  del  culto,  Francesco  Paolo  Rug- 
giero, per  mostrarsi  all'altezza  de'  tempi,  fic- 
cava il  naso  nelle  sagrestie;  facea  progetti  di 
legge  per  ispogliare  i  luoghi  pii,  abolire  i  ve- 
scovi, i  seminarii ,  e  con  un  tratto  di  penna 

(1)  Nel  1860,  anche  il  gallo  Dumas,  eletto  diret- 
tore di  questo  Museo  dall' italianissimo  dittatore  Ga- 
ribaldi, imitò  i  riformatori  del  1843. 

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cassare  il  Concilio  di  Trento,  creando  anche 
una  Commissione  per  compilare  un  codice 
ecclesiastico  !  Bestia  di  un  ministro  settario  ^ 

Il  ministro  della  guerra,  brigadiere  del  Giù* 
dice  (1),  regalava  cannoni  alla  Guardia  nazio- 
nale di  Pisa.  Il  ministro  degli  affari  esteri 
marchese  Dragonetti ,  che  avea  dichiarato  in 
Consiglio  di  ministri  e  di  generali ,  non  co- 
noscere la  politica  degli  altri  Stati  italiani , 
conosceva  però  il  carrettiere  Ciceruacchio , 
capo  della  faziosa  marmaglia  romana ,  e  per 
mezzo  del  conte  Ludolf ,  nostro  ministro  pres- 
so la  S.  Sede  ,  gli  mandava  la  medaglia  di 
Francesco  7,  in  compenso  di  essere  stato  un 
capo  popolo  ,  un  accanito  persecutore  delist 
gente  più  onorevole  di  Roma.  Ciceruacchio , 
imbeccato  da  coloro  che  voleano  svergognare 
la  monarchia  napoletana,  rifiutava  con  disde- 
gno quella  decorazione  I 

Il  ministro  Conforti  mandò  una  circolare  a 
tutti  gì*  intendenti  delle  province  ,  acciò  co- 
storo prendessero  possesso  di  tutte  le  terre 
comunali,. che  erano  state  usurpate  dagli  at- 
tuali proprietari  ,  per  dividerle  a'  cittadini 
poveri.  Quella  misura,  che  in  tempo  di  pace 
avrebbe  avuto  un'  apparenza  di  legalità  e  di 
vantaggio  pe'  coloni  indigenti,  fu  il  segnale 
di  una  completa  disorganizzazione,  di  risse  e 
prepotenze:  era  quanto  desiderava  Teccellen^ 
tissimo  ministro  Conforti,  .ex  curiale.  In  ef- 
fetti, quella  circolare  ministeriale  ,  chi  la 
giudicò  legge  agraria,  chi  comunismo;  e  quin- 

/  (1)  Quest'  altro  buffone,  in  quel  tempo  si  vantava» 
parente  de9  fucilati  fratelli  Bandiera. 

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dì  i  nullatenenti  s' impossessarono  non  solo 
delle  terre  comunali,  in  taluni  paesi,  ma  an- 
che di  quelle  de*  particolari. Chi  avea  forti  poi* 
moni  per  gridare  e  schiamazzare  ,  chi  avea 
più  forza,  ottenea  più  possessioni  e  più  ne 
volerà.  Fu  un  vero  saccheggio  voluto  ed  au- 
torizzato dal  ministro  dell'interno,  dicentesi 
custode  dell*  ordine  pubblico. 

Mercè  la  cooperazione  di  que'  ministri  il 
pregresso  correva  a  pass!  di  gigante ,  recan- 
do il  disordine  anche,  morale  in  tutte  le  clas- 
si della  società.  La  insubordinazione  era  ai- 
Po  rdìne  del  giorno;  negli  uffizi  governativi  i 
subalterni  si  rivoltavano  contro  i  superiori, 
nelle  fabbriche  i  lavoranti  contro  i  padroni, 
nelle  scuole  i  discepoli  contro  i  maestri;  nel- 
le famiglie  i  domestici  contro  icapi  di  fa- 
miglia, ed  i  figli  contro  i  genitori.  La  stam- 
pa libera  attizzava  tutte  le  più  truci  passioni 
e  quel  che  più  monta  si  è  ,  che  pubblicava 
articoli  da  far  venire  l'acquolina  in  bocca  ai 
nullatenenti,  che  già  cominciavano  ad  alzare 
avidi  gli  occhi  sui  palazzi  de' ricchi.  Un  gior- 
nalaccio, che  s'  intitolava  La  voce  delpopolo 
volendo  imitare  U  amico  del  popolo,  redatto 
da  Marat  .in  Parigi  neri792,  facea  anche  suoi 
i  desolanti  principii  del  Proudhon.  Difatti, 
serica  orpelli  pubblicava:  La  proprietà  è  un 
furto;  l'anarchia  è  Vultimo  grado  delia  liber- 
tà a  cui  può  giungere  il  genere  umano.  .  „ 
;  In  un  altro  numero  insinuava  il  popolo  a 
ricordarsi  di  Carlo  I  d' Inghilterra  e  di  Lui- 
gi XVI  di  Francia,  tutti  e  due  assassinati  dai 
settari,  aggiungendo  la  parola  capite  in  cor- 
sivo e  con  punti  ammirativi  !  Bisogna  conve- 

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—  34b  _. 

nire  ,  che  Ferdinando  II,  il  sgvjatio  proci  ci- 
mato da'  settari  fedifrago,  tiranno  e  sanguina- 
rio, in  que'  tristissimi  tempi  mostrò  grande 
abnegazione  e  pazienza,  non  già  quella  di  un 
S.  Giobbe,  ma  l'altra  di  talune  persone,  che 
io  non  voglio  qualificare  pel  rispetto  che  ho 
alla  memoria  di  quel  troppo  buon  monarca: 
debbo  però  dire,  che  quella  pazienza  ed  ab- 
negazione fruttarono  al  suo  popolo  tante  la- 
grime e  tanto  sangue  da  ridurlo  estenuato, 
disprezzato,  e  se  me  lo  permettete  ,  imbe- 
cillito. 

In  que'  nefasti  giorni  apparve  affissa  a'can- 
toni  della  città  la  seguente  proclamazione: 
«  -Cittadini  !  Noi  siamo  dovunque,  noi  abbiamo 
«  intelligenza  col  mondo  intiero,  che  si  leva 
«  con  noi  al  grido  dell'  indipendenza:  all'ar- 
«  mi,  all'armi,  cittadini!  La  libertà  è  un.  frut- 
«  to  squisito  che  si  coglie  nel  sangue,  ec.  » 
La  medesima  proclamazione  minacciava  fuci- 
lazioni agi'  impiegati  civili  e  militari  ,  alla 
guardia  nazionale  ed  alle  persone  oneste, quan- 
te volte  si  avessero  voluto  opporre  alla  ri- 
volta, o  non  si  fossero  uniti  alla  legione  del 
riscatto.  Saliceti,  scrittore  di  quel  proclama, 
volea  così  fucilare  quasi  la  intiera  popola- 
zione di  Napoli  !  Altri  circoli  e  comitati  del- 
la capitale  e  delle  province  pubblicarono  si- 
mili proclamazioni  ,  tendenti  alla  ribellione, 
alla  guerra  civile,  al  regicidio,  al  sangue. 

Tanto  spaventevole  baccano  non  iscuoteva 
il  ministero,  perchè  ne  era  il  fabbro  ,  anzi 
fingeva  nulla  sapere  e  sentire.  Alle  rimo- 
stranze della  gente  pacifica,  Conforti  ,  il  13 
maggio,  fece  pubblicare  da'  suoi  colleghi  una 

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-     —  347  — 

meschina  protesta,   che    chiamava  i  cittadini 
all'ordine;  e  quella  protesta  fu  derìsa.  Il  me- 
desimo Conforti,  principale  istigatore  di  quei 
disordini,  finse  far  sostenere    in    carcere    il 
Dardano,  che  figurava  come  -capo  del  circolo 
del  Progresso,  1  ministri  Imbriani  e  Ferretti, 
vedendo  tutto  preparato  per  lo    scoppio    del- 
l'imminente rivoluzione,  si  dimisero  da'  loro 
posti.     « 

A  tutti  que' mali  se  ne  aggiungeva  un  al- 
tro, le  reazioni. impotenti,  le  quali,  non  aven- 
do mezzi,  faceano  sforzi  inutili  contro  i  rivo- 
luzionari i  al  potere;  e  questi  si  servivano  del- 
l'autorità dello  stesso  sovrano  per  opprimere 
coloro  che  non  voleano  sentir  parlare  di  de- 
tronizzarlo, e  che  in  cambio  gridavano  viva 
il  nostro  re  Ferdinando  II  ! 

I  disordini,  i  mali  di  sopra  accennati,  frut- 
to delle  dotte   elucubrazioni    de*  progressisti, 
servivano  a  costoro  eziandio   per    calunniare 
la  gente  onesta  ed  il  re.  Gli  scioperi,  le  vio- 
lenze e    gl'incendii  degli    artigiani    diceansi 
opera  de'Gesuiti;  Gesuiti  e  realisti  erano  quel- 
li che  insultavano  il  re!  I  patrioti  non  poter 
riparare  a  tanti  danni,   perchè    dovunque    si 
erano  ficcati  Gesuiti  e  gesui  tanti;  i  quali  tut- 
ti voleano  il  disordine  per  far    desiderare  il 
dispotismo.  Il  comunismo  nelle  province,  con- 
seguenza della  circolare  di  Conforti  ,   essere 
stato  organizzato  da' Gesuiti,  con  mezzi  oppor- 
tuni approntati    dal  re  e    dall'Austria.  Non  si 
peritarono  dire,  che  Ferdinando  II  avesse  fatto 
costruire  il  carro  di  Mammone  per    farsi  in- 
sultare, atteggiandosi  a  vittima,  e  così  avere 
il  pretesto  di  reagire:  era  proprio  il  caso  che 

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—  348  —    - 

i  carnefici  erano  le    vittime    e  queste  i  car- 
nefici ì 

Il  ministero    del  3  aprile  avea  ottenuto  il 
suo  intento;  la  preparata  rivoluzione  era  pron- 
ta   a    scoppiare-,     per    abbattere    dinastia    e 
trono.    A    ciò  fare  dàvale   più  ardimento    la 
lontananza  delle  reali  milizie,  la  Guardia  na- 
zionale armata  e  faziosa,  gli  attruppamenti  in 
armi,  piovuti  dalle  province  e  dal  resto  d'I- 
talia, che  minacciosi   e  torbidi  si  aggiravano 
per  la  città,  non  senza  spavento  de'  buoni  cit- 
tadini. Una  fiotta  francese  nella  rada  di  Na- 
poli ,    visitata  da'  rivoluzionarii,  predicava  re- 
pubblica; i  repubblicani  francesi  scendevano 
a  terra  tronfi i  e  pettoruti,  e  spacciavano  pro- 
tezioni estere,  per  atterrire  i  realisti  e  dare 
animo    a'  ribelli.    In  effetti    lo   sbigottimento 
della  gente  onesta  ,  Y  ardimento  de'  tristi  ,   il 
comunismo,  la  corruzione  e  1'  abbominazione 
in  tutto,  faceano  versare  in  grave  pericolo  là 
real  famiglia    ed  il  trono.    11  motto  d'ordine 
era  già  dato  dalla  sètta:  la  rivoluzione  dovea 
scoppiare  allorquando  i  deputati  si  fossero  riu- 
niti in  Parlamento  ,   e  per  meglio  riuscire   a 
preparar  tutto,  erasi  prorogata  l'apertura  al 
15  maggio,  invece  del  1°  dello  stesso  mese. 


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CAPITOLO  XIV. 
SOMMARIO 

Le  concessioni  di  Ferdinando  II  servono  a  suo 
danno.  Prodromi  dèlia  giornata  del  15  maggio  in  Na- 
poli. Riunione  di  110  deputati  al  Palazzo  della  Co- 
mune in  Monteliveto.  Scene  tumultuose  ed  indecenti 
avvenute  io  quel  palazzo.  Dopo  inutili  pratiche  e 
spacciate  menzogne  si  corre  alle  barricate.  11  re 
concede  tutto  a9  deputati  ,  e  fa  altre  pratiche  per 
iscongiurare  la  guerra  civile,  ma  nulla  ottiene. 

Già  siam  giunti  ad  un'  altra  epoca  memo- 
randa ,  contraddistinta  dal  sangue  cittadino  , 
versato  in  questa  amena  ed  invidiata  Napoli; 
ove  lagrime,  sventure  e  catastrofi  avvennero 
per  l'ambizione  e  le  sceìleraggini  de'  settarii. 
Costoro,  di  accordo  co'  fratelli  del  resto  d'I- 
talia e  con  quelli  di  oltralpi ,  aveano  deciso 
disfarsi  del  re  Ferdinando  II  ,  della  dinastia 
e  del  vetusto,  trono  di  Ruggiero  il  Normanno 
e  di  Carlo  III  di  Borbone.  Eglino ,  dopo  di 
•aver  tutto  preparato  a  questo  scopo,  andavano 
in  cerca  di  pretesti  futili  ed  inverecondi  ; 
e  quel  sovrano  con  una  longanimità  e  pazienza, 
davvero  ammirevoli,  accordava  loro  ogni  cosa, 
credendo  così  di  scongiurare  altri  mali  al  suo 
popolo. 

È  pur  verissimo  che  egli  fece  troppo  male 

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—  350  — 

perchè  troppo  allargò  la  mano  nel  conce- 
dere; ma  è  pure  incontrastabile,  per  coloro 
che  non  giudicano  col  prisma  delle  passioni 
esagerate  o  che  non  hanno  interesse  di  calun- 
niare ,  che  dimostrò  all'  evidenza  ,  essere  i 
così  detti  liberali  simili  alla  lupa  di  Dante, 
cioè  che  ottenute  le  prime  concessioni  poli- 
tiche ,  ne  esigono  altre  più  radicali  e  poi 
altre  ancora,  per  servirsene  contro  gli  stessi 
sovrani  e  contro  i  popoli  innocenti. 

1  rivoluzionarii  chiesero  dapprima  riforme 
amministrative  e  libertà    di  stampa  e  furono 
loro  concesse. Vollero  poi  una  Costituzione  po- 
litica e  fu  accordata  simile  a  quella  di  aran- 
cia, proclamata  da  sopra  le  barricate  di  luglio 
1830,  acclamata  da  tutti  i  caporioni  della  sètta. 
Domandarono  la  istituzione  della. Guardia  na- 
zionale, e  venne  formata  sopra  larghe  basi. 
Schiamazzarono  contro  i  Gesuiti,  non  tenen- 
do conto    del  gran    bene  che  costoro  aveano 
fatto  e  faceano,  e  con   atto    violento    ed  ille- 
gale i  medesimi  furono  mandati   via    dal  re- 
gno, in  quel  modo  inumano  che  ho  detto  al- 
trove. Gridarono  abbasso  agli  antichi  ed  one- 
sti impiegati,  e  quest*  infelici  vennero  messi 
sul  lastrico,  per  vedersi  surrogati  da    faziosi 
ignoranti  e  disonesti.  Vollero   ministri    delia 
loro  risma  e  l'ottennero.  Lo  Statuto  accorda- 
va al  re  il  dritto  di  eleggere  i  pari,  gridaro- 
no a  più  non  posso  che  i  medesimi  doveano 
essere  eletti  dal  popolo,  per  venir    poi  con- 
fermati dal  capo  dello  Stato,  ed   anche  que- 
st* altra  concessione  non  fu    negata   dal    so- 
vrano, con  distruggersi   una    essenzialissima 
legge  fondamentale  del  medesimo  Statuto  co- 

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—  851  — 

stituzionale.  Per  tacere  di  tante  altre  con* 
cessioni  sovrane,  dirò  soltanto  che  si  vollero 
mandare  circa  quindicimila  uomini  di  trup- 
pa per  una  guerra  ,  in  principio  nazionale» 
in  fatto  senza  alcun  vantaggio  per  questo  re- 
gno, ma  profittevole  alla  sola  smodata  ambi- 
zione del  Piemonte;  nonpertanto,  anèhe  sacri- 
ficandosi gl'interessi  del  proprio  paese  ,  fu 
fatta  la  volontà  de' patrioti.  Cosa  si  voleva  di 
più  da  Ferdinando  II  ?  non  altro  che  la  sua 
esautorazione,  la  sua  vita,  il  suo  onore  per 
ghermire  tutto  il  potere  la  sètta,  gittare  il 
regno  nelT  anarchia,  e  poi  venderlo  allo  stra- 
niero, col  patto  che  rimanessero  al  potere  i 
suoi  affiliati.  Non  è  questo  un  giudizio  seve- 
ro o  gratuito:  che  per  Napoli  basterebbe  ri- 
cordare le  tre  epoche  nefaste,  cioè  del  1798, 
1806  e  1860  onde  convincere  i  più  increduli. 

Essendosi  stabilito  di  esautorare  Ferdinan- 
do II  all'  apertura  del  Parlamento  nazionale, 
si  spedirono  ordini  alle  autorità  faziose  del- 
le province  per  mandare  a  Napoli  la  gente 
più  facinorosa.  Di  fatti  si  armarono  i  nullate- 
nenti e  gli  uomini  più  tristi  ed  abbietti  ,  fì- 
nanco  i  reduci  galeotti  delle  isole  peniten- 
ziarie, messi  in  libertà  da'  loro  colleghi  al 
potere.  I  patrioti,  non  contenti  di  ciò,  man- 
darono i  loro  cagnotti  per  organizzare  la  ri- 
volta in  varie  città  del  regno,  con  V  ordine 
d' insorger  tutte,  contemporaneamente  alla  ca- 
pitale. 

Il  professore  Zuppetta ,  il  deputato  Barba- 
risi  ,  un  Crispino  ed  altri ,  oltre  di  viaggiar 
per  le  province  ,   onde  predicar   la  prossima 

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—  352  — 

ribellione,  erano  in  istretta  corrispondenza 
coi  capisetta  delle  principali  città  del  Regno. 
Gli  Abruzzi  erano  agitati  dal  tanto  poi  famoso 
deputato  Giuseppe  Pica ,  fatto  già  presidènte 
di  una  adunanza  faziosa  di  Aquila  ;  ma  quel 
deputato  non  ebbe  il  coraggio  di  mettersi  alla 
testa  de*  sollevati,  quando  costoro  lo  chiesero 
per  capo.  In  Terra  di  Lavoro  e  nelle  Puglie 
faceano  propaganda  rivoluzionaria  un  Torri- 
celli, un  Tavassi,  un  Piscitelli,  un  Avitabile, 
un  Romano.  Ne'  Principati  un  Siberiano,  un 
Nisco,  ma  più  di  tutti  distinguevansi  nel  Ci- 
lento e  nel  Salernitano  un*  Carducci ,  capo 
della  Guardia  nazionale  ,  un  Auletta  ed  un 
Mambrini,  segretario  generale  dell'Intenden- 
za di  Salerno,  funzionante  da  intendente,  in 
mancanza  del  titolare,  il  famigerato  Giov.  An- 
drea Romeo  ;  ivi  si  congiurava  alla  luce  del 
sole  contro  il  sovrano,  a  nome  del  sovrano 
istesso! 

Le  Calabrie  ,  sobillate  dalla  vicina  Sicilia, 
che  mandava  proclami,  emissarii  ed  armi,  e- 
rano  agitate  da  un  Eugenio  de  Riso  ,  da  un 
Antonio  Plutino  ed  altri  in  altre  province. 
Così  tutti  i  capisetta ,  eletti  deputati  ,  predi- 
cavano la  imminente  rivoluzione  all'apertura 
del  Parlamento  ed  organizzavano  le  masse 
per  ispingerle  sopra  Napoli.  Un  battello  a  va- 
pore, che  portava  deputati  di  quelle  province 
Calabre,  era  anche  pieno  di  faziosi,  armati  di 
fucili,  pistole  e  boccacci,  oltre  di  essere  ben 
forniti  di  munizioni.  Il  Caffè  del  palazzo  Buo- 
no divenne  l'ordinario  convegno  di  que'  ceffi 
terribili  ;  e  con  la  loro  presenza  si  accrebbe 

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la  generale  trepidazione  de*  buoni  cittadini  e 
la  Baldanza  de'  tristi  (1). 

Il  13  maggio,  si'  notò  un  movimento  di  ar- 
mati in  S.  Maria  di  Capua ,  dichiarandosi  a 
disposizione  de'  deputati  al  Parlamento*  Uno 
de'  pia  avventati  demagoghi,  l'aversano  Pisci- 
telli»  ebbe  l'ardire  dì  recarsi  al  Conservatorio 
di  musica,  a  S.  Pietro  a  Majella,  ed  ivi  fece 
appello  al  patriottismo  de'  giovani  più  adulti, 
che  condusse  al  reale  Albergo  de'  poveri,  ove 
li  armò  co'  fucili  tenuti  in  quello  stabilimento 
per  la  scuola  de'  ragazzi.  11  ministro  dell'  in- 
terno Conforti  ignorava  tutto  !...  mostrandosi 
di  una  semplicità  preadamitica  a  chi  gli  a* 
vesse  parlato  di  que'  preparativi  d'imminente 
rivolta  ;  egli  neppure  vedeva  uno  sciame  di 
armati,  vestiti  in  varie  fogge,  aggirarsi  per  la 
città  fieri  e*  burbanzosi ,  minacciando  rovine 
e  distruzioni! 

Quello  stesso  giorno  13  maggio  si  er;a  pub- 
blicato un  cerimoniale  per  l'apertura  del  Par- 
lamento e  si  designava  l'amplissima  chiesa 
di  S.  Lorenzo  per  la  inaugurazione  della  na- 
zionale rappresentanza  de'  deputati  e  de'Pari, 
dovendo  gli  uni  e  gli  altri  giurar  la  Costitu- 
zione pubblicata  il  10  febbraio  di  quell'anno 
1848.  Inoltre  si  erano  preparate  due  magni- 
fiche sale  nella  regia  Università  degli  Studi» 
ove  doveano  riunirsi  i  medesimi  rappresen- 
tanti del  popolo  ed  i  Pari.  Tutto  era  all'ordi- 

Jl)  Vedi  Processo  per  gli  avvenimenti  politici 
45  maggio  4848  a  Napoli,  estratto  dalla  Goa- 
zetta  de'  Tribunali  di  Genova  anno  III,  n.  71,  per 
Zuppetta. 

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ne  a  fine  di  vedere  quel  giorno  fortunato"; 
in  cui  sarebbero  finite  le  lotte  di  piazza  ,  o 
come  disse,  nel  1860,  un  alto  personaggio, 
in  cui  sarebbe  chiusa  Véra  delle  rivoluzioni; 
ma  in  cambio  fu  quello  il  principio  di  una 
delle  più  terribili  rivoluzioni  che  abbia  in- 
sanguinata questa  amena  e  ridente  Napoli. 

La  mattina  del  14  maggio,  verso  le  ore  10 
antimeridiane,  si  riunirono  centodieci  depu- 
tati nella  casa  della  Comune  a  Monteliveto , 
a  fine  di  stabilire  la  ritualità  del  primordia- 
le procedimento.  Però  la  maggior  parte  di 
quo'  deputati  erano  là  per  cercar  pretesti, 
onde  suscitar  la  guerra  civile.  Dopo  che  fu 
eletto  a  presidente  il  vecchio  arcidiacono  Ga- 
gnazzi,  che  indi  a  poco  fu  surrogato  dal  vi- 
ce-presidente, il  medico  Lanza,  e  quattro  se- 
gretari de*  più  giovani,  si  cominciarono  i  di- 
scorsi sediziosi  e  le  pretensioni  impossibili. 
Taluni  di  que'  cosi  detti  rappresentanti  del 
popolo,  sofisticando  sul  giuramento  che  do- 
veano  prestare,  voleano  tolto  dalla  formola 
il  nome  di  religione  e  di  Dio,  Altri  poi  pro- 
testavano di  non  voler  giurare,  dicendo,  es- 
sere illimitati  i  dritti  del  popolo  ,  ed  essi, 
rappresentanti  dello  stesso,  non  poteano  vin- 
colarli con  un  giuramento  qualunque  si  fos- 
se, ma  dovea  giurare  soltanto  il  re,  che  avea 
il  potere  esecutivo,  e  non  mai  chi  facea  le 
leggi.  Altri  infine,  non  riconoscendo  più  lo 
Statuto  del  10  febbraio,  erano  decisi  di  non 
giurare,  se  prima  non  si  fossero  fatte  allo 
stesso  le  necessarie  modifiche  e  riforme. 

Dopo  tanti  gridi  e  schiamazzi    da    manico- 
mio fu  convenuto  tra  gli  onorevoli,  che  giu- 

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—  do- 
rerebbero, ma  con  una  forinola  redatta  ed 
approvata  da  loro;  la  quale  fu  scritta  dal  de- 
putato Pica  ed  era  la  seguente  :  «  Giuro  di 
professare  la  religione  cattolica  apostolica  ro- 
mana. Giuro  di  osservare  e  mantenere  lo 
Statuto  con  tutte  le  modifiche  ehe  verranno 
stabilite  dalia  rappresentanza  nazionale,  mas- 
simamente   PER  CIÒ    CHE  RIGUARDA    LA  PARIA. 

Giuro  di  adempiere  il  mandato  ricevuto  dalla 
nazione,  e  con  tutte  le  mie  forze  di  procu- 
rate la  sua  grandezza  e  il  suo  benessere  (im- 
postori!...) così  facendo,  Iddio  mipremii,  al- 
trimenti me  lo  imputi.  » 

Quella  forinola  di  giuramento  ,  dopo  che 
venne  accettata  da  88  voti  contro  22,  una  de- 
putazione di  quattro  onorevoli,  tra  cui  il  Pica, 
la  presentò  al  ministero  per  farla  approvare 
dal  potere  esecutivo.  Tutti  i  ministri  la  giu- 
dicarono accettabile  e  promisero  di  farla  ac- 
cettare dal  re. 

Ferdinando  II,  avendo  concesso  tutto  quello 
che  i  rivoluzionarli  aveano  voluto,  sperava  che 
costoro,  per  lo  meno,  avessero  fatto  sosta  alle 
Icaro  pretensioni  ed  intemperanze;  al  vedersi 
presentare  quella  forinola  di  giuramento,  pei 
deputati  e  per  sé  ,  si  mostrò  turbato.  Egli 
comprese ,  che  sanzionandola ,  avrebbe  ri- 
conosciuta la  sovranità  nella  ^sola  Camera 
de'  deputati,  come  nella  pura  repubblica  ros- 
sa, dichiarando  superflui  gli  altri  due  poteri 
dello  Stato;  Dippiù  non  i sfuggi  alla  sua  saga- 
cia» che  a'  deputati  conveniva  giurare  quelle 
modifiche  e  riforme  che  essi  medesimi  do* 
veano  fare  allo  Statuto  ,  ma  egli  non  potea 
avventurare  un  giuro  nel  vuoto ,   sopra  una 

23 


-.   356  — 

cosa  ancora  incognita.  Per  le  quali  ragioni  , 
rispose  al  ministro  Conforti,  messaggiero  dì 
quattro  deputati:  «  Aver  due  volte  giurata  la 
«  Costituzione;  ora  alla  forinola  presentatagli 
«  che  si  aggiungesse  la  facoltà  a*  tre  poteri 
»  dello  Stato  di  svolgere  lo  Statuto  ,  special- 
«  mente  in  ordine  alla  parìa,  restando  il  re- 
«  sto:  non  potere  in  altra  guisa  giurare  ». 

La  risposta  del  sovrano  non  fu  in  sostanza 
negativa,  anzi,  in  certo  modo,  approvava  la 
formola  che  gli  si  era  presentata  dalla  Com- 
missione scelta  da'  deputati  riuniti  in  Monto- 
liveto  ;  conciossiachè  fare  allo  Statuto  modi- 
fiche e  riforme  è  lo  stesso  che  svolgerlo* 

Conforti,  avuta  la  su  trascritta  risposta,  cor- 
se a  Montoliveto  ,  ed  in  cambio  di  pacificar 
gli  animi,  soffiava  nel  fuoco  della  rivolta..  Disse 
a'  deputati  colà  riuniti  ,  che  il  re  avea  re- 
spinto la  formola  del  giuramento,  che  il  mi- 
nistero si  era  dimesso  ,  ed  altro  non  restava 
a  fare  ,  che  essi  ,  rappresentanti  del  popolò, 
'provvedessero  alla  pace  del  paese  e  all'indi- 
pendenza  cV  Italia,  Il  vice  presidente  Lanza 
rispondeagli  :  «  La  Camera  adotterà  misure 
«  energiche  e  rassicuratrici,  che  saranno  al 
«  certo  più  degne  e  più  potenti  di  quelle  pra- 
ti ticate  sinora  dal  ministero  (1). 

Al  discorso  menzognero  di  quel  fedifrago 
ministro  e    delle    spacconate  di  Lanza ,  suc- 

(1)  Cenno  Storico  di  Giovambattista  La  Cecilia  p. 
34.  Citerò  spesso  questo  solo  scrittore  fazioso,  cir- 
ca i  fatti  del  14  e  15  maggio  1848  ,  perchè  testi- 
mone oculare,  ed  il  più  esagerato  degli  altri  stori- 
ci rivoluzionari  nel  voler  discreditare  Ferdinando  IL 

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—  357  — 

-cesse  un  baccano  nelle  sale  del  palazzo 
di  Mòntoliveto  ,  tutti  i  deputati  voleano  par- 
lare e  nessuno  volea  ascoltare  ;  tutti  si  ar- 
rovellavano per  far  valere  i  loro  dissen- 
nati progetti  ,  dissimili  nella  forma  ,  una- 
nimi nel  voler  rovine  e  sangue.  In  mezzo  a 
tanto  gridare  e  schiamazzare  ,  alza  la  voce 
più  di  tutti  il  deputato  avv.  Luigi  Zuppetta, 
di  Castelnuovo  di  Lucerà,  e  fa  sentire  la  sua 
vibrata  ed  eloquente  perorazione.  Dopo  di 
che,  a  nome  di  tutti  i  deputati,  ivi  riuniti, 
schiccherò  la  seguente  dichiarazione:  «Il  Par- 
lamento, (ancor  non  costituito,  senza  verifica 
,  «  di  poteri  e  senza  aver  giurato)  conside- 
«  rando  che  la  capziosità  del  governo  tende 
«  al  disordine,  che  il  regio  rifiuto  di  aderi- 
«  re  ad  un  atto  costituzionale,  pone  in  peri- 
«  colo  la  patria,  dichiara  non  accettabile  la 
«  forinola  proposta  dal  re;  tiene  il  rifiuto  co- 
ti' me  infrazione  al  dritto  costituzionale  ,  e 
«  per  neutralizzare  la  capziosità ,  resta  riu- 
«  nito  in  permanenza,  pel  solo  mandato  del- 
«  la  nazione,  fonte  e  principio  d'  ogni  sorta 
«  di  potere.  »  Ecco  lo  scopo  di  tutte  quelle 
capziosità,  creare  la  costituente  !  Il  profes- 
sore Luigi  Zuppetta,  che  onora  l'Italia  nostra 
co'  suoi  non  comuni  talenti  e  vaste  cogni- 
zioni di  insigne  giureconsulto  ,  nonpertanto 
trascinato  allora  da  una  passione  poco  com- 
mendevole, trascese  in  quella  famosa  dichia- 
razione del  14  maggio  1848,  senza  riflettere 
alle  conseguenze  funeste  che  dovea  recare  a 
questa  città! 

Erano  le  9  della  sera   di   quel    giorno  ,  e 
quel  tumulto  fra  i  deputati  s'ingigantiva  sem- 


_  358  — 

pre  più.  Córsene  le  notizie  per  Napoli  ,   una 
turba  di  sfaccendati,  di  studenti  e  settari!  si 
riunì  nello  spiazzo  di  Montoliveto  ,  ed  aven- 
do tutti  ricevuto  rimbeccata  da'  caporioni  per 
ischiamazzare,  gridarono:  «  Deputati  il  re    ci 
u  tradisce,  e  c'insidia;  ma  coraggio,  -noi  sia- 
«  mo  con  voi  :    abbasso  la  Camera    de*  pari 
«  viva  la  costituente.  »  Allora  il  Zuppetta,  fat- 
tosi al  balcone, in  atteggiamento  teatrale  rispo- 
se a  quella  turba  scomposta  e  briaca:  «  Cit- 
te tadini,  i  deputati    non  han    mestieri  d' in- 
u  coraggiamenti,  morranno  prima  di  permet- 
«  tere  che  il  re  tradisca  il  dritto   costituzio- 
«  naie,  e  Zuppetta  ve  ne  dà  la  parola.  »  Da 
ciò  si  vede  non  esser  vero   che    Ferdinando 
II  tradì  il  dritto  costituzionale  ,  come    asse- 
riscono i  detrattori  di   costui  ;    perchè    Zup- 
petta vive  ancora,  ed  onora  la  patria  co'suoi 
talenti,  lo  stesso 'gli  altri  onorevoli...  fra  cui 
molti  soltanto  per  iscorticaref! 

Mentre  queste  cose  avvenivano  a  Montoli- 
veto ,  un  brulichìo  di  faziosi ,  di  visi  arcigni 
si  aggirava  innanzi  la  Reggia  ed  in  altri  luo- 
ghi. Voci  sinistre  e  scoraggianti  si  divulga- 
vano per  la  città,  sifacevano  orribili  profezie; 
gli  animi  de'  aregi  e  quelli  de*  ribelli,  pef  cause 
opposte,  erano  pronti  ad  irrompere  in  eccessi 
furibondi.  In  quella  il  ministro  Scialoja  era 
corso  in  casa  di  Dupont,  motto  onorato  in 
Gorte,  per  pregare  il  re  a  cedere  alla  volontà 
de'  deputati.  Ferdinando  sapea  di  già  V  inde- 
cente baccano  di  .Montoliveto  ed  uvea  chia- 
mato a  sé  il  deputato  Camillo  Cacaoe,  il  cfuale 
era  ragionevole  e  moderato ,  per  trovare  il 
mroéo  enee  scongiurar*  le  rovine  «he  minae- 


—  359  — 

•ciarano  il  paese.  Dopo  di  avere  esposto  a  quel 
deputato  le  amarezze  provate  per  la  ingrati- 
tudine con  cui  si  retribuivano  le  sue  gene- 
rosità, cioè  con  le  calunnie»  con  le  intempe- 
ranze e  con  le  minacce ,  faceagli  conoscere 
il  desìo  che  avea  di  comporre  quelle  verten- 
ze» portare  a  concordia  gli  animi  degli  ono- 
revoli, e  così  scongiurare  l'imminente  cata- 
strofe preparata  da'  medesimi. 

Quando  giunse  Dupont  presso  il  re,  lo  trovò 
ohe  dettava  a  Cacace  altre  concessioni  fatte 
agi'  incontentabili  deputati ,  ed  erano  :  «  Ac- 
ce consentire  che  i  ministri  e  le  due  Camere 
«  concordassero  una formola  pel  giuramento.» 
Il  ministero  finse  di  accoglier  bene  quest'al- 
tra concessione  regia,  trovandola  in  tutto  con- 
forme alle  leggi  costituzionali    ed  opportuna 
per  troncare    la  gran  lite.   Difatti  il  re  avea 
ceduto  tutto  a'  tre  poteri   dello  Stato  ,   senza 
curarsi    che  i  ministri ,  suoi  rappresentanti, 
erano  più  demagoghi  degli  stessi  poco  onore- 
voli deputati  ;    i  quali  non  agivano  in  buona 
fede,  ma  cercavano  pretesti  per  suscitar  schia- 
mazzi e  sedizioni  ,  e  così    abbattere  ^dinastia 
e  trono.  Re  Ferdinando  mandò  a  Montoliveto 
Cacace  ed  Abatemarco ,  direttore  di  polizia, 
per  annunziare  a'  deputati  la  sua  adesione  a 
quanto    si  desiderava  da  lui.  Mentre  Cacace 
leggevala  a'  suoi  colleghi ,  Romeo  consiglia- 
tali a  rigettarla  ;  Berlocche  Abatemarco  e  lo 
stesso  Dupont ,    ivi  presenti ,  con  pacatezza , 
voleano  dimostrare  essere  oramai  capziose  ed 
illegali  le  pretensioni  e  le  opposizioni  di  quel- 
l'adunanza; scongiurandoli  che  non  agitassero- 
più  il  paese  con  suscitar  guerra  civile  ed  immi- 

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nente.Fu  allora  che  si  alzò  in  piedi  e  furibon- 
do il  vice-presidente  medico  Lanza,ed  osò  dire 
le  seguenti  parole  per  quanto  ardite  altrettan- 
to sciocche  e  villane:  «  Il  ré  è  un  solo,  noi 
«  rappresentanti  del  popolo  siamo  sette  mi- 
te lioni  ;  e  voi  signori  Abatemarco  e  Dupont, 
«  voi  non  siete  deputati,  ritraetevi  da  qui  »♦ 
In  quel  conciliabolo,  detto  rappresentanza  na- 
zionale, la  maggior  parte  che  strillava  contro 
il  re  non  era  composta  di  deputati,  ed  il  presi- 
dente Lanza  nulla  trovava  ad  osservare  per 
quegli  intrusi ,  perchè  i  medesimi  face  ano 
le  sue  parti  e  quelle  de'  suoi  consettarii. 

Lo  stesso  La  Cecilia,  dopo  di  averci  rac- 
contato a  modo  suo  i  fatti  avvenuti,  nella  ca- 
sa comunale  di  Montoliveto  ,  il  14  maggio 
1848,  cioè  malignando  sfacciatamente  le  ret- 
tissime intenzioni  del  re,  ci  fa  poi  una  pre- 
ziosa confessione  nel  suo  Cenno  storico  a  pag. 
41,  trovandosi  in  contraddizione  con  tutto 
quanto  avea  asserito,  circa  i  cupi  disegni  del 
Borbone  per  ripigliare  il  potere  assoluto  ed 
opprimere  i  rappresentanti  del  popolo.  Ecco 
quel  che  dice  al  luogo  citato  :  «  Questa  for- 
ce mula  (quella  mandata  dal  re)  era  quasi  con- 
«  sentanea  alV  altra  adottata  dai  deputati* 
parea  che  le  due  Camere  dovessero  agire 
di  accordo:  per  isventura  agitossi  questione 
di  forma  ;  i  rappresentanti  delle  sei  Pro- 
vincie, che  si  erano,  astenuti  di  nominare 
i  Pari,  dissero  che  non  potevano  ricono- 
scere la  Camera  dei  Pari  senza  tradire  il 
mandato  de'  loro  committenti.  Quest'  ecce- 
zione trovò  difensori  ,  proseliti ,  oratori  e 
deliberossi  in  quel  senso.  »  Cioè   di  riget- 

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—  361  — 

tarla  e  far  le  barricate  !  Dunque  non  erano 
£  cupi  disegni  del  Borbone  che. si  opponeva- 
no alla  conciliazione  de' tre  poteri  dello  Sta-. 
to  ?  ma  perchè  i  deputati  si  arrogavano  il  man- 
dato di  proclamar  la  repubblica. 

I  fatti  da  me  narrati  sono  incontrastabili, 
potrebbero  rammentarli  benissimo  coloro  che 
non  oltrepassano  gli  anni  50;  intanto  si  ebbe 
e  si  ha  tuttora  tanta  sfacciata  impudenza  da 
asserire,  che  Ferdinando  II  provocò  l' assem- 
blea nazionale  per  far  fare  la  rivoluzione  del 
45  maggio  ed  avere  il  pretesto  di  togliere  la 
Costituzione.  Se  quel  che  asseriscono  i  de- 
trattori spudorati  contro  quel  sovrano  fosse 
vero,  questi  non  avrebbe  poi  riunito  il  Par- 
lamento per  la  seconda  e  la  terza  volta  ,  ed 
in  un  tempo  che  la  rivoluzione  cominciava  ad 
esser  schiacciata  in  tutta  Europa. 

Dopo  che  uscirono  dall'  aula  parlamentare 
Abatemarco  e  Dupont,  avvenne  un  tumulto 
indescrivibile.  Erano  saliti  dalla  strada  i  ca- 
pisquadra  e  vantavano  la  loro  forza  da  op- 
porre a'  satelliti  della  tirannide.  Allora  si 
alzò  il  deputato  Ricciardi,  uno  de'  più  esal- 
tati, e  dopo  essersi  dichiarato  repubblicano, 
volendo  mostrare  una  grande  moderazione, 
disse  :  prima  di  andare  avanti  è  necessario 
costringere  il  re  a  cedere  i  castelli  alla  guar- 
dia nazionale,  a  sciogliere  la  truppa,  o  man- 
darne la  metà  40  miglia  lungi  dalia  capitale, 
il  resto  in  Lombardia  ;  se  ad  un  tal  pro- 
getto il  governo  opponesse  le  ristrettezze  del- 
l'erario, egli,  il  Ricciardi,  il  primo  avrebbe 
dato  l'esempio  della  carità  patria  con  depor- 
re cento  ducati  in  una  colletta  appositamente 

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—  362  — 

istituita,  e  così  togliere  ogni  pretèsto  alla 
spedizione  della  truppa  per  aiutare  i  fratelli 
dell'  alta  Italia.  Quella  proposta  fu  da  tatti 
applaudita;  ma,  per  quanto  io  sappia,  nessun 
deputato  mise  mano  alla  saccoccia  per  cac- 
ciar danaro,  mostrandosi  conseguente  a*  suoi 
plausi.  La  proposta  ricciardiana  è  unica  nei 
fasti  e  ne'  tristi  della  storia  parlamentare,  ad 
eccezione  di  quella  di  Francia  a'  tempi  di  Lui- 
gi XVI;  nientemeno  si  avrebbe  yoluto  che 
Ferdinando  II,  si  fosse  dato  mani  e  piedi 
legati  a  que*  furibondi  onorevoli.  Per  la  qual 
cosa  trovo  più  logica  la  proposta  applauditi^ 
sima,  che  segui  a  quella  di  Ricciardi  ,  fatta 
dal  caposquadra  La  Cecilia  il  quale  chiese  che 
il  re  abdicasse.  In  quell'aula,  detta  parlamen- 
tare, erano  varii  deputati  che  non  voieano 
trascendere  a  partiti  estremi,  e  che  visto  l'af- 
fare imbrogliato,  fuggirono;  mentre  altri  fu- 
rono trattenuti  con  la  forza. 

Dopo  tante  proposte  e  controproposte,  tutte 
sediziose  ,  si  venne  a'  voti ,  cioè  se  dovevasi 
giurare  con  la  formola  proposta  da  Pica  ,  o 
con  queir  ultima  scritta  dal  re  e  consegnata 
al  deputato  Cacace.  Di  98  votanti,  soli  9  fu- 
rono dell'ultimo  avviso.  Tutto  questo  avveniva 
quando  il  Parlamento  ancora'  non  era  stato 
aperto  legalmente  ,  e  non  si  erano  ricono- 
sciuti i  poteri  de'  deputati  secondo  le  leggi 
dello  Statuto  costituzionale.  Quando  avvenne 
poi  la  rotta  di  que'  faziosi  onorevoli,  la  mag- 
gior parte  de'  medesimi  dichiararonsi  inno- 
centi come  agnelli ,  semplici  come  colombe, 
e  fecero  suppliche  vergognose. 

Dopo  quell'atto  illegalissimo  ed  inconsulto, 

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—  363  — 

eoi  quale,  i  cosi  detti  rappresentanti  del  po- 
polo rigettarono  la  proposta  sovrana  circa 
il  giuramento ,  varii  deputati  e  capisquadra , 
scesero  nel  sottoposto  spiazzo  di  Montoliveto 
per  inasprire  gli  animi  della  folla,  incitando- 
la a  gridare:  Abbasso  i  pari,  viva  la  Camera 
de*  deputati  !  mentre  molti  degli  onorevoli 
diceano  a'  loro  colleglli:  «  É  ormai  tempo  di 
«  approfittare  dell'opportunità  per  proclamare 
«r  la  Costituente  e  poi  la  repubblica».  Nel  me- 
desimo tempo  si  presentarono  affannati  nel- 
l'aula parlamentare  La  Cecilia  e  Mileti ,  re- 
cando la  notizia  ,  che  le  regie  truppe  erano 
uscite  da'  quartieri  militari  per  disperdere  la 
Camera  de'  deputati  ed  opprimere  la  libertà. 
Un  grido  terribile  di  maledizione  e  di  minac- 
ce si  alzò  in  quella  sala  contro  il  tiranno; 
mentre  quelli  che  più  gridavano  e  si  arro- 
vellavano, ben  sapeano  falsa  quella  notizia , 
ed  altro  non  essere  che  un  colpo  di  scena 
da  essi  medesimi  preparato  per  muover  gli  al- 
tri a  partiti  estremi. 

Per  meglio  soffiare  in  quel  vulcano  di  ar- 
denti passioni ,  La  Cecilia  fece  avanzare  un 
giovane  pallido  ,  che  mal  si  reggeva ,  con  la 
testa  avvolta  in  fasce  sanguinolente  e  grida: 
u  Vedete  cittadini  1  ecco  come  tratta  lo  sven- 
ti turato  popolo  quel  mostro  che  ci  governa. 
«  Guardate,  sempre  vittime  !  Egli  ci  massacra 
«  tutti  ».  A  quest'  altra  scenica  apparizione  , 
un  grido  di  pietà  erompette  dal  patriottico 
labbro  di  60  onorevoli,  ivi  presenti  ed  i  più 
faziosi.  Il  nostro  eroe,  Giovanbattista  La  Ce- 
cilia, visto  che  là  sua  parte  di  commediante 
producea  i  suoi  effetti,  soggiunse  :  «  Gittadi- 

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—  364  — 

«  ni  !  non  vi  fate  illusioni,  il  tiranno  ci  beffa 
«  e  ci  opprime ,  non  havvi  altra  salute  che 
a  le  barricate  ».  Un  gran  numero  di  guardie 
nazionali  ripetette  :  alle  barricate  !  atte  bar- 
ricate !  (1). 

Trovavasi  presente  a  quel  tafferuglio  il  di- 
rettore di  polizia,  Abatemarco,  ivi  intervenu- 
to per  ricevere  la  risposta  dell'  assemblea» 
circa  T  ultima  concessione  sovrana  ;  appe- 
na intese  le  assertive  del  La  Cecilia  ,  entrò 
neir  aula  parlamentare,  dicendo:  «  Il  gover* 
«  no  è  calunniato,  e  siccome  io  qui  lo  rap- 
«  presento,  prendo  sopra  di  me  tutta  la  re- 
«  sponsabilità  ».  Asserì  in  oltre  di  avere  egli 
comunicato  al  general  Labrano  ,  comandante 
la  Piazza  di  Napoli,  l'ordine  sovrano  di  non 
far  uscire  le  truppe  da'  quartieri  militari  e 
per  qualsiasi  causa,  affine  di  evitare  qualun- 
que motivo  di  conflitto.  La  Cecilia  lo  trattò 
da  illuso;  il  direttore  soggiunse,  che  era  pron- 
to di  dimostrarlo  co'  fatti.  In  effetti  usci  dal 
palazzo  di  Montoliveto,  accompagnato  da  tutti 
coloro  che  vollero  seguirlo,  e  fece  vedere  ai 
più  increduli,  non  esservi  neppure  pattuglie 
per  le  strade  della  città.  Indi  si  recò  dal  ge- 
nerale Labrano,  e  trovò  che  gli  ordini  del  re 
erano  stati  eseguiti,  circa  la  rigorosa  conse- 
gna delle  truppe  ne'  quartieri.  Ma  si  predi- 
cava al  deserto;  a  que'  truculenti  settarii,  ca- 
muffati a  rappresentanti  del  popolo  ,  giovava 
far  credere  che  il  re  volesse  assolutamente 
sbarazzarsi  di  loro  ed  opprimere    la    libertà. 

(t)  Estratto  dal  Cenno  Storico  degli  avvenimenti 
di  Napoli  del  medesimo  La  Cecilia  p.  39. 

■ 


_  365  — 

Per  la  qual  cosà  vari  deputati  sediziosi,  trai 
quali  Zuppetta,  Petruccelli,  Carducci,  Mauro, 
de  Luca,  Romeo,  Spaventa  e  1* ex-ministro  Sa- 
liceti corsero  a*  balconi ,  gridando  alla  sotto- 
posta folla  faziosa  :  <*  Cittadini  !  La  Camera 
u  è  soffogata  dalle  armi  regie,  la  Guardia  na- 
«  zionale  difenda  la  Costituzione:  si  facciano 
«  le  barricate t  »  Que'  deputati  mandavano  gli 
altri  a  sicuri  cimenti,  mentre  essi  si  conser- 
vavano T  onorevole  pelle  pe'  futuri  onori  ita- 
lici, e  per  godersi  poi  scandalose  ricchezze 
a  danno  di  quel  popolo  che  diceano  voler  re- 
dimere dalla  schiavitù  borbonica  e  farlo  fe- 
lice. 

Quelle  parole  furono  faville  che  destarono 
un  orribile  incendio;  tutta  la  coorte  de*  fa- 
ziosi ivi  radunata,  tutt'  i  nullatenenti  grida- 
rono: all'  armi,  aW  armi  !  La  patria  è  in  pe- 
ricolo ,  il  re  ci  tradisce  ;  alle  barricate  l  ri- 
petendo, in  cotal  modo  ,  la  cicalata  impressa 
a  memoria,  dettata  da'  loro  duci  e  maestri. 
Tosto  la  Guardia  nazionale  die  ne' tamburi, 
battendo  la  generale;  e  ciò  ad  onta  del  suo 
comandante,  brigadiere  Pepe,  che  fu  insul- 
tato e  minacciato  da  que'  mentecatti,  perchè 
Toleà  ricondurli  alla  ragione.  Immantinente 
si  corse  alla  chiamata ,  riunendosi  guardie 
nazionali,  operai,  lazzaroni ,  illusi  e  faziosi, 
la  maggior  parte  per  pescare  nel  torbido  e 
far  fortuna  con  la  roba  altrui;  e  tutti  corse- 
ro a  far  barricate.  Nel  medesimo  tempo  fu 
spedito  dagli  onorevoli  il  deputato,  conte  Giu- 
seppe Ricciardi  presso  l' ammiraglio  della  flot- 
ta francese,  Baudin,  ancorato  in  questa  rada, 
per  chiedere  protezione  ed  aiuti,    dovendosi 

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—  366  — 

proclamare  la  repubblica  simile  a  quella  di 
Francia,  e  quello  eh'  è  più,  a  pregarle  di  ac- 
gliere  ed  ospitare  i  profughi  deputati  in  un 
possibile  rovescio.  Queir  ammiraglio  fu  pro- 
digo di  cortesi  parole,  ma  senza  fare  alcuna 
promessa.  Quando  poi  il  caposquadra  La  Ce- 
cilia gli  mandò  due  uffìziali  francesi  ,  per 
invitarlo  ad  aiutare  i  ribelli  con  le  sue  for- 
ze ,  quegli  ne  mise  uno  agli  arresti  ,  di- 
chiarando che  non  avrebbe  dato  alcuno  aiuto 
alla  rivoluzione,  anzi  sarebbe  stato  pronto 
prestarsi  a  favore  'del  re,  se  questi  Y  avesse 
desiderato.  Baudin  si  mostrava  un  pò*  favore- 
vole a  Ferdinando  II,  perchè  gl'inglesi  pro- 
teggevano i  faziosi  napoletani;  intanto  si  di- 
ceva da  costoro,  che  quel  sovrano  si  avesse 
comprato  la  protezione  dell'  Inghilterra  ! 

Verso  la  mezza  notte  del  14  al  15  màggio 
si  cominciarono  ad  alzar  le  barricate  per  le 
vie  di  Napoli,  lavorandovi  guardie  nazionali, 
murifabbri,  presi  con  la  forza,  calabresi,  si- 
ciliani, varii  deputati,  stranieri,  e  qualche  uf- 
fiziale  travestito  della  flotta  francese  dirigeva 
quo'  lavori.  Per  innalzare  quelle  barricate  si 
ricorse  all'arena  del  mare  ,  al  lastrico  delle 
strade,  si  tolsero  con  la  forza  carrozze  padro- 
nali e  di  affitto,  carri,  botti,  porte,  panconi, 
barracche  di  venditori  d'acqua,  banchi  di  ar- 
tigiani, scranne  di  chiese,  confessionali  e  tutto 
quello  che  capitava  sotto  le  mani  di  quegli 
sciagurati.  Costoro  s'impadronirono  di  varii 
magazzini  di  legname;  tenuti  da  particolari  ; 
scassinarono  varie  rimesse,  tra  le  quali  quella 
dell'ex  ministro  Ferri  al  Palazzo  de  Rosa  a 
Toledo,  per  prendersi  le  carrozze. 

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—  367  — 

Il   principe   di  S.  Giacomo,  ritornando  dal 
principe  Cariati,  frettoloso  transitava  Toledo» 
e  poco  prudente  ed  assai  vanitoso,  andava  gri- 
dando: lasciatemi  passare  che  ho  una  missio- 
ne importante  presso  il  re1»  Non  l'avesse  mai 
detto:  i  bar  ricatari  esclamarono:  Non  vi  è  più 
re  I  lo  fecero  scendere  dalla  vettura,  la  qua- 
le servi    a  fortificare    le   barricate ,    costrin- 
gendo quel  principe  a  fatigarvi  con  gli  altri. 
Però,  col  favor  delle  tenebre  ed  in  quella  con- 
fusione ei  trovò  il  mezzo  di  fuggire  e  giunse 
alla  presenza  del  re,  senza  cappello  e  con  gli 
abiti  in  disordine,  laceri  ed  imbrattati  di  ter- 
ra.  A  quella  vista  Ferdinando  gli  domandò  : 
Ma  chi   vi  ha  ridotto    in  questo  stato    mise* 
rando  t    donde  venite  ?  Il    povero    principe, 
che  appena  potea  parlare,  a  stento  espose  ciò 
che  gli  era  accaduto. 

Le  prime  barricate  si  alzarono  a  Toledo  e 
propriamente  a  San  Nicola  lala  Carità,  poi  a 
S.  Brigida  e  la  mattina  del  15  a  S.  Ferdinan- 
do ;  queste  due  ultime  erano  le  più  solide  ; 
altre  se  ne  eressero  a  S.  Carlo,  a  Ghiaja,  a 
Montoliveto,  a  S.  Teresa;  a  Castel  Capuano, 
a  Santa  Maria  di  Agnone  ed  altrove;  fatigan- 
dosi  in  tutti  que'  sili  con  una  infernale  ra- 
pidità. 

Mentre  quei  diavoliò  succedeva  per  le  vie 
di  Napoli,  gli  uomini  di  cuore  ed  affezionati 
alla  dinastia,  erano  corsi  al  palazzo  reale  per 
dividere  con  la  real  famiglia  i  pericoli  che  la 
minacciavano.  Tutta  quelle  gente  distintissima 
pregava  il  re  a  pensare  alla  sua  sicurezza  ed 
a  quella  de'  suoi,  consigliandolo  di  chiamare. 
uno  o  più  reggimenti,  per  metterli  a  guardia 


—  368  — 

della  Reggia ,  e  che  altra  truppa  fosse  man- 
data per  abbattere  i  segni  di  ribellione  che 
si  trovavano  per  la  città.  Ferdinando  non  a- 
derì  a  tutto  quello  che  gli  fu  consigliato;  sol- 
tanto verso  le  due  del  mattino ,  ordinò  che 
un  reggimento  di  cavalleria  uscisse  dalle  ca- 
serme e  si  avviasse  alla  Reggia  per  difen- 
derla dall'audacia  settaria.  Nel  medesimo  tem- 
po die  ordine  ai  ministero  di  stendere  un  de- 
creto col  quale  si  rigettava  V  ultima  forinola 
del  giuramento  da  lui  proposta  ,  e  che  i  de- 
putati giurerebbero  dopo  che  fosse  da'  mede- 
simi svolto  lo  Statuto  ;  era  tutto  quello  che 
potea  concedere.  Mandò  il  brigadiere  Pepe, 
comandante  la  Guardia  nazionale,  allora  affa- 
cendata  ad  alzar  barricate,  onde  farle  sentire, 
che  essa  tradiva  il  suo  nobile  officio  ,  mo- 
strandosi più  di  tutti  intemperante  e  faziosa; 
che  già  avea  concesso  lutto  quello  che  de- 
sideravano i  più  rivoltosi  deputati;  quindi  che 
desistesse  dal  promuovere  rovine  e  sangue. 

Pepe  corse  in  mezzo  a*  suoi  subalterni,  ri- 
petendo quanto  il  re  aveagli  detto;  ma  fu  fi- 
schiato e  minacciato  di  morte.  Ferdinando , 
avendo  inteso  che  nulla  avea  ottenuto  quel 
brigadiere  ,  fece  chiamare  a  sé  il  de  Picco- 
lellis,  colonnello  della  medesima  Guardia  na- 
zionale ,  dicendogli  :  «  A  forza  dunque  i  se- 
«  diziosi  vogliono  pascersi  nella  guerra  civile 
«  e  nel  sangue?  Ma  che  altro  si  chiede,  che 
«  altro  si  pretende  da  me  ?  Ho  concesso  tutto 
«  quello  che  si  volea  da'  deputati ,  il  mini- 
«  stero  si  sta  occupando  del  decreto;  perchè 
«  dunque  le  barricate  sono. ancora  in  piedi 
«  anzi  si  rafforzano  ?  »  Finì  coir  incaricarlo 

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—  369  — 

di  recarsi  a  Montoliveto  e  di  assicurare  gli 
onorevoli,  in  seduta  permanente,  che  si  apri- 
rebbe subito  il  Parlamento  ,  senza  prestarsi 
alcun  giuramento  di  questo  si  parlerebbe  do- 
po che  fosse  svolto  lo  Statuto. 

Che  Ferdinando  II  tutto  avea  concesso  per 
lon  fare  insanguinar  Napoli,  non  son'io  che 
lo  affermo,  ma  lo  stesso  Giovambattista  La  Ce- 
cilia nel  suo  Cenno  storico  a  pag.  44.  Costui 
però ,    siccome  maligna    tutte    le    più   belle 
virtù  di  quel  sovrano  ,  attribuisce  le  conces- 
sioni alla  trepidanza  del  Borbone,  perchè  la 
notte   faceagli  credere   formidabili    le  difese 
innalzate  (da'  patrioti)  immenso  il  numero  dei 
propugnatori.    Qualunque  si  sieno  le  ragioni 
che  determinarono  il  re  a  ceder  tutto  quello 
che  vollero    i  più  sediziosi  deputati ,   non  si 
può   negare    che  addivenne    a  quanto    si  do- 
mandò da  lui;  quindi  le  stragi  del  15  maggio 
furono  volute  da*  settarii;  cadendo  così  le  as- 
sertive del  medesimo  La  Cecilia,  che  contrad- 
dicendosi afferma,  essere  stata  opera  nefanda 
del  Borbone  la  rivoluzione  di  quel  giorno  ne- 
fasto. 

De  Piccolellis  si  recò  a  Montoliveto  ,  fa- 
cendo nota  la  novella  concessione  sovrana,  e 
la  gioia  si  diffuse  in  tutti  coloro  che  abor- 
rivano la  guerra  civile;  ma  i  più  demagoghi 
deputati,  in  cambio  di  contentarsi,  soffiavano 
sempre  più  nel  fuoco  della  rivolta,  gridando 
alle  barricate  !  De  Piccolellis  non  avendo 
nulla  ottenuto  da  que'  forsennati,  si  ritirò,  e 
neppure  ebbe  il  coraggio  di  ritornare  dal  re. 
Questi  era  impaziente  di  sapere  il  vero  stato 
delle  cose,  non  potendo  comprendere  il  per- 

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—  370  — 

che  non  si  desistesse  dalla  guerra  civile, 
mentre  egli  avea  concesso  tutto  quello  che  i 
deputati  aveano  domandato.  In  conseguenxa 
di  che  fece  chiamare  il  sindaco  della  città, 
Antonio  Noya,  ed  il  colonnello  Letizia,  anche 
della  Guardia  nazionale ,  e  replicò  a  costoro 
quel  che  avea  detto  al  de  Piccolellis,  chieden- 
do spiegazione  del  perchè  i  deputati  non  fos- 
sero rabboniti  e  perchè  si  continuasse  a  far 
le  barricate.  Letizia  rispose  che  un  Giovam- 
battista La  Cecilia,  capitano  di  un  battaglione 
della  Guardia  nazionale,  funzionante  da  mag- 
giore, di  recente  ritornato  dall'  esilio  ed  im- 
piegato da  poco  nel  ministero,  avea  dato  prin- 
cipio alle  barricate  presso  S.  Nicola  alla  Ca- 
rità, e  che  era  il  più  arrabbiato  di  tutti  i  fa- 
ziosi, insinuando  a'  suoi  dipendenti  le  sue 
inattuabili  idee  e  le  più  strane  utopie;  quin- 
di l'esaltamento  era  tale  che  nessuna  cosa  po- 
tea  più  frenare  il  cieco  impeto  di  lui  e  quello 
de'  suoi  subalterni  ed  amici. 

Il  re  risoluto  di  accomodare  tutto  e  scan- 
sare la  imminente  lotta  ,  incaricò  il  sindaco 
e  Letizia  che  usassero  ogni  mezzo  possibile 
per  indurre  La  Cecilia  a  ricomporre  la  tran- 
quillità. I  medesimi,  avendo  poca  fiducia  nel- 
l'esito della  loro  missione,  consigliarono  Fei*- 
dmando,  che  desse  loro  un  buon  numero  di 
soldati  per  abbattere  le  barricate.  Il  sovrano 
rispose  ad  alta  voce,  e  l'intesero  tutti  quelli 
che  trovavansi  presenti:  «  Non  voglio  soldati, 
«  non  voglio  che  si  vegga  la  minima  ombra 
«  della  divisa  militare.  La  distruzione  delle 
«  barricate  deve  eseguirsi    da'  villici  ;  e  voi 

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—  371  — 

«  sig.  sindaco  troverete  le  persone  atte  a 
«  quest'  officio.  » 

Noya  e  Letizia ,  uniti  a*  deputati  Belletti  e 
Riso,  si  recarono  a  Toledo  e  tentarono  con 
le  buone  di  persuadere  i  più  ostinati  a  desi- 
stere da  queir  opera  sì  nefasta  alla  patria. 
Ebbero  in  risposta  prima  fischi,  poi  irrida,  e- 
sciamandosi:  Siamo  traditiì  nelle  sole  barricate 
sta  la  guarentigia  de9  nostri  dritti;  in  ultimo 
i  barricatori  spianarono  loro  in  faccia  i  fu- 
cili. Que' mentecatti  appartenevano  quasi  tutti 
alla  Guardia  nazionale,  e  si  disse  che  erano 
sobillati  da  Pietro  Mrieti  e  dal  La  Cecilia  9 
ma  più  di  questi  due  capisquadra  dal  prete 
Àbignenti  canonico  di  Sarno.  Costui  per  mag- 
giore scandalo  era  abbigliato  in  sottana,  man- 
tello e  tricorno,  predicando  la  guerra  civile, 
Testerminio  contro  il  tiranno  e  contro  i  sa- 
telliti della  tirannide. 

1  quattro  pacificatori  ritornarono  dal  re  ed 
esposero  lo  stato  delle  cose,  consigliandolo  di 
prendere  una  energica  risoluzione,  in  caso  di- 
verso Napoli  sarebbe  andata  a  soqquadro;  con- 
chiusero ,  che  per  disfarsi  le  barricate  era 
necessario  adibirsi  un  drappello  di  soldati  i- 
nermi  ,  guarentiti  d*  altri  in  armi  ,  se  mai 
i  primi  venissero  offesi.  «  No,  esclamò  Fer- 
«  dinando,  non  voglio  soldati,  vi  ho  detto  che 
a  non  voglio  armi.  Credete  forse,  che  voi  soli 
«  avete  il  coraggio  di  togliere  quelle  barri- 
«  cate  con  la  forza?  Il  coraggio  non  istà  nel- 
u  V  eseguirlo  ma  nel  comandarlo.  »  Parole 
sublimi  di  vera  carità  patria  !  basterebbero 
queste  soltanto  »  per  istrozzare  in  gola  dei 
suoi  detrattori  tutte  le  calunnie  eruttate  con- 

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—  372  — 

tro  quel  sovrano,  dipingendolo  feroce  e  saa- 
guinario. 

Il  re  tentò  ruttima  prova  che  restavagh  per 
iscongiurare  la  imminente  catastrofe  volata 
da'  demagoghi:  ordinò  che  le  truppe,  le  quali 
erano  uscite  dalle  caserme  alla  Toce  della 
rivolta ,  ed  aveano  presa  le  posizioni  del  pa- 
lazzo reale  ,  del  largo  del  Castello  e  Merca- 
tello  ,  si  ritirassero  immediatamente  ne*  ri- 
spettivi quartieri.  In  questo  modo  sperava  che 
le  barricate  fossero  o  distrutte  o  abbandonate 
da'  ribelli  ;  avvenne  però  tutto  ali"  opposto»  I 
barricatori,  vedendosi  liberi,  ne  alzarono  al- 
tre;  se  ne  disfecero  due  soltanto,  una  al  Gesù 
Nuovo  e  T  altra  a  Montoliveto  ,  e  furono  di- 
sfatte in  modo  da  potersi  ricostruire  in*  un 
momento.  Fu  allora  che  il  generale  Garo- 
falo, e  Pepe,  uniti  ad  altri  uffiziali  superio- 
ri, si  fecero  seguire  da  sessanta  soldati  tra 
granatieri  e  cacciatori  inermi,  per  aiutare  la 
distruzione  delle  barricate. 

Non  appena  si  avanzarono  per  Toledo  ,  i 
rivoltosi  spianarono  i  fucili  e  con  grida  da 
forsennati,  chiamarono  traditore  il  Pepe,  mi- 
nacciandolo di  crivellarlo  con  palle  di  moschet- 
to. Ai  soldati  intimarono:  Appena  toccate  le 
barricate  sarete  morti.  Il  deputato  Romeo  ed 
il  caposquadra  Mileti,  debitori  della  lor  vita 
al  soprano,  erano  quelli  che  più  aizzavano  i 
barricatori  armati,  contro  que'  militari  iner- 
mi. Eglino  faceano  i  gradassi  non  tediando 
armi  regie,  e  credevano  debolezza  e  pcura 
le  concessioni  e  la  carità  patria  del  re. 

In  quello  stato  di  orribile  trepidazione  si 
passò  in  Napoli  la  notte  dal  14  al  15  maggio, 

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—  373  — 

-«d  a  causa  dell'ambinone  settaria  di  pochi  de- 
putati e  d'  altri  furenti  demagoghi.  Intanto, 
se  domandate  a  costoro»  oggi  nostri  aristocra- 
tici e  ricchi  padroni,  quali  furono  le  cause 
che  produssero  il  14  e  15  maggio  del  1848, 
essi  vi  risponderanno  ,  che  Ferdinando  II, 
consigliato  da'  Gesuiti  e  dall'Austria,  fece  al- 
zare le  barricate  in  questa  città  ,  per  istotf- 
nare  la  guerra  di  Lombardia,  e  per  avere  un 
pretesto  onde  togliere  quella  Costituzione  che 
avea  giurato  il  54  febbraio  di  quello  stesso 
anno.  Però  ,  notato  impudenza  e  contrad- 
dizione settaria;  quelli  stessi  che  oggi  vi  ri- 
spondono in  questo  modo,  con  la  sfrontatez- 
za de*  codardi  in  sicuro  ,  soggiungono  ,  che 
congiurarono  contro  quel  sovrano,  che  si  ser- 
virono delle  medesime  sue  concessioni  per 
meglio  offenderlo,  e  che  poi  le  rifiutarono  a 
ragion  veduta,  perchè  era  stabilito  tra  loro  di 
«detronizzarlo  dovendo  far  «  l'Italia  una  ». 


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CAPITOLO  XV. 
SOMMARIO 

I  generali  provvedono  alla  sicurezza  della  Reggia, 
minacciata  da7  rivoltoti,  ed  il  re  addiviene  a  quella 
misura  dopo  replicate  preghiere.  Altre  inutili  prati- 
che per  disfar  le  barricate.  Comincia    la  lotta  a  S. 
Ferdinando  e  li  estende  a  S.  Brigida,  largo  del  Ca- 
stello, strada  della  Concezione,  di  S.  Giacomo,  de'Fio- 
rentini  ed  altri  luoghi.  1   regi  son   vincitori  dovun- 
que. Conseguenze  di  quella  lotta.  I  deputati  riuniti 
in  Montoliveto  fan  pazzie  e  burattinate.  Sono  disciol- 
ti. Taluni  ritornano  alle  loro  case,  altri  vollero  rifu- 
giarsi sulle  navi  francesi. Parecchi  di  que7  demagogia 
fan  suppliche  al  re.  La  Guardia  nazionale  è  dtaciol- 
ta  per  essere  riorganizzata.  La  Camera  de7  deputati 
è  anche  disciolta,  e  si  convocano  i  Collegi  elettora- 
li. I  deputati  incorreggibili  fuggono  da  Napoli  e  su- 
scitano altre  ribellioni  nelle  province. 

Spuntava  l'alba  del  15  maggio  1848,  forie- 
ra di  disastri  e  di  sangue;  ad  accrescere  i 
trambusti  e  dar  più  ardire  a'  faziosi  napole- 
tani, quella  stessa  mattina,  sbarcarono  altri 
300  ribelli  siciliani ,  bene  armati  e  decisi  a 
mettere  a  soqquadro  questa  città»  Mileti ,  i 
deputati  Barbarici ,  Ricciardi  ed  altri  inci- 
tavano sempre  più  la  folla  de'  s«doicsi  e  dei 
nullatenenti,  accorsi  all'odor  del  saccha^io. 
Ricciardi  andava  ripetendo:  «  La  situazione  è 

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—  375  — 

«e  mutata  di  molto  da  ieri  in  poi:  per  conse- 
«  guuenza  diverso  esser  debbe  il  nostro  lin- 
«  ffaaggio  con  la  Corona.  »  Non  si  contentava 
più  delle  concessioni  che  avéa  domandate  al 
re  il  .giorno  precedente,  avrebbe  voluto  per 
lo  meno  che  questi  abdicasse,  e  si  fosse  sot- 
tomesso ad  un  giudizio  dagli  onorevoli,  come 
I*uigi  XVI  di  Francia. 

Si  pubblicò  da  vari  scrittori ,  che  il  capo- 
squadra La  Cecilia  fosse  stato  quegli  che 
giù  di  tutti  avesse  predicata  la  guerra  civile; 
ciò  è  verissimo,  ma  fino  alla  mattina  di  quel 
giorno  nefasto.  Quando  però  vide  poche  es- 
s*re  le  forze  de*  ribelli  e  non  solide  le  bar- 
ricate ,  da  rivoluzionario  accorto  cambiò  lin- 
guaggio, e  per  lo  meno,  avrebbe  voluto  pro- 
crastinare l'attacco  contro  i  regi,  e  difatti  si 
coopero  presso  i  caporioni  suoi  amici  ,  ma 
senza  risultato. 

I  rivoluzionarii  già  accennavano  ad  assalir 
la  Reggia;  i  ministri  Conforti  e  Scialoia  si 
vantavano  pubblicamente,  che  la  sera  del  15 
maggio,. si  sarebbero  coricati  da  padroni  nel 

gilazzo  reale.  Si  affermava  che  il  deputato 
arbarisi  avesse  avuto  l'audacia  di  dire  allo 
stesso  Ferdinando  II:  Se  non  abdicate,  corre- 
rete la  sorte  di  Luigi  XVI  ! 

I  generali,  visto  lo  stato  minaccevole  dei 
ribelli,  ed  il  pericolo  del  re  con  tutta  la  real 
famiglia,  alle  6  del  mattino ,  fecero  uscire, 
senza  ordine  sovrano,  i  reggimenti  dalle  ca- 
serme, e  facendoli  marciare  con  la  precau- 
zione imposta  dalle  circostanze,  li  condussero 
in  varii  punti  della  città.  Due  reggimenti  di 
svizzeri*  con  due  squadroni  di  lancieri  e  due 

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—  376  - 

compagnie  di  pontonieri  occuparono  il  larga 
del  Castello,  estendendosi  fino  allo  sbocco 
della  strada  5  Brigida,  dalla  parte  della  fon- 
tana degli  Specchi;  altro  reggimento  svizzero 
con  uno  squadrona  di  lancieri  ed  una  mezza 
batteria  prese  posizione  al  piano  del  Merca- 
tello.  Un  battagliono^del  2*  granatieri  delia- 
Guardia,  due  di  cacciatoti,  un  altro  della  rea* 
marina,  il  reggimento  degli  usseri,  un  batta** 
glione  di  zappatori  ed  una  batteria  a  cavallo 
si  accamparono  nel  piano  della  Reggia,  esten- 
dendosi per  la  calata  del  Gigante  fino  a  S. 
Lucia;  ed  erano  sotto  gli  ordini  del  general 
Lecca.  Altri  battaglioni  eransi  postati  agir 
Studi,  alla  Vicaria  ed  al  Mercato. 

Quando  il  re  vide  quella  soldatesca  attorno- 
a  sé,  rimproverò  i  generali  e  volea  farla  ri- 
tornare ne*  quartieri  ;  ma  costoro  esposero 
francamente  gì'  stendimenti  de'  faziosi  e  la 
necessità  della  difesa,  anche  per  salvare  Vo- 
nor  militare,  perchè  taluni  ribelli  diceano,. 
essere  la  truppa  ammutinata  contro  i  supe- 
riori, ed  altri  l'aveano  proclamata  codarda, 
Ferdinando,  conosciuta  indispensabile  la  mi- 
sura presa  da'  suoi  generali,  spedì  il  briga* 
diere  Carascosa  a'  ministri  invitandoli  a  pren- 
dere una  determinazione  per  iscongiurare 
l'imminente  disastro.  La  risposta  de'  ministri 
non  giungeva;  intanto  sotto  i  baffi  de' soldati 
a  guardia  della  Reggia,  si  alzò  un'  altra  for- 
midabile barricata,  che  occupava  lo  spazio 
dal  vico  Nardones  al  palazzo  Girella,  proprio 
nei  piano  di  S.  Ferdinando  !  Que'  militari  e- 
rano  frementi  per  tanta  audacia  e  disprezzo» 
e  voleano  dare  addosso  a'  barricatori;  ma  fu* 

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—  377  — 

rono.  impediti:  da'  loro  superiori;  i  quali  avea- 
bo  ordine  dal  re  di  difendersi  soltanto  se 
fossero  «tati  aggrediti. 

Verso  le  dieci  e  mezzo  ,  si  sparse  la  voce 
ohe  Ferdinando  II  avesse  ceduto  a  tutto  (cioè 
altra  concessione  non  potea  fare  che  addive- 
nire alla  sua  abdicazione  !)  e  che  quello  stes- 
so giorno  si  sarebbe  aperto  il  Parlamento  na- 
zionale, dopo  che  si  fossero  disfatte  le  barrica- 
te, e  la  truppa  fosse  rientrata  ne'  quartieri. 
In  effetti  il  vicepresidente  de'  deputati,  Vin- 
cenzo Lanza,  avea  bandito  un  manifesto  alla 
Guardia  nazionale,  ringraziandola  per  la  cu 
vile,  e  dignitosa  attitudine,  con  la  quale  avea 
difeso  %  dritti  della  nazione  e  del  Parlamen- 
to: in  ultimo  invitavala  a  disfare  le  barricate, 
onde  in  quel  giorno  aprirsi  la  nazionale  as- 
semblea ,  senza  alcuna  dispiacevole  ricor- 
danza ! 

Mi  è  lecito  supporre  ,  se  altra  causa  di 
slealtà  non  vi  fosse  stata  ,  che  le  fibre  del 
vice-presidente  Lanza  sieno  state  invase  da 
un  brivido  di  timore,  comunicato  da  quel» 
l'apparato  bellicoso  ;  dappoiché  ,  alle  ciarle 
subentrava  la  eloquenza  di  ben  altro  linguag- 
gio, cioè  quello  più  persuasivo  dell'  immi- 
nente voce  del  cannone. 

Egli  ed  i  suoi  aderenti  supponeano  che 
gli  svizzeri,  ed  anche  i  reggimenti  nazionali,  . 
avessero  fatto  comunella  co'rivoluzionari,  per- 
chè noti  repubblicani,  perchè  aveano  accet- 
tato qualche  sigaro  da'  patrioti,  e  perchè  un 
generale  anche  svizzero,  Baumann,  forse  per 
non  essere  annoiato  di  più  ,  avea  promesso 
a  Pietro  Mileti ,  col   quale   avea    combattuto 

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—  378  — 

in  Russia,  che  non  si  sarebbe  battuto  conta» 
i  rivoltosi.  Quando  però  videro  tutta'  la  guar- 
nigione di  Napoli  pronta  a  battersi  contro 
qualunque  sommossa  ,  tentarono  riparare  le 
loro  provocazioni  e  quelle  degli  libri  onore- 
voli; ma  era  troppo  tardi  :  una  volta  scate- 
nata la  ribellione,  non  sta  più  nel  potere  dei 
capi  imbrigliarla  o  moderarla;  è  lo  stesso  che 
volere  impedire  l'esplosione  di  una  riserva 
di  polvere  dopo  di  avervi  appiccato  il  fuoco. 

In  effetti,  quel  manifesto  del  Lanza  si  spar- 
se in  un  baleno,  ed  apportò  la  gioia  nella  Reg- 
gia ed  in  tutt'  i  pacifici  cittadini.  Un  contrario 
effetto  produsse  ne'  demagoghi,  che  divennero 
più  furibondi  ,  e  non  vollero  capire  essere 
stato  quello  un  tranello  di  taluni  onorevoli 
teso  alla  truppa  ed  al  re ,  e  ciò  malgrado  di 
averne  ricevuto  assicurazioni  che  avrebbero 
cominciato  da  capo  a  tempo  più  opportuno. 

Difatti,  appena  Ferdinando  ebbe  notizia  del 
manitesto  del  vice-presidente  Lanza,  die  l'or- 
dine agli  svizzeri  di  ritirarsi  ne' loro  quartieri  e 
fu  subito  obbedito. Ma,  mentre  qu e'  reggimenti 
esteri  ritiravansi,  i  faziosi  li  fischiavano,  dando 
loro  del  vile,  e  proseguendo  a  fortificar  le  bar* 
ricate.  Taluni  uffiziali  della  Guardia  nazionale 
di  Ghiaia  si  recarono  nel  piano  del  palazzo 
reale  per  protestare,  che  i  loro  subalterni  non 
avrebbero  permesso  di  veder  passare  truppa 
in  armi  davanti  a'  loro  quartieri,  A  quegli 
uffiziali  burbanzosi  fu  risposto  con  dignità 
militare  dal  generale  Lecca;  e  costoro,  smessa 
la  boria  ,  per  la  troppo  longanimità  del  so- 
vrano, se  ne  ritornarono  quatti  quatti  dond'e» 
rano  venuti. 

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—  379  — 

fatante  era  giunta  l'ora  fatale  in  cui  consumar 
doveasi  da' settari!  il  più  atroce  misfatto,  in- 
sanguinando una  delle  più  floride  città  di  Eu- 
ropa ,  senza  ragione  e  senza  speranza  di  fa- 
vorevoli risultati.  Toccavano  appena  le  undici 
del  mattino  ,  ed  il  segnale  della  lotta  partì 
dalla  barricata  di  S.  Ferdinando. 

Gli  scrittori  rivoluzionarii,  con  quella  buo- 
na fede  che  sempre  li .  distingue ,  pubblica- 
rono ,  che  il  segnale  della  cruenta  lotta  fu 
dato  per  ordine  del  re  ,  e  cominciata  da  un 
domestico  di  Corte,  certo  Francesco  Lazzaro; 
tra  gli  altri  lo  assicura  il  poco  veridico  sto- 
rico-romanziere La  Cecilia  nel  suo  Cenno 
storico  a  pag.  48.  Costui ,  contraddicendosi 
sempre,  si  era  dimenticato  che  poche  pagine 
prima  avea  detto  :  «  E  pure  a  malgrado  di 
«  tannarmi  ed  armati  che  cingevano  la  Reggia 
«  trepidava  iì  Borbone,  tenendosi  incerti  gli 
«  animi  de'  consiglieri.» 

Altri  scrittori,  tra*  quali  il  francese  Viscon- 
te d'Arlincourt,  e  il  cav.  de  Sivo ,  addebitano 
al  medesimo  La  Cecilia  il  segnale  della  fra- 
tricida lotta.  Ma  ciò  non  è  vero  ,  e  quV  be- 
nemeriti storici  si  sono  ingannati;  dappoiché 
quel  caposquadra  trovavasi  allora  al  suo  po- 
sto, nel  largo  della  Carità,  incaricato  di  spiare 
l'andamento  degli  avvenimenti  di  quel  giorno^ 
e  rapportarli  agli  onorevoli,  in  seduta  perma- 
nente nelle  sale  di  Montoliveto  :  ed  in  quel- 
F  officio  era  anche  aiutato  potentemente  dal 
francese  Levraud,  antico  violinista,  ed  allora 
ministro  della  repubblica  francese.  Egli ,  La 
Cecilia  ,*  come  ho  detto  di  sopra ,  andava  di- 
cendo ,   che  non  sarebbe  stato  prudente  pro- 

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—  38Ò  — " 

vocar  la  lotta,  non  avendo,  i  rivoltosi,  proba- 
bilità di  vincere  :  non  pertanto,  al  sentire  il 
segnale  della  lotta  fece  battere  la  generate 
e  suonar  le  campane  a  stormo,  conducendd 
parte  de'  suoi  dipendenti  dalla  parte  di  san 
Ferdinando. 

Quel  segnale  di  sangue  e  di  disastri  lo  die 
un  canonico  di  Sarno,  il  Rmo  D.  Filippo 'A- 
bignenti:  che  vestito  in  àbito  ordinis,  ed  invev 
stendosi  dell'  autorità  di  un  Achimelech ,  in- 
dusse i  più  faziosi ,  postati  alla  barricata  di 
S.  Ferdinando,  a  trarre  le  prime  fucilate  con- 
tro i  regi,  pacificamente  accampati  nel  piano 
della  Reggia.  Quelle  fucilate  furono  prece- 
dute da  urli  e  battimani,  ed  altre  se  ne  tras- 
sero immediatamente  dal  palazzo  Girella,  uc- 
cidendo un  granatiere  della  Guardia  e  ferendo 
un  uffiziale. 

I  soldati  stavano  riposando,  perchè  stanchi 
ed  abbattuti  dalle  continue  veglie;  la  maggior 
parte  erano  sdraiati  a  terra  e  dormicchiavano. 
A  quella  inattesa  provocazione,  balzarono  fu- 
ribondi in  piedi  ed  in  grande  disordine,  gri- 
dando :  siamo  traditi  /  nel  medesimo  tempo 
scaricarono  all'  impazzata  i  loro  fucili  contro 
gli  sleali  oppressori.  Gli  uffìziali  fecero  ogni 
sforzo  per  trattenerli,  ma  tutti  gridavano:  a- 
vanti  l  avanti  !  non  vogliamo  esser  traditi  1 
insomma  la  disciplina  era  vinta  dall'ira. 

Mentre  i  generali  e  la  gran  maggioranza 
degli  uffiziali,  per  uniformarsi  a*  voleri  so- 
vrani, opponevansi  allo  slancio  de'soldati,  fi- 
no al  cimento  di  essere  uccisi  da'  medesimi, 
taluni  ministri,  che  non  si  erano  fatti  vivi  in 
quella  mattinata,  stando  alle  vedette  nel  pa- 

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—  881  — 

lazzo  della  Foresteria ,  per  assicurarsi  del 
contegno  della  truppa  nel  momento  che  la 
stessa  fosse  stata  aggredita  da'  patrioti,  vista 
la  mala  parata,  ebbero  paura  ;  e  sbiettando 
in  quella  confusione,  si  presentarono  al  re. 
che  trovarono  nel  suo  oratorio  privato. 

Quegl'  impudenti  ministri  ,  organizzatori 
della  guerra  civile,  importunarono  per  l'ulti* 
ma  volta  quel  sovrano,  ripetendogli  ancora  di 
oedere  a'  voleri  della  nazione,  descrivendogli 
Napoli  straziata  dal  furore  soldatesco.  Que- 
st'  ultima  visita  de'  ministri  mi  autorizza  a 
supporre  non  essere  stato  vero  che  costoro 
avessero  proibito  alle  guardie  nazionali  di 
far  fuoco  contro  la  truppa.  Eglino  facon* 
do  aggredir  questa  ,  pacificamente'  accampa- 
ta nel  pianò  della  Reggia  ,  speravano  otte- 
nere, o  il  risultato,  che  le  regie  milizie  non 
si  fossero  battute,  o  di  spaventare  il  re,  de- 
scrivendogli le  stragi  di  quella  guerra  civile 
e  farlo  cedere  in  tutto;  mentre  ben  sapeano 
che  egli  abborriva  il  sangue. 

Ferdinando  II  rispose  loro  con  calma  dicen- 
do; «  Che  cosa  volete  che  io  ceda?  disse  loro, 
«  che  mi  faccia  massacrare  insieme  alla  trup- 

*  pa,  già  assediata,  ed  a  cui  nemmeno  si  vuole 
«  concedere  libero  il  passo  per  ritirarsi  nei 
«  propri  quartieri  1  io  ho  in  tutto  ceduto,  e 
«  nulla  mi  resta  a  cedere,  che  non  fosse  la 
«♦  corona,  la  vita,  il  mio  e  V  onore  de'  miei 
«  soldati  l  Cedete  voi:  dite  ai  ribelli  di  non 
»  far  fuoco  contro  i  soldati,  di  abbattere  le 
«  barricate,  e  di  dar  libero  il  passo  alle  mi- 
«  lizie  per  ritirarsi  pacificamente  ne'  quartie- 

*  ri  militari".  Quei  ministri  obbiettarono:  che 

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—  382  — 

non  aveano  la  possanza  di  ottener  tanto  dai 
ribelli;  quindi  si  dichiararono- dimessi  dai  loro 
officio  ed  andarono  via. 

Tutt'  altro  avveniva  nel  largo  della  Reggia 
ed  in  via  Toledo,  al  segnale  delia  lotta.  Gran 
parte  della  Guardia  nazionale  si  era  riunita 
dietro  varie  barricate  di  quella  via,  ed  in  buon 
numero  dietro  quella  di  S.  Ferdinando.  Si 
volle  allora  far  credere  che  non  furono  le 
guardie  nazionali  che  si  battettero  contro  i 
regi ,  ma  il  popolo  :  sentite  quel  che  dice  il 
solito  nostro  storico  e  caposquadra  La  Ceci- 
lia :  (1)  «  Al  primo  trarre  dei  cannoni  >  la 
«  folla ,  che  avea  ingombrato  il  largo  della 
«  Carità ,  che  si  era  tanto  opposta  a  disfar 
«  le  barricate ,  spariva  qome  per  incanto 
«  magico  ;  rimanea  al  suo  posto  la  Guardia 
«  nazionale  ,  Pietro  Mileti  co*  calabresi  ed 
»  altri  provinciali.  »  Or,  sentite  pure  come  si 
contraddice  grossolanamente  il  nostro  storico 
caposquadra ,  e  nientemeno  dia  pagina  se* 
guente  del  luogo  citato  :  «  Si  combattea  con 
«  egregia  fortuna  dal  popolo  sino  alle  tre  9 
«  quando  finite  le  munizioni  rallentarsi  il 
«  fuoco  dal  palazzo  Girella  ;  arrogi  che  la 
«i  poca  guardia  nazionale  impegnata  a  com- 
«  battere  mancava  di  munizioni  e  coloro  fra 
«  essi  che  aveano  dieci  cartucce  erano  i  me- 
«glio  provvisti».  Così,  tra  gli  altri  strafalcioni 
ci  vuol  far  credere  ,  che  con  dieci  cartucce 
si  possa  far  fuoco,  ed  in  una  sommossa  popo- 
lare, ed  in  continuazione  per  quattro  ore!  Gli 

(1)  Cenno  storico  siigli  avvenimenti  di  Napoli 
del  45  maggio,  pag.  53. 


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—  388  — 

scrittori  patrioti  ritengono  per  imbecilli  i  loro 
lettori:  e  eerto  son  tali  quelli  che  amano  di 
essere  ingannati  per  ispirito  di  parte. 

Mentre  i*  superiori  delle  regie  milizie  fa- 
éeano  tutti  i  possibili  sforzi  per  non  assal- 
tare la  barricata  di  S.  Ferdinando  ,  i  ribelli 
giudicando  viltà  quella  confusione  ed  esitan- 
za ad  essere  corrisposti,  fecero  un  ben  nutrito 
fuoco  di  fila  su  quella  truppa  disordinata.  Fu 
allora  che  i  generali  si  decisero  dirigere  lo 
slancio  de'  loro  dipendenti. 

Il  primo  ,  ad  avanzarsi  contro  la  barricata 
di  S.  Ferdinando,  fu  il  brigadiere  Carascosa, 
alla  testa  di  un  battaglione  di  granatieri  della 
Guardia.  Immediatamente  venne  seguito  dai 
generali  Selvaggi  ,  Ischitella  e  Ferdinando 
Nunziante  —  ritornato  allora  da  Caserta,  per 
farsi  scudo  alla  vita  del  suo  amato  sovrano- 
Si  fece  avanzare  l'artiglieria  a  cavallo,  ma  due 
tenenti  della  stessa,  per  segreti  patti  col  ne- 
mico ,  non  si  fecero  trovare  ,  portandosi  le 
chiavi  de' cassoni ,  ov'era  la  munizione;  però 
1'  aiutante  di  Merinch  ,  secondato  dagli  arti- 
glieri, spe««ò  le  serrature  a  colpi  di  sciabola, 
e  fece  caricare  i  pezzi  che  trassero  sulla  bar- 
ricata; le  palle  e  la  mitraglia  la  scossero  sen- 
za abbatterla.  Vedete  ,  lettori  miei  ,  quanto 
fossero  preparati  i  regi  ad  aggredire:  col  ne- 
mico di  fronte  che  l'insultava  e  li  minacciava, 
neppure  aveano  caricati  i  cannoni  ! 

I  faziosi  resistevano  con  ammirabile  corag- 
gio ,  avendo  avuto  la  promessa  dal  .generale 
Roberti,  comandante  il  castel  S.  Elmo»  che  sa- 
rebbe dalla  parte  loro  e  contro  i  suoi  com- 
pagni d'armi;  difatti  quel  generale  avea  proi- 


bito  a  quel  presidio  qualunque  dimostrazione 
ostile  contro  i  patrioti. Però  il  maggiore  Za* 
netti  ?  nulla  curando  gli  ordini  del  Rober- 
ti, al  segnale  della  lotta,  alzò  bandiera  rossa,  « 
diede  agli  altri  Castelli  l'avviso  dell'allarme  con 
una  cannonata,  da'quali  fu  imitato  (1).  Il  rombo 
di  quelle  cannonate  fece  trepidare  per  un'i- 
stante i  difensori  delle  barricate  ;  ma  accer- 
tandosi che  non  si  traeva  a  palla ,  ripresero 
animo  e  proseguirono  accanita  la  cominciata 
lotta; 

I  soldati  che  si  avanzavano  contro  la  barri- 
cata di  S.  Ferdinando  erano  fulminati  di  fronte 
da'  ribelli  appiattati  dietro  i  ripari,  facendo  un 
incessante  fuoco  di  fila,  e  da  quelli  de'  bai* 
coni  laterali  fortificati  con  stacchi  di  terra  e 
materassi.  Allora  i  generali  si  decisero  di 
abbattere  i  portoni,  e  far  salire  i  loro  dipen- 
denti sopra  que'medesimi  palazzi  donde  par- 
tiva una  miriade  di  fucilate.  Questa  manovri 
venne  eseguita  immediatamente  da  una  eosa- 
pagnia  del  reggimento  Eeal  Marina,  la  quale 
prese  posizione  sopra  le  terrazze  ed  i  balconi 
cacciandone  i  difensori.  Inoltre  si  fecero  Hi- 


fi)  Ecco  quel  ch§  scrisse  a  questo  proposito  il 
celebre  generale  Guglielmo  Pepe  ,  nella  «ut  Storia 
d' Italia  a  pag.  116  e  121:  «  Il  generale  Robert, 
«  uomo  e  cittadino  pila  di  essere  soldato  ,  il  15 
«  maggio  non  volle  obbedire  al  Re.  I  cannoni  di  S. 
«  Elmo  erano  stati  caricati  a  polvere  soltanto.  — 
«  Fra  la  destituzione  e  il  fratricidio ,  scelse  le  4*- 
«  sUtuzione.  è  Si  parla  in  simili  casi  di  desfia» 
zionei?  eeiò  perchè  il  sovrano  era  un  Ferdinando  D, 
che  non  fucilò  mai  i  militari  felloni. 


y  Google 


-885  — 

Uro  varie  compagnie  di  granatieri  della  Guar- 
dia sopra  le  terrazze  della  Foresteria ,  altra 
della  real  marina  sulla  casa  Zabatta,  e  da  colà 
fulminavano  i  ribelli ,  che  faceano  fuoco  dal 
palazzo  Girella  e  d'altri  luoghi  adiacenti. 

Il  fragore  de' colpi  avea  fatto  ritornare  in- 
dietro gli  svizzeri;  un  battaglione  giunse  alla 
corsa,  nel  piano  di  S.  Ferdinando  ed  assali 
quella  barricata  con  grande  impeto  ;  e  seb- 
bene ebbesi  valida  resistenza,  perchè  dietro 
la  stessa  si  sparava  con  spingardi  e  boccacci» 
come  del  pari  da'  balconi  laterali,  pure  stet- 
tero fermo  alla  pugna.  In  quel  conflitto  mo- 
rirono molti  soldati  èsteri  e  nazionali  ;  un 
chigurgo  regio  venne  ferito,  il  generale  En- 
rico Slatella ,  cadde  anch'  egli  ferito  da  una 
fucilata  ,  trattasi  da  un  balcone  (2)  ;  ma  si 
alzò,  continuando  ad  incoraggiare  i  suoi  di- 
pendenti :  poi  vinto  dal  dolore  e  dall'  abbon- 
danza del  sangue  versato,  fu  condotto  al  pa- 
lazzo reale. 

Era  trascorsa  un*  ora  dacchò  si  combattea 
per  abbattere  la  barricata  di  S.  Ferdinando; 
e  quando  i  regi  la  videro  meno  solida,  vi  si 
slanciarono  sopra,  uccidendo  e  facendo  pri- 
gionieri qua'  della  Guardia  nazionale  e  gli  al- 
tri ribelli  che  la  difendevano.  Intanto  dal  pa-  . 
lazzo  Girella  prosegui  vasi  a  fare  un  micidiale 
fuoco  sopra  i  vincitori,  per  la  qual  cosa  fa 
necessiti  assaltarlo:  il  portone  dello  stesso  re- 
fe) Si  ditta,  e  l'afferma  anche  11  Visconte  d>  Ar- 
llncourt,  Mila  sua  Italie  Roug*  a  ptg.  ti 9,  che  11 
colpo  venne  tirato  da  un  balcone  vicino,  dalla  prima 
donna  del  gran  Teatro, san  Carlo,  Tersalna  Brambilla. 

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—  386  — 

sisteva  validamente  v  ma  cedette  alla  fine  a*  ^ 
grandi  e  replicati  urti.  Gli  assalitori  irruppero  " 
in  tutte  le  camere,  e  furono  ricevuti  a  fuci- 
lato dagli  assaliti  :  perlocchò  ivi  avvennero 
massacri  indescrivibili  dall'  una  e  dall'  altea 
parte  de*  combattenti.  Le  guardie  nazionali, 
vedendosi  strette  dapertutto,  si  argomentaroao 
gittar  via  la  divisa,  fino  a  restare  in  mutan- 
de, sperando  cosi  di  non  essere  riconosciute. 

I  soldati  però  conoscevano  i  ribelli  all'odore 
della  polvere  che  tramandavano  le  mani  di 
costoro.  Quelli  che  resistevano  erano  uccisi, 
gli  altri  che  si  sottomettevano  fatti  prigionie- 
ri. Taluni  si  gittarono  da'  balconi  per  non  sot- 
tomettersi o  per  non  essere  uccisi,  ma  pochi 
si  salvarono  con  quel  mezzo,  la  maggior  par- 
te perirono;  e  suppongo  che  sia  stato  questo 
il  fondo  di  verità  circa  tutto  quello  che  pub- 
blicarono i  faziosi ,  cioè  che  gli  svizzeri  get- 
tassero da'  balconi  le  guardie  nazionali,  i  ri- 
belli e  le  donne. 

In  quel  palazzo  si  trovò  gran  quantità  d'ar- 
mi, di  munizioni  e  strumenti  da  guerra.  I 
soldati  vi  presero  posizione,  proteggendo  così 
l'avanzarsi  de*  loro  compagni,  che  assaltavano 
con  successo  la  seconda  barricata  ,  mentre, 
dall'  altro  palazzo  rimpetto  a  quello  di  Girel- 
la, altre  guardie  nazionali  faceano  un  inces- 
sante fuoco  di  fucileria  sulla  truppa:  assalito 
queir  altro  fabbricato,  anche  colà  avvennero 
le  stesse  scene  di  sangue.  Sopra  un  balcone 
fu  trovato  un  prete  ucciso,  il  quale  avea  fat- 
to un  micidiale  fuoco  contro  i  regi.  La  se- 
conda barricata  venne  superata  con  minore 
resistenza  e  cosi  la  terza;  avanzandosi  le  mi- 

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—  387  — 

lizie  fino  allo  sbocco  del  vico  Campane  e  del- 
l'altro dei  Tedeschi. Tutti  i  palazzi  laterali  era- 
no stati  occupati  dalla  soldatesca, gli  altri  avea- 
no  messo  fuori  lini  bianchi  in  segno  di  pace 
e  sottomissione,  per  la  qual  cosa  non  furono 
molestati.  La  gran  lotta  da    questo    lato    era 
vinta  da' regi; ma  se  ne  combattea  ancora  una 
altra,  e  con  estremo  furore,    nella  strada  di 
S.  Brigida. 

Come  ho  già  detto,  gli  svizzeri,  mentre  si 
ritiravano  alle  caserme  ,  ritornarono  all'  udi- 
re le  fucilate  e  al  vedere  la    bandiera  rossa 
che  sventolava   sopra    S.    Elmo.    Giunti    nel 
piano  del  castello,  il  generale    Labrano  ,  co- 
mandante là  Piazza,  die  loro    l'ordine   di  as- 
salire le  barricate  della  strada  di  S.  Brigida; 
ed  in  questa  disposizione  militare  eravi  ezian- 
dio lo  scopo  di  appoggiare  le    operazioni    di 
attacco  che  si  eseguivano    dall'  altro    lato   di 
S.  Ferdinando.  Non  volle  che  portassero  l'ar- 
tiglieria per  evitare  maggiori  danni  in  quella 
strada,  soltanto  fece  avanzare  il   4°    e    parte 
del  2°  svizzero.   Appena  i  ribelli  videro  quei 
soldati ,   li  accolsero  con  battute  di  mani  ,  e 
l'invitarono  ad  unirsi  a  loro, essendo  quelli  nati 
repubblicani  e  loro  fratelli.  Ma  quelle  insidie 
non  ismossero  la  proverbiale  fedeltà  de'  figli 
della  libera  Elvezia;  i  quali  imperturbabili  in- 
cedevano in  avanti,  coll'arme  al  braccio,  senza 
dar  segno  di   udir    quelle  ciarle.  Giunti  alla 
prima  barricata,  si  disponevano  a  disfarla;  in 
quella   si  gridò  :    Lasciate,  o  siete  morti  !  lì 
primo,  e  fu  un  uffiziale,  che  saltò  sopra  quel- 
l'ammasso di  ogni  sorta  di  materiale,  col  fat- 
to, cadde  morto,  colpito  da  una  palla  di  mo- 

25 


—  -388  — 

sclielto  tirata  dall'alto  de*  balconi:  altri  pure 
vennero  uccisi  e  feriti  accanto  a  lui.  Il  capi- 
tano Sturler,  che  in  un  caffè  avea  sfidato  i 
patrioti,  colpito  da  varii  proiettili  cadde  a  pie 
della  barricata;  neli'  agonia  è  chiamato  a  no- 
me ,  alza  gli  occhi  ,  ed  una  donna  gli  tira 
alla  fronte,  e  lo  fa  cadavere. 

I  difensori  della  strada  S.  Brigida,  non  vi- 
sti ,  faceano  un  fuoco  terribile  e  micidiale  , 
arrecando  gravi  danni  agli  assalitori.il  colon- 
nello Jeniens,  avendo  visto  assai  morti  e  fe- 
riti, ordina  la  ritirata  ;  intanto  fa  avanzare  i 
cannoni,  riordina  la  sua  gente,  facendola  di-  \ 

filare  sopra  i  marciapiepi  della  strada  ,  per 
far  fuoco  incrociato  contro  i  balconi,  ov'erano 
fortificati  i  ribelli  con  materassi  e  sacchi  pieni 
di  terra: 

Eseguita  quella  manovra,  il  combattimento 
divenne  massacro  per  tutte  due  le  parti  con- 
tendenti. Però  giuriti  i  soldati  al  palazzo  del 
notar  Cacace  ,  allora  in  costruzione  ,  perloc- 
chè  eravi  molto  legname,  riuscì  facile  incen- 
diarlo :  nel  medesimo  tempo  ,  saliti  sopra  , 
snidarono  coloro  che  li  ayeano  colpiti  dal- 
l'alto, uccidendone  molti  a  colpi  di  baionetta. 
Lo  spavento  fu  generale  ne\  difensori  de' vi- 
cini palazzi,  maggiormente  quando  gli  svizzeri 
sfondavano  i  portoni ,  e  salivano  fino  agli  ul- 
timi piani,  inferociti  pe' compagni  che  aveano 
perduti;  con  ira  cieca  uccidevano  armati  ed 
inermi. 

Fra  tanti  casi  lagrimevoli  se  ne  deplorò  uno 
quel  giorno  che  merita  di  essere  riferito.  La 
soldatesca  invase  il  palano  che  fa  angolo  a 
dritta,  alla  Trinità  degli  Spagnuoli,  di  proprietà 

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—  389  — 

^del  marchese  Vasaturo.  La  figlia  di  costui,  di 
nome  Costanza,  di  anni  13  ,  foggi  spaventata 
in  una  stanza  e  chiuse  la  porta;  uno  svizzero, 
^bbro  forse  di  vino  ed  inferocito  dal  sangue, 
vi  entra  a  viva -forza  e  spietato  la  uccide  !  (1). 
Gli  svizzeri,  dopo  di  avere  patite  tante  per- 
dite, superarono  tutte  le  barricate  di  S.  Bri- 
gida, e  sboccarono  a  Toledo,  ove  si  congiun- 
sero con  la  truppa  che  si  avanzava  dal  palazzo 
reale,  seguita  da' popolani  e  popolane  di  S.  Lu- 
cia, che  finivano  di  abbattere  le  barricate  e 
ne  portavano  via  i  rottami.  Fu  questo  tutto  il 
bottino  che  fece  la  gente  sobria  di  quel  quar- 
tiere ;  nonpertanto  i  soliti  storici  ,  che  già 
conoscete,  dissero  ,  che  Ferdinando  II  invitò 
i  lazzari  a  far  saccheggiare  Napoli  ! 

Contemporaneamente  che  combalteasi  a  S. 
Ferdinando  e  S.  Brigida,  il  resto  del  2°  reg- 
gimento svizzero  saliva  per  la  strada  della 
Concezione  ,  presso  le  finanze  ,  e  prendeva 
posizione  sopra  i  balconi  de*  palazzi  sporgenti  a 
Toledo,  fugandone  i  ribelli.  L'altro  reggimen- 
to, anche. svizzero,  il  3°,  combattea  e  fugava 
coloro  che  si  erano  fortificati  dirimpetto  Ca- 
li) L'assassinio  di  queir  innocente  fanciulla  con* 
•  turbagli  animi  più  feroci  al  solo  sentirlo  racconta* 
re  ;  debbo  però  dire,  che  la  colpa  cade  anche  ter- 
ribile sopra  gli  stessi  parenti  della  medesima  ;  dap- 
poiché non  si  debbono  lasciar  mai  donne  e  fanciulli. 
ili  abitazioni  fortificate  ,  qualunque  siasi  la  pretesa' 
•trtezza  di  non  essere  espugnate.  Non  pochi  pio** 
prfetarii  de' palazzi  fortificati  furono  presi  in  ottag-^ 
gio  da'  ribelli  ;  nondimeno  od  ottennero  o  trovarono 
il  momento  di  far  fuggire  le  donne  ed  i  fanciulli  9 
e  così  li  salvarono  da  tanti  pericoli. 

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—  390  — 

stel nuovo,  e  salendo  poi  per  la  via  di  S.  Già- 
corno ,  venne  costretto  ad  arrestarsi  per  una 
gran  barricata  che  trovò  sotto  il  palazzo  Lie- 
to. Ivi  fu  ucciso  il  maggiore  Salis  e  ferito  il 
colonnello  Dufour  :    tutti  erano  fulminati  an- 
che dal  palazzo  di  Toledo ,    che  fa  angolo  al 
vicolo  Taverna  Penta.  Allora  il  generale  Sto- 
ckalper  fece  sospendere  il  fuoco  ,    ed  ordinò 
che  si  avanzasse  l'artiglieria,  che  tirò  contro 
le  barricate    e  contro    il  palazzo  Lieto.    I  ri- 
belli, vista  la  mala  parata,  cessarono  il  fuoco; 
pochi  furono  feriti  ed  uccisi,  la  maggior  parte 
fuggì   dalla  parte  opposta  de'  fabbricati ,  che 
aveano  scelti  per    fortezza  ;    ed    ove  non    lo 
permettea  la  peculiare  posizione   de'  luoghi , 
attaccavano  delle  corde  a*  balconi,  ed  in  quel 
modo  assai  pericoloso,*  se  la  svignavano.  Altri 
svizzeri  e  due  compagnie   di  marina  salirono 
per  la  strada  de'  Fiorentini ,  abbattendo  con 
la  mitraglia    le  barricate   ed  anche  i  balconi 
fortificati;  i  difensori  fuggirono  ed  ivi  fu  fe- 
rito il  colonnello  Brunner. 

Napoletani  e  svizzeri  si  congiunsero  in  varii 
punti  di  Toledo  e  tutti  lo  percorsero  a  passo 
di  carica;  spesso  ricevendo  delle  fucilate,  le 
quali,  dopo  quel  che  era  succeduto,  altri  ri- 
sultati non  poteano  avere,  che  provocare  al- 
tre rovine  alla  città. 

Il  caffè  sotto  il  palazzo  Buono,  alla  Madon- 
na delle  Grazie,  perchè  era  stato  covo  dema- 
gogico e  perchè  ivi  si  eleggevano  e  si  destitui- 
vano i  ministri,  fu  messo  a  soqquadro  dai 
soldati.  Costoro  trovarono  altra  resistenza  al 
largo  della  Carità,  ove  eransi  fortificati  buon 
numero  di  siciliani,  e  propriamente  sopra  la 

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—  391  - 

locanda  dell'  Allegria.  Erano   essi    capitanati 
-da  Salvatore  Tornabene    anche    siciliano  ;  il 
-cjuale  era  stato  ribelle  al  1837    ed    emigrato 
in  Malta,  ove  scriveva  un  giornale   contro  il 
re.  Fatto  poi  spia  di  del  Carretto,  elassi  po- 
nchi anni  ritornò  in  patria  ed  ebbe    il    posto 
di  controloro  di  dogana,  indi  ispettore.  Rifat- 
to liberale  al   1848,  divenne    caposquadra    e 
difensore  di  quella  locanda,  donde  arrecò  non 
pochi  danni  alta  soldatesca  vittoriosa:  costoro 
però  sfondarono  la  porta  della   stessa ,  ucci- 
sero il  Tornabene  ed  alquanti  suoi  compagni. 
Lo  storico,  cav.  de  Sivo,  afferma  che  il  ca- 
posquadra La  Cecilia,  ossia  il    capitano  fun- 
zionante da  maggiore  del  4°  battaglione  del- 
la Guardia  nazionale,  fosse  fuggito  dal  largo 
della  Carità  all'avvicinarsi  de*  regi:  il  bene- 
merito storico  in  questa  parte  s'ingannò.  La 
Cecilia,  quando  vide  tutto  perduto  pe'ribelli, 
come  egli  avea  di  già  annunziato  anticipata- 
mente agli  stessi  onorevoli  ,    alle    quattro  e 
mezzo  si  ritirò,  co*  suoi  dipendenti  ,  a  Mon- 
ioliveto   per    difendere  quella  cosiddetta  As- 
semblea nazionale;  ed  i  regi  giunsero  al  lar- 
go della  Carità  alle  cinque  e  mezzo.  Del  re- 
sto si  sa  che  il  nostro    caposquadra  .non  ha 
il  difetto  di  esser  vile:  unicuique  suum  ! 

Contemporaneamente  che  queste  cose  suc- 
cedevano in  Toledo,  il  general  Nunziante,  alla 
testa  di  un  battaglione  della  Guardia  ,  dopo 
di  avere  scambiate  alcune  fucilate  presso  il 
largo  di  S.  Giuseppe  e  disfatte  piccole  bar- 
ricate ,  si  avanzò  per  la  via  di  Montoliveto 
onde  abbattere  quella  più  formidabile  eretta' 

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—  392  — 

sotto  il  palazzo  Gravina,  op-gi  delle  Poste.  Que- 
sta barricata  era  difesa  da'  più  valenti  cala- 
bresi, che  appena  comparvero  i  soldati  furono 
fulminati  da  per  ogni  dove:  fu  necessità  ve- 
nire ad  una  lotta  disperata.  Nunziante  usò 
la  solita  e  ben  riuscita  manovra  ,  cioè  con- 
quistare i  palazzi  laterali  e  scacciare  i  ribelli; 
costoro  si  difendevano  con  gran  coraggio,  e 
non  avendo  più  munizioni ,  gettavano  sopra  i 
loro  nemici  armadii /tavolini  ,  travi,  pietre, 
mattoni  e  tegole.  Non  pertanto  il  valore  dei 
regi  tutto  superò,  e  con  un  petardo  si  abbat- 
tette il  portone  del  palazzo  Gravina,  il  quale 
fu  conquistato  palmo  a  palmo  ,  con  feriti  e 
morti  d'  ambo  le  parti ,  ma  più  de*  faziosi  : 
tra  gli  altri  fu  ucciso  il  segretario  del  circolo 
rivoluzionario  ,  Salvatore  Ferrara.  Taluni  si 
salvarono  dalla  parte  del  vico  Donnalbina,  ca- 
lando dalle  finestre  con  l'aiuto  delle  corde. 

Il  palazzo  Gravina  era  allora  di  proprietà 
di  Ricciardi  conte  de*  Camaldoli;  l'ultimo  pia* 
no  andò  in  fiamme  e  rovinò  sul  sottoposto. 
Si  disse  da  taluni  che  fossero  stati  i  soldati 
che  avessero  appiccato  il  fuoco:  altri,  e  sem- 
bra più  probabile  ,  che  abitando  colà  il  fa- 
moso deputato  Ricciardi,  trovavasi  un  archivio 
con  documenti  che  avrebbero  compromesso 
molte  persone  ;  in  quella  confusione  si  vol- 
lero bruciare  senza  cautela,  onde  che  presero 
fuoco  le  altre  carte  e  gli  altri  oggetti  combu- 
stibili. 11  certo  si  è  che  in  queir  incendio 
soldati  ed  uffìziali  rischiarono  la  loro  vita  per 
salvar  mobili ,  oggetti  preziosi  e  persone  ; 
Nunziante    fece  subito  chiamare  i  pompieri  „ 


—  393  — 

i  quali  a  gran  fatica  riuscirono  a  localizzar 
le  fiamme  e  poi  estinguerle  (1). 

Dopo  la  lotta  dei  palazzo  Gravina,  i  grana- 
tieri salirono  per  la  via  di  S.  Anna  de'  Lom- 
bardi, e  s'incontrarono  allo  Spirito  Santo  coi 
loro  compagni  d'armi. 

Dàlia  parte  del  vecchio  Napoli,  il  Carasco- 
sa  ,  alla  testa  di  molti  soldati  ed  aiutato  da 
quella  fedele  popolazione  ,  avea  fugato  i  ri- 
belli e  disfatte  le  barricate.  La  vittoria  dei 
regi  era  compiuta;  i  faziosi  fuggitivi,  le  bar- 
ricate spianate  al  suolo  ,  anzi  sparite  ,  ed  ai 
balconi  e  finestre  sventolavano  pannolini  bian- 
chi ,  risonando  1'  aere  del  grido  di:  viva  la 
truppa  !  viva  il  re  !  Un  pazzo  volle  intorbi- 
dare quel  momento  di  gioia,  desiderato  dai 
buoni  napoletani,  l'aversano  Raffaele  Pisci- 
telli;  costui  con  quelli  scapati  alunni  del  con- 
servatorio di  S.  Pietro  a  Majella  ,  che  avea 
armati  all'  Albergo    de'  poveri ,  volle  opporsi 

(1)  La  Cecilia,  nel  citato  Cenno  Storico  a  pagina 
57,  dice:  «  lavano  P  Ammiraglio  (francese)  Baudin 
«  avea  disposto  che  gli  equipaggi  dei  vascelli  scen- 
«  dessero  con  le  pompe  a  spegnere  V  incendio;  Bor- 
ei bone  vi  si  oppose  ,  allegando  esser  di  poco  mo- 
ie mento  ,  bastare  all'  uopo  i  suoi  pompieri!!  »  Ciò 
lo  ascrive  a  gran  colpa  del  Borbone  ,  chiamandolo 
mostro  coronato.  Ritenuto  per  vero  quanto  asseri- 
sce il  nostro  caposquadra  storico  ,  io  trovo  digni- 
tosa la  opposizione  del  re  ,  rifiutando  1'  intervento 
straniero  per  estinguere  V  incendio  di  un  palazzo, 
mentre  già  si  eseguiva  da1  nostri  pompieri.  Però  i 
rivoluzionari  hanno  avuto  sempre  la  smania  di  fare 
intervenire  gli  stranieri  nelle  nostre  faccende  e  nei 
nostri  piati  1 

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—  394  — 

alla  soldatesca  vittoriosa,  difendendo  ona  bar- 
ricata presso  il  medesimo  conservatorio.  Quan- 
do però  intese  il  fischio  delle  palle,  die  il  pri- 
mo 1'  esempio  della  fuga,  lasciando  nel  ballo 
que'  giovanastri  ;  egli  non  si  arrestò  che  in 
Aversa.  Altre  poche  fucilate  si  trassero  a 
S.  Teresa  presso  il  Museo;  i  difensori  di  una 
barricata ,  temendo  di  essere  circondati  dai 
regi,  spararono  i  fucili  alla  impazzata  e  fug- 
girono gridando:  o  repubblica  o  morte!  Altri 
buffoni  pericolosi  ! 

La  lotta  tra  regi  e  rivoluzionarii  si  protrasse 
per  otto  ore  in  circa,  lasciando  in  varie  strade 
orribili  segni  di  rovine  e  di  morte,  e  più  di 
ogni  altra  via  se  ne  vedeano  in  quella  di  To- 
ledo, S.  Brigida ,  Piazza  del  Castello  e  Mon- 
toliveto.  Mura  bucate,  imposte  penzoloni,  usci 
spezzati ,  mobili  e  carrozze  infrante  ,  e  per 
compiersi  il  quadro  di  desolazione  si  vedeva 
ancora  qualche  cadavere.  Quella  sera  del  15 
maggio,  la  soldatesca  bivaccò  nelle  principali 
strade  e  piazze,  e  il  di  seguente,  Napoli  fu 
dichiarato  in  istato  di  assedio. 

Nelle  varie  azioni  di  guerra,  si  fecero  dalla 
truppa  seicento  prigionieri,  la  maggior  parte 
di  guardie  nazionali,  e  tutti  vennero  condotti, 
tra  gli  scherni  e  le  maledizioni  della  popo- 
lazione, al  quartiere  del  reggimento  marina. 
Si  trassero  circa  quattrocento  cannonate  ,  e 
risulta,  da'  rapporti  ufficiali,  che  furono  sei- 
cento i  feriti  e  duecento  i  morti  d'ambo  le 
parti  contendenti,  ma  più  di  militari.  Di  soli 
svizzeri  perirono  nelle  lotte  sei  uffiziali.  Delle 
guardie  nazionali  fu  scarsa  la  perdita,  essen- 
do state  guarentite  dalle  barricate  e  da'  :bal- 

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—  395  — 

coni,  con  ripari  di  sacchi  di  terra  e  di  mate- 
rassi di  lana,  ma  più  d'ogni  altro  dalla  paura. 
Tra  gli  uccisi  in  quella  terribile  conflagra- 
zione noveransi  anche  quindici  donne  ,  tre 
ragazzi ,  un  laico  di  S.  Teresa  ed  un  prete. 
Molti  cittadini  furono  uccisi  perchè  spinti  dalla 
curiosità  a  vedere  l'orrenda  zuffa;  difetto  as- 
sai pronunziato  in  Napoli ,  maggiormente  tra 
Ja  gente  del  popolo;  la  quale  lascia  qualunque 
sua  importante  faccenda  ,  perchè  avida  di  e- 
mozione  ,  e  per  istinto  curiosa.  I  feriti  ven- 
nero condotti  in  varii  ospedali  della  città  e 
-curati  tutti,  senz'  alcuna  differenza  tra  regi  e 
rivoluzionarii  (1). 

I  rabbiosi  demagoghi  fuggitivi  da  Napoli , 
non  avendo  potuto  allora  in  niun  modo  ven- 
dicarsi ,  com*  è  loro  costume,  ricorsero  alle 
calunnie  ,  spacciando  con  la  voce  e  con  la 
stampa  tanti  supposti  atti  di  efferata  infamia 
perpetrati  dalla  truppa  e  dal  re.  Non  ebber 
ritegno  di  asserire  che  Ferdinando  II  avesse 
detto    alla  popolazione   corsa  ad  acclamarlo  : 

(1)  Varii  scrittori  faziosi  e  bugiardi,  tra' quali  La 
Cecilia,  asserirono  che  27  guardie  nazionali  furono 
condotte  ne'  fossati  di  Castelnuovo  e  fucilate  per  or- 
dine di  S.  A.  R.  il  Conte  di  Aquila.  Dicono  inoltre 
che  furono  violate  ed  uccise  molte  donne  e  fanciul- 
li. Intanto  nessun  nome  de7  fucilati,  delle  violate  e 
delle  uccise  si  trova  registrato  rie'  loro  libelli;  egli- 
no però  non  tralasciarono  di  nominare  la  figlia  del 
marchese  Vasaturo,  e  la  madre  del  Ferrara,  perchè 
a  questf  ultima  venne  rotta  una  gamba.  Se  vi  fosse- 
ro stati  altri  uccisi  volontariamente  da'  soldati  ,  gli 
scrittori  rivoluzionarii  figuratevi  con  quanti  com- 
'  menti  e  piagnistei  li  avrebbero  nominati! 

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—  396  — 

Napoli  è  vostro  f  saccheggiatelo.  Parole  cui 
manca  perfino  il  senso  comune:  egli,  che  era 
e  dovea  rimanere  il  sovrano  di  questa  città, 
dopo  l'ottenuta  vittoria,  dava  l'ordine  di  sac- 
cheggiarla !  E  notate  contraddizione  settaria: 
i  medesimi  demagoghi  aveano  spacciato  che 
il  re  fu  invisibile  nella  giornata  del  15  mag- 
gio ,  perchè  erasi  nascosto  per  la  paura  nei 
più  reconditi  luoghi  della  Reggia, ed  intanto  ve 
lo  fanno  comparire  in  mezzo  a*  lazzari,  quan- 
do ad  essi  giova ,  per  fargli  ordinare  il  sac- 
cheggio e  per  fargli  impartire  altri  ordini  nero- 
niani!  (1). 

Gli  acclamatori  corsero  al  piano  del  pa- 
lazzo reale  quando  fu  superata  la  barricata 
di  S.  Ferdinando,  e  rimasero  sempre  accer- 
chiati dalla  cavalleria.  In  seguito  gli  esultanti 
popolani  e  popolane  di  S.  Lucia  ,  gente  che 
tutto  il  Regno  conosce  onestissima ,  come 
già  si  è  detto  ,  ebbero  il  permesso  da'  gene- 
rali di  avanzarsi  per  Toledo  ,  allo  scopo  di 
togliere  i  frantumi  delle  barricate.  In  quel 
giorno  il  re  si  fece  vedere  solamente  da  mi- 
nistri settarii,  sperando  di  scongiurare  quella 
catastrofe  ,  e  da  qualche  generale  per  aver 
notizie  dello  stato  della  rivolta. 

É  pur  verissimo  che  varii  locali  furono  sac- 
cheggiati dalla  plebaglia:  ma  di  chi  la  colpa? 

(1)  Il  noto  Giovambattista  La  Cecilia,  il  caposqua- 
dra, amando  il  drammatico  ,  nel  suo  Cenno  Stori- 
co a  pag.  37,  dopo  di  averci  presentito  Borbone  ti- 
moroso e  codardo  ,  nel  medesimo  tempo  ce  lo  fa 
vedere  sulle  batterie  di  Castelnuovo,  facendo  fuoco 
da  valoroso  artigliere  cpntro  i  suoi  fratelli  cattolià! 

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—  397  — 

degl'  incontentabili  settarii  che  provocarono 
que'  mali  per  soddisfare  la  loro  ambizione), 
credendo  di  realizzare  le  loro  utopie.  Eglino 
fingono  ignorare  quel  che  .tutti  i  napoletani 
sanno,  cioè  che  una  gran  quantità  di  soldati, 
condotti  da'  loro  superiori  ,  al  termine  delle 
fucilate  de'  rivoltosi ,  corsero  a  salvare  varie 
proprietà  private;  e  di  ciò  ne  potrebbero  far 
fede  i  proprietarii  de*  palazzi  di  S.  Teodoro, 
di  Satriano ,  di  S.  Arpino,  di  Miranda,  di  Bo- 
rio ,  di  Stigliano  ,  di  Cellammare  ,  di  Monta- 
naro, di  Montemiletto,  di  Augri,  dell'Hotel  Zir 
e  dell'altro  des  Empereurs,  minacciati  di  es- 
sere saccheggiati  da'  lazzari. 

È  pur  verissimo  che  taluni  soldati, che  sali- 
rono sui  palazzi  donde  si  facea  fuoco,  esaspe- 
rati de'sofferti  danni  ed  ebbri  della  vittoria, com- 
mettessero atti  di  barbara  rappresaglia,  facen- 
do anche  qualche  bottino  ove  trovarono  oggetti 
preziosi ,  e  spezzando  tutto  quello  che  1'  ira 
in  quell'istante  terribile  lor  consigliava.  Tutto 
ciò  è  da  deplorarsi  e  condannarsi  severamen- 
te; però  bisogna  pure  aver  riguardo  allo  stato 
di  esasperazione  in  cui  si  trovavano  in  quei 
momenti. Chi  non  si  è  trovato  in  simili  casi,  e 
giudica  a  mente  fredda,chi  non  sa  che  le  guer- 
re civili  han  prodotto  sempre  le  medesime 
luttuose  conseguenze  in  tutte  le  città  incivi- 
lite di  Europa  ,  dovrà  necessariamente  esser 
severo  più  del  convenevole. 

Accadde  eziandio  che  distinti  gentiluomini, 
appartenenti  alla  Corte  ed  affezionatissimi  alla 
real  famiglia,  in  quell'igneo  tafferuglio  soffris- 
sero danni  e  violenze.  Conciossiachè  occupati 
i  loro  palazzi  da'  ribelli  e  tenuti  in  ostaggio 

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da  costoro,  che  poi  fuggiti  lasciarono  armi  e 
munizioni,  compromisero  quegli  stessi  inno- 
centi proprietarii  fedelissimi  alla  dinastia.   ' 

Io  conosco  una  distinta  sig.a  contessa ,  al- 
lora moglie  di  un  valoroso  colonnello  ,  che, 
il  15  maggio  ,  anche  assaltava  barricate  ;  ad 
onta  che  la  sua  casa  non  fosse  stata  occupata 
da'  ribelli ,  non  pertanto  venne  invasa  da  un 
buon  numero  di  svizzeri  alemanni,  che  nep- 
pure capivano  il  francese.  Que*  soldati  invasero 
quell'abitazione,  perchè  la  nobile  signora,  spin- 
ta da  compassione,  avea  permesso  che  si  fosse 
salvato  ne'  suoi  appartamenti  un  tal  sig.  duca 
sedizioso,  vestito  da  guardia  nazionale,  che 
le  era  comparso  innanzi ,  mezzo  .morto  dalla 
paura, e  con  le  braccia  aperte, sclamando:  Con- 
tessa, salvatemi  !  La  generosa  signora  corse 
un  terribile  pericolo  insieme  a'  suoi  figli, 
quattro  giovanetto,  e  per  compiere  un  atto  di 
sublime  abnegazione:  la  medesima  si  salvò  per- 
chè donna  di  molto  spirito.  Avendo  notato 
che  gli  svizzeri  non  intendevano  il  francese,  e 
volevano  venire  a  vie  di  fatto,  per  aver  nelle 
loro  mani  il  milite  nazionale,  che  aveano  ve- 
duto entrare  in  quel  palazzo,  corse  a  prendere 
l'uniforme  del  marito  e  lo  fece  vedere  a  que- 
gl'indemoniati;  cosi  l'uragano  si  acquietò,  ed 
anche  il  duca  sedizioso  fu  salvo. 

È  vero  altresì  che  altri  svizzeri  invasero 
'abitazione  dell'uffiziale  Camillo  Boldoni  (1), 

(1)  Questo  signor  Boldoni  dopo  il  1860  seppe  si 
bene  destreggiarsi ,  parlando  di  tirannia  ,  libertà  e 
martirio,  che  ottenne  il  comando  de'  veterani  in  Na- 
poli, ed  ivi  praticò  tali  atti  di  dispotismo  contro  i  suoi 

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oggi  generale  al  riposo,  ferendo  un  suo  figlio, 
divenuto  scemo  di  mente  fin  da  quel  giorno, 
ma  tutto  ciò  pare  che  sia  avvenuto  in  pena  del 
tradimento  di  lui  perpetrato  alla  patria  bandie- 
ra; e"gli  che  era  stato  educato  nel  Collegio  del- 
l' Annunziatela  a  regie  spese  ! 

Or  credo  necessario  accennar  la  parte  co- 
mica di  quel  che  avvenne  in  Montoliveto,  ove 
trovavansi  i  cosi  detti  onorevoli  in  seduta  per- 
manente, credendo  oprare  sul  serio.  Mentre 
i  loro,  militi  combatteano  le  battaglie  della 
patria  tradita,  appena  intesero  tuonare  il  can- 
none, i  meno  arditi  di  que'  deputati,  o  quelli 
che  non  voleano  venire  a  risoluzioni  estreme, 
allibirono,  e  scagliarono  amare  invettive  a' loro 
colleghi  più  esaltati  ;  mentre  questi  voleano 
dichiarare  il  re  decaduto,  il  trono  vacante  e 
proclamare  la  repubblica,  creando  un  governo 
provvisorio.  I  medesimi  ,  per  incoraggiar  gli 
altri,  spacciavano  vittorie  e  trionfi  de'  ribelli; 
diceano  ,  la  popolazione  levata  come  un  sol 
nomo,. la  truppa,  parte  tagliata  a  pezzi  e  parte 
fuggita  ;  il  re  anche  fuggito,  perchè  la  fiotta 
francese  facea  fuoco  contro  il  palazzo  reale; 
ed  i  francesi  scesi  a  terra  per  aiutare  i  patrio- 
ti, avere  messo  in  mezzo  i  regi  ed  averne 
fatto  un  massacro  (1).  Tutte  quelle  fandonie 
voleano   farle  credere   agii  altri ,    mentre  si 

soggetti  e  contro  le  famiglie,  de'medesimi,  da  fare 
invìdia  ad  un  antico  Pascià. 

(l)  I  cosi  detti  liberali  ,  in  ogni  tempo  si  sono 
compiaciuti  d1  immischiare  ne'  piati  italiani  le  armi 
straniere,  e  poi  hanno  la  impudenza  di  dire  ,  che  i 
clericali  vogliono  rendere  schiava  la  patria  italiana 
con  quelle  oltramontane  1 

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—  400  — 

facea  sentire  il  linguaggio  più  eloquente  del 
cannone  che  avvicinavasi  sempre  più  agli  ono- 
revoli orecchi  e  li  facea  trabalzare  per  la  pau- 
ra ;  nonpertanto  ,  e  senza  di  ciò  ,  la  maggio- 
ranza de'  deputati  non  volea  sentir.parlare  di 
atti  tendenti  alla  decadenza  del  re.  Nel  me- 
desimo tempo  si  presenta  il  deputato  Zup- 
petta  con  due  palle  di  cannone  ancor  calde, 
che  posa  sul  tappeto,  ed  esclama:  Rappresen- 
tanti della  nazione  !  Ecco  le  concessioni  ge- 
nerose che  il  re  di  Napoli  fa  al  suo  popolo  \ 
Un  grido  confuso  di  maledizioni  si  alzò  in 
quella  sala,  e  tutti  que' deputati,  cheaveano 
provocate  e  volute  quelle  concessioni  genero- 
se, faceano  progetti  da  matti.  In  quella  salta 
in  mezzo  il  sempr«  celebre  deputato  Ricciar- 
di, e  facendo  la  scimia  a'  francesi  della  gran- 
de rivoluzione  del  1792,  propone  un  comitato 
di  salute  pubblica  con  potere  assoluto  ,  per 
tutelare  Y  ordine ,  e  subito  si  nominarono  i 
componenti  lo  stesso  nelle  persone  del  Lanza, 
Topputi,  Giardini,  Bellelli  e  Petruccelli  della 
Gattina,  segretario. 

Questi  padri  della  patria  sì  affacciarono  ai 
balconi  annunziando  alla  sottoposta  folla  de'  se- 
diziosi che  già  aveano  poteri  assoluti;  e  questa 
che  non  ne  capiva  un'acca,  gridò:  viva  i  po- 
teri assoluti!  Que'  componenti  del  comitato  di 
salute  pubblica  ,  trovandosi  lontani  da'  pe- 
ricoli, fecero  pure  la  spacconata  di  prendere 
il  ritratto  di  Ferdinando  II ,  e  buttarlo  dal 
balcone  in  mezzo  alla  folla,  gridando:  morte  al 
tiranno )  viva  la  repubblica  !  (1) 

(1)  Questi  ed  altri  fatti  rilevansi  da  una  nota  dei 

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—  401  — 

Que'  messeri,  credendosi  veramente  sovrani 
assoluti,  oprarono  in  conseguenza;  ebbero  fì- 
nari  co  1*  ardire  ^di  mandare  un  decreto  al  ge- 
nerale Labrano  comandante   della  Piazza,  col 
quale    gli  ordinavano    che  facesse  cessare  il 
fuoco  delle  regie  truppe,    e    che  le  ritirasse 
immediatamente  ne'  quartieri,   onde  por  fine 
al  conflitto.   Quel  generale  rispose  come  me- 
ritavansi  que'  briachi  rivoluzionarii  ;  i  quali , 
prevedendo  prossimo  il  loro  pericolo  ,  spedi- 
rono immantinenti  corrieri    nelle  vicine  pro- 
vince di  Salerno  ed  Avellino  ,    fucine    di  se- 
dizioni ,    ordinando  alle   guardie  nazionali  di 
recarsi  alla  corsa  a  Napoli,  per  farsi  ammaz- 
zare da'  regi,  e  sostenere  a  cotal  modo  V  as- 
soluta sovranità  di  un  pugno  di  settarii.  Però, 
mentre    i  nostri  padri    della  patria    godeano 
il  dolce    contento    di  sognata  sovranità   asso- 
luta, e  comunicavansi  l'un  l'altro  il  terribile 
castigo  che  avrebbero  fatto  subire  al   tiranno 
ed  agli  aderenti    del  medesimo  ,    oh  crudele 
disinganno  !  precorse  la  voce  che  i  regi  era- 
no prossimi,  e  determinati  ad  invadere  l'ono- 
revole Consesso    della  rappresentanza  nazio- 
nale.   Già  le  truppe  avvicinavansi    al  palazzo 
Montoliveto    da  due  opposti  punti ,    dal  largo 
della  Carità  e  dalla  strada    di  Montoliveto.   Il 
generale  marchese  Nunziante,  e  il  colonnello 
degli  usseri,  principe  di  Paterno,  si  presenta- 
rono nel  piano  del  palazzo  di  Montoliveto;  il 
colonnello  si  rivolse  al  capitano  de'  nazionali 

ministro  degli  affari  esteri,  principe  di  Cariati  >  di- 
retta al  conte  Rignon,  ministro  in  Napoli  di  S.  M 
Sarda. 

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—  402  — 

la  Cecilia  ,  ivi  di  guardia ,  con  modi  urbani 
dicendogli:  «  Sua  Maestà  ordina  che  l'assem- 
«  blea  si  sciolga  immediatamente,  e  che  i 
«  deputati  rientrino  ciascuno  nella  propria 
«  dimora.  Il  generale  Nunziante  autorizza  lei 
«  di  accompagnare  i  deputati  con  la  sua  scor- 
te ta  in  armi  »  (1).  L'  ordine  sovrano  venne 
eseguito  immediatamente  ,  e  taluni  deputati, 
gridarono:  viva  il  re!  altri  che  ne  mostrarono 
desiderio  ,  furono  scortati  fino  alle  loro  case 
da'  medesimi  soldati  ,  e  senza  essere  mole* 
stati  in  modo  alcuno.  Ecco  perchè  quegli 
onorevoli  faceano  i  spacconacci  contro  Ferdi- 
nando II;  essi  ben  conosceano  la  troppo  cle- 
menza di  colui  che  chiamavano  tiranno  ;  un  4 
altro  al  posto  di  lui ,  sedicente  rigeneratore 
di  popoli,  li  avrebbe  inesorabilmente  fatti  fu- 
cilare in  quello  stesso  palazzo. 

Ma  già,  prima  che  fosse  giunto  il  Nunzian- 
te ,  taluni  onorevoli  se  ne  erano  fuggiti.  Si 
disse  che  i  deputati  Giuseppe  Ricciardi  e 
Giuliano  erano  ritornati  presso  1'  ammira- 
glio francese  per  chiedere  aiuti  contro  il  ti- 
ranno ,  o  almeno  per  farla  da  mediatore  tra 
questi  e  loro.  Però  gli  storici  iT  Arlincourt 
e  Rossi,  asseriscono  che  Ricciardi  fosse  fug- 

(1)  Tutto  ciò  è  affermato  dal  medesimo  la  Ceci- 
lia nel  suo  Cenno  Storico  a  pag.  58.  Questa  testi- 
monianza fatta  da  uno  scrittore  che  chiamava  mo» 
$tro  coronato  re  Ferdinando  II,  che  sciorinò  tante 
contraddittorie  menzogne  per  denigrarlo  >  smentisce 
quel  che  pubblicarono  gli  altri  rivoluzionarii ,  cioè 
che  l'assemblea  di  Montoliveto  fu  invasa  da7  regi  e 
sciolta  alla  soldatesca. 

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—  403  — 

Sito  con  precauzione  dalla  parte  del  quartiere 
«lei  Treno.  I  medesimi  storici ,  ed  anche  il 
cU  Sivo  e  Marulli,  dicono  che  il  capitano  dei 
nazionali  sig.  La  Cecilia  tentò  fuggire  ali*  ap- 
prossimarsi de'  regi ,e  che  fu  trattenuto  a  viva 
fona  dal  deputato  Stanislao  Bairacco.  Ilo  vo- 
luto prendere  le  più  minuziose  informazioni 
da  persone  degne  di  fede  ,  presenti  in  quel 
trambusto  del  Palazzo  di  Montoliveto,  e  poco 
benevole  al  La  Cecilia,  e  mi  hanno  assicurato 
che  questi  fu  1'  ultimo  a  lasciare  quel  palaz- 
zo, e  che  fu  egli,  come  ho  detto  di  sopra,  che 
arrecò  il  messaggio  all'assemblea  per  discio- 
gliersi. Quando  tutto  era  finito,  trovandosi  in 
Montoliveto  la  gendarmeria  ,  il  nostro  capo- 
squadra, La  Cecilia  ,  uno  de*  fondatori  della 
Giovine  Italia,  si  vestì  da  gendarme  borbo- 
nico (oh,  dovea  fare  una  bella  figura  !)  e  per- 
seguitato soltanto  dalla  sua  coscienza  ,  fuggi 
sulla  flotta  francese.  Il  deputato  Pelruccelli 
si  nascose  in  una  latrina  del  palazzo  Monto- 
liveto, e  poi  fuggì,  travestito  anche  da  gendar- 
me !  Il  vice-presidente  Lanza  ,  i  componenti 
il  comitato  di  pubblica  salute  ,  cioè  i  sovra- 
ni assoluti  di  quel  giorno,  ed  altri  deputati 
fuggirono  eziandio  da  Montoliveto  ,  rifugian- 
dosi sulle  navi  francesi;  e  per  un  fatale  effet- 
to che  suol  produrre  la  paura ,  lasciarono  la 
loro  sovranità  assoluta  ne'  luridi  viottoli  della 
Sezione  Porto  1 

Non  pochi  di  coloro  che  eransi  ricoverati 
all'  ombra  della  bandiera  della  repubblica  di 
Francia,  sentendo  che  in  Napoli  non  si  per- 
seguitava alcun  rivoluzionario,  scesero  quatti 

26 

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—  404  — 

quatti  a  terra ,  e  ricominciarono  le  loro  an- 
tiche ipocrisie.  11  vice-presidente  Lanza,  il  più 
esaltato  contro  il  tiranno,  mandò  una  supplica 
al  medesimo,  protestando  innocenza  ed  antica 
devozione  a  Borboni  (1).  L'  ex  ministro  Sali- 
ceti eLbe  la  viltà*  e  l'impudenza  di  dichiararsi 
innocente  e  profondamente  devoto  al  trono  f 
e  chiedeva  quindi  umilmente  il  ritiro  col  sol- 
do di  ministro  —  oh  santa  pagnotta  1  quid  non 
rnortalia  pectora  cogis  ?  Gii  storici  de  Sivo  (2) 
e  Marulli  (3)  affermane  che  anche  La  Cecilia 
avesse  supplicato  per  rimanere  uffìziale  del 
rainistero  dell'interno,  impiego  avuto  da'  mi- 
nistri settarii  ,  pe'  servizi  resi  contro  la  mo- 
narchia :  ma  non  esiste  il  documento  origi- 
nale ,  ed  io  opino  che  quegli  storici  siansi 
ingannati.  Altri  furibondi  liberali  altre  sup- 
pliche diressero  al  tiranno  ,  al  mostro  coro- 
nato, per  rimanere  ne'  ghermiti  impieghi,  e 
non  avendo  nulla  ottenuto.,  quando  emigra- 
rono dal  Regno  ,  si  svelenirono  raccontando 
a  modo  loro  i  fatti  del  15  maggio  1848. 
Taluni  deputati  vollero  far  credere  a'  gonzi, 
,  che  prima  di  sciogliersi  l'assemblea  di  Moji- 
toliveto  ,  avessero  redatta  e  firmata  una  pro- 
testa ,  che  in  verità  non  poteano  avere  né  il 
tempo  né  la  testa  di  redigere   in  quei  terri- 

(  )  A  proposito  di  quella  supplica ,  il  giornale  il 
Tempo  nel  N.  132  ,  deridendo  quel  vice-presidente 
dicea  :  «  11  ministero  vegli  su  Lanza  per  non  met- 
•  tere  io  pericolo  la  Costituzione  ,  essendo  costui 
«  uno  dei  retrogradi  da  temer ii.  » 

(*)  Storia  delle  Due  Sicilie,  voi.  I,  p.  338. 

{  )  Documenti  storici  p.  71. 

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—  405  — 

i>ili  momenti,  quando  ognuno  ad  altro  non  pen- 
sava che  a  fuggire  e  mettersi  in  salvo.  Quella 
protesta  fu  scritta  comodamente,  o  nelle  pro- 
prie case  o  in  estranei  paesi ,    e  si  pubblicò 
il  28  maggio  di  quell'anno  sopra  un  giornale 
mazziniano,  che  s'intitolava  YAlba;  ecco  quel- 
la famosa  cicalata  :  «  La  Camera  de*  deputati 
»  riunita    nelle    sue   sedute    preparatorie    in 
«   Montoliveto,  mentre  era  intenta  ai  suoi  la- 
«   vori,  ed  all'adempimento  del  suo  mandato, 
*t  (cioè  a  suscitare  ribellioni  e  dirigere  i  fab- 
xi  bri  delle  barricate)  vedendosi  aggredita,  con 
**  inaudita  infamia,  dalla  violenza  delle  armi 
«  regie  nelle  persone  inviolabili  de*  suoi  corn- 
ee ponenti,  protesta  in  faccia  all'Italia  Vopera 
«  del  ori  provvidenziale  risorgimento  si  vuol 
u  turbare    con   nefando  eccesso  ,    in  faccia  a 
a  tutta  l'Europa  civile,  oggi  ridesta  allo  spi- 
«  rito  della  libertà;  contro  quest'atto  di  cieco 
«  ed  incorreggibile  dispotismo  ,   dichiara  che 
«  essa,  non  sospende  le  sue  sedute ,  se  non 
«  perchè  costretta  dalla  forza  bruta;  ma  lungi 
«  dall'abbandonare  l'adempimento  de'  suoi  so- 
«  lenni  doveri,  (cioè  di  mettere  a  soqquadro 
«  questo  Regnò  )    non  fa   che  sciogliersi  im- 
«  mediatamente  per  riunirsi  di  nuovo,  dove,* 
«  ed  appena  potrà,  affine  di  prendere  quelle 
«  deliberazioni,  che  sono  reclamate  dai  dritti 
«  dei  popoli ,    dalla  gravità  della  situazione  , 
«  e  dai  principii   delia  conculcata  umanità  e 
«  dignità  nazionale.  » 

La  Camera  componeasi  di  164  deputati; 
•quella  Protesta  non  venne  firmata  da  tutti 
-quelli  presenti  in  Montoliveto,  perché  molti 
4e'  medesimi  si  erano  accomodati  col  tiran- 

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—  406  — 

no;  in  cambio  dichiararono  accedervi  Pietro- 
Leopardi,  il  capitano  Girolamo  Ulloa,  che  tro- 
vavasi  allora  col  Pepe  in  Lombardia,  e  Giu- 
seppe Massari,  oggi  il  papà  di  tutti  i  con- 
sorti. 

Il  16  maggio  fu  sciolta  la  Guardia  nazio- 
nale e  si  mandò  l'ordine  ai  generali  Gu- 
glielmo Pepe  e  Giovanni  Statella  di  ritornare 
nel  Regno  dalla  spedizione  lombarda.  Napoli 
dopo  la  sofferta  catastrofe,  risorgea  per  tutti 
gloriosa,  maledetta  soltanto  da'  settari  vinti. 
1  soldati  napoletani,  mal  giudicati  in  Euro- 
pa, diedero  i  primi  l'esempio  della  fedeltà 
alla  monarchia,  e  dimostrarono  che  la  sètta 
vuol  vincere  con  gli  schiamazzi  di  piazza,  con 
le  calunnie  e  co*  tradimenti.  AI  certo,  in  quefr 
giorno,  i  seltarii  si  ricordarono  di  quel  che 
avea  scritto  il  de  Magari  nel  1846  in  Berna, 
cioè:  «  Il  Piemonte  è  con  noi  ,  essendo  con 
«  noi  Carlo  Alberto,,  sebbene  costui  ha  una 
«  trista  natura,  perchè  comprime  sotto  il  ci- 
a  lizio  gl'istinti  rivoluzionari.  Avremo  la  To- 
re scana  con  noi,  tutte  le  volte  che  ci  farà 
«  bisogno.  Roma  non  potrà  sostenersi  per 
«  lungo  tempo.  Il  solo  Napoli  dobbiamo  te- 
li mere,  e  se  non  seconderà  il  movimento, 
ci  sarà  causa  della  nostra  disfatta  ».  Parole 
veramente  profetiche  !  e  lo  stesso  sarebbe  ac- 
caduto nel  1860,  se  ben  altre  circostanze  già 
esposte,  (1)  non  si  avessero  avute  a  deplo- 
rare. 
11 16  maggio,  il  re  formò  un    nuovo  mini* 

(1)  Vedi  Un  Viaggio  da  Boecadi falco  a  Gaeta, 
basta  leggere  la  fine  della  V  Epoca. 

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—  407  — 

estero  metà  monarchico  metà  rivoluzionario, 
ed  eccone  gì'  individui  che  Io  componeano: 
Principe  di  Cariati  presidente,  principe  Ischi- 
Iella  ministro  della  guerra,  brigadiere  Cara* 
«cosa  a'  lavori  pubblici,  Ruggiero  alle  finanze 
-ed  incaricato  del  portafoglio  del  ministero  di 
-grazia  e  giustizia,  principe  di  Torella  all'agri- 
coltura e  commercio  ,  altresì  incaricato  del 
portafoglio  degli  affari  ecclesiastici  ,  France- 
sco Bozzelli  all'  interno,  ed  incaricato  ezian- 
dio del  portafoglio  dell'  istruzione  pubblica. 
In  seguito  al  Gigli  si  die  il  ministero  di  gra- 
zia e  giustizia,  ed  il  duca  di  Serracapriola 
fu  eletto  presidente  del    Consiglio    di  Stato. 

S'  istituì  inoltre  una  Commissione  di  pub- 
Mica  sicurezza  per  inqnirere  su*  reati  com- 
messi contro  la  sicurezza  dello  Stato,  dal  1° 
maggio  fino  a  che  sarebbe  durato  lo  stato  di 
Assedio  per  Napoli,  già  pubblicato  il  giorno 
16  di  quel  mese.  Quella  commissione  era 
preseduta  da  Gabriele  Àbatemarco,  direttore 
di  polizia,  e  composta  da  quattro  consiglieri, 
•cioè  Stanislao  Falcone,  Ferdinando  Paragatlo, 
Farina  e  Silvestri.  La  guardia  nazionale  ebbe 
l'ordine  di  depositar  le  armi  che  avea  rice- 
vute dal  governo;  intanto  il  re  ordinò  al  mi- 
nistro dell'  interno  di  proporre  i  mezzi  di 
ariordinarla  immediatamente. 

Lo  stesso  giorno  16  maggio,  re  Ferdinan- 
do uscì  dalla  Reggia,  accompagnato  dal  mag- 
giore Francesco  Ferrari  (1)  e  da  pochi  usse- 

(f)  Questo  distintissimo  uffiziale  superiore  era  isti- 
tutore del  piincipe  ereditario,  e  seguì  i  Borboni  nel- 
la  prospera  ed  avversa  fortuna,  mostrandosi  sempre 

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—  408  — 

ri  della  Guardia ,  recandosi  al  ponte  della* 
Maddalena  e  poi  a  Portici  per  visitare  e  soc- 
correre i  feriti  anche  ivi  condotti.  Venne  fe- 
steggiato ed  acclamato  dovunque  con  clamo- 
rosi  evviva  dalla  popolazione  ,  che  lo  seguiva 
con  bandiere  regie. - 

Il  trono  di  Napoli  risorgea  più  possente 
in  mezzo  alle  acclamazioni  entusiastiche  di 
ogni  ceto  di  cittadini.  Ferdinando  II,  rien- 
trato nella  pienezza  de'  suoi  sovrani  dritti, 
ben  potea  sconoscere  la  Costituzione,  perchè- 
i  deputati  l'aveano  violata  ,  servendosi  della 
stessa,  per  coprire  Napoli  di  sanguq  e  di 
lutto,  e  attentare  a'  dritti  della  regia  potestà 
e  della  dinastia.  Nonpertanto  quel  troppo  cle- 
mente sovrano,  tanto  oltraggiato  e  calunniate 
da' settari,  die  fuori  il  seguente  proclama: 
«  Napoletani:»  Profondamente  afflitto  a  causa 
«  degli  avvenimenti  del  15  maggio,  è  quindi 
u  nostro  più  vivo  desiderio  di  addolcire  le 
u  conseguenze  per  quanto  sarà  possibile.  É 
»  nostra  volontà  di  mantenere  la  Costituzio- 
»  ne  del  10  febbraio.  Le  Camere  saranno  di 
«  nuovo  convocate,  ed  io  faccio  conto  sopra 
«  la  saggezza  e  prudenza  de'  deputati  per  aia- 

onesto  e  fedele  alla  dinastia.  Il  Ferrari ,  nel  1860, 
segui  Francesco  li  a  Gaeta,  ove  fu  promosso  regolar- 
mente tenentcgenerale-,  ed  ivi  morì  di  tifo,  il  4  feb- 
braio 1861,  sotto  la  medesima  casamatta  che  abi- 
tava il  re  e  la  regina.  Io  mi  trovai  presente  a  quel- 
la edrficatissima  morte  di  fervente  cattolico  e  di 
fedele  soldato,  che  muore  sulla  breccia  ,  lasciando 
una  immensa  eredità  di  affetti  e  di  gloria  alla  sua 
desolata  vedova  ed  a' suoi  piccoli  figliuoletti. 

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-    400  — 

«  tarmi  nella  riorganizzazione  de'  poteri  del- 
«  lo  Stato  ».  In  forza  dell*  art.  64  della  stes- 
sa Costituzione,  con  decreto  del  17  maggio, 
si  scioglieva  la  Camera  de'  deputati  ,  perchè 
senza  di  aver  prastato  giuramento,  erasi  ille- 
galmente proclamata  unica  rappresentante  del- 
la nazione  ed  in  opposizione  a  molti  deputa- 
ti avea  mutato  lo  Stato  e  suscitato  la  guerra 
civile.  Con  un  altro  decreto  si  ordinava  la 
convocazione  de' collegi  elettorali  pel  15  giu- 
gno, onde  potessero  le  camere  legislative  a- 
prirsi  il  1°  luglio. 

Il  tiranno  detronizzato,  ma  vittorioso, lasciò 
liberi  i  suoi  detronizzatori,  dopo  che  i  mede- 
simi furono  la  causa  delle  deplorevoli  e  cruen- 
te scene  del  15  maggio.  Giova  ridirlo:  Ferdi- 
nando II  meriterebbe  la  nota  di  tiranno  a  causa 
della  sua  mal  collocata  clemenza,  avendo  per- 
donato tanti  pericolosi  ed  impenitenti  rivo- 
luzionarli ,  col  danno  della  pace  del  Regno  , 
e  non  tenendo  conto  de*  reclami  della  vera 
cittadinanza;  la  quale  volea  che  si  desse  fine 
a  quel  baccano  reso  insopportabile.  Quel  so- 
vrano seminava  vento  per  raccogliere  tem- 
peste ed  uragani  ;  difatti  i  deputati  faziosi  , 
vedendosi  liberi ,  in  grazia  della  bonomia  e 
clemenza  sovrana  ,  presero  animo  ,  ed  uscen- 
do da'  loro  nascondigli  si  riunirono  all'  Ho- 
tel di  Ginevra ,  donde  mandarono  airi  cor- 
rieri ,  ordinando  alle  guardie  nazionali  del- 
le province  di  recarsi  subito  a  Napoli  per  ri- 
cominciare rovine  e  sangue.  Non  pochi  di 
quegli^  onorevoli,  paurosi  de*  danni,  che  avea- 
no  arrecati  a  questa  capitale,  e  temendo  più 
di  tutto  per  le  loro  persone,  proponeano  par- 

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—  «0  — 

tifi  meno  estremi.  Ma  il  deputato  Ricciardi , 
disceso  allora  dalla  nave  francese ,  il  Fried- 
land,  Petruccelli,  già  svestito  da  birra,  ed  À- 
modio  accasarono  i  loro  colleghi  di  paurose  e 
peggio.  Credendosi  ancora  comitato  sovrano 
assoluto,  e  che  il  Regno  tutto  fosse  in  armi 
per  difendere  e  sostenere  la  loro  ambizione, 
diedero  alle  province  il  segnale  di  ira*  no- 
vella rivolta. 

Carducci  fu  il  primo  ad  obbedire  a*  $ovrani 
assoluti  del  15  maggio,  levando  lo  stendardo 
della  rivoluzione,  che  già  avea  occultato.  Da 
sé  nominatosi  colonnello-generale  delie  guar- 
die nazionali  del  Cilento  e  del  Salernitano  , 
dio  a  tutt'  i  suoi  dipendenti,  che  aveà  riuni- 
ti, l'ordine  di  marciar  sopra  Napoli.  Avea  di 
già  spinta  una  sua  avanguardia  fin  nelle  vi- 
cinanze di  Caserta ,  per  farla  operare  sopra 
questa  capitale  dalla  parte  di  A  versa;  ma  tro- 
vatosi di  fronte  il  valoroso  colonnello  conte 
Giuseppe  State  Ila,  fu  sbaragliata  dal  medesimo, 
perseguitandola  questi  con  la  cavalleria  ed 
arrecando  lo  spavento  nel  resto  deli'  esercita 
di  Carducci,  il  quale  si  salvò  eziandio  con  la 
fuga.  Dopo  quella  rotta  solenne  toccata  a'  fa- 
ziosi, sembrava  estinto  il  fuoco  rivoluzionario, 
e  che  lo  spirto  di  abisso  si  partiva  —  vota 
stringendo  la  terribil  ugna  ! 

I  faziosi  calabresi  fuggiti  da  Napoli  erano 
scoraggiati  per  quel  che  aveano  sofferto  il  i5 
maggio  e  per  la  lezione  toccata  a'  recidivi 
carducciani.  I  fuggiaschi  della  capitale  ,  che 
giungevano  a  stormi  in  quelle  province,  era- 
no causa  di  maggiori  spaventi ,  perchè  ogni 
fuggiasco  raccontava  gli  avvenimenti  di  que- 

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—  tìi  — 

sta  città  con  tinte  le  più  oscure  ed  esagerate. 
Nonpertanto  i  sovrani  assoluti  del  15  maggio 
mandarono  il  bolognese  Pacchione  a  Cosenza, 
<juartier  generale  della  rivolta ,  dandogli  se- 
greti ordini  per  quelle  autorità ,  che  erano 
quasi  tutte  settarie,  allo  scopo  di  riaccendere 
di  nuovo  la  guerra  civile.  Costoro  fecero  riu- 
nire un  poco  di  plebaglia  sotto  il  palazzo  del- 
l'Intendenza; ivi  si  fece  gridare  che  la  patria 
fosse  in  pericolo,  e  quindi  per  guarentirsi  si 
domandava  un  governo  provvisorio. 

Trovavansi  in  Cosenza  l'intendente  Cosen- 
tini ,  bene  addentro  alle  segrete  cose  della 
sètta  ;  il  18  maggio  creò  un  comitato  di  sa* 
Iute  pubblica,  ed  egli  si  proclamò  presidente 
dello  stesso  ,  vice-presidente  il  comandante 
delle  regie  armi ,  colonnello  Spina  ed  uno 
de*  membri,  il  giovane  maggiore  Salvatore  Pia- 
ttelli, comandante  il  1°  battaglione  cacciatori, 
òggi  generale  del  Regno  d'Italia.  Quel  comi- 
tato si  pose  subito  sotto  gli  ordini  de'  sovrani 
assoluti  di  Napoli,  ed  in  relazione  con  l'altro 
di  Salerno  per  avere  notizie  della  capitale  e 
combinar  la  marcia  delle  guardie  nazionali 
contro  la  stessa. 

Il  primo  atto  di  autorità,  che  esercitò  il  Co- 
mitato di  salute  pubblica,  senza  che  io  l'an- 
nunziassi, già  si  suppone ,  fu  quello  di  far 
danari,  ordinando  un  prestito  forzoso  detto 
volontario;  stampò  bollettini  bugiardi  circa  i 
fatti  di  Napoli ,  die  l'ordine  di  mobilizzarsi 
la  Guardia  nazionale,  designando  gl'individui 
che  formar  doveano  lo  Stato  maggiore  della 
medesima.  Indi  disarmò  ,  maltrattò  e  sbandò 
i  gendarmi  fedeli  al  re  ,  prestandosi  a  tanta 

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—  412  — 

infamia  il  colonnello  Spina  e  lo  stesso  mag- 
giore Piane! li.  La  maggior  parte  de'  paesi  di 
quella  provincia  riconobbero  il  comitato  di 
Cosenza,  perchè  guarentito  dalle  stesse  armi 
regie. In  Catanzaro,  l'intendente  Vincenzo  Mar- 
sico  ,  scimiottando  il  suo  collega  di  Cosenza» 
creò  un  altro  Comitato  di  salute  pubblica , 
aggiungendovi  come  necessario  intingolo  mo- 
rale-religioso la  Società  evangelica  ,  diretta 
dal  prete  Domenico  Angherà ,  niente  esecu- 
tore de*  precetti  evangelici. 

11  30  maggio,  onomastico  di  Ferdinando  li, 
in  Cosenza  ed  in  Catanzaro  ,  si  voleano  suo- 
nare le  campane  a  mortorio,  ed  impiccare  in 
effigie  quel  sovrano:  solite  buffonate  rivoluzio- 
narie, che  furono  impedite  con  somma  ener- 
gia, non  già  dal  colonnello  Spina  o  dal  mag- 
giore Piane  Hi  ,  ma  da'  medesimi  cittadini» 
Nella  provincia  di  Reggio  ,  ad  onta  de*  magi* 
strati  e  de'  funzionarli,  non  si  formò  il  Comi- 
tato di  salute  pubblica ,  essendovi  colà  poca 
truppa,  ma  con  capi  fedeli  al  re. 

1  componenti  i  comitati  di  Cosenza .  e  di 
Catanzaro  adempirono  una  sola  parte  del  loro 
programma  rivoluzionario,  cioè  quello  di  esi- 
gere alla  turca,  —  che  oggi  si  direbbe  all'ita- 
liana—il  prestito  volontario,  di  vuotar  le  casse 
del  danaro  pubblico  ,  di  perseguitare  i  rea- 
listi e  di  fare  sparire  ogni  pubblica  sicurez- 
za. Circa  la  marcia  delle  guardie  nazionali 
nulla  combinarono  ,  perchè  gli  uffizi  ali  delle 
medesime  voleano  godere  de'  soli  onori  e  dei 
vantaggi,  ma  senza  rischiar  la  pelle  ! 

L'intendente  di  Cosenza,  visto  che  i  faziosi 
calabri  erano  sol  contenti  di  fare  e  disfare  nel 

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—  413  — 

loro  paesi,  pensò  al  suo  avvenire;  per  la  qual 
cosa  scrisse  al  ministero  in  Napoli  tutto  quello 
che  era  accaduto  in  quella  provincia,  scusan- 
do il  suo  insediamento  a  presidente  del  Co- 
mitato di  salute  pubblica  con  l'orpello  della 
pretesa  violenza  a  lai  fatta  da'  faziosi;  infine 
protestava  obbedienza  al  re.  11  Ministero  gli 
ordinò  che  sciogliesse  il  Comitato,  ed  egli,, 
con  grandissimo  suo  pericolo ,  fece  leggere 
T  ordine  ministeriale.  Tutt*  i  paesi,  stanchi 
dell*  anarchia,  obbedirono  ,  Gassano  e  Gastro- 
vii  lari  soltanto  resistettero.  Il  maggiore  Pia» 
nelli  fu  chiamato  a  Napoli  col  battaglione  ai 
suoi  ordini,  e  tu  salvo  della  perpetrata  fello» 
nia  per  un  inconsiderato  regio  favore.  In  se- 
guito ebbe  nuove  grazie  sovrane  ,  e  si  disse 
che  il  re  gli  regalò  dodicimila  ducati  quando 
divenne  conte,  sposando  la  signora  Ludolff;indi 
ottenne  promozioni  fino  a  maresciallo  di  Cam- 
po. Nel  1860  credette  dissobbligarsi,  col  far 
causa  comune  con  un  D.  Liborio  Romàno  e 
col  tradire  il  figlio  di  Colui  che  lo  salvò  da 
una  condanna  infamante  per  un  militare  e 
lo    colmò   d' immeritati    favori    ed   onori.  (1) 

L'altro  Comitato  di  Catanzaro  non  attecchì 
per  le  stesse  cause  di  quello  di  Cosenza,  e  ciò 
malgrado  la  zelante  cooperazione  àe\Y evange- 
lista Angherà. 

I  faziosi  delle  altre  province  del  Regno,  ove 
più  ove  meno  fecero  delle  pazzie,  perchè  so- 
billati da'  sovrani  assoluti  di  Napoli  ;  ma  co- 
storo non  ottennero  che  le  guardie  nazionali 

(i)  Vedi  Un  Piaggio  da  BoccadifcUco  a  Gaeta 
e  Difesa  Nazionale  di  Tommaso  Cava.  * 

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—  414  — 

corressero  sulla  capitale  per  insanguinarla 
onde  sostenere  la  loro  grottesca  sovranità 
aisotuto.  Que'  deputati ,  che  aveano  gustato 
un  efimero  potere,  saziando  in  pVte  la  loro 
incorreggibile  ambizione  ,  nulla  curando  che 
di  già  i  tempi  volgevano  loro  contrari* ,  in 
cambio  di  approfittare  della  troppo  sovrana 
clemenza,  come  appresso  dirò,  si  vollero  gif- 
tare  nelle  Calabrie  per  dare  altri  spettacoli 
di  burattinate  e  perpetrare  altri  delitti. 


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CAPITOLO  XVI. 

SOMMARIO 

Richiame  del  corpo  di  esercito  pugnante  io  Lom- 
bardia. Ragioni  di  quel  richiamo.  Pratiche  dell'Au- 
stria presso  il  governo  inglese  per  non  essere  mo- 
lestata dagP  italiani.  Brillanti  fatti  d'  armi  sostenuti 
in  Lombardia  dal  10*  reggimento  di  linea  napoleta- 
no. Pepe  non  vuol  soccorrere  Carlo  Alberto  ,  ma 
invece  la  repubblica  veneta.  Giunge  a  Pepe  V  ordi- 
ne di  ritirarsi  a  Napoli.  Non  obbedisce  ,  io  cambio 
si  decide  a  soccorrere  Venezia.  È  seguito  da  poca 
truppa  da  lui  ingannata,  il  resto  ritorna  in  patria.  I 
napoletani  in  Veriezif,  e  loro  ritorno  nel  Regno.  Car- 
lo Alberto  e  Garibaldi.  11  primo  si  ritira  in  Piemon- 
te, il  secondo  in  Livorno. 

È  tempo  di  rivolgere  uno  sguardo  alle  trup- 
pe napoletane  pugnanti  in  Lombardia;  ma  pri- 
ma d'intrattenermi  sopra  questo  argomento  è 
necessario  che  i  lettori  sappiano  le  determi- 
nazioni prese  dal  ministero  di  Napoli ,  dopo 
i  fatti  del  45  maggio,  circa  quei  corpo  di  e- 
sercito.  I  ministri,  riuniti  in  Consiglio  ,  con 
T  adesione  del  re  ,  decisero  di  richiamare 
quella  soldatesca,  perchè  impolitico  era  già 
divenuto  il  combattere  contro  i  tedeschi.  Le 
ragioni  di  quel  richiamo  le  trovo  in  una  nota 
del  principe  di  Canati,  allora  ministro  degli 

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—  416  — 

affari  esteri ,  diretta  al  conte  Rignon  inviato 
del  re  di  Piemonte  in  Napoli.  Andrei  troppo 
per  le  lunghe  se  volessi  trascrivere  qui  tutte 
le  ragioni  esposte  in  quella  nota,  con  le  quali 
il  governo  napoletano  giustificava  Y  ordine 
mandato  a'  generali  Guglielmo  Pepe  e  Gio- 
vanni Statella  per  far  ritornare  nel  Regno  i 
soldati  che  trovavansi  in  Lombardia  ;  ma  mi 
limito  a  rilevarne  le  più  interessanti. 

Il  principe  di  Cariati  comincia  col  dire  al 
conte  Rignon,  che  i  rivoluzionarii  vollero  che 
fosse  spedita  una  parte  dell'esercito  contro 
l'Austria  al  solo  scopo  di  rimanere  più  liberi 
nel  mettere  a  soqquadro  il  Regno.  In  con- 
ferma citava  i  fatti  terribili  del  15  maggio  e 
le  altre  ribellioni  suscitate  nelle  province,  ove 
aveano  fatto  sparire  ogni  ombra  di  sicurezza 
pubblica  ;  e  da  colà  i  possidenti ,  gli  onesti 
cittadini ,  i  fedeli  funzionarli  mandavano  nu- 
merose ed  incessanti  suppliche  al  re ,  pel 
pronto  invio  di  buon  nerbo  di  truppe  ,  onde 
far  ritornare  1"  ordine  in  que'  desolati  paesi, 
manomessi  e  saccheggiati  all'ombra  della  li- 
bertà e  dell'  affrancamento  dell'  Italia  dallo 
straniero.  Quindi  soggiunge  dicendo  ,  essere 
primo  dovere  di  un  governo  di  guarentire  i 
propri i  amministrati ,  e  che  il  Consiglio  dei 
ministri,  preseduto  dal  re,  visto  trovarsi  po- 
che milizie  nel  Regno  ,  avea  presa  la  deter- 
minazione di  richiamare  il  corpo  di  esercito 
mandato  in  Lombardia,  per  inviarlo  ove  fosse 
richiesto  dalle  desolate  province.  Oltre  di  che, 
quel  ministro  facea  palese  le  manovre  de- 
$1'  irrequieti  siciliani,  i  quali  minacciavano  i 
domimi  al  di  qua  del  Faro;  perlocchè  il  go- 


—  417  — 

emo  trovavasi  nella  necessità  di  mandar 
ruppe  ne' luoghi  più  minacciati,  e  con  la  flotta 
percorrere  700  miglia  della  costa  di  terrafer- 
na  ,  per  guarentirla  da  qualunque  sorpresa  , 
she  avrebbero  potuto  fare  quegl'isolani. 

Dippiù  ,  il  Cariati    facea  conoscere   le  cir- 
costanze politiche  e  finanziere  di  questo  Re-         * 
gno  essere  di  gran  lunga  cambiate  da  quando 
^Napoli  spingeva  le  sue  schiere  e  le  sue  navi 
in  sostegno  dell'Italia  superiore.   Allora  non 
era  avvenuto  il  15  maggio,  né  le  province  e- 
rano  in  rivolta,  suscitata  da  quelli  stessi  che 
aveano  voluto  mandar  parte  dell'esercito  per 
combattere  l'Austria,  e  l'erario  napoletano  tro- 
varsi in    condizioni    peggiori  di  prima.  Posto 
questo  Regno  ,  soggiungea    il  Cariali ,  a  500 
miglia  dal  teatro  della  guerra,  con  basi  e  li- 
nee militari  da  prendersi  in  paesi  stranieri , 
senza    una  Piazza  forte    di  appoggio  ,    essere 
quindi    le    sue    condizioni    assai    diverse    da 
quelle    del  Piemonte.    Il    muovere    un  corpo 
di  esercito   dall'estrema  Italia  meridionale  e 
condurlo  sul  Po,  era  costato  a  questo  erario 
più  di  quanto  il  Re  di  Piemonte  avea  erogato 
dal  principio  della  campagna  fino  allora. 

Quella  nota  del  principe  di  Cariati  si  po- 
trebbe compendiare  e  tradurre  in  poche  frasi; 
conciossiachò  in  buoni  termini  il  governo  di 
Napoli  dice*  a  quello  di  Torino:  «  io  non  in- 
tendo di  esser  canzonato  da  te,  che  pretendi 
estendere  il  tuo  dominio  co'  sacrifìzii  pecu- 
niari! e  col  sangue  de'  napoletani ,  e  quel 
sangue  fruttar  dippiù  rovina  alla  patria  napo- 
letana. 
«  Ho  provato,  se  ne'  rivoluzionarii  si  trovasse 

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—  418  — 

qualche  volta  un  poco  di  buona  fede ,  ma 
quella  prova  riuscì  fatale,  essendo  stata  causa 
di  rovine,  lagrime  e  sangue  a  questa  gran 
parte  d'Italia.  Io  non  intendo  lasciar  le  pro- 
vince nell'anarchia  suscitata  da'  tuoi  aderenti 
ed  amici ,  per  correre  colle  mie  forze  fuori 
del  Regno  in  avventure  impolitiche  ;  io  non 
intendo  dissanguare  i  napoletani  per  comodo 
tuo.  e  quello  della  sètta  ;  io  abborro  di  far 
debiti  simili  a'  tuoi  con  la  speranza  di  fard' 
poi  pagare  agli  altri  Stati  italiani,  quando  hai 
finito  di  tradirli;  per  la  qual  cosa  io  ti  lascio 
e -mi  ritiro  in  buon  ordine  per  dedicarmi  e- 
sclusivamente  al  vero  benessere  ed  alla  glo- 
ria di  questo  Regno  (1).  » 
Quella  nota  del  principe  di  Cariati  suscitò 

{1)  Malgrado  che  11  ministero  del  3  aprile  1848 
avesse  mandato  un  corpo  di  esercito  in  Lombardia 
per  combattere  i  tedeschi ,  nonpertanto,  tra  il  re  di 
Napoli  e  quello  del  Piemonte  non  si  potette  mai  con- 
chiudere alcuna  Lega,  a  causa  delle  strane  pretensioni 
di  quest'ultimo. Carlo  Alberto  pretendeva  che  l'eser- 
cito napoletano  avesse  combattuto  sotto  i  suoi  asso- 
luti ordini  ed  incondizionatamente,-  per  farsi  poi  i 
patti  con  Ferdinando  li  a  guerra  finita.  Quel  mini- 
stero  volea  accettar  la  Lega  incondizionata  col  ri- 
sardo  — :  come  f  suoi  amici  ,  dopo  12  anni ,  accete 
tarono  il  plebiscito  incondizionato  —  e  spronavano  il 
re  a  sanzionarla.  Però  questi  rispondeva  a'medesimi: 
Ma  non  capite  che  con  simile  Lega  ,  tutto  possiamo 
perdere  e  nulla  guadagnare?  Giacché,  soggiungeva,  ìa 
caso  di  vittoria,  Carlo  Alberto  si  annetterà  tuttociò 
che  confina  col  suo  Stato;  e  in  caso  di  perdita,  ci 
troveremo  sulle  spalle  V  Austria  vittoriosa  ,  che  ci 
tratterà  da  popolo  vinto. 

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—  419  — 

le  ire  settarie,  e  si  gridò  a  squarciagola  con- 
tro il  governo  di  Napoli,  e  più  di  tutto  contro 
Ferdinando  II ,  prodigandogli  i  più  odiosi 
Borni. I ribelli  non  avean  torto  di  schiamazzare 
a  quel  modo;  conciossiacbè  il  richiamo  della 
soldatesca  pugnante  In  Lombardia  era  per  essi 
un  lucro  cessante  e  un  danno  emergente,  in- 
debolivasi  V  opposizione  contro  il  tedesco ,  e 
piombavano  loro  addosso  circa  15  mila  uo- 
mini ,  decisi  ad  infrenare  le  ribellioni ,  ten- 
denti a  sbarazzarsi  di  un*  augusta  dinastia  e 
di  un  trono  secolare,  onore  dell'Italia  nostra. 
Interessava  al  piccolo  Piemonte  di  perdere  un 
valido  appoggio  alle  sue  mire  d'ingrandimento, 
essendo  stato  stabilito  fin  da  allora  dalla  di- 
plomazia settaria  e  dalle  congrue  faziose  ,  di 
servirsi  delle  stesse  concessioni  di  Ferdinan- 
do II  e  delle  forze  di  questo  Regno,  per  de- 
tronizzar quello  e  cancellar  questo  dalla  carta 
di  Europa.  I  settarii  per  voler  far  con  troppa 
fretta  ed  imprudenza,  nel  1848,  guastarono  i 
fatti  loro;  e  fu  questa  la  causa  di  essere  stati 
battuti  il  15  maggio  ,  e  di  aver  fatto  battere 
il  Piemonte  dall'Austria  ,  prendendo  il  diso- 
pra nella  Penisola. 

Gli  austriaci,  dopo  le  memorabili  giornate 
di  Milano,  si  erano  ritirati  e  riannodati  nelle 
piazze  forti  di  Mantova  e  di  Peschiera  ,  che 
trovansi  sul  Mincio,  e  nelle  altre  due  di  Ve- 
rona e  di  Legnano  sull'Adige.  L'Austria  men- 
tre lottava  con  la  rivoluzione  italiana,  coadiu- 
vata da  due  potenti  Stati  anche  italiani,  dovea 
eziandio  badare  alla  Boemia  e  all'Ungheria, 
che  trovavasi  in  grande  rivoluzione  ,  minac- 
ciando la  sua  esistenza.   Onde  che  l' impera- 

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—  420  — 

tore  si  rivolse  alla  regina  d'  Inghilterra  e  la 
chiese  della  sua  mediazione ,  promettendole, 
che  se  l'avessero  lasciato  libero  in  Germania, 
non  avrebbe  impedito  la  Lombardia  o  di 
governarsi  da  sé  o  darsi  al  Piemonte;  alla  Ve- 
nezia avrebbe  concessa  un'  amministrazione 
separata,  con  esercito  proprio,  ma  sotto  l'alta 
sua  dipendenza.  Avrebbe  pure  ceduto  i  du- 
cati, quante  volte  si  fosse  dato  un  compenso 
a'  Duchi  di  sua  famiglia  regnanti  in  Italia. 
Quel  progetto  dell'imperatore  austriaco,  che 
avrebbe  ridonata  l' Italia  agi'  italiani  senza  i 
mali  delle  rivoluzioni  e  senza  sanguinose  guer- 
re, non  fu  accettato  da  lord  Palmerston,  per- 
chè quelle  rivoluzioni  e  quelle  guerre  faceano 
gì'  interesssi  di  lui  e  dell'Inghilterra;  quindi 
rifiutò  l'offerta  col  pretesto,  che  gl'italiani  vo- 
leano  la  rinunzia  definitiva  ed  incondizionata 
de'  possedimenti  austriaci  in  tutta  la  penisola 
italica  (1). 

La  pretesa  del  nobile  lord  sembrò  favore- 
vole agi'  italiani  ;  essi  non  domandavano  di 
più,  ma  fu  un  vero  tranello,  non  so  se  teso 
dallo  stesso  Palmerston;  conciosiachè  quelle 
pratiche  diplomatiche  diedero  tempo  ali'  Au- 
stria di  riaversi  ,  fortificarsi  ed  uscire  in 
campo  co'  suoi  formidabili  eserciti.  In  effetti 
mentre  Carlo  Alberto,  senza  aver  dichiarato 
la  guerra,  avea  assalito  Y  Austria  ed  era  vin- 
citore della  medesima  in  varii  fatti  d'  armi, 
si  avanzava  ed  operava  con  troppa  lentezza 
contro  il  nemico  ,  sperando  ottener  tutto  di- 
plomaticamente   ;    il    maresciallo  Radetzky  , 

(?)  Corrispondance  respecting  affairs  of  Italy. 

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—  421  — 

«domandante  le  armi  imperiali  nel  Lombardo- 
Veneto,  ebbe  tutto  il  tempo  di  raccogliere  le 
sue  schiere  ,  e   di  ricevere    dà  Inspruck  un 
^rinforzo  di  sedicimila  uomini.  Tralascio  di  ra- 
gionare  sulla  guerra  lombarda,  non  essendo 
cpiesto  il  mio  compito  ;    ma  dirò  soltanto  di 
-un   ordine  del  giorno  dell'  austriaco  generale 
"Weldèn  ,  che  delinea  il  vero  stato  della  no- 
stra Italia  in   quella   campagna  ,    e    de'  fatti 
d\armi    sostenuti  da'  nostri  soldati   contro  le 
schiere  austriache. 

Il  generale  Welden  ,   scendendo  in  Italia, 
-e  volendo  smentire  le  tante  esagerazioni  spac- 
ciate sulla  forza  degli  eserciti  italiani  colle- 
gati, eccQ„  tra  le  altre  eose,    quel  che  facea 
palese  a'  suoi  soldati  in  un  manifesto  diretto 
a' medesimi: «  Anche  nell'interno  dell'I- 
te talia  le  opinioni  son  divise:  la  riproclamata 
■x€  repubblica  di  S.  Marco,  non  va  di  accordo 
«  con  quella   stabilitasi  in  Lombardia,  né  di 
<c  opinioni    né    d' interessi  ;    e    la  così  detta 
a  spada    dì!  Italia  ,    questo  re  del  Piemonte, 
u  alle  cui  spalle,  già  si  forma  la   repubblica 
m  di  Genova,  come  potrà  in  mezzo  a  tali  opi- 
4c  nioni    e   a   tali  interessi  andar  di  accordo 
«  con  la. repubblica  lombarda?  Deh,  che  que- 
u  st*  interessi  de'  nostri  nemici,  affatto  divisi 
«  tra  loro  ripugnanti, valgono  a  viemeglio  spin- 
«  gerci  all'  unione  ed  a  legarci  ben  più  stret- 
•»  tamente.  » 

li  1°  battaglione  del  10°  reggimento  di  linea 
napoletano ,  comandato  dal  colonnello  Rodri- 
quez  avea  ordine  di  congiungersi  in  Bozzolo, 
nel  Mantovano ,  alle  truppe  del  general  Fer- 
rari, che  comandava  una  divisione  toscana  di 

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—  422  — 

cinquemila  uomini ,   tra  soldati   e  volontaria 
Quel  battaglionet  sbarcato  a  Livorno,  marcie 
per  la  Toscana ,  attraversando  i  più  alti  Ap- 
pennini ,  scese  ne'  piani  lombardi  ed  effettui 
la  disposta  sua  congiunzione  ov'  era  il  teatro 
della  guerra.  Il  30  aprile,  dopo  di  avere  va- 
licato il  fiume  Oglioed  occupato  Ospedaletto 
e  le  Crocette ,    fu  posto  a    tutela  della  testa 
del  ponte  di  Goito  sul  Mincio,  ov*  erano  cin- 
quemila piemontesi,  chiamati  per  combattere 
altrove.  Èra  quella  una  interessantissima  pò* 
sizione  strategica,  e  se  fosse  stata  forzata  da- 
gli austriaci,  costoro  si  sarebbero  resi  padrQni 
della  linea  del  Mincio  ,  ed  avrebbero  potuto 
prender  di  rovescio  l'esercito  sardq,  Da  que- 
sto sol  fatto  si  rileva,  che  i  generali  piemon- 
tesi ,  direttori  di  quella  guerra,  o  conoscevano 
poco  le  posizioni  che  meglio  doveano  guaren- 
tire ,  o  conoscendole,  quel  battaglione  napo- 
letano   era  riguardato   come    la  salvaguardia 
del  medesimo  esercito    del  Piemonte.  Rodri- 
quez  conobbe  l' importanza  della  posizione  a 
lui  affidata   e    fece  le  sue  osservazioni,  cioè 
che  potea  essere  assalito   dalla  guarnigione 
di  Mantova,  e  non  avendo  che  soli  settecento 
uomini ,  sarebbe  statò  affare  di  momenti  per 
essere  vinto ,  qualunque    fosse  stata  la  resi- 
stenza  de'  suoi  dipendenti.    Le   sue  osserva- 
zioni non  furono  intese,  ed  egli  compensò  con 
fortificazioni  provvisorie  il  poco  numero  dei 
suoi  combattenti. 

Il  2°  battagline  del  medesimo  i 0°  di  linea, 
comandato  dal  giovine  maggiore  Michelangelo 
Viglia,  partì  da  Napoli  insieme  a' volontari}, 
condotti   dagli  uffìziali  Francesco   Carrano  e" 

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—  423  — 

flosaroll,  ed  il  3  maggio  giunse  alle  Grazie, 
Chartier  generale  de'  toscani.  Quello  stesso 
giorno  fu  assalito  da'  tedeschi,  usciti  da  Man- 
tova; li  respinse  facendo  varii  prigionieri,  e 
più  ne  avrebbe  fatto,  se  il  general  Ferrari 
non  si  fosse  illuso  ;  conciossiachè  i  nemici, 
trovandosi  in  una  Casina,  usarono  l'astuzia  di 
guerra  di  alzare  bandiera  bianca  ,  e  quel  ge- 
nerale, credendoli  soldati  italiani ,  del  Lom- 
fcardo-Veneto  al  servizio  dell'Austria,  che  vo- 
lessero disertare ,  chiamò  a  raccolta  la  sua 
gente.  I  supposti  disertori,  in  cambio  di  avan- 
zarsi verso  i  napoletani  ed  unirsi  a  costoro  , 
ripiegarono  sulle  linee  austriache  ,  dopo  di 
aver  fatto  una  scarica  contro  i  fratelli  ita» 
tiani,  che  li  aspettavano  a  braccia  aperte. 

L'altro  battaglione  del  10°  di  linea,  di  guar- 
nigione al  ponte  di  Goito,  seppe  che  una  co- 
lonna di  tremila  tedeschi,  uscita  da  Mantova, 
ai  avanzava  alla  volta  di  Marmirolo  per  ischiac- 
eiarlo.  Il  comandante  Rodriquez  ne  die  subito 
avviso  al  quartier  generale  piemontese  ed  alla 
divisione  toscana,  l'uno  e  l'altra  risposero,' 
the  non  aveano  forze  disponibili  da  mandar- 
gli e  che  facesse  da  sé.  Quel  comandante  , 
avendo  saputo  il  dì  seguente,  che  i  tedeschi 
ingrossavano  a  Marmirolo»  ed  erano  circa  cin- 
quemila, chiese  con  più  premura  un  rinforzo 
per  conservare  quella  interessante  posizione 
strategica,  ed  altro  non  ebbe  che  il  2°  batta- 
glione del  medesimo  suo  reggimento.  Tutti 
allora  si  disposero  a  morir  da  valorosi ,  col 
fare  una  resistenza  ad  oltranza  contro  gli  as- 
salitori. 

1  tedeschi  non  si  spinsero  ad  assalire  i  no- 

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—  -lu- 
stri al  ponte  di  Goito  ,  invece  i  napoletani 
ebbero  V  ardire  df  fare  una  ricognizione  fino  ' 
a  Marmirolo;  e  quelli,  credendoli  un  corpo  di 
esercito,  si  ritirarono  in  fretta,  lasciando  fi- 
nanco  1*  ordinario,  che  fu  saporitamente  man- 
giato da'  nostri  *  che  tanto  ne  aveano  bi- 
sogno. 

Il  general  Ferrari  ,  inteso  che  i  tedeschi 
aveano  ricevuto  poderosi  rinforzi  in  Mantova* 
abbandonò  la  posizione  delle  Grazie;  ed  aven- 
do dippoi  giudicato  pericoloso  queir  abbando- 
no, ordinò  che  fosse  ripreso  quel  paesette, 
già  occupato  dal  nemico.  Mandò  due  batta* 
glioni  toscani  ed  uno  napoletano  ,  che  assa- 
lirono ivi  gli  austriaci  e  li  posero  in  fuga, 
ripigliando  quella  interessante  posizione.  La 
notte  vegnente,  il  generale  Conte  Leuzia,  con 
una  colonna  di  truppe  italiane,  alla  cui  avan- 
guardia marciava  il  10°  di  linea  ,  riacquisto- 
Montanara  cacciandone  i  tedeschi. 

Riconquistate  quelle  posizioni ,  il  12  mag- 
gio, si  stabilirono  tre  campi,  cioè  a  Gurtato- 
ne,  alle  Grazie,  quartier  generale,  ed  a  Mon- 
tanara. In  quest'  ultimo  campo  si  trovavano 
quattro  compagnie  del  10°  di  linea,  con  altri 
battaglioni  toscani  di  fanteria  di  linea  e  di 
volontarii,  inoltre  eravi  un  plotone  di  caval- 
leria e  cinque  pezzi  di  campagna  ;  in  tutto 
duemila  uomini,  comandati  dal  conte  Laugier. 
I  tedeschi,  che  erano  circa  cinquemila,  assa- 
lirono il  campo  di  Montanara ,  recandosi  tre 
battaglioni  de'  medesimi  sulla  sinistra  degl'i- 
taliani per  molestarli  di  fianco.  Tre  compa- 
gnie del  10°,  (una  comandata  dal  capitano 
Cantarella,  valoroso  soldato  d*  Àusterlitz)  con 

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—  425  — 

altre  dne  toscane  ,  per  vie  coperte ,  si  spin- 
sero ne'  campi,  ed  attaccarono  V  ala  sinistra 
nemica,  che  sloggiarono  alla  baionetta  da  varii 
fabbricati  presso  S  Silvestro  ben  fortificato. 
Quello  slancio  di  troppo  ardimento  de'  napo- 
letani ,  die  il  segnale  della  -ritirata  de'  cin- 
quemila austriaci  ;  ed  a  buon  dritto  i  nostri 
compatriotti  furono  proclamati  gli  eroi  della 
giornata  di  Montanara. 

^  Il  maresciallo  Radetzky  ,  attendendo  forti 
rinforzi ,  erasi  limitato  fino  allora  a  piccoli 
fatti  d'  armi,  per  tenere  a  bada  gì'  italiani  e 
per  istancarli  con  le  fatiche  della  guerra; 
quando  giunse  il  general  Nugent  con  un  corpo 
di  esercito  ad  una  formidabile  artiglieria» 
cambiò  tattica,  operando  con  forti  masse  con- 
tro il  nemico.  Il  28  maggio,  usci  da  Verona 
con  ventimila  combattenti,  sostenuto  dall'ar- 
tiglieria e  cavalleria  ,  minacciando  le  posi- 
zioni occupate  dagl'  italiani;  i  quali  si  trova- 
rono divisi  in  varii  luoghi,  e  tutti  non  erano 
più  di  seimila. 

Il  29,  ti  campo  di  Montanara  fu  assalito  dai 
tedeschi  con  estremo  furore;  i  nostri  sup- 
plivano col  valore,  rispondendo  a'  numerosis- 
simi nemici,  recando  a'  medesimi  danni  non 
lievi.  Il  valoroso  colonnello  Giovanetti  spinse 
le  quattro  compagnie  napoletane  ed  assaJì  il 
Camposanto  ,  punto  principale  donde  sbocca- 
vano le  schiere  austriache,  e  sebbene  quello 
non  fu  conquistato,  nonpertanto  ritardò  la  mar- 
cia di  queste  ,  che  si  sarebbero  gettate  sul 
fianco  dell'oste  italiana*  Nel  medesimo  tempo 
il  maresciallo  austriaco,  barone  d'Aspre,  dopo 
di  avere  riacquistato  Curtatone,  volse  sul  fian- 

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—  426  — 

co  de!  campo  di  Montanara  ;  quindi  le  posi- 
zioni degl'  italiani  non  erano  più  sostenibili 
con  poca  gente.  Giovanetti  ordinò  a'  suoi  di 
ripiegare  sopra  Castelluccio,  mettendo  le  quat- 
tro compagnie  napoletane  in  retroguardia,  per 
guarentire  la  ritirata  di  tutta  la  colonna.  Non 
appena  questa  si  mosse  che  videsi  circon- 
data da'  reggimenti  austriaci,  dalla  cavalleria 
degli  ulani  e  degli  usseri ,  e  sotto  il  tiro  di 
una  formidabile  batteria  di  cannoni  di  cam- 
pagna. La  prigionia  o  il  massacro  degl'italiani 
era  inevitabile,  ma  l'intrepido  colonnello  Gio- 
vanetti non  si  perdette  d' animo,  brandisce  la 
spada  e  grida  :  a  me,  valorosi  napoletani!  Si 
getta  quindi  ne'  campi ,  assale  con  un*  auda- 
cia senza  pari  il  nemico,  gli  sfonda  la  linea 
di  battaglia,  e  -si  apre,  a  viva  forza  un  varco, 
che  fu  la  salute  di  tutta  la  colonna  italiana 
di  Montanara.  Le  quattro  compagnie  napole- 
tane, che  sì  coraggiosamente  si  fecero  avan- 
ti, mentre  venivano  fulminate  da  un  turbine 
di  mitraglia  nemica,  lacere  e  sanguinose  pas- 
sarono sopra  i  cadaveri  de'  tedeschi;  que'  va- 
lorosi non  erano  che  duecentottantasette,  e  ne 
rimasero  ceutottantatre,  gli  altri  caddero  sul 
campo  di  battaglia!  Però  i  superstiti  condus- 
sero vittoriosa  la  bandiera  de'  gigli  a  Castel- 
luccio  e  Spedaletto,  in  mezzo  all'ammirazione 
ed  il  plauso  degli  altri  italiani  ivi  combattenti 
e  delle  popolazioni.  Gloria  imperitura  agli  e- 
roi  di  Montanara,  figli  di  questa  bella  e  ve- 
tusta patria  napoletana  !  Que'  generosi  salva- 
rono il  piccolo  corpo  di  esercito  italiano  dal- 
l'onta della  prigionia,  ed  in  compenso  furono 

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—  487  — 

pai  calunniati,  anche  sul  valore,  da'  medesimi 
settarii  napoletani. 

Gli  avanzi  di  Montanara  passarono  l'Oglio,  e 
le  quattro  valorose  compagnie  del  10°  di  li- 
»ea,  ridotte  ad  un  pugno  di  prodi,  comandate 
dal  vecchio  capitano  Cantarella,  furono  lasciate 
a  guardia  del  ponte*  La  domane  vennero  de- 
stinate a  Bossolo ,  e  poi  dopo  la  battaglia  di 
Goito  a  Brescia,  ove  erasi  raccolta  la  truppa' 
toscana. 

Carlo  Alberto  lodò  il  valore  delle  quattro 
compagnie  napoletane,  e  al  Cantarella  die  la 
medaglia  del  valor  militare.  Questo  valoroso 
era  stato  decorato  della  Legion  di  onore ,  da 
Napoleone  I  per  essersi  distinto  al  passaggio 
della  Beresina.  La  lentezza  tedesca  è  stata 
sempre  causa  di  rovesci  dell'impero  austria- 
co, ma  questa  volta  salvò  gl'italiani  pugnanti 
in  Lombardia.  Se  Radetzky  avesse  assalito  Goi- 
to immediatamente  dopo  le  facili  vittorie  di 
Curtatone  e  Montanara  ,  forse  la  guerra  sa- 
rebbe finita  più  presto  e  con  meno  sangue. 
Al  ponte  di  Goito,  come  si  è  detto,  trovavasi 
il  colonnello  Rodriquez  ed  il  maggiore  Viglia 
con  sole  otto  compagnie  del  10°  di  linea  per 
guardare  quella  interessante  posizione  ,  che 
é  la  chiave  del  Mincio.  Se  i  tedeschi  l'aves- 
sero assalita,  certo  avrebbero  trovata  una  e- 
roica  resistenza ,  ma  se  ne  sarebbero  impos- 
sessati ,  atteso  il  poco  numero  de'  difensori» 
ed  avrebbero  allora  soccorso  la  fortezza  di  Pe- 
schiera. La  loro  lentezza  die  tempo  al  re  sar- 
do di  accorrere  colà  col  primo  corpo  di  eser- 
cito, con  molta  artiglieria  e  con  quattro  reg- 
gimenti di  cavalleria. 

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Non  £  mio  assunto  descrìvere  la  battaglia 
di  Goito;  basti  dire,  'esser  quella  un  onore- 
vota  ricordo  per  gì'  italiani  a  qualunque  par* 
tito  essi  appartengano.  Il  30  maggio,  i  tede* 
sdii  assalitori  erano  forti  di  venticinquemila 
uomini  con  la  corrispondente  artiglieria  e 
cavalleria;  essi  patirono  gravi  danni,  tanto  ohe 
disordinati  fuggirono  a  Rivolta,  e  poi  furono 
costretti  a  cedere  la  fortezza  di  Peschiera. 
In  quella  gloriosa  battaglia  per  gì'  italiani, 
ro  Carlo  Alberto  e  il  duca  di  Savoia  si  co- 
prirono di  gloria  ,  combattendo  da  valorosi 
soldati;  1'  uno  e  1'  altro  riportarono  onorevoli 
ferite.  Le  otto  compagnie  napoletane  fecero 
prodigi  di  valore  ,  sloggiando  i  tedeschi  da 
varie  posizioni  fortificate  ;  la  maggior  parto 
di  quo'  soldati  si  spinsero  con  tanto  slancio» 
che  darebbero  rimasti  prigionieri,  se  il  mag- 
giore Viglia  non  avesse  mandato  a  tempo  un 
rinforzo  per  sostenerli. 

Il  re  Sardo  lodò  la  bravura  napoletana;  al 
colonnello  Rodriquez  die  la  croce  di  S.  Mau- 
rizio e  Lazzaro  (allora  onorevolissima  perchè 
non  avvilita  ancora  da'  ministri  del  Regno 
d'Italia,  avendola  data  a  gente  la  più  abbietta 
della  società).  Gli  altri  uffiziali  furono  deco- 
rati con  la  medaglia  dell'  onor  militare. 

Mentre  gì'  italiani,  qualunque  essi  fossero, 
illustravano  he'  campi  lombardi  le  armi  della 
nostra  Penisola,  combattendo  vittoriosamente 
una  grande  potenza  militare,  il  generalissimo 
smargiasso  Guglielmo  Pepe'  si  baloccava  scri- 
vanolo enfatici  ordini  del  giorno  a'  suoi  dipen- 
denti. In  essi  egli  ricordava  le  glorie  di  Ma- 
saniello, di  Vigliena,  l'opposizione  de' lazzari 

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fatta  al  generale  francese  Championnet  ;  le 
sue  spacconate  sotto  Murat,  ma  taceva  i  suoi 
fatti  vergognosi  del  1821  in  Antrodoco  ,  ove 
egli  fuggì  il  primo,  appena  vide  avanzare  la 
avanguardia  tedesca,  e  fu  causa  di  quella  ver- 
gognosa rotta  dell'  esercito  carbonaro  a  lui 
affidato  da'  Padri  della  patria.  In  quegli  or- 
dini del  giorno  dicea  di  voler  combattere  ad 
oltranza  gli  austriaci ,  ma  per  conto  suo  e 
per  quello  de*  repubblicani.  Difatti  ,  trovan- 
dosi in  Ancona  ricevè  lettere  da  Manin,  capo 
del  governo  repubblicano,  allora  surto  in  Ve- 
nezia; il  quale  gli  dicea,  essere  quella  città 
delle  lagune  assediata  e  bloccata  da'  tedeschi, 
che  F  esercito  comandato  dal  generale  Du* 
rando,  ed  altri  corpi  italiani  aveano  ricevuto 
serii  danni  e  sconfitte  nel  Friuli,  in  Treviso 
ed  in  Vicenza,  quindi  lo  invitava  a  soccorrere 
la  veneta  repubblica  co'soldati  di  Napoli,  sog- 
giungendo cbe  i  posteri  1'  avrebbero  sopra»» 
nominato  il  salvator  di  Venezia. 

Figuratevi  se  quelle  lettere  avessero  fatto 
andare  in  visibilio  la  piccola  ^  vanitosa  testa 
del  Pepe.  Costui  già  sentiva  i  posteri  appel- 
larlo: Pepe  Veneziano ,  come  Scipione  Afri' 
cano  ,  questi  per  avere  distrutta  l' emula  di 
Roma,  egli  per  aver  salvata  la  città  delle  la* 
gune,  la  regina  de'  mari  del  medio-evo.  Dopo 
r  invito  e  la  proposta  di  Manin ,  il  nostro 
eroe  di  Androdoco  cominciò  a  congiurare  an- 
che contro  la  spada  d'Italia,  Carlo  Alberto  ; 
die  principio,  ordinando  che  il  10°  di  linea  > 
lasciasse  il  campo  di  battaglia,  ove  si  era  co-*  < 
perto  di  gloria,  e  retrocedesse  a  Bologna  per 
passarlo  in  rivista.  Leopardi ,  ministro  napo* 

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^_  430  — 

tetano  presso  il  ré  sardo ,  consigliato  da  co- 
stui ,  impedì  gli  ordini  del  duce  napoletano, 
e  scrisse  al  medesimo  quasi  ordinandogli  di 
avanzarsi  immediatamente  con  tutto  l'esercito 
che  comandava  per  prender  parte  alla  guer- 
ra lombarda.  Pepe  mandò  a  quel  ministro  il 
suo  aiutante  di  campo,  capitano  Girolamo  Ul- 
loa  (1)  facendogli  noto  l'ordine  del  re  Ferdi- 
nando II ,  il  quale  gli  vietava  di  passare  il 
fiume  Po  senza  un  novello  ordine.  Notate 
quanta  malafede  in  quel  tristo  duee:  egli  che 
avea  disprezzato  quel  divieto  dei  suo  re  ,  di- 
chiarando che  avrebbe  valicato  quel  fiume 
quando  vi  sarebbe  stato  il  suo  tornaconto,  or 
lo  facea  valere  per  non  soccorrere  Carlo  Al- 
berto, unico  scopo  della  sua  missione  milita- 
re. Dippiù  fece  sentire  al  Leopardi,  per  mezzo 
di  un  tal  Canino,  che  avrebbe  combattuto  con- 
tro i  tedeschi ,  ma  dopo  la  vittoria  ,  1'  Italia 
doveasi  mondare  da'  preti,  da'  Borboni,  ed  il 
re  sardo  doveasi  mettere  a  capo  dell'  Italia 
repubblicana.  Pressato  dall'insistenza  del  mi- 
nistro Leopardi ,  dichiarò ,  che  pel  bene  del- 
l'Italia dissobbediva  al  fé  di  Napoli,  e  doman- 
dava se  avesse  dovuto  avanzarsi  tra  il  Mincio 
e  F  Adige  ,  o  alla  volta  di  Treviso  ;  sempre 
però  manifestando   la  sua  determinazione  di 


(1)  «  Uffiziale  intelligente  ed  istruito,  educato  nel 
«  Collegio  militare  dell' Annunziatela  in  Napoli -.però  in 
«  circostanze  politiche  non  fu  utile  agl'interessi  della 
*  patria  ed  al  trono  delle  Due  Sicilie.  Vedi  Uh 
«  Viaggio  da  Boccadifalco  a  Gaeta  (  da  Soler» 
«  no  a  Capua.  ) 

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—  431  — 

"volersi  recare   a  Venezia   e  difendere  quella 
repubblica. 

Intanto  giungevano  in  Bologna,  il  22  mag* 
gio,  il  brigadiere  Scala  ed  il  maggiore  di  Sta* 
■to  maggiore  de  Angelis,  latori  dell'ordine  so- 
vrano ,    col  quale ,    dopo    di  avere  esposto  le 
tristi  condizioni   del  Regìio,  gli  si  imponeva 
il  sollecito  rimpatrio  dell'esercito  spedito  in 
Lombardia,  designando  financo  la  via  che  do* 
vea  prendere.  Nel  medesimo  ordine  era  pre- 
visto  il  caso ,  che  se  Pepe  non  avesse  obbe- 
dito ,  allora  il  re  designava  supremo  duce  il 
tenentegenerale  conte  Giovanni  Stuella.  Quel- 
lo, conoscendo  lo  spirito  della  truppa,  cedette 
a  costui    il  comando  ;   che    immediatamente. 
.  diramò  l'ordine  sovrano  a  tutti  i  qprpi  di  mi- 
lizia napoletana. 

Pepe  si  affrettò   di  far  sapere   a'  faziosi  di 
Bologna  1'  ordine  del  re  Ferdinando  II  circa 
il  ritorno  de'  napoletani  in  patria;  e  cosi  su- 
scitò grida   e  dimostrazioni   contro  i  medesi- 
mi e  più  contro  Stateli  a,  novello  comandante 
in  capo.    Corse    frettoloso  %in  quella  città  il 
Leopardi,  e  vantando  <i  suoi  poteri  occulti  da- 
tigli dal  re  Ferdinando ,   persuase  varii  uffi- 
ziali  a  marciare  al  di  là  del  Po,  per  soccor- 
rere  il  general  Durando  ,  che  combattea  nel 
Veneziano.  Statella  avrebbe  dovuto  sostenersi 
a  qualunque  costo  ,  facendo  eseguire  gli  or- 
dini sovrani  :  però  in  quella  circostenza ,  sia 
per  la  corrente  politica  ,    sia   per  titubanza , 
non  mostrò  quella  fermezza   d'  animo  che  lo 
distinse  sempre  nella  sua  vita  militare.  Con- 
tro di  lui  gridavano  i  bolognesi  e  non  pochi 
ufflziali  napoletani,  a  capo  de'  quali  il  colon- 

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nello  Cutrofiano,  ed  alto  diceano:  essere  ver- 
gogna ritornare  in  patria  senza  combattere  il 
nemico  già  di  fronte  ;  laonde  si  decìse  re- 
stituire il  comando  al  Pepe,  che  fu  sollecito 
riprenderlo. 

.    Statella ,  compiuto  un  atto  di  tanta  vergo- 
gnosa debolezza  ,    riprese  la  via    del  Regno, 
accompagnato  da  un  solo  uffizi  al  e.   Giunto  a 
Firenze   fu   insultato  e  minacciato    di  morte 
da'settarii;  la  carrozza,  che  conducealo ,  fu 
■arsa    da'  medesimi   nella    piazza  di  S.  Maria 
Novella,  ed  egli  fuggì  a  stento,  protetto  dalle 
tenebre    della  notte.  Giusto    guiderdone  alla 
debolezza    di  lui    mostrata  in  Bologna  ;  ed  i 
.aettarii  di  Firenze  voleano  far  quello  che  a- 
-vrebbe  dovuto  far  legalmente  Ferdinando  II. 
I  bolognési  ,  cioè  i  settarii  ,  festeggiarono 
la  diserzione  del  nostro  eroe  di  Antrodoco;  la 
sera  illuminarono  la  città  in  onore  del  mede- 
simo. La  Guardia  nazionale  defilò  sotto  le  fi- 
nestre del  disertore;  il  quale,  briaco  di  quel- 
T  effimero  e  fellonesco  trionfo,  andava  tron- 
fio e  pettoruto  coirne  se  avesse  vinta  una  cam- 
pale battaglia,  distrutti  i  tedeschi  ed  emanci- 
pata T  Italia  dal  giogo  straniero.  Dopo  di  es- 
sersi inebbriato  a  sazietà  dalle  ricevute  ova- 
.  sioni,  dio  gli  ordini    opportuni  per  condurre 
l'esercito  al  di  là  del  Po,  designando  le  tappe 
di  ogni  corpo,  l'ora  e  il  luogo  in  cui  doveano 
i  suoi  dipendenti    valicare   quel  fiume.  Però 
il  brigadiere  Klein  ,  .  che    avea    preso  il  co- 
mando della  2a  divisione,  in  cambio  di  Nico- 
letti ,  pubblicò  T  ordine    del  ministero  e  del 
xe  circa   il   pronto  ritorno  a  Napoli  di  tutto 
il  corpo  di  esercito    di  Lombardia  ,    insieme 

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—  433  — 

ad  un  órdine  del  giórno  ,  nel  quale  svelava 
le  insidie  di  Pepe;  quindi  ordinava  a'  soldati 
di  non  obbedirgli,  perchè  ribelle  al  sovrano 
e  disertore  della  patria  bandiera. 
.  Appena  conosciuto  quell'ordine  del  giorno, 
i  soldati  e  gli  uffìziali  mostrarono  la  ferma 
volontà  di  obbedire  al  loro  sovrano,  e  di  già 
la  brigata  Zola  da  Ferrara  retrocedeva  a  Bo- 
logna; onde  che  il  generalissimo  Pepe  pregò 
il  brigadiere  Scala  ed  il  maggiore  Cirillo  di 
ritornare  a  Napoli  ed  ottenere  dal  re  l'ordine 
di  proseguire  la  màrcia  in  avanti.  Quel  bri- 
gadiere fece  fermare  i  reggimenti  che  si  a- 
vanzavano  dalle  Romagne,  e  mandò  a  Napoli 
il  Cirillo  per  ottenere  un  contrordine  a  quello 
eh'  egli  avea  portato,  sicuro  di  non  ottenerlo. 
Pepe  ,  sebbene  godesse  in  quel  tempo  di 
una  effìmera  e  contrastata  autorità  ,  nonper- 
tanto era  divenuto  i'  eroe  del  giorno,  da  tutti 
acclamato  e  desiderato  ad  eccezione  de'  sol- 
cati napoletani.  Il  ministro  della  guerra  del 
Piemonte  lo  esortava  a  marciare  nel  Vene- 
ziano contro  il  generale  Nugent ,  indi  con 
un'  altra  lettera  diceagli  che  questo  generale 
erasi  congiunto  con  Radetzky  ,  e  quindi  lo 
consigliava  ad  unirsi  all'  esercito  Sardo  ,  es- 
sendo'imminente  una  battaglia  tra  Mantova 
e  Peschiera.  Il  generale  Durando,  battuto  dai 
tedeschi  nel  Veneto,  lo  chiamava  pure  in  suo 
aiuto;  ed  infine  l'amico  Manin  scrivevaglLal- 
tre  lettere,  dicendogli,  di  esser  debole  a  lot- 
tare contro  i  tedeschi,  e  che  accorresse  su- 
bito in  suo  aiuto.  Pepe  si  decise  per  questo 
ultimo,  e  reiterò  gli  ordini  di  marciare  al  di 
là  del  Po. 

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—  434  — 

I  soldati  napoletani  essendo  a  conoscenza 
del  vero  ordine  sovrano ,  che  imponeva  il 
loro  ritorno  a  Napoli ,  al  sentire  che  Pepe 
volea  condurli  in  avanti  ,  cominciarono  ad 
ammutinarsi ,  maggiormente  quando  seppero 
dagli  uffiziali  essere  quel  generalissimo  un 
avventuriero ,  nemico  del  re  e  difensore  di 
male  ordinate  repubbliche.  A  tutto  questo  ag- 
giungevasi  che  i  fatti  del  15  maggio,  già 
si  erano  divulgati  nella  soldatesca;  ed  essen- 
do raccontati  in  varii  e  strani  modi,  anche  più 
accrescevano  nella  medesima  il  desiderio  di  ri- 
tornare in  patria.  Varii  reggimenti  si  erano 
apertamente  negati  di  obbedire  a  chi  tradiva 
il  loro  sovrano,  e  più  di  tutti  distinguevasi  il 
12°  di  linea,  la  maggior  parte  di  siciliani.  Tra 
essi  erasi  formato  un  comitato  di  uffiziali  e  sot- 
t'uffiziali  per  propagare  nell'esercito  lo  stato 
in  cui  trovavasi  questo  Regno,  gli  ordini  as- 
soluti del  ministero  e  del  re  di  rimpatriar 
subito,  e  come  il  generalissimo  Pepe,  disob- 
bedendo agli  ordini  sovrani,  avesse  voluto  con- 
durre quella  truppa,  priva  di  mezzi,  per  com- 
battere una  guerra  senza  vantaggi  per  Napoli, 
mentre  nel  Regno,  la  medesima  era  chiamati 
a  grandi  grida  per  salvarlo  dall'anarchia. 

Pepe,  un  poco  aiutato  da  varii  uffiziali  su- 
periori a  capo  de*  quali  Cutrofiano  e  Zola , 
forse  per  ispirito  belligero  e  cavalleresco,  il 
30  maggio  dio  l'ordine  perentorio  che  l'eser- 
cito passasse  il  Po.  Appena  comunicato  quel- 
l'ordine, i  soldati,  che  trovavansi  in  Ferrara, 
al  grido  di  viva  il  re  nostro!  presero  invece 
la  via  di  Bologna,  ad  onta  di  Zola  che  volea 
spingerli  in  avanti  :  giunti  al  bivio  di  Malal- 
• 


—  4,5  - 

l>ergo  ,    presero  la  via  di  Ravenna ,  gridando 
sempre:  A  Napoli  ove  il  nostro  re  ci  chiama! 
L*  eroe  di  Àntrodoco  ,    non  avendo  né  opi- 
nione, nò  forza  morale  sopra  la  soldatesca,  e 
temendo    di  mostrarsi    alla  stessa  per  arrin- 
garla ,  si"  contentò  di  sciorinare  ordini  sopra 
ordini»  dichiarando  disertore  in  faccia  al  ne- 
mico chi  l'avesse  dissobbedito;  egli  disertore 
della  patria  bandiera,  dichiarava  disertori  co- 
loro   i  quali    non  avessero  obbedito    chi  tra- 
diva il  suo  sovrano  1  Sperando  di  aver  con  «è 
i  ire  reggimenti  di  cavalleria,  lo  stesso  gior- 
no 30  maggio,  pubblicò  un  ordine  del  giorno, 
al  solito,  ampolloso  ed  a  sproposito,  col  quale 
ricordava  le  storiche  géste  de'  cavali  eg  gè  ri  na- 
poletani, combattenti  in  Lombardia  nel  1796; 
però  tacea  che  que'  valorosi  combatteano  al- 
lora pel  re  Ferdinando  IV,  collegati  co'  tede- 
schi, contro  la  spoliatrice  repubblica  di  Fran- 
cia.  In  ultimo  ripeteva   gli  ordini    dì  passar 
subito  il  Po,  spacciando  le  solite  notizie  false, 
che  sono  il  magno  cavallo  di  battaglia  dei  setta- 
rii,  assicurando,  che  Radetzky  era  fuggito,  che 
la  vittoria  era  certa  e  che  egliconducevali  nel 
"Veneto  ,  perchè  era  nel  dritto  di  modificare 
gli  ordini  ministeriali  e  sovrani,  per  gV  iute* 
ressi  dello  stesso  re.  Tutta  quella  cicalata  ot- 
tenne   un  risultato  contrario   a  quello  che  si 
sperava   il  generalissimo    ed .  il  suo  fido  aiu- 
tante di  campo,  capitano  Girolamo  Uiloa,  scrit- 
tore e  spargitore  nell'esercito  di  tutte  quelle 
improntitudini.  Epperò  ,  mentre  gli    uffiziali 
superiori  questionavano   sul   partito    a    pren- 
dersi, cioè  se  obbedire  al  loro  sovrano  o  ad  uu 
disertore  e  traditore,  i  soldati  ed  i  cavalieri, 

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col  solito  grido  :  Viva  il  re  nostro,  a  Napoli 
ove  esso  ci  chiama!  si  avviarono  alla  volta  di 
Modena ,  senza  aspettare  i  loro  capi.  Cutfo- 
fiano  tentò  di  trattenere  il  suo  reggimento), 
ma  visto  il  contegno  della  soldatesca,  pruden- 
temente la  seguì  alla  retroguardia. 

Si  disse  (1)  che  il  colonnello  Resta,  accuorato 
pel  ritorno  nel  Regno  dell'  esercito,  ne  mo- 
risse di  apoplessia.  Ognuno  ha  i  suoi  gusti, 
e  fino  ad  un  certo  punto  bisogna  rispettarli, 
cioè  fino  che  non  incomodino  gli  altri.  L'al- 
tro colonnello  Lahalle  ,  che  avea  combattuto 
Carducci  nel  Cilento,  a  causa  dello  stesso  do- 
lore ,  che  avea  fatto  morire  il  suo  collega 
Resta  ,  in  marcia  trasse  una  pistola  dall'  ar- 
cione e  si  bruciò  le  cervella.  Costui  avrebbe 
dovuto  non  aggiungere  quest'atto  di  ribellione 
al  suo  Creatore*  se  avesse  considerato  che  il 
vero  onor  militare  consiste  appunto  in  una 
passiva  obbedienza  al  eapo  dello  Stato,  Egli 
non  ignorava  gli  avvenimenti  di  Napoli  e  ciò 
che  si  passava  in  questo  Regno  ,  sapea  gli 
antecedenti  di  Pepe  ed  i  nuovi  divisamenti 
felloneschi  del  medesimo,  quindi  oserei  cre- 
dere ch'egli  si  fosse  ucciso  per  ben  altra  causa. 

La  truppa  napoletana,  tanto  festeggiata  dai 
settarii  al  recarsi  in  Lombardia,  fu  poi  vitu- 
perata al  ritorno  con  parole  indecenti  ne'  gior- 
nali faziosi.  Qualche  eccentrico  ,  che  volea 
farla  da  gradasso,  accozzò  non  poca  marma- 
glia per  opporsi  alla  marcia  in  ritirata  de'  no- 
stri soldati,  e  ben  per  lui  che  ebbe  leste  le 

(1)  Proclamazione  di  Pepe  ,  diretta  a'  bologaes 
1  dal  Quartier  generale  di  Rovigo. 

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—  437  — 

gambe  per  fuggirsene  a  rotta  di  collo.. I  Bo- 
lognesi, inorgogliti  che  le  loro  grida  avessero 
spaventato  il  generate  Giovanni  Statella  -,  ed 
avessero  di  nuovo  insediato  Pepe,  ebbero  l'au- 
dacia di  assalire  i  napoletani  fuori  porta  Sar- 
ragozza;  ma  bastarono  pochi  lancieri  per  met- 
terli tutti  in  fuga,  e  far  lor  passare  la  voglia 
di  ritentar  la  prova. 

Il  10°  di  linea  ,  trovandosi  con  1'  esercito 
Sardo  ,  avea  ricevuto  Y  ordine  dal  generale 
"Statella  di  ritornare  a  Napoli  e  queir  ordine 
fu  comunicato  dal  capitano  Sponzilli  al  colon- 
nello Rodriquez.  Questi  incaricò  il  medesimo 
capitano  di  avvertire  re  Carlo  Alberto  ,  che 
egli  era  obbligato  eseguire  i  voleri  del  pro- 
prio sovrano  ,  col  lasciare  il  campo  e  riti- 
rarsi a  Napoli.  Intanto  Sponzilli  fu  arrestato, 

0  lo  si  fìnse  ,  il  cèrto  si  ò  che  non  ritornò 
più  presso  Rodriquez  ;  nonpertanto  costui  si 
decise  partire  ad  ogni  costo;  perlocchè  richia- 
mò il  battaglione  ,  che  allora  stanziava  in 
Brescia,  e  preparò  la  partenza  di  tutti  i  suoi 
dipendenti.  Quando  ciò  seppero  i  duci  pie- 
montesi ,  per  bestiale  rappresaglia  sospesero 
il  rancio  ed  il  pane  alle  onorate  reliquie  di 
quel  reggimento  ,  che  pugnando  in  estranea 
terra  aveano  versato  il  sangue  pe*  piemonte- 
si: e  costoro  le  privavano  poi  del  pane  ! 

Corse  il  maggiore  Viglia  presso  re  Carlo 
Alberto  e  gli  manifestò  in  quali  triste  condi- 
zioni era  ridotto  il  10°  di  linea;  quel  sovrano 
tutto  promise  ma  nulla  adempì;  soltanto  a'  va- 
lorosi di  Curtatone,  di  Montanara  e  di  Goito 
si  dio,  quasi  in  elemosina,due  razioni  di  pane. 

1  piemontesi  si  negarono  financo  di  dare  ad 

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—  438  — 

imprestito  a  quel  reggimento  una  piccola  som» 
ma,  come  se  il  governo  di  Napoli  non  avesse 
potuto  ridonarla  con  usura! 

Il  10°  di  linea  trovandosi  ridotto  a  morir 
di  fame  ,  gli  uffìzi  ali  dello  stesso  vendettero 
quel  che  aveano,  e  raccolsero  circa  mille  du- 
cati, che  servirono  a  far  fronte  a*  più  impe- 
riosi bisogni  di  quella  soldatesca.  Quando  i 
napoletani  abbandonarono  il  campo,  e  passa- 
rono in  mezzo  a  quello  sardo,  lasciarono  un 
affettuoso  indirizzo  a' piemontesi  ed  a  toscani-; 
ma  que'  buzzurri  non  risposero,  anzi  superbi 
lo  sprezzarono.  Al  contrario,  i  figli  della  gen- 
tile Toscana,  proclamarono  i  soldati  napole- 
tani, prodi  sul  campo  di  battaglia  ed  obbedienti 
alla  forza  del  dovere. 

La  stampa  settaria  si  scatenò  contro  i  sol- 
dati del  10°  di  linea  ,  e  consigliava  le  popo- 
lazioni a  far  man  bassa  sopra  que'  valorosi,, 
i  quali  furono  i  più  bersagliati  nel  ritornare 
:  in  patria  ;  ebbero  però  cordiale  accoglienza 
dalle  popolazioni  agricole.  Il  29  luglio  entra- 
rono nel  Regno  per  Giulianuova,  e$  i  villici* 
avendo  appreso  che  quelli  mancavano  di  tutto» 
loro  andarono  incontro  soccorrendoli  con  ogni 
ben  di  Dio. 

11  ritorno  in  patria  dell'  esercito  mandato- 
in  Lombardia  scatenò  le  ire  settarie  contro  Fer- 
dinando li  ;  da'  giornali  faziosi  si  pubblica- 
rono articoli  di  trivio*  e  da*  deputati  di  varii 
parlamenti  si  fecero  interpellanze  spudorate 
contro  quel  sovrano.  Taluni  onorevoli  del  par- 
lamento romano  vollero  lanciare  una  pietra 
contro  i  soldati  napoletani  e  contro  ii  re;  infatti» 
nell'indirizzo,  dei  29  giugno,  al  S.  Padre,  la- 


—  439  — 

meritavano  che  la  ritirata  dell'esercito  di  Na- 
poli avesse  rovinata  la  causa  dell'indipendenza 
italiana  ,  e  quel  ritorno  qualificavano  vergo- 
gnosa fuga;  essi  asserivano  ciò,  mentre  i  loro 
giornali  pubblicavano  che  re  Ferdinando  fosse 
stato  .di  accordo  con  l'Austria  !  Que'  deputati 
faziosi  pretendeano  che  Pio  IX  avesse  chie- 
sta ragione  al  re  di  Napoli,  perchè  questi  e- 
rasi  permesso  dare  l'ordine  della  ritirata  del- 
l'esercito pugnante  in  Lombardia.  Il  deputato 
Buon  aparte,  che  in  quel  tempo  cominciava  ad 
alzare  baldanzoso  la  òresta,  avea  proposto  di 
-mandar  soldaU  romani  in  aiuto  della  calabra 
rivoluzione;  inoltre  avrebbe  voluto  che  il  Pa- 
pa, insieme  ai  fulmini  della  terra,  avesse  fatto 
tonar  quelli  del  cielo  ,  cioè  che  avesse  sco- 
municato Ferdinando  IL  I  rivòluzionarii — che 
non  credono  a  niente — vorrebbero  il  Sommo 
Pontefice  ligio  a  loro,  anche  per  fargli  scomu- 
nicare tutti  quelli  che  non  fanno  gì'  interes- 
si della  setta;  ed  allora  sarebbero  scomuni- 
cati duecento  milioni  di  cattolici  t 

Il  generalissimo  Pepe  ♦  coadiuvato  dal  suo 
fido  capitano  Girolamo  Ulloa,  a  furia  di  men- 
zogne e  tranelli,  condusse  con  sé  al  di  là  del 
Po  due  battaglioni  di  volontarii ,  una  compa- 
gnia di  zappatori ,  diretta  dal  maggiore  Mo- 
reno ,  e  il  2°  battaglione  cacciatori ,  coman- 
dato dal  maggiore  Giosuè  Ritucci.  Egli  avea 
assicurato,  nella  proclamazione  diretta  a'  bo- 
lognesi ,  che  Ritucci  avesse  detto  a'  suoi  di- 
pendenti mostrando  il  Po:  IH  là  V  onore,  di 
-qua  il  disonore!  Ma  costui  affermò  poi  non 
aver  mai  detta  quella  espressione,  chiamando 
in  testimone  l'intiero  battaglione  ;  in  cambio* 

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—  440  — 

asserì  di  aver  passato  quel  fiume  perchè  in- 
gannato dal  Pepe  con  falsi  rapporti ,  facen- 
dogli credere  che  gli  altri  soldati  napoletani 
trovavansi  di  già  nel  Veneto. 

Varii  uffiziali  e  sottuffiziali ,  dopo  di  avere 
abbandonato  i  loro  corpi,  alla  spicciolata  pas- 
sarono il  Po.  I  soldati  ammalati,  rimasti  ne- 
gli ospedali  di  Bologna  e  di  Ferrara  ,  furono 
obbligati  da'  settarii  a  marciare  in  avanti  ; 
tutti  giunsero  in  Venezia  nella  prima  quin- 
dicina di  giugno.  Quel  governo ,  lietissima 
del  soccorso  de*  napoletani,  in  una  proclama- 
zione ,  disse  di  esser  mille.  Manin  ,  con  de- 
creto del  15  di  quel  mese,  proclamo  Gugliel- 
mo Pepe  supremo  duce  delie  forze  della  ve- 
neta repubblica. 

Il  console  napoletano  in  Venezia  comunica 
a'  capi  di  quelle  truppe  Y  ordine  ministeriale 
di  ritornare  a  Napoli.  I  primi  a  recarsi  pressa 
Pepe  furono  il  capitano  di  artiglieria  Pedri- 
nelli,  è  T  altro  capitano  Bardet  di  Villanova» 
dichiarando  che  voleano  obbedire  a  quell'or- 
dine. Il  supremo  duce  impose  loro  gli  arre- 
sti, ma  il  comandante  della  Piazza  Antonini 
li  trattenne  in^sua  casa  e  li  trattò  da  amici. 

Il  19  giugno,  Ritucci,  comandante  il  2°  bat- 
taglione cacciatori  ,  protestò  insieme  a'  suoi 
uffiziali  ,  che  non  potea  riconoscer  più  per 
suo  superiore  il  Pepe,  perchè  costui  avea  di- 
sobbedito al  ministro  della  guerra  ed  al  re; 
che  non  intendea  stare  al  soldo  straniero, 
avendo  per  patria  la  più  bella  parte  d'Italia, 
e  per  re  Ferdinando  II  di  Borbone  ;  dicea 
{infine  che  avrebbe  rifatta  la  via  di  terra  sa 
si  fossero  uniti   a  lui  i  zappatori  e  la  batte- 


—  441  — 

x-ia   di  montagna.  Pepe  non  ardì  arrestare  Ri- 
Lucci  perchè  conoscea  lo  spirito  della  truppa 
-napoletana,  e  che  costui  era  amato  dalla  stes-  . 
sa;  perlocchè  si  contentò  di  mandargli  taluni 
-uffìziali    felloni  per    persuaderlo  a  rimanere 
in  Venezia.  Il  giorno  seguente,  quel  supremo 
duce  .emanò  un  ordine  del  giorno,  col  quale 
lodava  i  militari  obbedienti   a   sé  ,    disobbe- 
dienti al  sovrano  ;    e    siecome  i  settarii  han 
per  patria  1'  universo  ,    meno    del  luogo  ove 
nacquero,  conchiudeva  col  dire:  i  napoletani 
non  essere  stranieri  in  Venezia  ,  ma  la  loro 
patria  estendersi  dall'Alpi  al  Lilibeo.  Secondo 
Pepe,  i  napoletani,  per  una  espressione  geo- 
grafica ,    doveano    disobbedire  al  loro   patrio 
governo ,  non  curarsi  de'  mali  della  loro  pa- 
tria, e  servire  un  altro  governo  che  non  co- 
nosceano  ,  e  che    non  facea  gì'  interessi  del 
loro*  paese.  Tutte    quelle    ampollose    parole 
non  fecero    deviare    gli  uffìziali  ed  i  soldati 
ligi  al  vero  onor  militare,  anzi  di  più  l'indi- 
gnarono ,  scovrendo    nel  loro  duce  supremo 
un  impudènte  traditore. 

Temendosi  in  Venezia  qualche  rivolta  mi- 
litare, atteso  il  contegno  delle  milizie  napo- 
letane, si  ricorse  a'  soliti  mezzi  morali,  cioè 
alle  menzogne,  clie  si  fecero-  spacciare  d'altri 
uffìziali  felloni  aderenti  al  Pepe  ,  tra'  quali 
Mezzacapo,  Poerio  ed  Assanti.  Costoro  spac- 
ciavano che  Carlo  Alberto  avea  dichiarata  la 
guerra  a  Ferdinando  II— mentre  quel  sovrano 
non  amava  dichiararla,  ma  assaliva  prodito- 
riamente — che  il  Principe  Carlo,  fratello  del 
re,  si  era  impossessato  di  Napoli,  —  mentre 
questi  pensava  a  far  debiti  essendo  carico  di 

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—  442  — 

guai  —  che  i  tedeschi  erano  vinti  in  Italia  — 
mentre  aveano  battuto  i  piemontesi —  e  quindi 
consigliavano  la  soldatesca  a  rimaner  con  loro 
ed  accomodarsi  alle  circostanze.  Quelle  fan- 
donie non  furono  credute,  anzi  erano  di  mag- 
giore sprone  a*  soldati  per  correre  in  soccorso 
del  proprio  re  e  della  loro  vera  pàtria.  Si -tentò 
vincerli  con  le  promesse  di  promozioni ,  ma 
tutto  riuscì  vano;  soltanto  guadagnarono  qual- 
che uffiziale  mal  fermo  ne*  principii  dell*  o- 
nore. 

La  soldatesca  napoletana,  costretta  a  rima- 
nere in  Venezia,  non  avendo  i  mezzi  per  ri- 
tornare nel  Regno,  nell'ora  della  lotta  contro 
i  tedeschi  li  affrontò  senza  esitare ,  accre- 
scendo gloria  al  nome  napoletano.  Però  i  mi- 
litari che  aveano  disobbedito ,"  e  si  erano  ri- 
bellati al  loro  sovrano  ,  la  maggior  parte  si 
tennero  fuori  de'  pencoli ,  contentandosi  di 
predicar  liberalismo  ed  italianità.  Il  ciarla- 
tano è  sempre  vile  ,  e  guai  a  coloro  che  si 
lasciano  guidare  dagli  oratori  di  piazza. 

Il  barone  .de  Cosa,  comandante  la  flotta  na-, 
poletana,  dopo  che  sbarcò  i  soldati  in  Anco- 
na, fu  invitato  da  Manin  a  recarsi  a  Venezia, 
per  opporsi  alla  squadra  austriaca  (1);  avendo 
chiesto  il  permesso  al  re  ed  ottenutolo,  per- 
chè non  eransi  ancora  consumate  le  fellonie 
e  gli  eccessi  del  15  maggio  ,  il  45  aprile 
volse  le  sue  navi  alla  città  delle  lagune. 
Giunto  al  porto  di  Malamocco,  fugò  le  navi  au- 
striache, che  tenevano  il  blocco  e  che  presero 

(<)  Era  questa  composta  di  tre  fregate,  cinque 
brik,  due  corvette,  ed  un  pìccolo  piroscafo. 

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—  443  — 

^s\abìto    la    via   di    Trieste.   Saputosi  l' arriva 
<ì  ella  flotta  di  Napoli  a  Malamocco  e  la  fuga 
Ai  quella  tedesca,  i  ministri  della  veneta  re-* 
pubblica   andarono  a   visitarla  sopra  due  pi-> 
x-oscafi,  il  Mocenigo  e  la  Bella  Venezia,  con- 
ducendo  lo  Stato  Maggiore  della  Guardia  na- 
zionale e  varie  signore  venete;  e  tutti  enqo-> 
miarono  e  festeggiarono  il  de  Cosa  ed  i  ma-> 
rini  napoletani.  La  flotta   di  Napoli  era  com- 
posta di  otto  navigli ,   altri  tanti   ne  avea  in 
quelle  acque  il  Piemonte  ,  comandati  dal  re* 
tro-ammiraglio  Albini,    e  tre    la  repubblica' 
veneta.  Il  24  maggio  tutti  que*  bastimenti  fe- 
cero una  dimostrazione  ostile  contro  la  squa- 
dra tedesca  presso  Trieste,  indi  si  diressero 
alla  costa  dell'  Istria. 

Quando  i  marini  napoletani  seppero  i  fatti 
del  15  maggio  ,  in  essi  venne  meno  1'  entu- 
siasmo di  battersi  contro  gli  austriaci..  Il  d$ 
Cosa  ricevette  l'ordine  di  ritornare  a  Napoli, 
che  non  eseguì  subito  ,  perchè  volle  dare 
troppa  importanza  al  carteggio  scambiato  tra 
lui ,  Manin  e  Leopardi  ,  inviato .  napoletano 
presso  Carlo  Alberto:  Leopardi  volea  coman- 
dare a  dispetto  de'  ministri  di  Napoli  e  dello 
stesso  re. 

Partita  la  flotta  napoletana,  i  tedeschi  strili* 
'sero  più  da  vicino  Venezia,  e  quivi  mancando 
buoni  artiglieri  ne'  fortini ,  si  scelsero  i  na* 
poletani  per  difendere  quello  interessante  di 
MaJghera,  che  fu  restaurato  da'  nostri  zappa- 
tori in  tutte  le  opere  avanzate.  Il  7  luglio, 
cento  uomini  con  due  cannoni  fecero  una 
brillante  sortita ,  attaccando  il  nemico  a  Ga- 
vanelle  ,  e  spingendosi  fin  sotto  le  fortifica 

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—  Un- 
zioni nemiche  »  arrecarono  danni  non  lievi 
a'tedeschi.  Pochi  zappatori,  appoggiati  da  due 
compagnie  del  2°  cacciatori  ,  andarono  a  di- 
struggere, sopra  la  strada  ferrata  che  conduce 
a  Padova,  un  ricovero  de*  nemici,  donde  co- 
storo imberciavano  gli  assediati  fin  dentro  i 
.corpi  di' guardia.  In  quel  fatto  d'armi,  i  na- 
poletani, in  minor  numero,  assalirono  gli  au- 
striaci dietro  i  ripari,  sloggiandoli  e  metten- 
doli in  fuga. 

I  settarii  ,  riuniti  in  Venezia  ,   per  ricom- 
pensare tanti  servizii,  altro  non  seppero  fare 
che  insultare  i  medesimi   napoletani  ,  co*  fu- 
nerali de'  fratelli  Bandiera ,  che  ,  ricorrendo 
il  quarto    anniversario  ,    li  vollero   fare    più 
splendidi  ,  aggiungendovi  insulti   contro  1*  e- 
sercito  delle  Due  Sicilie  e  contro  il  re,  negli 
immancabili  brindisi  de'patriottici  banchetti. 
Però  trovandosi  presente  il  maggiore  Giosuè 
Ritucci  ,  ne  chiese  pubblica  soddisfazione  ai 
principali   offensori.    Costoro    fecero    le    più 
amplie  scuse,  e  le  signore ,  che  assistevano 
a  quel  banchetto,  s'intromisero  con  preghiere 
e  moine,  e  così  quel  fatto   non  ebbe  conse- 
guenze. 

Intanto-  da  Napoli  giungevano  reiterati  or- 
dipi  pel  ritorno  della  truppa  che  trovavasi  in 
Veneeia.  Gli  uffiziali  aveano  mandato  al  re 
un  indirizzo  di  obbedienza  e  fedeltà,  ed  a- 
veano  di  nascosto  noleggiate  alcune  navi  per 
isjsi  trasportare  nel  Regno  insieme  a*  loro 
ubai  terni.  Pepe  e  il  commissario  piemontese 
Colli  impedirono  la  partenza;  ma  Ritucci»  non 
soffrendo  più  tanta  violenza  ,  disse  in  modo 
sssoluto   che  volea  partire  con  tutti  i  soldati 

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—  445  — 

napoletani.  Temendosi  da'  capi  della  repub- 
blica che  i  medesimi  napoletani  si  ribellas- 
sero, e  favorissero  indirettamente  i  tedeschi, 
si  addivenne  a  farli  partire.  Il  Pepe,  unito  ad 
altri  disertori ,  non  isdegnò  ordire  varii  tra- 
nelli per  togliere  le  armi  a  que'  valorosi  suoi 
compatriota;  e  temendo  di  attaccarli  di  fron- 
te, usò  la  più  vile  ed  infame  astuzia.  Appena 
imbarcata  l'artiglieria  ed  i  zappatori  sopra  pic- 
cole barche  ,  dette  .trabacoli ,  furono  questi 
circondati  dalle  barche  cannonière  ,  montate 
da'  rivoluzionari i,  i  quali  con  la  miccia  accesa 
vicino  a* cannoni  carichi  a  mitraglia,  impo- 
sero a'  napotetani  di  consegnar  l'artiglieria  e 
il  resto  delle  armi,  che  scesero  subito  a  ter- 
ra. Il  maggióre  Oliva,  fingendo  di  passare  in 
rivista  i  soldati ,  ordinò  a'  medesimi  che  fa- 
cessero fasci  d'  armi  ;  appena  eseguito  Tordi- 
ne  ,  sbucarono  gran  numero  di  armati  e  se 
ne  impossessarono,  prendendosi  anche  i  zaini 
e  non  pochi  cappotti  de'  soldati. 

Altri  artiglieri  e  soldati  s'imbarcarono,  il 
9  agosto,  al  Lido;  ma  giunti  a  Malamocco,  quei 
che  conduceano  i  trabacoli  li  .fecero  dare  a 
seeco  sotto  i  fortini  Alberone  e  Bastione.  Colà 
corse  una  cannoniera  veneziana,  ed  impose  ai 
napoletani  di  deporre  le  armi,  in  caso  diverso  li 
avrebbe  mitragliati.  I  malcapitati  dichiararono 
che  si  sarebbero  fatti  assassinare  in  qualun- 
que modo,  anzi  che.  cedere  le  armi;  indi  fe- 
cero una  protesta  che  mandarono  a'  capi  del 
veneto  governò,  e  che  giunse  nelle  mani  del 
general  Graziani. Questi,  e  "nosfcendo  l'infamia 
che  si  volea  fare  a'  napoletani  dal  Pepe  e  dal 
commissario  piemontese  Colli,  ordinò  che  quei 


soldati  proseguissero  il  viaggio  portandosi  le 
loro  armi,  che  aveano  saputo  ben  maneggiare 
contro  i  tedeschi. 

Quegli  onorati  militari,  dopo  di  aver  tanto 
patito ,  e  combattuto  per  una  causa  niente 
vantaggiosa  alla  loro  patria,  furono  imbarcati 
sopra  piccole-  barche,  con  pochissima  provvi- 
sione di  viveri  e  di  acqua.  Gl'infermi  ed  i  fe- 
riti soffersero  pene  orribili ,  e  per  maggiore 
sventura  ebbero  un  viaggio  pessimo,  che  durò 
dieci  giorni.  Parte  sbarcarono  il  17  agosto  in 
Pescara,  e,  parte  il  19  in  Manfredonia. 

Cosi  ebbe  fine  la  spedizione^  del  corpo  di 
esercito  delle  Due  Sicilie  ,  destinato  a  com- 
battere i  tedeschi  in  Lombardia.  Presso  Pepe, 
il}  Venezia  rimase  gran  nuraera.di  volontarii 
e  gli  uffiziàli  felloni  ,*  di  cui  poi,  la  maggior 
p^rte,  chiese  pietà  e  perdono^ottenendoìo  dal 
tiranno  ,  Ferdinando  II  ;  il  quale  commise 
il  grande  errore  di  rimetterli  ne'  loro  gradi 
ed  onorificenze  ,  onde  1  medesimi  avessero 
pptuto  meglio  congiurare  contro  di  lui  e  poi 
contro  il  suo  successore. 

Pepe  condusse  con  sé  la  cassa  militare,  la- 
sciando senza 'mezzi  in  Lombardia  il  resto  del- 
l'esercito che  non  volle  seguirlo,  e  ciò  con 
la  speranza  che  lo  stesso  non  fosse  ritornato 
in  patria.  Egli,  estraneo  sempre  al  paese  ove 
nacque,  neppure  conosceva  la  indomabile  co- 
stanza del  soldato  napoletano  alla  patria  ban- 
diera, malgrado  i  disagi,  la  nudità  e  la  fame; 
quindi,  come  ho  già  detto  altrove  ,  anche  in 
questo  rimasero  senza  effetto  i  suoi  bassi  tra- 
nelli. Si  disse  e  si  stampò  che  egli,  il  Pepe,  si 
fosse  appropriato  delle  somme  conservate  nel- 

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_  447  —     * 

la  cassa  di  campagna  (1)  ;  ciò  è  assoluta- 
mente falso.  Di  trecentomila  ducati  che  avea 
ricevuti  dal  tesoro  di  Napoli,  gli  uffiziali  com- 
putisti, al  loro  ritorno  nel  Regno  ,  diedero  i 
conti,  da'  quali  risultò,  che  se  quel  tristo  duce 
fu  fellone, ma  non  si  macchiò  di  tanta  infamia, 
non  essendosi'  appropriato  neppure  di  un  cen- 
tesimo: ed  io  con  piacere  lo  pubblico  in  que- 
ste pagine,  dopo  tutto  quello  che  ho  detto  di 
quel  generalissimo:  unicuique  suum  ! 

Carlo  Alberto  ,  facendo  la  guerra  contro  i 
tedeschi  per  ingrandire  il  Piemonte,- fingeva 
combattere  per  tutta*  l'Italia  a  fine  di  libe- 
rarla dal  giogo  straniero.  Era  egli  anche  di- 
sceso a  far  lega  con  l'agitatore  Mazzini,  e 
questi  gli  alzava  alle  spalle  ti  piedistallo  della 
repubblica  rossa.  Si  è  perciò  che  tra  le  tante 
ragioni  della  disfatta  dell'esercito  sardo,  deb- 
be  annoverarsi  tra  le  prime  quella  dell'  im- 
prudenza de'  mazziniani  ;  i  quali ,  in  cambio 
di  associarsi  agli  sforzi  che  facea  quel  so- 
vrano per  cacciare  i  tedeschi  dalla  Lombardia, 
andavano  suscitando  difficoltà  in  tutti' gli  Stati 
della  Penisola,  principalmente  in  Milano,  che 
potea  dirsi  allora  là  base  di  operazione  in 
quella  guerra. 

L'abate  Vincenzo  Gioberti  comprese  il  pe- 
ricolo che  correvano  gli  affari  del  Piemonte, 
a  causa  delle  mene  e  dell'intemperanze  maz- 
ziniane; quindi  corse  a  Roma,  nelle  Romagna 
ed  in  Milano ,  predicando  da  per  ogni  dove 

(1)  Vedi  Storia  de*  llivólgiihenti  Politici  delle 
due  Sicilie  dal  4847  al  48$0\  j>ag.  159.  Per  Pavv. 
Gio.  Giuseppe  Rossi.  n 

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■        _  448  — 

fusione  ed  unione  col  Regno  sardo.  Nulla  ot- 
tenne: gli  affari  andarono  come  vollero  i  re- 
pubblicani ,  fino  a  che  i  tedeschi  presero  ii 
disopra;  e  coloro,  che  voleano  giocarsela 
Tun  l'altro,  rimasero  amendue  oppressi. 

Di  già  la  stella  della  rivoluzione  cominciava 
ad  ecclissarsi,  dopo  di  avere  brillato  di  luce 
sanguigna.  L'  Austria  cominciava  ,a  riaversi 
dallo  sbalordimento  cagionato  e  sopra  tutto 
dall*  interna  ribellione  ;  e  coadiuvata  dalla 
Russia,  aveala  fiaccata  ne'  varii  suoi  Stati. 

Anche  in  Francia  a'  rivoluzionarii  toccava 
la  peggio  ;  il  22  giugno  di  queir  anno  1848, 
una  valanga  di  marmaglia  parigina  si  riunì, 
e  per  la  prima  volta  fece  sentire  il  grido  di 
Vìva  Napoleone ,  viva  V  Impero  !  volendo  in 
cotal  modo  imporre  la  sua  volontà  al  governo 
repubblicano.  Non  soddisfatta,  coadiuvata  dai 
comunisti  e  socialisti,  inalberò  bandiera  ros- 
sa ed  alzò  le  barricate ,  proclamando  la  re- 
pubblica sociale,  cioè  il  comunismo  e  l'anar- 
chia. L'  assemblea1  nazionale  ,  spaventata  da 
queir  uragano  ,  elevò  a  dittatore  il  generale 
Cavaignac  ;  e  costui  il  dì  seguente  assalì  le 
barricate.  La  lotta  durò  quattro  giorni  ,  e  si 
disse,  che  nientemeno  "perissero  circa  dieci- 
mila uomini  ,  tra*  quali  il  tanto  benemerito 
Arcivescovo  ài  Parigi  ,  Dionisio  Augusto  Af- 
fre.  Il  quale,  mosso  dalla  carità  verso  i  suoi 
traviati  filiani ,  corse  sulle  barricate  con  la 
croce  in  pugno  per  metter  pace,  ed  ottenne 
in  premio  quella  eterna  ! 

Carlo  Alberto  conobbe  troppo  tardi  la  sua 
falsa  posizione,  perché  in  Italia  era  avversato 
da'  repubblicani ,  e  all'  estero  non  piaceva  la 

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—  449  — 

sua  politica  faziosa  ;  tutti  i  governi  di  Eu- 
ropa voleano  farla  finita  con  la  rivoluzione, 
e  la  Francia  minacciava  un  intervento  in  Ita- 
lia. Il  re  sardo,  in  tante  contrarietà,  era  spinto 
a  continuar  la  guerra,  e  presto  finirla  in  qua- 
lunque modo  ;  difatti  i  repubblicani  strepi- 
tavano e  lo  minacciavano,  vedendolo  inattivo 
sul  Mincio.  Per  la  qual  cosa  si  argomentò  as- 
sediar Mantova  ,  ed  in  conseguenza  di  che 
seguirono  i  combattimenti  di  Governolo,  Rivo- 
li, ed  una  quasi  battaglia  in  Custoza  e  poi 
a  Volta  ,  ove  i  piemontesi  furono  battuti  e 
rotti  dagli  austriaci ,  riparando  dietro  il  fiu- 
me T  Oglio:  fatale  sempre  quella  Custoza  ! 

Mentre  questi  avvenimenti  guerreschi  suc- 
cedevano in  Lombardia,  comparve  sulla  scena 
di  quella  disastrosa  campagna  militare  un 
uomo,  che  poi,  sia  a  torto  o  a  ragione,  riempi 
T  Italia  e  Y  Europa  del  suo  nome:  era  questi 
Giuseppe  Garibaldi,  nativo  di  Nizza,  più  fran- 
cese che  italiano.  Io  tralascio  di  far  la  bio- 
grafia di  questo  personaggio  ,  perchè  mi  al- 
lontanerei dal  mio  assunto;  del  resto  si  sono 
scritte  troppe  biografie  del  medesimo  ,  ma 
badino  i  lettori,  perchè  la  maggior  parte  son 
mendaci  per  bassa  adulazione.Però  non  voglio 
tralasciare  la  parte  che  egli  rappresentò*  con- 
tro i  tedeschi  e  contro  lo  stesso  Carlo  Al- 
berto. 

Trovandosi  in  queir  anno  in  Montevideo, 
ove  facea  bene  il  mestiere  di  rivoluzionario, 
appena  intese  le  rivolture  italiane,  lasciò  nel 
meglio  quella  repubblica,  e  ritornò  in  Italia 
il  21  giugno,  insieme  ad  altri  suoi  commili- 
toni. Dapprima  i  suoi  servizi  furono  rifiutati 

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—  430  —      . 

da  Carlo  Alberto;  indi  accettali,  o  meglio  tol- 
lerati ,  perchè  i  mazziniani  cominciarono  a 
strepitare  e  minacciare  contro  quel  sovrano. 
Gli  si  permise  soltanto  di  arruolare  de'  volon- 
tarii,  che  non  oltrepassarono  1500,  e  fu  man- 
dato nel  Varese  per  molestare  i  volteggiatori 
austriaci  diretti  dal  generale  d'Aspre. 

Dopo  la  giornata  di  Custoza  e  di  Volta,  co- 
me già  si  è  detto,  i  soldati  piemontesi  ripa- 
rarono dietro  l'Oglio  e  cominciarono  a  diser- 
tare dalle  regie  bandiere,  mentre  il  loro  re  fu 
costretto  ritirarsi  dietro  l'Adda. Milano, spaven- 
tata da  rovesci  de*  piemontesi,  chiamò  in  suo 
aiuto  Garibaldi  il  quale  fu  sollecito  accor- 
rere co'suoi  volontarii;  e  volendoli  accrescere 
di  molto,  fece  ordinare  dal  governo  di  quella 
Città  un  prestito  forzoso  di  quattro  milioni  di 
lire,  e  fece  mettere  in  vendita  i  beni  lì  azio- 
nali per  altri  tre  milioni. 

Carlo  Alberto,  in  disastrosa  ritirata  giunse 
a  Milano  il  3  agosto;  i  suoi  reggimenti  erano 
in  disordine,  smilzi  ed  affamati,  a  causa  dei 
eommissarii  di  guerra.  Assalito  da'  tedeschi» 
tentò  respingerli,  però  fu  sbaragliato,  e  per* 
dendo  sette  cannoni  ,  riparò  dietro  le  barri- 
cate* Conoscendo  vana  ogni' difesa,  chiese 
patti  al  nemico  ;  gli  fu  accordata  soltanto'  la 
capitolazione.  I  settarii  ,  avendo  inteso  che 
avea  capitolato  co'  tedeschi  ,  circondarono  il 
palazzo  Greppi  ,  ov'  era  egli  alloggiato  ,'■  e  lo 
insultarono  co*  più  villani  modi  ,  non  trala- 
sciando di  tirar  fucilate  alle  finestre  e  di 
adunai*  fascine  per  ardere  quel  palazzo.  Fu 
egli  salvo,  insieme  a'  suoi  figli,  per  la  fedeltà 
e  coraggio  del  generale  Bava,  il  quale  corse 

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—  451  — 

bariti  pericoli  in  que'terribili  trambusti.  Quel- 
1*  infelice  sovrano  firmò  in  fretta  la  capitola- 
zione, e  ia  notte  del  5  agosto  abbandonò  Mi- 
la ìio  ,  accompagnato  fino  a  porta  Vercellina 
da  fischi  e  schioppettate. 

Garibaldi  ,  avendo  raccolto  circa  ventimila 
volontarii  ,  dichiarò   la  guerra  di  popolo  ;  in 
cambio  di  opporsi  all'  entrata  de*  tedeschi  in 
Afilano  ,  volle  insultare  la  sventura  ,  pubbli- 
cando una  proclamazione  contro  re  Carlo  Al- 
berto. Indi  uscì  dalla  città  ,  fece   una  burle- 
vole scorreria,  e  prima  di  essere  assalito  da- 
gli austriaci    riparò    nella    Svizzera.  Da  colà 
improvviso    ca'ò    sopra  Arona  ,  ed  invece  di 
salassare  i  tedeschi  ,    fece  un  largo    salasso 
alle  casse  pubbliche  per  non  farle  morire  di 
qualche    colpo  apoplettico.  I  suoi   dipendenti 
fecero  un  buon    bottino    di  galline  ,    anitre, 
capretti  e  simile  roba,  per  confortare  le. loro 
patriottiche  pance.  Per  la  qual  cosa  il  governo 
piemontese    ne    menò    gran  rumore  ,  ed  osò 
chiamar  ladrone  il  nostro  eroe  ! 

Però  gli  ammiratori  di  costui  ricacciarono 
in  gola  a  quel  governo  una  ingiuria  tanto  im- 
meritata .  dichiarando  Garibaldi  intemerato 
guerriero,  e  che,  in  ogni  guisat  si  affaticava 
degnamenié  a  sostenere  con  le  armi  l'onore 
italiano  in  faccia  allo  straniero.  Con  ragione 
dunque  il  mazziniano  Cuneo  stampò  e  pub- 
blicò a  questo  proposito:  «  Maravigliarsi,  che 
u  rubar  le  casse  pubbliche  si  chiami  delitto: 
a  però,  soggiungeva,  chiunque  abbia  sensi  e 
«  cuore  di  vero  cittadino  d'Italia,  ben  lungi 
«  dal  dare  biasimo,  loderà  altamente  'l'uomo, 
*<  che  rivolto    il  pensiero  alla  universale  na- 

29  r^ 

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—  452  — 

«  zione,  sovrapponendosi  alle  impronte  ed  in- 
«  sensate  questioni  di  provinciali  illegalità  , 
«  con  questi  ed  altri  fatti ,  die  l'esempio  e 
«  segnò  francamente  la  via  a  chi  vorrà  un 
«  giorno  farsi  unificatore  della  smembrata 
«  sua  patria.  »  Avete  inteso  ?  è  questo  un 
parlar  chiaro,  e  difender  bene,  il  nostro  eroe. 

Trovandosi  Garibaldi  inoperoso  nella  Sviz- 
zera, mandò  alla  spicciolata  i  suoi  volontarii 
in  Italia,  i  quali  presero  stanza  nella  riviera 
di  Genova,  ove  coadiuvarono  poi  alla  proclama- 
zione della  repubblica  di  quella  città,  profit- 
tando delle  sventure  di  Gasa  Savoia.  Égli  poi, 
insieme  ad  altri  ,  passò  in  Francia  ,  e  di  là 
pel  Varo  rientrò  in  Genova.  Ivi  l'aspettavano 
gli  emissari  siciliani ,  che  gli  proposero  di 
capitanare  T  insurrezione  sicula ,  ed  egli  ac- 
cettò. Avendo  noleggiato  un  legno,  recossi  a 
Livorno  per  trasferirsi  a  Palermo;,  ma  i  ca- 
porióni della  Giovine  Italia  lo  dissuasero,  fa- 
cendogli conoscere  che  era  più  necessario  in 
Roma,  ove  doveasi  proclamare  la  madre  re- 
pubblica italiana.  Il  nostro  eroe ,  sedotto  dai 
suoi  amici  e  dall'idea  di  opporsi  direttamente 
al  Papa ,  mancò  di  fede  settaria  a'  siciliani. 
Per  allora  rimase  in  Livorno  ,  attendendo  il 
momento  di  gettarsi  sopra  Roma,  e  far  quel- 
l'aspro governo,  che  gli  fruttò  l'ampolloso  so- 
prannome di  Eroe  dei  due  mondi ,  per  finir 
poi  con  l'altro  più  sostanzioso  di  Ero*  pi  DTE 
milioni  ! 

Carlo  Alberto,  dopo  di  avere  pasaato  il  Ti- 
cino, per  non  essere  perseguitato  dal  nemicp 
nel  suo  Regno,  chiese  ed  ottenne  un  armi- 
stizio.   Alla  quale  domanda  si  era  opposto  il 

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—  453  — 

■suo  ministro,  l'abate  Vincenzo  Gioberti,  perchè 
questi  volea  un  intervento  francese  in  Italia, 
abborrito  dal  re  più  degli  stessi  tedeschi.  In 
quell'armistizio  fu  pattuito,  che  le  frontiere 
del  Piemonte  e  Lombardo -Veneto  fossero  se- 
parate da'  due  eserciti ,  restituendosi  all'  Au- 
stria le  fortezze  di  Peschiera,  di  Rocca  d'Anfo 
4  di  Asopo;  che  i  sardi  uscissero  da  Modena, 
Parma,  Piacenza  e  Venezia  :  queste  conces- 
sioni fatte  al  tedesco  distrussero  i  sogni  di 
fusione  italiana.  Onde  che  i  rivoluzionarii  vi- 
tuperarono con  parole  indecenti  quel  sovrano 
-che  aveano  chiamato  Spada  d'Italia ,  rinfac- 
ciandogli che  in  cambio  di  difendere  Milano, 
avesse  arsi  e  distrutti  i  sobborghi  di  quella  cit- 
tà ;  ed  in  ultimo  lo  dichiararono  traditore 
della  patria  ;  e  rammentandosi  che  il  poeta 
Berchet  l'aveva,  in  una  romanza,  proclamato 
fin  dal  4831,  secrato  Carignano,  rimisero  que- 
gli oltraggiosi  versi  in  voga:  dopo  gli  osanna 
i  crucifige  ! 

Gioberti  si  dimise  da  ministro,  dopo  di  aver 
dichiarato  vergognosi  illegali  e  nulli  i  patti 
dell'armistizio,  firmato  dal  suo  re;  ed  in  una 
scritta  diretta,  al  medesimo,  qualificò  inetta 
la  condotta  della  guerra,  indisciplinata  la  sol* 
datesca ,  sospetti  i  duci.  Lo  stesso  ministro 
francese,  Ba$tide,  in  un  dispaccio  da  Roma, 
del  21  agosto  ,  dicea  che  Carlo  Alberto  avea 
-conchiuso  un  inqualificabile  armistizio  col  te- 
desco. Così  va  il  mondo  !  questo  ci  sorride  e 
<ji  adula  se  siamo  fortunati ,  ci  vitupera  e  ci 
{Parseguite  s#  infelici. 


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CAPITOLO  XVII. 

SOMMARIO 

II  governo  di  Palermo  fa  danari.  Elezione  del  duca 
di  Genova  a  re  de7  siciliani.  Baldorie,  cannonate  e 
proteste.  I  siciliani  aiutano  i  calabresi  a  rivoltarsi. 
Governo  rivoluzionario  in  Cosenza.  Riceve  aiuti  dal- 
la Sicilia.  Primi  scontri  fra  ca labri  e  regi.  Il  comi- 
tato di  Cosenza  fugge  a  Catanzaro.  Fatto  d'armi  di 
Bevilacqua,  agguato  di  Filadelfia  e  disastro  del  Piz- 
zo. I  regi  sono  acclamati  dovunque.  Fuga  ed  ar- 
resto di  Ribotti  insieme  agli  altri  siciliani.  Reclami, 
condanne  e  grazie.  Morte  di  Mileto  e  di  Carducci. 
Altre  rivoluzioni  e  pulcinellate  fatte  in  altre  prò* 
vince  del  Regno. 

Il  governo  rivoluzionario  di  Palermo  ,  in 
cambio  di  metter  senno  dopo  i  fatti  del  15 
maggio  ,  dopo  le  catastrofi  lombarde  toccate 
a  Carlo  Alberto  ed  a  tutta  la  rivoluzione  ca- 
pitanata da  questo  sovrano,  operava  in  mòdo 
da  irritar  sempre  più  Y  offeso  Ferdinando  II; 
e  sentendosi  i  piedi  di  argilla,  volea  fortifi- 
carsi ,  prevedendo  non  lontano  il  giorno  del 
rendiconto  Oltre  de*  centocinquantamila  du- 
cati di  debito  pubblico  ,  che  avea  fatto  in- 
aprile ,  si  argomentò  estorquere  altro  da- 
naro; difatti  il  Parlamento  siculo  ordinò  ,  il 
19  maggio,  che  il  ministro  delle  finanze  ven- 
desse le  rendite  dovute  allo  Stato  ,    che  ca- 

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-    455  — 

arasse  somme  dalle  opere  di  beneficenza  e 
Luoghi  pii  ;.ed  impose  nel  medesimo  tempo 
due  tasse  ,  una  sopra  i  soldi  degl'  impiegati, 
T  altra  sulle  porte  e  sulle  finestre.  Prescrisse 
che  tutte  le  commende  ed  abazie,  senza  cura 
d'anime,  fossero  annesse  allo  Stato  per  ven- 
dersi;neppure  furono  esclusi  l'abazia  della  Ma-  - 
gione  ,  appartenente  all'Ordine  Gerosolimita- 
no, ed  i  beni  di  casa  reale  ,  mentre  si  pre- 
parava la  elezione  del  nuovo  re  !  Quel  sac- 
cheggio fruttò  circa  sei  milioni  di  ducati,  che 
sparirono  come  la  neve  in  aprile  sotto  il  no- 
stro tiepido  cielo;  quindi  bisognò  metter  mano 
all'  argenteria  superflua  delle  chiese,  cioè  si 
presero  i  calici,  gli  ostensorii  ec.  di  argento 
e  di  oro,  lasciando  quelli  di  rame. 

Dopo  quel  saccheggio ,  regolarissimo  nei 
.governi  patriottici,  si  pensò  allo  Statuto,  fa- 
cendosene uno  monarchico  tutto  repubblica- 
no, col  dare  al  presidente  a  vita  ed  a'  suoi 
legittimi  discendenti  primogeniti  il  titolo  di 
re.  Cionondimeno  non  mancarono  candidati 
»per  essere  re  di  Sicilia,  con  quel  ludibrio  di 
Statuto,  indecoroso  al  nome  sovrano.  Tra  gli 
stranieri  si  mettevano  innanzi  tre  individui 
della  famiglia  Bonaparte,  cioè  il  principe  di 
Canino,  il  figlio  dell*  ex-vicerè  d'Italia  Euge- 
nio Beauharnais  e  Luigi  Napoleone;  quest'ul- 
timo era  il  preferito,  perchè  più  settario  degli 
altri  ,  perchè  più  dotto  in  lettere  e  scienze 
militari,  e  forse  perchè  avea  fatto  quella  ri- 
devole  figura  a  Strasburgo,  quando  andò  a  pro- 
clamarsi imperatore  de'francesi.  Sarebbe  stata 
Una  gran  fortuna  pe'  siciliani  se  avessero  a- 
vuto    per    sovrano  l'uomo  del  2  dicembre,  il 

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—  456  — 

prode  capitano  di  Sedati ,  il  futuro  crimine 
coronato  !  Tra'principi  italiani  si  nominavano 
candidati  il  secondogenito  del  gran  duca  dì 
Toscana,  fanciullo  di  9  anni,  e  ciò  mentre  i 
fratelli  d' Italia  cacciavano  il  padre  da'  suoi 
Stati,  e  Ferdinando  di  Savoia,  duca  di  Geno- 
va, secondogenito  di  Carlo  Alberto.  Quest'ul- 
timo avea  più  probabilità  ad  essere  procla- 
mato re  de'siciliani,  perchè  era  stato  presen- 
tato dal  papà  lord  Palmerston;  il  quale  intri- 
gava per  mezzo  di  lord  Mintho  affine  di  si- 
stemare gli  affari  di  Sicilia,  ed  impedire  che 
i  veri  siciliani  chiamassero  il  loro  legittimo 
sovrano,  o  che  i  settarii  proclamassero  la  re- 
pubblica, spianando  cosi  la  via  a  Ferdinando* 
II  per  conquistare  queir  Isola.  Si  sa  dove- 
vanno  a  finire  i  re  eletti  dalla  sètta;  in  que- 
sti ultimi  tempi  abbiamo  avuto  due  esempii, 
uno  terribile,  che  ce  lo  die  il  Messico,  l'al- 
tro la  Spagna. 

1/  arrivo  nel  porto  di  Palermo  di  due  navi 
da  guerra  francesi  rialzò  gli  animi  de'  così- 
detti  repubblicani,  sperando  di  proclamare  la 
repubblica  con  gli  aiuti  de'  fratelli  di  oltral- 
pi. Perlocchè  vi  furono  intrighi  ,  e  si  operò 
in  modo  per  far  mettere  il  berretto  rosso 
alla  Guardia  nazionale,  affinchè,  questa  desse 
l'esempio  agli  altri.  Lord  Mintho  ,  al  sentire 
che  taluni  siciliani  voleano  far  da  sé  e  senza 
il  placet  del  suo  padrone  Palmerston,  montò* 
sulle  furie  e  corse  da  Mariano  Stabile,  allora 
il  vero  re  di  Sicilia,  e  gY  impose  di  fare  e- 
leggere  subito  sovrano  di  queir  isola  il  duca 
di  Genova,  (povero  popolo  sovrano,  come  sei 
giuocato  !)  promettendo  che  l'indipendenza  si- 

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—  457  — 

ctftfa   sarebbe    stata   riconosciuta    dall'  Inghil-' 
tefim  ed  anche  dalla  Francia.  Stabile  ,  man- 
cipio  della  politica  inglese,  riunì  le   Camere 
de*  deputati  e  de*  pari, esponendo  alle  medesime 
i  Vantaggi  che  si  sarebbero  ottenuti  eleggen- 
do stibito  re  il  duca  di    Genova.  Detto  fatto: 
quella  riuntone  di  scfiiavi  settarii,  TU  luglio 
1848,  ehi  per  paura,  chi  per   interesse   pro- 
prio, proclamò  quel  duca  re  de'  siciliani  per 
la     Costituzione    del   regno.  In    quella   salta 
in  mezzo    il    marchese  Mortillaro  ,   uno    dei 
pari,  e  volendo  far  dello  spirito,  esclama:  si 
tolga  il  nome  di  Ferdinando  al   re   de*  sici- 
liani, perchè  la  Sicilia  non    ricordi  il  nome 
del  tiranno  caduto.  Cosi  fu  fatto:  il  duca  di 
Genova  fu  battezzato  Alberto    Amedeo  I  ecc. 
Infelice  condizione  de*  re  eletti:  neppure  so- 
no più  padroni  del  loro  nome  di    battesimo! 
Quel!*  avvenimento  fu  preceduto  ,  già  s'in- 
tende accidentalmente,  dall'  arrivo  della  flotta 
inglese  nella  rada  di  Palermo  ;  la  quale,  al- 
zando la  bandiera  della   rivoluzione    italiana, 
fece  una  salva  di  cannonate,  per  solennizzare 
anch'  essa  la  elezione  del  duca    di  Genova  a 
re  de' siciliani;  lo  stesso  fecero  le  navifran» 
cesi»  L'  ammiraglio  Parker  die  un    battello  a 
vapore,  il  Porcospino,  (che  nome,   che  coin- 
cidenza !)  per  condurre  a  Genova  gli    amba- 
sciatori siciliani  affine  di    notificare  a  Carlo 
Alberto  in  Torino,  l'avvenimento  di  suo  figlio 
secondogenito,  al  trono  di    Ruggiero  il  nor- 
manno. 

In  Palermo,  in  altre  città  e  paesi  dell'iso- 
la, i  cittadini  si  guardarono  in  viso  maravi- 
gliati al    sentire,    che  i  padroni    della  capi- 

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—  458  - 

tale  aveano  loro  largito  un  re,  e  tutti  si  do- 
mandavano chi  fosse  il  duca  di  Genova  ; 
taluni  giunsero  a  far  la  domanda  ,  se  costui 
l'osse  maschio  o  f emina.  Nonpertanto  ,  guai 
a  chi  non  avesse  detto,  che  quel  re  era  sta- 
to eletto  per  voto  unanime  de*  siciliani  !  Anzi, 
tutti  furono  obbligati,  per  ordini  superiori,  a 
far  baldoria;  si  fecero  feste  officiali,  si  suo- 
narono campane  a  stormo  —  meno  male  che 
nulla  si  pagava,  se  non  col  male  a'timpani — 
si  cantarono  Tedeum,  si  fecero  luminarie  e 
gridi  selvaggi:  opere  di  beneficenza,  zero  ta- 
gliato. 

I  fratelli  di  Messina  salutarono  la  elezione 
dei  novello  sovrano  con  una  salva  di  canno- 
nate contro  la  cittadella,  da' forti  da  loro  oc- 
cupati; il  generare  Pronio,  mai  soffrendo  quel- 
T  oltraggio  e  quella  provocazione,  trasse  altre 
cannonate  contro  que*  forti,  parati  a  festa.  II 
comandante  la  squadra  inglese  f<^o  Iv  aùé 
amare  lagnanze  a  quel  generale,  accusandolo 
#i  provocazione;  questi,  senza  dargli  ascolto, 
prosegui  la  sua  salva  ,  e  diresse  tanto  bene 
i  suoi  colpi,  che  fece  interrompere  quella  dei 
patrioti.  L'ammiraglio  brittanico  qualificò  un 
vero  vandalismo  le  cannonate  di  Prcnic  ,  a- 
vendo  costui  interrotta  la  festa  patriottica;  e 
non  avea  torto,  conciosiachè  per  uniformarsi 
al  civilissimo  governo  de'  iords  avrebbe  do- 
vuto mandar  palle  infuocate,  o,  all'  occasio- 
ne, usare  la  ghigliottina  a  vapore  ,  che  con 
tanto  successo  si  adopera  nelle  Indie  inglesi. 

I  padri  della  patria,  volendo  far  la  scimia 
agli  americani  degli  Stati  Uniti,  schicchera- 
rono il  seguente  decreto:  «  Ruggiero  Settimo 

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—  459  — 

r«     avendo    immortale    dritto    alla   gratitudine 
c«     palermitana   (neppur  siciliana  ?  I)  gli  è  ac- 
«     cordato  a  perpetuità    (quia   discipulus  Me 
**     non  iiiuiiiur  ?  )  il  privilegio  di  ricevere  da 
«*     ora  innanzi  tutte  le  sue  lettere  franche  di 
«e    posta.  »  E  cosi    il    giuocattolo    di  Mariano 
Stabile  fu  onorato  con  gli  onori  del  celebra- 
~k>ratissimo   Washington  ;    e    sebbene    questo 
nome  fosse  un  brutto  ricordo  per  gì'  inglesi, 
"nonpertanto    costoro   lodarono    quel  decreto, 
perchè    onorava  un  passivo    strumento    della 
loro  politica.  Intanto    quando  il   povero   vec- 
chio di  Ruggiero  Settimo  si  rifugiò,  dopo  un 
anno,  in  Malta,  i  medesimi  inglesi  gli  fecero 
pagar  la  tassa  delle  lettere  e  le  multe  postali. 
Ferdinando  li ,  conoscendo  la  elezione  del 
duca  di  Genova  a  re  de*  siciliani;  il  15  luglio 
rinnovò  le  proteste  fatte  il  22  marzo,  dichia- 
rando illegali,  irriti  e  di  nessun  valore  tutti  gii 
atti  del  governo  rivoluzionario    di  Sicilia.   Il 
20  luglio  ,  fece  sentire  a  Carlo  Alberto,  per 
mezzo  dei  suo  legato  a  Torino,  conte  Ludolf, 
che  se  il  duca  di  Genova  avesse  accettata  la 
inconsiderata  offerta  fatta  da*  settarii  siciliani, 
egli  sarebbe  stato  nel  dritto  di  troncare  qua- 
lunque relazione  col  Piemonte,  e  si  sarebbe 
avvalso    de*  suoi  mezzi  e  delle  sue  forze  per 
mantenere  la  integrità  dellà*sua  monarchia. 

Il  21  luglio,  il  duca  di  Serradìfalco,  i  prin- 
cipi di  S.  Giuseppe  e  di  Torremuzza  ,  il  ba- 
rone Riso  e  tre  deputati  si  recarono  a  Torino 
per  offrire  al  piemontese  principe  la  sicula 
corona.  Carlo  Alberto  rispose  a  quegli  emis- 
sari: Non  posso  accettare  per  mio  figlio  una 

CORONA  CHE   APPARTIENE   DI   DRITTO   AL  MIO  PA- 

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RENfS  ED  ALLEATO  FERDINANDO  II.     Ben    disse 

colui  che  assicurò,  servire  spesso  la  parola 
per  occultare  il  pensiero;  conciosgiachè  quel 
sovrano  piemontese  rispondea  allora  in  quel 
modo,  perchè  Ferdinando  If  era  più  forte  di 
lui,  ed  egli  era  minacciato  anche  di  perdere 
il  suo  Regno.  Quando  poi  le  circostanze  cam- 
biarono, dopo  12  anni,  il  suo  erede  usò  .altro 
linguaggio  in  simile  avvenimento  ! 

I  faziosi  siciliani,  pria  che  avessero  inteso  il 
rifiuto  del  re  sabaudo  ed  i  preparativi  del  loro 
sovrano   per  metterli  a  ragione  con  la  forza, 
pensarono  alla  propria  salvezza.  Eglino  aveano 
bisogno  di  altro  danaro  e  di  altri  uomini  per 
sostenere  la  rivoluzione,   e  mancando  il  pri- 
mo veniva  loro  meno  ogni  ardita  manovra*  È 
pur  vero   che  aveano  a  protettori  gì'  inglesi, 
ma  costoro  son  prodighi  soltanto  di  menzogne 
e  note  diplomatiche  ,    senza  però  sacrificare 
né  un  uomo  né  uno  scellino  pe'  loro  protetti; 
anzi  agevolano   le  rivoluzioni  per  far  denari, 
vendendo  a  coloro  che  proteggono  armi  anti- 
quate, munizioni  avariate  e  navi  vecchie  ;  ol- 
tre di  che  mirano    allo  scopo  di  distruggere 
le  industrie  de' loro  pupilli.  Per  la  qualcosa 
i  governanti  della  Sicilia  si  avvidero  di  essere 
stati  abbandonati  alle  proprie  forze  e  risorse; 
quindi,  avendo  estorto  altro  danaro   a*  redenti 
di  quell'Isola,  si  determinarono  impiegarlo  a 
portar  la  face  della  discordia  e  della  guerra 
civile  nelle  province  napoletane,  già  disposte 
alla  rivolta  da  taluni  irreconciliabili  onorevoli; 
e  cosi  speravano  scongiurar  la  tempesta  che 
li  minacciava  da  Napoli. 

Quello  che  più  temea  il  siculo  governo  era 

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la  cittadella  di  Messina,  e  perchè  non  poteva 
conquistarla  a  viva  forza,  si  decise  bloccarla, 
mettendo  in  rivolta  le  Calabrie.  Cacciando  i 
regi  dalla  provincia  di  Reggio  ,  avrebbe  pò*» 
tato  armare  le  coste,  che  da  questa  città  cor- 
rono sino  a  Scilla  ed  impedire  alla  flotta  na- 
poletana la  più  breve  via  per  vettovagliare 
quell'unica  fortezza  che  rimanea  in  Sicilia  al 
re  Ferdinando.  Profittando  che  taluni  depu- 
tati, fuggiti  da  Napoli  dopo  il  15  maggio  ,  e- 
rano  disposti  a  tutto  contro  il  sovrano,  si  ri- 
volse a'  medesimi  per  ottenere  il  suo  scopo* 
Le  sue  principali  mire  si  rivolsero  sopra  il 
deputato  Ricciardi,  che  trovavasi  allora  rifu- 
giato in  Malta  con  tre  suoi  colleghi,  cioè  Va- 
lentina de  Riso  e  Mauro,  ed  aspettava  il  mo- 
mento propizio  per  suscitare  altre  rivoluzioni 
in  questo  Regno  (1). 


(1)  Il  medesimo  deputato  Ricciardi  ,  nella  sua 
Storia  documentata  a  pag.  22  ,  confessa  che  la 
prima  idea  di  mettere  in  rivoluzione  le  Calabrie  gli 
venne  in  mente  a  bordo  al  Freidland,  cioè  lo  stes- 
so giorno  15  Maggio.  Ciò  prova  sempre  più  ,  che 
Ferdinando  II  fu  previdentissimo  nel  richiamare  in 
patria  il  corpo  di  esercito  pugnante  in  Lombardia, 
avendo  nel  Regno  pochi  soldati  per  mantenere  Por- 
dine  interno  ;  prova  inoltre  ,  che  i  deputati  faziosi 
furono  V  unica  e  sola  causa  del  richiamo  di  quella 
soldatesca.  Dopo  che  si  pubblicano  simili  confes- 
sioni ,  si  ha  poi  r  impudenza  di  proclamare  quel 
sovrano  fedifrago,  aniitalìano  e  tiranno  ,  perchè 
costui  era  messo  nella  dura  necessità  di  mantenere 
V  ordine  pubblico  e  guarentire  i  suoi  dritti  e  quelli 
del  suo  popolo  ! 

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—  462  — 

Dopo  di  avere  intavolato  delle  pratiche  con 
quel  deputato,  gli  spedì  un  vaporetto   siculo, 
il  Giglio  delle  Onde ,  il  quale    lo  condusse  a 
Messina  con  gli  altri  onorevoli.  Ricciardi,  do- 
po   di   essersi  messo    di  accordo    co*   fratelli 
messinesi    sul   programma    dell'  insurrezione 
calabra ,  partì  per  Cosenza,  ove  fu  raggiunto 
da  altri  tre  membri  del  disciolto  Parlamento, 
cioè  Francesco  Federico,Musolino  e  Lupinacci, 
e  il  2  giugno    creò    un  governo  provvisorio, 
cioè    il   solito   Comitato   di  salute  pubblica , 
tanto  prediletto  da'  settarii.   Egli  si  proclamò 
capo    di   quel   Comitato  ,    membri  Federico , 
Mauro  e  Lupinacci;  in  seguito  furono  aggiunti 
gli  altri  tre  ex  deputati  che  furono  solleciti  di 
recarsi  a  Cosenza. 

Sarebbe  lungo  e  noioso  trascrivere  in  que- 
ste pagine  tutt*  i  proclami,  decreti  e  dichia- 
razioni che  schiccherò  quel  Comitato  di  sa- 
lute pubblicai  che  altro  non  sono  che  un  am- 
masso di  minacce  ,  menzogne  e  baggianate  ; 
chi  desidera  leggerli,  per  esilararsi  un  pòco, 
li  troverà  ne7  Documenti  storici  riguardanti 
V  insurrezione  calabra9  pubblicati  dal  conte 
Gennaro  Marnili  e  nella  Storia  documentata 
dello  stesso  sig.  Ricciardi. 

In  Catanzaro  già  trovavasi  presidente  del 
Comitato  di  salute  pubblica  l'intendente  Mar- 
sico  e  varii  altri  Comitati  si  ordinarono  nei 
distretti  e  ne*  comuni  di  quelle  due  province. 
Gli  abitanti  di  Reggio  ,  che  aveano  male  ac- 
colto il  Ricciardi,  quando  sbarcò  a  "Villa  San 
Giovanni  per  recarsi  a  Cosenza,  non  vollero 
sapere    di  rivoluzioni  e  comitati ,  malgrado  i 

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supremi  sforzi  fatti  da  Stefano  Romeo  ,  Plu- 
uino  e  de  Lieto.  Costoro  avrebbero  voluto  ri- 
bellare Reggio  e  tutta  quella  provincia  ,  per 
favorire  le  operazioni  de'  faziosi  di  Messina , 
secondo  i  patti  stabiliti  co*  medesimi;  di  più 
avrebbero  voluto  arruolare  sfaccendati  perfar- 
x\^  "una  colonna  ed  occupare  il  Piano  della 
Corona  ,  essendo  quello  un  punto  strategico 
ed    inespugnabile. 

11   comitato  di  Cosenza  fu  diviso  in  quattro 
dicasteri,  guerra,  interno,  giustizia  e  finanze; 
dietro  Mileti  e  Giovanni  Mosciari  arruolavano 
militi    per    occupare    le    montagne  di  Paola, 
Stanislao  Lupinacci    ebbe    Y  incarico   di  esi- 
gere   le  somme    offerte    volontariamente   dai 
proprielarii  di  Cosenza    e    provincia.  Intanto 
il  Ricciardi  ,    arrogandosi  di  fatto  1"  autorità 
dittatoriale  deponeva  impiegati  civili  ,  giudi- 
ziali e  militari;  scarcerava  facinorosi,  impri- 
gionando o  sbandendo    realisti;  e  cosi  la  fa- 
cea  d*  re  e  da  Papa.  Difatti    impose  al  sin- 
daco di  Simigliano  di  sposare  Carmine  Bruni 
con  Carolina  Elia,  dispensando  il  voluto  con- 
senso de*  genitori;  ed  imponeva  a' Vescovi  di 
presiedere  aila  funzione  del  Corpus  Domini. 
Quel    cbe    operò    quel  Comitato   di  salute 
pubblica  per  far  quattrini,  già  ve  '1  figurate, 
lettori  carissimi;  fin  d*  allora  i  nostri  rigene- 
ratori cominciarono    a    cantare  :  «  Le   casse 
d'Italia  son    fatte   per  noi.  »  Dalle  opere  di 
beneficenza,  dalle  mense  vescovili,  odagli  an- 
ticipi di  fondiaria  ,    da'  prestiti  volontarii  ed 
altro  si  fecero    buoni   e   sostanziosi    bocconi 
patriottici  ;  il  solo    vescovo  di  Cassano  pagò 

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cinquemila  ducati;  seno.»,  immaginatelo..!  (1) 
Intanto,  quel  comitato,  per  illudere  i  gon- 
zi, ribassava  di  due  grana  a  rotolo  il  dazio 
sul  sale,  aboliva  il  giuoco*  del  lotto  ed  infre- 
nava ,  con  leggi  opportune  ,  1*  ingordigia  dei 
venditori  a  minuto,  vere  sanguisughe  dei  po- 
polo. É  veramente  scandaloso  che  i  continua- 
tori dell'  italico  riscatto  neppure  seppero  imi- 
tare quel  poco  bene  che  avea  iniziato  in  Ca- 
labria il  Ricciardi.  Si  è  per  ciò  che  non  mi 
reca  meraviglia  se  questo  avventato  ^rivoluzio- 
nario non  ne  volle  più  sapere  di  far  parte 
del  Parlamento  italiano  ;  conciosiachè  s'  egli 
è  illuso  ,  nonpertanto  bisogna  convenire  di 
essere  un  cittadino  onestissimo  ,  che  ha  il 
solo  difetto  di  sbagliar  la  via  nel  cercare  il 
vero  benessere  del  suo  paese. 

Si  ordinò  la  leva  in  massa,  però  chi  dava 
un  buon  gruzzoletto  di  piastre,  veniva  esen- 
tato dall'  onore  di  combattere  contro  il  tiran- 
no di  Napoli;  in  caso  contrario  dovea  parte- 
cipare a  queir  insigne  onore. 

Si  fondò  in  Cosenza  un  giornale  col  titolo 
l' Italiano  delle  Calabrie,  redattore  il  Mira- 
glia  ;  era    V  organo  di  Sua  Maestà  Calabra, 

(1)  Credo  necessario  avvertire  i  miei  lettori,  che 
la  maggior  parte  de'  componenti  quel  comitato,  non 
approfittò  personalmente  sia^  di  un  centesimo  di  quel- 
le somme  scroccate  a'  cittadini  per  la  santa  causa* 
In  onor  del  vero,  debbo  anche  dire  ,  che  il  presi- 
dente Ricciardi  non  era  tinto  condiscendente,  ad 
imporre  taglie  di  guerra  e  simili  delizie,  anzi,  come 
appresso  dirò  ,  fu  rigoroso  contro  que}  capisquadra 
che  senza  necessità  vuotavano  le  casse  pubbliche 
ed  imponevano  contribuzioni  di  guerra. 

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pubblicando  gli  editti  del  governo  provviso- 
rio. Inoltre  quel  giornale  spacciava  menzo- 
gne ad  ufo:  al  povero  Ferdinando  II  lo  facea 
morire  cento  volte  la  settimana  ed  in  stra- 
nissimi modi;  Napoli  invasa  or  da  piemonte- 
si, or  da  francesi  ed  or  dagl'  inglesi,  un  al- 
tra volta  erano  i  fratelli  di  Napoli  che  facea- 
no  strepitosa  giustizia  del  tiranno.  Per  con- 
fermare quelle  fandonie  gli  aderenti  del  co- 
mitato spezzavano  statue  e  stemmi  regi ,  fa- 
cendo un  baccano  indecente  e  grottesco. 

Malgrado  di  tutte  quelle  consolanti  notizie 
che  spacciava  Vitaliano  delle  Calabrie,  i  pa- 
trioti di  quelle  province  ,  avendo  la  coda  di 
paglia,  non  stavano-  punto  tranquilli  sulla  loro 
sorte;  ogni  zanzara  che  passava  per  l'aria  era 
per  loro  una  cannonata  nemica,  ogni  rumore 
sembrava  a'  medesimi  un  reggimento  di  rea- 
listi che  assaltava  ne'loro  seggi  i  componenti 
il  Comitato  di  salute  pubblica.  Essendo  con- 
seguenza del  timore  e  del  sospetto  la  crudel- 
tà, que'  rigeneratori  incrudelivano  contro  gli 
innocenti  cittadini  ,  apprendendo  come  con- 
giura contro  di  loro  ogni  azione  la  più  inno- 
cua e  la  più  semplice.  In  Cassano  fucilarono 
due  mendici,  credendoli  spie  del  governo  di 
Napoli.  I/Il  giugno,  per  un  falso  allarme, 
destato  da  un  fanciullo,  arrestavano  Vincenzo 
Federico  ed  altri  due  infelici,che  strascinarono 
fuori  1'  abitato,  ed  uccisero  con  modi  barbari, 
perchè  supposti  avvelenatori  di  ribelli.  In  S. 
Demetrio  voleano  fucilare  V  arciprete,  perchè 
questi  fece  una  predica  sopra  la  Pace;  lo  sal- 
vò la  popolazione  dalle  mani  de'  redentori. 
'Quando  costoro  si  voleano  sbarazzare  di  una 

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famiglia  tranquilla  o  agiata  1'  accusavano  di 
essere  in  corrispondenza  co'  satelliti  del  tir 
ranno,  o  la  proclamavano  avvelenatrice. 

In  Catanzaro  l'intendente  Marsico,  capo  del  • 
Comitato  di  salute  pubblica,  aiutato  dal  rice- 
vitore generale  Morelli,  usò  gli  stessi  mezzi 
de'  rivoluzioaarii  di  Cosenza  per  far  danaro 
ed  armare  uomini  facinorosi;  quindi  s'  impo- 
sero le  medesime  tasse  ,  si  perpetrarono  le 
stesse  violenze  e  rapine  e  si  spacciarono  le  più 
sfacciate  menzogne.  Capo  dell'esercito  catan- 
zarese fu  eletto  un  Francesco  Stocco,  e  man- 
dato a  guardalo  le  posizioni  di  Maidà,  Pizzo 
e  Tropea.  Un  Gaetano  Pugliese  ,  che  volea 
dimostrare  a  que'  matti  il  danno  che  avrebbero 
arrecato  alle  Calabrie,  continuando  a  far  paz- 
zie, avendo  il  re  i  mezzi  di  ricondurli  alla 
ragione,  non  venne  massacrato  perchè  si  die- 
de a  precipitosa  fuga.  Varie  città  e  paesi  di 
quelle  province  non  vollero  sapere  di  comi- 
tati di  salute  pubblica,  ad  onta  delle  predi- 
che, in  forma  di  missioni ,  fatte  da  Eugenio 
de  Riso,  il  quale  predicò  e  bestemmiò  anche 
nella  Cattedrale  di  Catanzaro: 

Intanto,  proveniente  da  Palermo,  sbarcava 
a  Villa  S.  Giovanni  il  disertore  Giacomo  Lon- 
go,  sedicente  colonnello,  con  una  squadra  di 
siciliani.  I  graziati  dell'anno  precedente,  ani- 
mati da  quel  soccorso  ,  voleano  far  comitati 
di  salute  pubblica  in  Reggio  e  ne'  paesi  di 
quella  provincia;  ma  i  cittadini  si  mostrarono 
indifferenti  ed  in  varii  luoghi  ostili  ;  perloc- 
che  il  Longo,  con  tutti  i  suoi  dipendenti,  e 
pochi  faziosi  calabri,  di  nascosto,  se  ne  an- 
darono a  Filadelfia  (Calabra),    ove    s' impos- 

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scasarono  delle  casse  pubbliche,  minacciando 
sequestri  e  carcerazioni  a  coloro  che  non  si 
fossero  cooperati  ad  agevolare  la  rivoluzione; 
difatli  il  Longo  arrestò  varii  cittadini  facen- 
doli  condurre  a  Messina.  Sopraggiunti  in  Reg- 
gio  i  ribelli,  che    eransi    rifugiati  in    Roma,     ' 
fecero  una  larva  di  comitato,  che  non  attec- 
chì, perchè  avversato  dalla  popolazione.  Non- 
pertanto arruolarono  pochi  sfaccendati  nullate- 
nenti #  col    dare  a'  medesimi    due   carlini  al 
giorno,  conducendoli  sul  Piano  della  Corona, 
e  sopra  Aspromonte    per  prendere  posizione 
contro,  i  regi. 

Un'altra  spedizione  di  settecento  siciliani , 
il  14  giugno,  sbarcò  a  Paola,  guidata  dal  se- 
dicente generale  Ribotti,  coadiuvato  da'  mag- 
giori Fardella  e  Bruno,  ma  poco  di  accordo  tra- 
dì loro.  Questa  seconda  spedizione  venne  tra- 
sportata in  Calabria  da  due  battelli  a  vapore 
e  sfuggì  a  stento  la  crociera  de'  piroscafi  regi. 
Il  piano  di  battaglia  de' comitati  calabri  erx 
raccogliere  quanto  più  uomini  avessero  potuto 
e  marciare  in  tre  colonne  sopra  Napoli,  per 
abbattere  il  governo  regio  ,    facendo  base  di 
operazione  Messina  :   generalissimo  di  quella 
campagna  era  stalo  designato  il  Ribotti. 

La  grandissima  maggioranza  de'  calabresi 
avversava  indirettamente  quella  rivoluzione , 
perchè  questa  era  voluta  soltanto  da'  deputati* 
l'uggiti,  da  Napoli  e  da.  pochi  malcontenti  ;  e 
ciò  lo  prova  lo  storico  Francesco  Michitelli, 
uno  de'  principali  agitatori  di  quel  tempo ,  e 
lodatore  esagerato  di  tutti  i  capi  settarii:  ecco 
come  si  esprime:  «  Giunta  la  colonna  di  spe- 
«  dizione  a  Cosenza,   (quella  guidata   da  Ri- 

30izedby( 


a  botti)  si  cominciò  a  capire  lo  stato  della 
a  provincia,  affatto  diverso  da  quello  descritto, 
«  e  simile  ad  un  dipresso  come  lo  trovarono 
u  %  fratèlli  Bandiera  nel  Ì844.  I  clamori  ,  i 
u  proclami  e  lo  zelo.de'  commissari  ordina- 
ci tori,  per  eccitare  ed  infiammare  lo  spirito 
«  pubblico  quasi  a  nulla  erano  riusciti  in 
«  tutte  le  terre  ,  e  ne'  paesi  fuori  Cosenza 
«  trovava  freddezza  e  paura  nelle  masse.  V- 
«  sciti  di  Cosenza  (riferiva  Ribotti)  non  si  è 
«  più  in  un  paese  in  rivolta  ed  in  armi  per 
«  difendere  la  libertà.  Tutti  spaventati  ed  av- 
«  viliti ,  o  fidenti  nel  segreto  dell  animo  alle 
u  promesse  ed  ax  giuramenti  del  re  ,  che  i 
«suoi  generali  Busacca  ,  Lanza  e  Nunziante 
«  magnificavano  a  maggiore  inganno  ne'  loro 
«.  proclami  »  (1). 

Quel  che  asserisce  il  Michitelli  circa  le  con- 
dizioni della  calabra  rivolta,  altro  non  è  che 
uno  sbiadito  sunto  di  un  rapporto  dei  gene- 
ralissimo Ribotti  ,  diretto  al  ministero  della 
guerra  di  Palermo  ,  dato  da  Cassano  addì  25 
giugno  1848.  In  esso  rapporto  quel  genera- 
lissimo anche  dicea:  «  Si  promettevano  10,000 
«  uomini  e  se  ne  trovarono  appena 2 ,000  mal 
«  disposti.  Si  tarda  a  marciare  verso  Filadelfia 
u  ed  il  corpo  di  Longo  si  scema  ogni  giorno 
«  di  uomini  che  disertano,  di  compagnie  in- 
«  tiere  di  guardie  nazionali^  che  con  gliuf- 
«  filiali  in  testa  abbandonano  il  campo  —  il 
«  nemico  forte  in  Castrovi Ilari;  i\nostri  senza 
«  marcate  simpatie  —  A  Cosenza  un  Corni- 


ti) Storia  delle  rivoluzioni  del  Reame  delle  Due 

m 


Sicilie  di  Francesco  Michitelli  voi.  2°  pag.  406 

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469  — 

u  lato  fiacco  che  non  comanda  ».  Comandava 
però  alle  casse  pubbliche  ! 

Lo  stesso  ex  presidente  Ricciardi,  illuso,  ma 
onestissimo  uomo,  nella  fine  della  sua  Storia 
documentata  della  rivoluzione  delle  Calabrie 
del  1848,  a  pag.  105,  fa  la  seguente  preziosa 
-confessione  :  «  Cagione  principalissima  del- 
«  l'esito  infausto  dell'insurrezione  calabra  fu 
«  T  essere  stata  abbandonata  dalle  altre  pro- 
«  vince  dell'ex-reame  di  Napoli,  come  da'  de- 
«  putati  medesimi ,  che  il  giorno  15  maggio 
aì.  si  bellamente  protestarono  contro  il-  Dor- 
«  bone  ,  dopo  di  avere  promesso  di  riunirsi 
«  novellamente  ,  non  così  ne  avessero  avute 
«  il  destro,  a  far  trionfare  i  diritti  del  paese; 
««  riunivasi  al  primo  invito  del  re,  e  con  loro 
m  convenire  in  Napoli  il  1°  luglio,  i  sollevati 
«  della  Calabrie  a  dichiarar  si  facevano  im- 
<*  plicitamente  ribelli  ».  Dunque  il  sig.  conte 
Giuseppe  Ricciardi  confessa  che  fu  un  gran 
ribelle  anche  contro  coloro  che  egli  mede- 
simo chiama  rappresentanti  del  popolo  so- 
vrano ,  e  che  fece  una  inutile  e  cruenta  ri- 
voluzione anche  contro  il  volere  delle  altre  pro- 
vince dell'ex  Reame  di  Napoli.  Sia  benedetto 
Iddio  !  ed  anche  il  sig.  conte  Giuseppe  Ric- 
ciardi ,  il  quale  afferma  implicitamente  quel 
che  io  ho  più  volte  ripetuto,  cioè  che  i  così 
-detti  patrioti  fanno  le  rivoluzioni  per  conto 
«  vantaggio  proprio ,  vantandosi  interpreti  e 
rappresentanti  del  «  popolo  sovrano  »  mentre 
questi  non  ne  vuol  sapere  di  loro ,  e  della 
strombazzata  felicità  che  gli  si  vuol  regalare. 
Intanto  si  ha  l'impudenza  di  dare  dei  boia 
3*  generali  Busacca ,  Lanza  e  Nunziante  per- 


—  470  —    „ 

che  voleano  scongiurare  quella  guerra  civile, 
magnificando  ,  a  maggiore  inganno,  ne9  loro 
proclami  la  clemenza,  del  re  ! 

Quel  che  dice  Ricciardi  a  questo  proposito 
è  la  pura  verità  ;  difatti  una  delle  più  inte- 
ressanti circostanze  che  avversava  la  calabra 
rivolta,  era  l'adesione  della  gran  maggioranza 
de'  deputali  alla  politica  del  governo  del  re. 
Quegli  onorevoli ,  dopo  le  pazzie  di  Montoli- 
vcto,  si  giustificarono  ed  ottennero  completa 
perdono  ;  onde  che  in  cambio  di  correre  al- 
l'appello di  pochi  forsennati,  riuniti  in  Cosen- 
za, intrigavano  in  Napoli  e  nelle  province  per 
essere  rieletti  da'  novelli  collegi  elettorali. 
Oltre  di  ciò  arrogi  che  i  calabresi  erano  di- 
già  annoiati  di  tanto  rumore  settario  e  spa- 
ventati dalla  tirannia  liberalesca.  Quando  i 
medesimi  ricorrevano  al  Ricciardi ,  per  mo- 
derare quello  stato  di  cose  intollerabile,  que- 
sti rispondeva  ,  essere  que'  mali  un  effetto 
necessario  della  rivoluzione  :  — r  che  bel  con- 
forto !  Si  è  perciò  che  da  tutt'  i  cittadini  sì 
desiderava  un  buon  nerbo  di  truppe  regie  , 
affinchè  i  medesimi  fossero  appoggiati  per 
mostrar  il  viso  a'  faziosi.  Infatti,  occultampnlp 
sollecitavano  il  governo  di  Napoli  per  mandar 
soldati  in  quelle  provincie  ed  in  yarii  paesi 
erano  cominciate  Je  reazioni. 

Il  ministero ,  dopo  di  avere  usati  tutti  i 
mezzi  conciliativi,  per  ispegnere  la  rivolta  ca- 
labra, si  decise  abbatterla  con  le  armi.  At- 
teso che  la  maggior  parte  della  truppa  dispo- 
nibile trovavasi  in  Lombardia  e  sparpagliata 
nelle  province,  a  stento  potette  raggranellare 
circa  settemila  uomini  per  formarne  tre  schijS- 


—  471  — 

re.  Una,  forte  di  tremila  soldati  e  quattro  can- 
noni di  montagna  era  guidata  dal  generale 
marchese  Ferdinando  Nunziante  ,  che  partì 
-da  Napoli  il  14  giugno,  e  il  di  seguente  sbarcò 
al  Pifczo,  affrettandosi  di  correre  a  Monteleone 
per  occupare  quella  interessante  posizione. 
La  seconda  schiera  di  duemila  soldati ,  sotto 
.gli  ordini  del  general  Busacca,  sbarcò  in  Sa- 
prì, il  10  dello  stesso  mese  ;  altri  duemila, 
diretti  dal  generale  Ferdinando  Lanza  ,  mar- 
ciarono per  la  via  di  Potenza  dalla  parte  di 
Lagonegro  ,  per  congiungersi  al  bisogno  col 
Busa  ce  a.  Lanza  e  Nunziante  ,  da  punti  oppio* 
«ti  ,  accennavano  a  Cosenza  ,  contro  la  testa 
della  rivoluzione  ,  stringendo  ed  urtando  le 
masse  sollevate;  e  l'altro  generale,  sebbene 
-cinto  di  rivoltosi,  dovea  rivolgersi  a  quel  pun- 
to, che  fosse  più  necessario  alle  operazioni 
«ielle  altre  due  schiere. 

Quo'  tre  generali,  prima  di  venire  alla  fu- 
nesta ragion  delle  armi,  tentarono  richiamare 
t"  traviati  al  retto  sentiero  con  proclami,  pro- 
mettenti perdono  ed  og-ni  maniera  di  agevo- 
lazione, facendo  conoscere  le  paterne  inten- 
zioni del  re,  il  quale  conservava  incolume  la 
giurata  Cfobtititeiofte  ,  ad  onta  che  i  deputati 
faziosi  T  avessero  violata.  I  proclami  di  Nun- 
ziante ,  diretti  a'  calabresi  ,  perchè  pacati  e 
concilianti  ,  i  rivoltosi  li  giudicarono  effetto 
4i  paura  e  di  viltà,  e  quindi  risposero  a  quel 
generale  con  altri  proclami  pieni  d*  insulti 
3a  trivio,  fra  le  altre  còse  diceano  che  il 
Nunziante,  mentre  usava  il  linguaggio  dell'a- 
gnello-,  mostrava  le  zanne  di  lupo:  di  ugual 
modo  si  rispose  agli  altri  generali. 

- 


—  472  — 

Busacca  fa  il  primo  a  venire  alle  mani  coi 
ribelli,  attaccando  il  Ribotti,  che  era  marciato 
contro  di  lui  con  varie  bande  armate  ,  alle 
quali  dava  il  titolo  di  divisione.  Questa  occu- 
pò le  gole  di  Lungro  e  Gassano  ;  e  sebbene 
il  Ribotti  avesse  più  di  quattromila  uomini 
sotto  i  suoi  ordini  e  i  capi  squadra  Mauro, 
Petruccelli  e  Mileti,  nonpertanto  era  sconfor- 
tatissimo  della  sua  posizione,  essendo  la  sua 
^ente  indisciplinata  ,  e  senza  voglia  di  bat- 
tersi contro  i  regi.  I  ribelli,  mentre  saccheg- 
giavano le  case  de'  realisti  presso  Castrovil- 
làri,  il  Busacca,  il  18,  investì,  senz'  ordine» 
Spezzano  Albanese  ,  ove  si  erano  fortificate 
varie  squadre  e  fu  costretto  {dare  indietro, 
ma  senza  essere  perseguitato. 

Dopo  pochi  giorni  giunse  il  generale  Lanza 
con  la  sua  colonia,  e  si  fece  di  tutto,  da'  ri- 
voltosi, per  impedire  la  sua  congiunzione  eoa 
Busacca  ;  ma  tutto  riuscì  vano  ,  ad  onta  che 
/ossero  rotti  i  ponti,  asserragliate  e  distrutte 
le  strade.  A  Campotenese  accadde  uno  scon- 
tro con  la  peggio  dei  ribelli,  un  altro  a  Ca- 
strovillari,  ove  fu  rotto  e  vinto  Mileti  (1),  che 

(1)  Costui  dopo  avere  scritto  ampollose   spacco» 
t  nate  nelle  sue  lettere  dirette  al  Comitato  di  salute 
*  pubblicay  dopo  di  avere  proposte  al  medesimo  leg- 
gi draconiane  contro  i  militi  fuggitivi    o  disertori  , 
.  fu  egli  il  primo  a  fuggire  e  disertare.  Ricciardi,  in 
mi- rapporto,  del  20  giugno  1848  ,  N^  542  ,  diretto 
al  Colonnello    dello  Stato  Maggiore   siculo  ,  accasa 
Pietro  Mileti  «  d*  imporre  tasse  forzose  di  parec*, 
a  chie  migliaia  :  e  ciò  di  sua  testa,  e  quello  cb'è 
«  peggio  senza  esservi  spinto  da  veruo  bisogno  »  — 
£  questi  sono  i  prodi,  i  patrioti  tanto  decantati  dai 
loro  amici....! 

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—  473  — 

più  non  fu  visto  da'  suoi  dipendenti.  Carducci 
riunì  circa  cento  uomini ,  che  appellò  com- 
pagnia della  morte  ;  volea  gettarsi  in  Basili- 
cata, e  fu  abbandonato  da  quella  compagnia; 
vedendosi  duce  senza  soldati,  fuggì  verso  Sa- 
pri, per  uccidere  il  suo  antagonista  Peloso  e 
suscitare  rivoluzioni.  Mauro  accusava  Ribotti, 
che  non  seppe  approfittare  del  primo  vantag- 
gio presso  Spezzano  Albanese;  questi  Io  rim- 
proverava perchè  promotore.,  d'  insubordina- 
zione. Mentre  si  bisticciavano  tra  loro  con. 
parole ,  e  scrivendo  rapporti,  il  primo  a  Co- 
senza ,  il  secondo  a  Paltrmo,  gettandosi  V  un 
l'altro  addosso  le  colpe  comuni;  Lanza  e  Bu- 
sacca  si  congiungevano  in  Castrovillari  il  3 
luglio. 

La  rotta  di  Campotenese  accrebbe  la  con- 
fusione e  lo  spavento  de'  tristi  in  tutti  quei 
vicini  paesi  ;  maggiormente  che  giungeva  e- 
ziandio  la  notizia  dell'altra  rotta  toccata  a'  ri- 
belli in  Bevilacqua,  ove  furono  dispersi  dal 
generale  Nunziante,  come  dirò  tra  non  molto. 
I  faziosi  però  raddoppiarono  di  stravaganze  ed 
efferatezze,  creando  tribunali  per  fucilare  ih 
poche  or*  i  realisti  ,  ed  imponendo  al  clero 
ed  a'  vescovi  di  bandir  dal  pergamo  la  cro- 
ciata contro  il  re  e  la  truppa.  Nonpertanto 
il  loro  regno  era  già  finito ,  le  popolazioni , 
vedendoli  fuggitivi  ne  profittavano  con  disar- 
marli o  cacciarli  da'  paesi  che  voleano  met- 
tere in  maggiore  scompiglio. 

Il  Comitato  di  Cosenza,  perchè  trovavasi  in 
salvo,  ostinavasi  a  voler  continuare  una  guerra 
fratricida  senza  nessuna  probabilità  di  vince- 
re.  Onde  che  si  affrettò  di  estorquere  altre 

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—  474    - 

«omme  da' proprietarii,^  con.raodi  abbointne- 
voli,  e' richiamò  gli  armali  «del  campo  di  Pao- 
la ,  affine  di  mandarli  presso  Ribolli,,  fper 
rinfrancarlo  delle  patite  sconfitte.  Ma  costui, 
vedendo  che  il  temporale  si  approssimava , 
poiché  le  regie  truppe  «mano  mano  «compi- 
vano i  loro  disegni  di  guerra,  abbandonò  il 
-campo  e  si  ridusse  in  Cosenza  ,  col  prelesto 
«he  colà  avrebbe  meglio  distrutti  i  nemici  ; 
spacciandosi  ad  arte  essere  state  battiti*  e 
sbandate  le  milizie  .guidate  dal  general  Nun- 
ziante. 

Dopo  la  ritirata  di    Ribotti  in  Cosenza  e  la 
-  rotta  tii  Bevilacqua,  il  Comitato  di  salute  pub- 
blica  o  governo  centrale   delle  Calabrie  non 
si  tenne  più  sicuro  in  quella  città  ;  egli  che 
avea  proclamata  Cosenza ,   la  tomba   ove  sa- 
rebbe seppellita  la  fortuna  de'  regi  l  Difatti  il 
3  luglio  divulgò  un  avviso  agli  abitanti  di  Ca- 
labria Citra  ,    nel  quale  assicurava  ,    che  la- 
sciava Cosenza  perchè  non  era  un  sito  stra- 
tegico, e  si  ritirava  in  Catanzaro  per  meglio 
^organizzare  la  rivolta.  Promettea  fermezza  nei 
{principii  da  esso  proclamati  il  2  giugno,  e  che 
avrebbe  allargala  la  rivoluzione  nel  resto  del 
Regno  c<  n  l'aiuto  de*  fratelli  di  Sicilia. — E- 
rano  le  promesse  e  le  ostentazioni   del  iner- 
ente alla  vigilia  del  suo  fallimento! 

I  padri  della  patria,  coraggiosi  soltanto  ? 
far  leggi  draconiane  e  seviziare  i  pacifici  cit- 
tadini, senza  ancor  sentire  il  rombo  del  can- 
none de'  regi,  se  la  svignarono  da  Cosenza  e 
si  rifugiarono  in  Catanzaro  ,  ove  trapianta- 
rono il  così  detto  Comitato  di  salute  pubbli* 
ca.  Ma  questa  città  era  assai  meno  rivoluzio- 

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_  475  — 

«nana  della  prima  ,  e  que*  poveri  governanti 
«zingari,  sentendo  venir  meno  il  loro  elemen- 
to, cominciarono  a  dubitare  del  loro  burle- 
vole e  nefasto  potere,» 

Appena  i  cosentini  si  liberarono  di  quei 
pazzi  rivoluzionarii,  elessero  una  deputazione 
ile'  più  distinti  cittadini  ,  a  capo  de'  quali  il 
Te  scovo,  e  la  mandarono  a  Castrovillari  presso 
il  general  Busa  ce  a,  perchè  il  medesimo  si 
fosse  affrettato  ad  occupare  la  loro  città»  La 
quale,  spazzata  del  comitato  e  de' ribelli,  ion 
ansia  attendea  i  poldati  del  suo  re,  per  gua- 
rentirle quella  devozione,  che  sempre  àvea 
nutrito  verso  un  sovrano  benigno  e  clemen- 
te. Quel  generale  ,  aderendo  alle  premure 
-della  deputazione,  tra  gli  evviva  al  re  e  alla 
truppa,  entrò  in  quella  Cosenza,  che,  secondo 
le  millanterie  del  comitato  di  talute  pubblica, 
dovea  essere  la  tomba  de*  regi. 

Prima  che  le  sopraindicate  cose  avvenis- 
sero nella  Calabria  Citra,  di  già  altre  bande 
rivoluzionarie  si  erano  riunite  in  Filadelfia, 
«  il  generale  Nunziante,  partito  da  Monteleo- 
ne  il  26  giugno,  andava  colà  per  distruggere 
«una  insensata  e  truce  rivoluzione.  Avendo 
egli  ricevuto  un  rinforzo  di  cinque  battaglioni 
e  due  cannoni  ,  di  quelli  reduci  dalla  Lom- 
bardia, diresse  il  maggiore  Grossi  con  mille 
e  duecento  uomini  e  due  pezzi  di  montagna 
per  la  strada  vecchia  ,  onde  assalire  a  terga 
il  campo  di  Filadelfia.  Egli  poi ,  col  resto 
della  soldatesca  ,  meno  qualche  battaglione 
ebe  lasciò  in  Monteleone  ,  si  diresse  verso 
C  Angitola ,  col  disegno  di  spazzare  il  paese 
da'  faziosi  e  coinriungersi  a  Maida  col  Grossi. 

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—  476  — 

G'insorti,  all'avvicinarsi  de'regi,  lasciarono 
il  campo  di  Filadelfia  a  si  diressero  versa 
Angitola  per  combatterli  ,  impossessandosi 
delle  posizioni  più  interessanti  ,  e  disponen- 
dosi alla  meglio,  protetti  da'loro  cannoni,  dalie- 
boscaglie  e  dall'  asprezza  di  que'  luoghi. 

La  mattina  del  27  si  venne  a  furiosa  zuffa,, 
tuonando  il  cannone  dall'una  e  dall'altra  parte: 
l' Archimede  e  Y  Antelope  ,  piroscafi  regi,  co- 
steggiando il  lido  ,  sbaragliavano  gì'  insorti* 
Costoro  in  Angitola  fecero  prodigi  di  valore, 
ma  l'arte  ed  il  coraggio  della  soldatesca  pre- 
valsero sopra  quelle  masse  disordinate.  Però* 
il  combattimento  divenne  micidiale  per  amba 
le  parti  a  Campolungo,  presso  Bevilacqua,  ove 
erano  ripiegate  quelle  bande  ;  le  quali ,  es- 
sendo in  gran  numero,  e  profittando  dell'op- 
portunità de'luoghi,  presero  l'offensiva.  Pochi 
battaglione  regi,  adirati  di  trovare  quella  ina- 
spettata resistenza ,  quando  già  credevano  a- 
vere  in  pugno  la  vittoria  ,  con  troppo  ardi» 
mento  si  slanciarono  sopra  i  ribelli  -,  fugan- 
doli da  per  ogni  dove.  Gli  altri  soldati ,  in 
cambio  di  appoggiare  i  compagni ,  sobillati 
dal  tenente  Zupi  (1),  rimasero  sulla  pubblica 


(l)  Era  costui  un  arrabbiato  carbonaro  del  1820,. 
che  dopo  varie  suppliche,  raccomandazioni  e  proteste 
di  fedeltà  al  sovrano,  da  poco  avea  ottenuto  di  rien- 
trare nell'  esercito,  con  la  promessa  di  essere  pro- 
mosso ne'  gradi  della  milizia  appena  si  fosse  distin- 
to in  quella  guerra;— e  si  distinse  in  un  modo  de-, 
gno  di  simile  gente!  Erano  questi  gli  ufficiali  che 
poi  gridavano  contro  Ferdinando  li ,  perchè   li  ban- 

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—  477  — 

via   inoperosi;  e  quando  videro  altri  sollevati» 
che    da  più  punti  opposti  tentavano  scendere 
su   quella  pubblica  via  per  assalirli,  fuggirono 
al   Pizzo  ,  senza  essere  punto  inseguiti  ,  por- 
tandosi i  cavalli  degli  uffìziali  dello  Stato  mag- 
giore e  quelli  del  Nunziante.  Que'  fuggiaschi 
divulgarono  in  quel  paese  la  disfatta  dell'in- 
tiera colonna  regia,   e  quella  falsa  notizia  si 
divulgò  rapidamente  per  tutto  il  Regno. 

I  giornali  rivoluzionarii  annunziarono  i  fatti 
di  Bevilacqua  con  enfatiche  frasi  e  con  l'ag- 
giunta  di  menzogne  ,    asserendo  eziandio   di 
essere  stato  ucciso   nel  conflitto    il  generale 
Nunziante  ;   mentre  questi  era  rimasto  inco- 
lume, malgrado  che  si  (osse  lanciato  in  mezzo 
la  mischia   per  ispingere   i  soldati  in  avanti 
contro  i  nemici.   Difatti    quel  generale,   in- 
sieme al  suo  Stato  maggiore,    scese   da  ca- 
vallo per  guidare  i  suoi  dipendenti  in  luoghi 
scoscesi  e  difficili  ;  fu    allora  che  i  soldati , 
consigliati  dal  tenente  Zupi,  si  ritrassero  por- 
tandosi i  cavalli  dello  Stato  maggiore  e  quelli 
del  generale. 

I  fatti  d'armi  di  A  agitola  ,  Campolungo  e 
Bevilacqua,  furono  micidiali  per  ambo  le  par- 
ti combattenti  ;    nulla    si    seppe  del  numero 


divi  dall'esercito,  mentre  accordava  loro  mezza  pagai 
Intanto  secondo  i  nostri  attuali  padroni,  quel  so- 
vrano era  un  tiranno ,  ed  eglino  ,  che  calpestarono 
tutte  le  capitolazioni  del  1860  e  61,  riducendo  alla 
elemosina  tanti  onesti  e  valorosi  uffìziali  ,  sono  gli 
umanitari,  la  stessa  giustizia  personificata,  i  reden- 
tori degli  oppressi  I 

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—  «8  — 

de* morti;  il  certo  si  è  che  vinsero  i  règi  e 
bivaccarono  sul  luògo  del  coaibattimento:  ove 
tra  gli  altri  estinti  si  trovarono  il  noto  re- 
pubblióano  ìfazzei  e  il  ricevitor  generate  Mo- 
relli, divenuto  allora  generale  di  armata. 

14  maggiore  Grossi,  che  dòvea  prendere  alle 
«palle  i  rivoltosi,  accampati  in  Filadelfia,  pri- 
ma di  giungere  in  questo  paese ,    fa  incon- 
trato  da  una    deputazione   di  cittadini ,  che 
l'invitava  ai  occuparlo  pacifibamente»  non  es- 
sendovi  più  bande  *  perchè    andate  altrove. 
Quel  maggiore  prese  posizione  militardiente 
fuori  l'abitato,  e  spinse  dentro  un  drappello  di 
truppa:  ma  questo  Ai  ricevuto  a  schioppettate! 
Tutta   la  soldatesca ,    in  vista  di  quei  tradì» 
«mento,  si  avventò  contro  gli  assalitori  ed  av- 
venne un  breve  ma  sanguinoso  conflitto.  Fi- 
ladelfia  fu  espugnata ,   e   dà'  soldati,  furono 
saccheggiate  la  case  donde  si  erano-  tratte  le 
prime  fucilate.  I  regi  presero  cinque  canno- 
ni, raccolsero  gran  quantità  di  munizioni,  e 
fecero  varii  prigionieri,  tra  cui  Stili itano. 

Grossi ,  dopo  quel  fatto  d'  armi,  si  diresse 
al  Pizzo,  e  prima  di  giungervi  seppe  da' sol- 
dati sbandati  la  falsa  notizia  della  disfatta  di* 
Nunziante  ;     perluchè  giudicò  opportuno  ri- 
manere in  quel  paese,  per  conoscere  il  vero 
stato  delle  cose  e  per  ristorare  la  sua  gente. 
Or  mentre  i  soldati  riposavano,  il  castaido  di 
Stillitano  ne  uccise  uno  del  6°  cacciatori  con 
una  fucilata.  Allo  scoppio  di  quell'arma,  alla 
vista  del  Compagno  ucciso,  i  regi,  credendosi 
traditi   e  sopraffatti   da'  nemici  ,  corsaro  alle 
armi,  e  con  ira  cieca    inveirono  contro  i  pa- 
cifici cittadini.  Miseranda  fu  quella  giornata 

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-  479  — 

el   Pizzo;  case»  masserizie  ed  abitanti  rima* 
ero    in  balìa  di  furibonda  soldatesca  (1).  Gli 
iffìziali,  con  gran  pericolo,  sr  slanciarono  tra 
jli  assalitori  e  le  vittime»  e  molte  di  questa 
fio  salvarono  ,  scongiurando  altre  e  maggiori 
rovine    a  quel  desolato  paese.  Riprovevolis- 
sima  quella  soldatesca  per  aver  fatto  in  modo* 
da  disonorare  una  giusta  causa  che  difende- 
va,  ma  più  che  infame  colui  che  fu  causa  di 
tanto  disastro  ;    e  ciò    per  la  sola  smania  di 
uccidere    vilmente  un  soldato    che    dormiva* 
^enza  alcun  vantaggio  per  la  rivoluzione.  Son 
questi  degli  esseri  che  qualunque   siasi  par-* 
tito  dovrebbe  respingere  dal    suo  seno,  anzi 
.  inflìggere    loro    punizioni    esemplari  ;     non- 
pertanto   quello  scellerato   castaido   di  Stilli- 
tano  fu  da'  ribelli  proclamato  un  altro  Orazio 
Coclite  ,  un  Pietro  Micea  ,   senza  curarsi  dei 
danni    che  soffrirono  tanti  pacifici    ed  onesti 
cittadini. 

I  ribelli,  dispersi  a  Bevilacqua,  si  riunivano 
a  drappelli  e  si  vantavano  vittoriosi;  nel  me- 
desimo tempo  briganteggiavano  in  que'  paesi 
non  occupali  dalia  truppa;  ed-  in  S>  Severino 
principalmente,  lasciarono  tristi  ricordi  all'fe» 
zienda  arcivescovile.  Le  popolazioni ,  cono* 
scendo  che  i  rivoltosi  erano  stati  battuti,  re* 
spinge  vanii  appena  i  medesimi  si  avvioinas* 
aero  a  qualche  paese  ,    sapendo  ohe  faoeano 

(1)  Tra  gli  altri*  furono;  uccisi  il  padre  ed  il  fra» 
tello  del  deputato  Musolioo  ;  quelle  stesso,  che  il 
Napoli  dopo  il  t&  maggio,  atea,  consigliato  al  Rio- 
ciudi  di  sollevare  le  Calabrie  contro  il  legittimo  so» 

vrano. 

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—  4S0  — 

larghi  salassi  alle  casse    pubbliche  ed  a*  ric- 
chi cittadini. 

Nunziante ,  preoccupato  per  le  mancategli 
notizie  del  maggiore  Grossi,  si  decise  retro- 
cedere ai  Pizzo  ,  ove  trovò  il  resto  della  «uà 
colonna ,  a  metà  sbandat?,  e  1'  altra  di  quel 
maggiore.  Cenoscendo  le  felici  condizioni  del- 
le altre  due  schiere  ,  comandate  dà'  generali 
Lanza  e  Busacca,  si  argomentò  battere  e  schiac- 
ciare la  calabra  rivoluzione.  Però,  in  confor- 
mità de*  suoi  principii  e  degli  ordini  ricevuti 
dal  re,  volea  ottenere  il  suo  scopo  senza  ver- 
sar sangue  ;  quindi  in  cambio  di  proseguire 
a  perseguitar  le  bande  rivoltose,  già  disperse 
e  raminghe  ,  scrisse  al  vescovo  di  Nicastro  ,  ' 
pregandolo  di  compiere  con  la  pietosa  parola 
r  opera  riparatrice  che  egli  avea  cominciata 
e  bene  avviata  con  le  armi.  Raccomandava  a 
quel  prelato,  che  facesse  conoscere  a'  ribelli, 
essere  il  re  dispostissimo  alla  clemenza,  col 
patto  però  che  non  si  straziasse  di  più  la  de- 
relitta Calabria  col  suscitare  altre  inutili  guer- 
re civili. 

Di  già  le  vittorie  de'  regi ,  la  punizione  di 
Filadelfia  e  gli  orrori  del  Pizzo,  aveano  fattq 
conoscere  agi'  illusi ,  ehe  il  governo  del  re 
non  usava  moderazione  per  paura,  ma  perchè 
abborriva  il  sangue  cittadino;  e  che  le  tante 
strombazzate  vittorie  de'  ribetli  esistevano  sol- 
tanto nelle]- chiacchiere  e  millanterie  de'  gior- 
nali settarii.  Per  la  qual  cosa  le  città  ed  i 
paesi  cominciarono  a  scacciare  i  capi  della  ri- 
volta, e  mandar  deputazioni  di  pace  e  sotto- 
missione al  Nunziante.  I  regi  erano  dovunque 
acclamati  con  istrepitosi  evviva,  perchè  tute- 

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—  481  — 

lari    di     queìla  vera  libertà,  che  è  l'ordine  e 
tal  giustizia.  Catanzaro,  sulla  quale  la  rivolu- 
zione    facea  conto   per  rinfqcolare   la  guerra 
«civile,    non  volle  ricevere  gli  avanzi  delle  ban- 
de  fuggite  da  Bevilacqua;  die  soltanto  il  pane 
per  isfamarle  e  circa  duemila  ducati.  Espulse 
&aA\e   sue  mura   il   Comitato  di   salute  pub* 
*blica9  minacciando  respingere  la  forza  con  la 
forza;   e  mandò  oratori  al  Nunziante,  invitan- 
dolo a  recarsi  colà  per  rimettere  Y  ordine  e 
la  giustizia.  Queir  inviso  e  ridevole  Comitato 
soffrì  eziandio  l'umiliazione  di  non  essere  più 
riconosciuto  dallo  stesso  Ribotti,  generale  in 
^apo  dell'  esercito  ealabro-siculo  ,  come  rile- 
vasi da  una  geremiade  sottoscritta  da'  compo- 
nenti il  medesimo  Comitato  ,  data  da  Tiriolo 
il  6  luglio  1848.  In  effetti,  appena  que*  padri 
della  patria  videro  approssimarsi    la  bufèra , 
fuggirono  a  Corfù,  lasciando  alla  desolata  Ca- 
labria una  eredità  di  dolori  e  di  lagrime.  Cosi 
^bbe  fine    quest'  altro  cruento   tentativo   per 
isbarazzarsi  di  un  sovrano  benefico  e  clemen- 
te, soltanto  odiato  dalla  sètta  perchè  il  mede- 
simo non  la  volle  intronizzare  nel  suo  Regno, 
e   non  si  volle    far  detronizzare  dalla  stessa. 
Ricciardi  ed  i  suoi  ministri,quando  furono  in 
salvo,  compilarono  una  declamatoria,  che  poi 
fecero  stampare  in  Roma,   contro  Ferdinan- 
do li  e  contro  il  generale  Nunziante;  perchè 
quegli  avea  dato  i  giusti   e  salutari  ordini  di 
abbattere  la  rivoluzione,  e  questi,  da  soldato 
valoroso  e  fedele,  aveati  eseguiti. 

Ribotti,  vedendosi  perseguitato  da'  regi,  si 
raccomandò  al  vescovo  di  Nicastro  ;  il  quale 
scrisse  al  generale  Nunziante,  pregandolo  che 

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-  482  — 

accordasse  il  permesso  a  quel  capo  ribelle  di 
ritirarsi  in  Sicilia  senza  molestia  con  tutti  i 
siciliani,  che  avea  condotti  in  Calabria.  Quel 
generale  rispose:  Il  re  grazierebbe  i  sudditi 
ribelli  ,  ma  Ribotti  e  gli  altri  stranieri  suol 
compagni  si  dovessero  rendere  a  discrezione. 
Fu  quindi  suprema  necessità  per  tutti  quegli 
avventurieri  prendere  la  via  di  Catanzaro  e 
giungervi  prima  de'  regi.  Ribotti  avea  scritto 
in  Messina  al  rivoluzionario  console  francese 
Mericour,  e  al  potere  esecutivo  di  quella  cit=* 
tà  ,  esponendo  loro  il  suo  stato  deplorevole, 
e  chiedendo  due  vapori  per  ritornare  co'  suoi 
commilitoni  in  Sicilia.  Dal  console  gli  fu  spe- 
dito il  piroscafo  Brazier  ed  un  altro  dal  go- 
verno siculo  con  bandiera  prussiana;  commet- 
tendo a'  capitani  di  que'  legni  di  salvarlo  in- 
sième alla  sua  gente  per  la  via  dell'  Adriati- 
co: ma  né  l'uno  nò  l'altro  giunsero  a  tempo. 

Nunziante  teneva  d'  occhio  le  mosse  dei 
siciliani  capitanati  da  Ribotti  ,  e  sperando  di 
coglierli,  correva  a  Catanzaro  ;  quelli  veden- 
dosi inseguiti  si  gittarono  sulla  spiaggia  del- 
l' Jonio,  ove  trovarono  due  trabaco  li,  su  cui  ia 
fretta  Rimbarcarono  con  sette  cannoni  la  sera 
del  6  luglio. 

Si  disse  che  il  brigadiere  Nicoletti  avesse 
protetto  indirettamente  queir  imbarco  ,  aven-? 
do  ,  quel  medesimo  giorno ,  ripiegato  sopra 
Reggio  contro  gli  ordini  del  Nunziante.  Non- 
pertanto, quésti,  saputo  l' imbarco  de'  sicilia- 
ni, se  risse  subito  a  Salazar,  comandante  dello 
Stromboli  „  che  trovavasi  in.  crociera  a  Spar- 
tivento  #  di  dar  la  caccia  a'  fuggitivi  che  na-? 
vigavano  verso  Corffr.  Quel  comandante  ese- 

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—  4S3  -.- 

guì  gli  ordini ,  e  via  facendo,  scoprì  una  pic- 
cola barca  a  remi ,  che  conducea  sedici  capi 
rivoluzionarii,  che.  aveano  fatto  parte  del  Co- 
mitato di  salute  pubblica  e  d'altre  magistra- 
ture: ma  credendoli  pescatori  non  li  molestò. Il 
Salazar  contrasse  fin  da  allora  il  vezzo  di  far 
poca  attenzione  in  simili  incontri  (1). 

Salazar  ,  dopo  di  aver  fatto  navigar  libero 
l'ex  presidente  delle  Calabrie  ed  i  suoi  mi* 
Distri ,  si  avanzò  alla  volta  di  Corfù ,  e  la 
mattina  dell'll,  a  circa  20  miglia  lontano  da 
quell'Isola  (allora  sotto  il  protettorato  inglese) 
scoprì  i  tra  baco  li  che  couduceano  il  Ribotti 
co'  suoi  dipendenti  ;  alzò  bandiera  inglese  , 
quando  venne  a  tiro,  issò  quella  napoletana, 
•  tirando  un  colpo  di  cannone  a  polvere  » 
li  chiamò  a  sé;  vedendo  che  non  obbedivano, 
trasse  un  altro  colpo  a  palla.  Allora  i  pa- 
droni di  que'  trabacoli  ammainarono  le  vele 
e  scesero  in  due  barchette  ,  uno  recando 
seco  il  Ribotti ,  l' altro  solo.  Salazar  disar- 
mò que'  rivoluzionarii ,  e  dopo  di  avere  ri* 
morchiati  allo  Stromboli  i  due  legni,  li  con- 
dusse a  Reggio.  11 13  luglio  sbarcò  in  Napoli 
560  fucili,  la  bandiera  jsicula,  sette  cannoni  e 
circa  600  prigionieri  ,  tra  cui  Ribotti,  Far- 
della  ,  Grammonte  ,  Landi  ,  Porcaro  ,  Giaco- 
mo Longo,  Mariano  delli  Franci,  Guiccione  e 

(1)  Questo  uffiziale  superiore  della  real  marina  , 
nel  1860  ,  mentre  dava  la  caccia  all'  oste  garibal- 
desca  ,  nelle  acque  presso  Mileto  io  Calabria ,  per 
simile  disattenzione,  lasciò  passar  libero  sotto J  suoi 
baffi  un  piroscafo  sardo ,  che  conducea  Garibaldi; 
e  fu  quella  una  disattenzione  che  produsse  la  rovi* 
na  del  trono  delie  Due  Sicilie. 

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—  484  — 

Francesco  Angarà;  questi  ultimi  quattro, diser- 
to ri    delle  regie  bandiere  ,  i  primi    tre,  uffi- 
ziali  ne'  corpi  di  artiglieria,  l'ultimo, sergente. 
Per  quella  cattura,  fatta  dal  Salazar,  si  gri- 
dò, da'  settarii,  alla  pirateria,  e  si  fece  gran 
chiasso  perchè  il  ministro  Bozzelli  sequestrò 
le  lettere  de'  prigionieri,  nelle  quali   rinven- 
ne interessanti  notizie,  che  gli  giovarono  per 
isventare  altre  mene,  congiure  e  rivoluzioni. 
Nientemeno  si  accusò  quel  ministro  come  in- 
frangitore  del  secreto  delle  lettere,  citandosi 
a  sproposito  gli  art.  29  e  30  dello  Statuto  co- 
stituzionale napoletano.    Qui    mi  mancano  le 
parole   per   istimatizzare    quest'  altra  enorme 
pretensione    contro    i    legittimi    governanti , 
mentre  vediamo    quel  che  fanno  i  rivoluzio- 
narli al  potere  ,    non  già  in  simili  casi  ,    ma 
per  affari  di  poco  momento  (1).  Una  tal  pre- 


ti) In  dicembre  del  1867  ,  a  causa  dell'  arresto- 
manìa  italiaoissima,  fui  arrestato  in  una  delle  vie  di 
Napoli.  Prima  di  tutto  i  nostri  rigeneratori  mi  con- 
dussero a  casa  mia ,  ove  misero  a  soqquadro  quel 
poco  di  roba  che  trovarono  ,  cercando  carte  e  leg- 
gendo anche  le  ultime  lettere,  che  aveami  scritte  il 
mio  genitore  nell'  ultima  sua  malattia.  Si  presero 
quelle  lettere  ed  altre  anche  di  famiglia  ,  per  lqg« 
gerle  con  più  comodo  in  Questura.  Indi  mi  mena- 
rono in  carcere,  in  mezzo  a7  ladri  di  mestiere  ,  ove 
mi  lasciarono  per  lo  spazio  di  undici  giorni ,  met- 
tendomi poi  in  libertà  con  un  scusate  V  incomodo. 
Però  non  vollero  neppure  rendermi  le  lettere  di  mio 
padre,  che  io  teneva  quali  preziose  reliquie;  l'ebbi 
dopo  un  anno,  e  non  tutte,  perchè  la  maggior  parte 
le  aveano  disperse.  Ecco  che  cosa  erano  e  spa'  oggi 
coloro  che  nel  1848  citavano  a  sproposito  gli  articoli 


—  485  — 

tensione  svela  chiaro  e  senza  orpelli  lo  scopo, 
4per  cui  i  settarii  vogliono  da'  sovrani  gli  sta- 
tuti costituzionali  :  cioè  per  ligar  le  mani  ai 
medesimi   e  congiurare  apertamente    ed  im- 
punemente. 

Di  tutti  i  chiassi  fatti  da'  settari  per  Y  ab- 
battimento della  calabra  rivoluzione  e  per  la 
cattura  de*  siciliani ,  il  più  che  ci  annoiava 
-era  lord  Palmerston  ,  Y  ordinatore  della  ghi- 
gliottina a  vapore  per  assassinare  i  ribelli  in- 
diani. Quel  nobile  lord  gridò  allo  scandalo  , 
all' immanità,  perchè  il  governo  di  Napoli  si 
era  arbitrato  arrestare  coloro  che  armata  ma- 
no erano  sbarcati  nelle  Calabrie  per  rivol- 
tarle contro  il  volere  delle  medesime  popo- 
lazioni. Dopo  di  essersi  messo  di  accordo  col 
governo  rivoluzionario  di  Palermo,  dal  quale 
si  fece  mandar  reclami  contro  il  re  di  Na- 
poli, ordinò  all'ammiraglio  'Parker,  che  stan- 
ziava neir  acque  di  Sicilia ,  di  recarsi  a  Na- 
poli con  la  flotta,  e  a  Napier,  ministro  bri- 
tannico presso  il  re,  di  spiegar  protezione  a 
favore  de'  catturati  nelle  acque  di  Gorfù. 

Queir  ammiraglio  ,  giunto  con  la  flotta  in 
questo  porto,  non  salutò  come  di  rito,  invece 
volle  leggere  la  nota  de'  prigionieri,  per  farsi 
consegnar*  qualche  suddito  inglese,  se  vi  si 
fosse  trovato  tra*  medesimi  :  come  se  agi*  in- 
glesi soltanto  fosse  lecito  esercitare  impune- 
mente il  mestiere  di  rivoluzionarii  ne'  regni 
altrui  1  Napier  volea  parlare  co*  prigionieri  , 
>ma  il  ministro  degli  affari  esteri  gli  disse,  che 

29  e  30  dello  Statuto  costituzionale  circa  il  secre- 
to delle  lettere  ! 


—  486  — 

le  leggi  proibivano  parlare    con  gli  accusati 
prima  dell'interrogatorio  de'  medesimi.   Dopo 
tante  pratiche,  tutte  capziose,  in  ultimo  schic- 
cherò due  note,  maravigliando  che  si  fossero 
arrestati   due  legni    da  una  nave    della   real 
marina  napoletana  nelle  acque    di  Corfù,  al- 
zando bandiera  inglese.  Gli  rispose  il  mede- 
simo ministro,    che  la  cattura  ebbe  luogo  in 
mare  neutro,  fuori  tiro  delle  fortezze  di  quel- 
risola,  e  secondo  le  leggi  internazionali.  L'es- 
sersi   alzata. bandiera  inglese    fu  uno   strata- 
gemma di  guerra  ed  è  secondo  le  consuetu- 
dini   di  tutte    le  flotte    del  mondo  ,  purché , 
prima  di  assaltarsi  il  nemico,  si  alzi   la  prò* 
pria;  come  fece  il  Salazar.  Le  recriminazioni 
e  le  capziosità  del  britannico  ministro  nulla 
ottennero  in  favore  de'  catturati;  e  quel  set- 
tario in  veste  diplomatica  fu  costretto  dichia- 
rarsi soddisfatto  ,    e  mandare  un  dispaccila 
Palermo  ,  in  cui  diceva   al  ministro  Stabile  : 
aver  fatto  di  tutto    per  liberare  i  prigionieri 
siciliani,  ma  sembrargli  essere  stati  catturati 
legalmente. 

Si  attendeva  che  i  prigionieri  fatti,  nelle 
acque  di  Gorfù  fossero  messi  sotto  giudizio  -r 
la  maggior  parte  de'  medesimi  era'  di  gente 
facinorosa,  ed  in  quello  stesso  anno  avea  sac- 
cheggiate e  massacrate  in  Palermo  ed  altrove 
tante  famigtie  di  uffìziali  regi."  Costoro  do- 
mandavano giustizia;  però  Ferdinando  II,  do- 
po di  aver  rigettate  le  pretensioni  di  un  po- 
tente straniero,  non  volle  far  mettere  in  istata 
di  accusa  que'  catturati,  qualunque  essi  si  fos- 
sero; ordinò  soltanto  che  venissero  condotti 
nell'isoletta  di  Nisida  presso  Napoli ,  e  dopo- 

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—  487  — 

un  anno  fece. loro  grazia,  mettendoli  in  li- 
bertà. 

Si  riunì  il  Consiglio  di  guerra  per  giudicare 
i  quattro  disertori;  nominati  di  sopra:  condan- 
nò a  morte  Delti  Franci  e  Longo  perchò  alla 
loro  diserzione  univasi  il  carico  di  avere  com- 
battuto contro  le  reali  milizie.  Dichiarò  non 
colpevole  Guecioni,  essendo  stato  fatto  pri- 
gioniero da'  ribelli  alla  Mongiana,  e  fu  messo 
in  libertà*.  Angherà  non  fu  [ritenuto  come  di- 
sertore, perchè  si  era  congedato  dall'esercito 
regio,  e  quindi  inviato  a'  tribunali  ordinarli. 

Èra  giorno  di  venerdì ,  ed  essendo  allora 
pio  costume  di  sospendersi  Y  esecuzioni  ca- 
pitali, quella  di  Longo  e  delli  Franci  si  pro- 
rogò alla  dimani.  I  difensori  di  costoro  sup- 
plicarono la  sovrana  clemenza,  ed  il  tiranno 
concesse  grazia  della  vita,  e  senza  farsi  punto 
pregare.  I  settarii  calunniatori  de'  Borboni , 
anche  ottenendo  grazie  da'  medesimi ,  mali- 
gnano sulla  stessa  clemenza ,  come  maligna- 
rono su  quella  di  Ferdinando  II,  pubblicando 
«opra  i  giornali  faziosi,  che  quel  sovrano  a- 
vea~fatto  grafia  a  que'  due  disertori,  perchè 
imposta  dalla  diplomazia  francese.  Il  ministro 
<ii  Francia ,  de  Bois-le*Conte ,  indegnato  ri- 
spose con  la  stampa  dicendo  :  La  grazia  do- 
versi al  cuore  del  re,  che  libero  e  spontaneo 
ayeala  largita.  Oh,  sotto  il  Regno  de'  Borbo- 
ni, proclamati  tiranni  e  peggio  da  settarii,  si 
potea  far  senza  paura,  anzi  con  profitto,  il  me- 
stiere di  rivoluzionario  ! 

Longo  e  delli  Franci  furono  condotti  nella 
fortezza  di  Gaeta;  e  liberati  nel  1860,  impu- 
gnarono le  armi  contro  il  figlio  di  colui  che 

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—  488  — 

avea  lor  fatto  grazia    della  vita  :  furono  pro- 
clamati martiri,  Ferdinando  II  tiranno  sangui- 
nario. Lo  straniero  Ribotti,  venuto  nel  Regno 
per  capitanare   la  rivoluzione  contro  la  gran 
maggioranza  de'  calabresi,  fu  messo  in  libertà 
nel  1854;    e   fu  eziandio  proclamato  martire 
da'  rigeneratori  del  1860,  tiranno  incorreggi- 
bile chi  lo  liberò.  Que'  medesimi  rigeneratori 
si  dissero  giusti,  umanitarii»  ottimi,,  massimi» 
perchò  nel  1861,  senza  legale  giudizio,  fuci- 
larono lo  spagnuolo  generale  Bories  con  altri 
ventuno    distinti   personaggi  ,    compagni   del 
medesimo,  pugnanti  pel  legittimo  sovrano  in 
questo  Regno  l 

Il  generale  marchese  Ferdinando  Nunzian- 
te ,  trovandosi  in  Catanzaro  ,  con  modi  uma- 
nissimi riordinò  Y  amministrazione  della  Ca- 
labrie ,    proibendo  alle  popolazioni   di  perse- 
guitare i  così  detti  liberali;  in  breve  e  senza 
violenze    o    soprusi    ridonò  la  pace    a  quelle 
afflitte  province.  Quel  generale,  tanto  calun- 
niato da'  settarii ,  fu  per  costoro  l' uomo  piò* 
generoso,  e  direi  quasi  il  protettore  de'  me» 
desimi.    Ma  egli  era  fedele  al  proprio  giuro- 
e  alla  dinastia  regnante,  ed  ecco  il  suo  gran 
delitto  agli  occhi  della  setta.  S'  egli  si  fosse 
fatto  battere  nelle  Calabrie,  o  avesse  tradito, 
sarebbe   stato  proclamato    gran  patriota,  uh 
distinto  generale;  e  perchè  &ò  non  fece,  gli 
si  prodigarono    le  più  odiose  ingiurie.    Nun- 
ziante   fu  abbeverato   di  amarezze   per  aver 
fatto  il  suo  dovere,  ritardando  di  dodici  anni 
la  catastrofe  di  questo  Regno.  Allora   non  si 
valutarono  i  suoi  immensi  servizii  da  chi  ne 
avea  Y  obbligo,  ma  gli  rimase   Y  inestimabile 

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—  489  — 

vanto  di  aver  salvata   la  sua  patria  dagli  or- 
rori   della  guerra  civile,  e  di  avere  scongiurata 
clie    fosse  cancellata  dal  novero  delle  nazioni. 
Que'  ribelli ,    che   non  vollero  approfittare 
&fella   clemenza  sovrana  ,    andarono  raminghi 
pel   Regno,   tentando  di  suscitare  altre  rivo- 
luzioni; tra  cui  si  distinsero  Mileti,  Carducci 
ed  un  poco  il  Petruccelli.  Il  primo,  errando  - 
per  monti  e  boschi,  giunse  in  quello  di  Gri- 
maldi e  chiese  ricovero  a  taluni  pastori;  co- 
nosciuto da  chi  egli  avea  maltrattato,  venne 
denunziato  agli  urbani  ;  e  costoro  ,  il  13  lu- 
glio ,  lo  assalirono  ,  e  perchè  non  volle  ren- 
dersi fu  ucciso.  Si  disse  che  la  testa  del  Mi- 
leti    fosse  stata  portata   a  Cosenza  ,    orrendo 
spettacolo  d'immanità,  disapprovato  da'  gover- 
nanti di  Napoli.  Il  Petruccelli  si  era  ascoso  , 
ma  visto  da  taluni ,    che   lo  scambiarono  per 
Ribotti,  stette  per  essere  ucciso,  ma  egli  svelò 
il  suo  nome, e  così  fu  salvo;  nonpertanto  venne 
messo  in  prigione ,  donde  fuggito ,  riparò  in 
Basilicata,  e  colà  rimase  occultato  per  molto 
tempo. 

Carducci ,  dopo  la  rotta  de'  Calabro* siculi, 
sperava  riaccendere  la  rivolta  nel  Principato 
Citeriore;  e  sapendo  che  il  prete  D.Vincenzo 
Peluso  di  Sapri  capitanava  colà  il  partito  bor- 
bonico, ordinò  ad  un  suo  sicario  di  uccider- 
lo. Tra  Carducci  e  Peluso  era  stata  una  guerra 
accanitissima,  quegli  insidiava  costui  perchè 
borbonico  puro  sangue,  avendone  dato  prove 
daH799  fino  al  1848.  In  tempo  di  pace,  Pe- 
luso lasciava  tranquillo  il  Carducci ,  sorve- 
gliavate soltanto;  il  contrario  avveniva  in  tem- 
pi di  rivoluzione ,  cioè  che  questi  insidiava 

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—  490  — 

in  tutti  i  modi  la  vita  del  suo  nemico;  il  quale 
cercava  sfuggire  di  essere  assassinato  da  quel 
capo  d'insorti,  o  tenendosi  in  armi  o  stando 
occultato. 

Il  prete  Peluso  soggiornava  in  Acquafred- 
da,  sobborgo  di  Maratea;  ivi  seppe  la  disfatta 
de'  ribelli  calabro-siculi,  e  che  il  suo  mortale 
nemico  con  una  mano  di  armati  avviavasi  a 
quella  volta  per  ribellare  il  Principato  Cite- 
riore, e  disfarsi  di  lui  prima  d'intraprendere 
la  novella  campagna.  Per  la  qual  cosa,  aven- 
do anche  saputo  il  luogo  ove  dovea  approdare 
il  Carducci  con  la  sua  masnada,  si  argomentò 
riunire  alquanti  suoi  valenti  amici,  e  si  con* 
dusse  co'  medesimi  alla  riva  del  mare  per 
impedirgli  lo  sbarco  ;  ma,  lo  trovò  di  già  sul 
lido  in  compagnia  degli  altri  facinorosi.  Non 
conoscendo  bene  se  quella  fosse  la  masnada  che 
egli  attendea ,  intimò  alla  stessa  di  gridare 
viva  il  re  !  ma  tutti  quegli  sbarcati  risposero: 
viva  la  repubblica  l  facendo  fuoco  contro  Pe- 
luso e  compagni.  Nella  mischia  fu  ferito  il 
Carducci  ad  un  braccio,  ed  i  suoi  si  arresero 
subito.  La  vista  del  sangue  che  egli  emettea 
dalla  ferita  ,  e  Y  abbassata  sua  superbia ,  ri* 
svegliarono  sensi  di  umanità  nell'  animo  di 
tutti  e  specialmente  in  quello  del  prete  Pe- 
luso ;  il  quale  lo  condusse  in  sua  casa  ,  e 
dopo  di  avergli  medicata  con  ogni  riguardo 
la  ferita,  lo  mandò  sotto  buona  scorta  al  ma- 
gistrato di  Lagonegro:  da  quell'istante  non  lo 
vide  mai  più.  Però,  coloro,  che  lo  scortavano, 
temendo  che  sarebbe  stato  messo  in  libertà, 
perchè  deputato,  e  che  si  sarebbe  vendicato, 

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—  491  — 

come  avea  fatto  altre  volte,  lo  gettarono  in 
un  burrone,  ove  miseramente  perì. 

Sarebbe  un  andar  troppo  per  le  lunghe,  se 
volessi  narrare  tutte  le  menzogne,  fandonie  e 
calunnie  che  si  spacciarono  contro  il  governo 
del  re,  in  occasione  dello  sbarco  e  morte  di 
Carducci.  Il  National,  la  Presse  di  Parigi,  il 
Corriere  Mercantile  di  Genova  pubblicarono 
cose  magne  in  favore  di  Carducci  e  contro  Fer- 
dinando II.  A  quell'effemeridi  rispose  trion- 
falmente un  giornale  di  Napoli,  1'  Ordine,  il 
26  settembre  1851  ;  dimostrando  che  il  fatto 
<ii  sopra  narrato,  avvenuto  alla  marina  di  Ac- 
quafredda,  fu  estraneo  a' governanti  della  ca- 
pi tale, ma  che  invece  in  esso  si  vide  un'accanita 
lotta  tra  due  nemici  politici ,  pronti  a  sacri- 
ficarsi per  la  loro  opposta  causa,  ed  una  ven- 
detta di  precauzione,  perpetrata  da  gente  so- 
spettosa ,  che  prova  sempre  più  la  clemenza 
di  Ferdinando  II. 

La  morte  di  Carducci  fece  gran  rumore  an- 
che in  altri  stati  di  Europa ,  perchè  i  rivo- 
luzionarli son  solidali ,  perchè  di  tutto  vo- 
gliono approfittare  per  ispingere  % avanti  la 
loro  trista  causa ,  e  perchè  lor  giova  calun- 
niare i  loro  contrarli.  Difatti  si  ricorse  ezian- 
dio all'  umanitario  lord  Giadstone  ,  a  cui  si 
comunicarono  le  notizie  di  quella  morte, 
inventandosi  fatti  ridevoli ,  inverosimili  ed 
anche  contraddittori!.  Nonpertanto  quel  no- 
bile lord  li  raccolse  per  farne  un  soggetto  di 
diffamazione  a  carico  del  governo  e  della  na- 
zione napoletana;  ma,  costretto  dall'evidènza 
de'  fatti,  ritrattò  poi  in  gran  parte  quell'esa- 
gerazioni   e  calunnie.    11  giornalismo  rivolu- 

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zionario,  i  deputati  faziosi  levarono  alle  stello 
il  Carducci,  dicendolo  gran  patriota  e  sacrata 
alla  causa  dell'  umanità.  Per  far  conoscere 
a'  miei  lettori  altro  non  essere  quelle  lodi 
che  menzogne  impudenti,  voglio  qui  riportare 
una  lettera  del  medesimo  Carducci  ,  che  lo 
fa  conoscere  a  maraviglia  ,  sbugiardando  le 
menzogniere  laudi  de'  suoi  colleghi  ed  ade- 
renti. Quella  lettera  la  trascrivo  come  si 
trova  ne'  documenti  delle  Conclusioni  della 
causa  di  cospirazione  ed  attentato  contro  la 
sicurezza  dello  Stato  non  che  di  altri  mi- 
sfatti pronunziati  innanzi  la  Gran  Corte  spe- 
dale di  Principato  Citeriore  nelle  due  tornate 
dei  giorni  13  e  14  gennaio  1852  dal  procura- 
tore generale  Angelo  Gabriele ,  stampati  in 
Salerno  nel  1852  dal  tipografo  Raffaello  Mi- 
gliaccio, ed  eccola  per  intero  : 

«  N.  1  —  Comando  generale  delle  truppe  in 
«  massa  dell'  indipendenza  italiana.  N.  22  — * 
a  Pisciotta  27  gennaio  1848  —  Carissimo  eo- 
«  mandante — Trovo  positivamente  punibile  la 
«  sua  oscitanza  nel  non  avermi  dato  conoscen- 
ti za  delle  sue  operazioni  sin  dal  giorno  che 
«  ci  dividemmo  in  Vallo. 

«  Voglio  augurarmi  che  le  mie  disposizioni 
«  siano  state  da  lei  eseguite  ,  cioè  di  aver 
«  fatto  in  Gioj  fucilare  il  Giudice  Regio ,  il 
«  Sindaco  di  Salella ,  ed  il  comandante  ur- 
«  bano  di  Cicerale,  giusta  le  mie  prescrizioni; 
«  del  pari  porre  al  sacco  ed  a  fuoco  Oglia- 
«  stro  e  Prignano,  cioè  tutte  quelle  famiglie 
«  le  quali  conoscerà  aver  favoreggiato  per  le 
«  truppe  regie. 

«  Son  certo  ancora  che  si  sarà  portato  ad 


—  493  — 

occupare  Gastellabate;  che  se  poi  non  l'ha 
fallò ,   si  porrà  subito   in  movimento  seco 
portando  tutte  le  sue  forze  disponibili,  non 
toccando  però   le  sue  guarnigioni  stabilite 
in  Monteforte,  Gioj,  Monte  ed  Ogliastro. 
*<    Disporrò  intanto    che  il  Sig.  comandante 
;    Ferrara   si  unisse   alle  sue  forze  per  sog- 
'    giogare  Gastellabate  ,    ove  terrà   le  stesse 
<    norme  precisatele  per  Ogliastro  e  Prignano. 
««   L*  esorto  a  non  risparmiare  il  sangue ,  e 
«    far  danaro   se   vuole  vedere  progredita  la 
«    nostra  causa.  Sarà  compiacente  accusarmi 
te    ricezione    della  presente ,    dinotandomi  lo 
»   stato  positivo    delle  sue  forze.  Al  sig.  co- 
«   mandante  Pavone  del  circondario  di  Gioj— 
««   Il  comandante  in  capo:  Costabile  Carducci.» 
Io  non  faccio  commenti  a  questa  lettera,  e 
neppure  ho  sottolineati  i  periodi  più  salienti; 
basta  leggerla  per  fremere  di  orrore,  per  giu- 
dicar colui  che  Io  scrisse  e  coloro  che  innal- 
zano simili  mostri. 

Nel  tempo  che  le  Calabrie  erano  in  rivolta, 
vara  altri  paesi  e  città  della  Basilicata  e  delle 
Puglie  fecero  delle  pulcinellate  rivoluzionarie. 
In  Potenza  si  creò  un  governo,  appellato  Dieta 
cfó  cinque  province  ;  la  quale  ,  il  25  giugno , 
mise   fuori  uno  scritto  intitolandolo:  Meme 
randa  lucano ,    che    dichiarava    la   Confede- 
razione con  le  altre  quattro  province  di  Cam- 
pobasso ,  Foggia  f  Bari  e  Lecce  :  si  volea  di 
più  la  Guardia  nazionale    con  l'artiglieria  e 
che  occupasse  i  castelli  del  Regno.  Abriola, 
Calvello ,  S.  Angelo  delle  Fratte  e  Genzano, 
sobillate  da  Cozzoli,  Caputo  e  Passolano,  «he 
giravano,  da  commissarii  que' paesi,  supplica- 

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rono  Pio  IX  di  scomunicare  Ferdinando  II. 
Que'  paesi  e  città,  che  alzarono  lo  stendardo 
della  rivolta  ,  mentre  si  combattea  in  Cala- 
bria, fecero  assai  chiacchiere,  e  non  sosten- 
nero alcun  fatto  d'armi  con  la  truppa;  soltan- 
to si  limitarono  a  disarmare  qualche  piccolo 
posto  di  gendarmi,  a  vuotar  casse  comunali,  a 
scarcerare  ribaldi ,  imprigionando  onesti  cit- 
tadini ,  a  rompere  gigli  ed  a  tagliar  tele- 
grafi. 

L'intendente  di  Aquila ,  Mariano  d*  Ayala, 
soffiava  nel  fuoco  della  rivolta  nelle  province 
degli  Abruzzi.  A'  suoi  amici  avea  fatto  grandi 
promesse,  che  rimasero  inadempiute,  perchè 
non  corrisposto  dalle  popolazioni  che  volea 
ribellare  ,  e  perchò  usava  mezzi  strani  e  ri- 
devoli  per  redimere  la  patria  dal  tiranno. 
Egli ,  credendo  di  schizzare  il  veleno  rivolu- 
zionario nelle  masse  con  la  parola  del  prete 
apostata,  si  fece  fautore  di  missioni.  Serven- 
dosi della  carica  affidatagli  dal  governo  del 
re  ,  scrisse  al  Vescovo  in  modo  imperativo , 
ordinando  al  medesimo  di  far  catechizzare 
quelli  dell'Aquilano,  indicando  egli  i  missio- 
narii.  Queir  ordinario ,  che  capt  l'insidia,  si 
negò  ,  ed  egli  lo  minacciò  coi  fulmini  della 
setta.  Con  simili  ed  altre  stravaganze,  invece 
di  far  progredire  la  rivoluzione,  la  rese  ridi- 
cola. 

Il  governo  del  re,  per  dar  fine  a  tutte  quelle 
buffonate,  ordinò  al  brigadiere  Zola,  che  tro- 
vavasi  in  Popoli,  di  recarsi  ad  Aquila  con  tutta 
la  soldatesca  che  avea  sotto  i  suoi  ordini.  Il 
d* Ayala  sbalordì  al  sentire  l'avvicinarsi  de* regi; 
dapprima  volea  far  l' ipocrita  coli'  andare  in- 

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—  495  — 

contro  a  quel  brigadiere  e  riceverlo  in  qua- 
lità di  primo  magistrato  della  provincia  ;  ma 
avendo  meglio  fatto  i  conti  con  la  sua  co- 
scienza, si  decise  lasciar  la  moglie  ed  i  figli, 
e  fuggire  a  Rieti  insieme  con  altri  suoi  com- 
plici. Ciò  nonpertanto,  i  fatti  ridevoli  da  lui 
operati  in  Àquila  gli  fruttarono  gran  fama , 
tanto  che  fu  scelto  poi  a  far  parte  nel  mini- 
stero rivoluzionario  di  Firenze.  La  setta  è  ri- 
conoscente a*  suoi  adenti  ,  e  qualunque  si 
fossero  i  loro  meriti ,  li  alza  alle  stelle,  ba- 
stando che  i  medesimi  facciano  chiassi  e  fel- 
lonie. 


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CAPITOLO  XVIII. 
SOMMÀRIO 

Ferdinando  11  ordina  J'  apertura  del  Parlamento 
nazionale.  1  settarii  non  son  contenti  e  ricominciano 
una  insensata  ed  iodeceole  opposizione.  Indirizzi  ai 
re  de7  deputati  e  de'  pari  del  Regno.  Stampa  calun- 
niosa. Aneddoto.  Scioglimento  delle  Camere  legisla- 
tive. Dimostrazioni.  Modifica  del  Ministero. 

Mentre  le  Calabrie  ed  altri  paesi  di  varie 
province  erano  in  rivoluzione,  Ferdinando  II 
die  la  più  gran  prova  di  fiducia  verso  i  suoi 
popoli  e  di  disprezzo  contro  i  faziosi.  Egli, 
fermo  nella  largita  Costituzione  del  29  gen- 
naio, e  confermata  dopo  gli  orrori  del  15  mag- 
gio, ordinò  l'apertura  del  Parlamento  nazio- 
nale, per  far  godere  di  queir  onesta  libertà, 
che  è  nemica  del  libertinaggio.  Con  decreto 
del  24  maggio  1848,  convocò  i  collegi  eletto- 
rali pel  15  giugno,  e  l'apertura  delle  Camere 
legislative  pel  1°  di  luglio.  Alcune  province 
del  Regno  accolsero  riconoscenti -quell'atto  di 
fiducia  e  di  clemenza  sovrana,  e  comportandosi 
con  esemplare  pacatezza,  elessero  a  deputati 
gli  uomini  in  fama  di  liberali  ed  amanti  del- 
l'ordine pubblico.  Però  la  maggior  parte  dei 
collegi  elettorali,  perchè  sobillati  da'  faziosi, 
profittando   della  fiducia   del  re ,   elessero  a 

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—  497  — 

deputati  quelli  che  voleano  rovesciar  dinastia 
e  trono,  altri  protestarono  per  la  validità  delle 
prime  elezioni  e  per  lo  seioglimento  della  Ca- 
mera, avvenuto  col  decreto  del  16  maggio.  Se 
non   che ,  ad  onta  di  queste  settarie  impron- 
titudini, con  le  quali  si  volea  togliere  al  so- 
vrano costituzionale  un  dritto  incontrastabile, 
si   ebbe  dalle  nuove  elezioni  il  numero  legale 
de'  deputati. 

Pressoi  popoli  civili  l'apertura  del  Parlamento 
nazionale  dovrebbe  giorno  di  allegrezza,  per- 
chè, (si  suppone!)  apportatore  di  futuri  miglio- 
ramenti nell'amministrazione  dello  Stato;  per 
Napoli  sorgea  foriere  di  altri  mali  e  d' immi- 
nenti trambusti.  I  rivoluzionarli  aveano  prò-  . 
clamato  Ferdinando  11  fedifrago,  perchè  pro- 
mosse il  15  maggio  onde  sciogliere  la  Camera 
de'  deputati  ed  abolire  la  Costituzione,  quan- 
do poi  venne  riconvocata,  andavano  spaccian- 
do, che  ciò  era  un  effetto  dolla  paura  del  re; 
altri  diceano,  che  con  quel  mezzo  si  voleano 
conoscere  tutt'  i  liberali  per  farli  massacrare; 
ed  altri  infine  assicuravano  ,   che  si  riapriva 
il  Parlamento  a    solo  scopo  d'  imporsi  nuovi 
dazii,  e  così  impinguarsi  meglio   la  Corte  e 
gli  aderenti  alla  stessa:  insomma  tutto  quello 
che'facea   quel  sovrano  si  dovea  travisare  e 
malignare  ! 

La  stampa  faziosa,  già  cominciava  ad  alzar 
baldanzosa  la  cresta ,  artatamente  or  preve- 
dea  ruine,  or  le  minacciava  in  occasione  del- 
l'apertura delle  Camere;  e  quindi  consigliava 
tutti  ad  avversare  il  governo  ed  in  ogni  mo- 
do, cioè  coli' astenersi  di  pagare  i  dazii  ,  di 
fumare  e  pigliar  tabacco.  Era  questo  un  con- 

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—  498  — 

siglio,  anzi  un  ordine  dato  dal  patriarca  della 
rivoluzione,    Giuseppe  Mazzini  ,   ficcanaso  in 
tutt'i  governi   bene  ordinati    per  metterli   in 
ribellione.  Però  i  napoletani,vollerofar  cono- 
scere qual  conto  facessero  degli  ordini  o  con- 
sigli di  quel  caposetta;  cosicché  quelli  che  non 
erano  usi  a  fumare, li  vedevi  in  Toledo  ed  in  al- 
tre strade  principali  di  questa  città, con  grosse 
e  lunghe  pipe  alla  m^  bimana,  fumando  a  più 
non  posso,  e  destando  la  ilarità  in  tutti  i  buoni 
cittadini.  Nondimeno,  le  tristi  previsioni  e  le 
minacce  della  stampa  rivoluzionaria  ,  atterri- 
vano le  persone  semplici  e  paurose,  che  sono 
in  gran  maggioranza  in  tutti  i  paesi  del  mon- 
do, e  quindi  si  serravano  nelle  proprie  case, 
per   tutti  i  chi  sa.   Era  quanto  si  desiderava 
da'  rivoluzionarii;  i  quali  voleano  far  credere 
esservi  in  Napoli  anche  un'  opposizione  pas- 
siva contro  il  sovrano,  e  nel  medesimo  tem- 
po restava  ad  essi  libero  il  campo  per  far  la 
parte  del  popolo. 

Re  Ferdinando  non  curava  tutte  quelle  mene 
settarie,  e  procedeva  pacato  e  tranquillo  nella 
cominciata  via  costituzionale.  Il  1°  luglio,  se- 
condo avea  decretato  ,  ordinò  V  apertura  del 
Parlamento  nazionale  nella  Biblioteca  del  Mu- 
seo borbonico  ;  il  primo  giorno  si  riunirono 
pochi  deputati  mesti  e  sospettosi.  Però  un 
avvenimento  buffonesco  sparse  un  poco  d'ila- 
rità: un  tale  Ignazio  Turco  farinaio,  uomo  da 
trivio,  ignorante  e  goffo,  essendo  uno  de'  rap- 
presentanti del  popolo  ,  comparve  in  isplen- 
dida  carrozza  tra  le  grida  e  gli  applausi  dei 
fa  iosi.  Costoro  credettero  di  far  la  satira  al 
re,  per  la  convocazione  di  quella  seconda  a* 

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—  4^9  — 

rlunanza    di  deputati ,    e  la  fecero   alle  tanto 
da  loro  vantate  franchigie  costituzionali. 

11  re  scelse  il  duca  di  Serracapriola  ,  pari 
del  Regno,  per  aprire  nel  real  nome  il  Par- 
lamento. Quel  nobile  duca  recossi  al  Museo 
•in  cai  rozza  di  Corte,  traversando  via  Toledo, 
deserta  di  gente  ,  perchè  atterrita  a  causa 
delle  minacce  settarie,  e  fu  ricevuto  a  pie 
della  scalinata  da  dodici  pari  ed  altrettanti 
deputati:  in  prima  udienza,  a  nome  del  so- 
vrano, lesse  il  discorso  della  Corona.  In  quei 
discorso  lamentava  i  disastri  del  15  maggio, 
e  confortavasi  per  la  presenza  de*  deputati  , 
invitando  costoro  a  dir  coraggiosamente  i  pre- 
testi o  le  vere  cause  della  perturbazione  dei 
Reame  ,  onde  darsi  un  definitivo  riparo  per 
non  farle  rinnovare.  Invocava  il  patriottismo 
de'  rappresentanti  la  nazione  per  proporre 
leggi  opportune,  tendenti  a  riordinare  1'  am- 
ministrazione del  Regno ,  specialmente  ri- 
guardo alla  finanza  e  alla  Guardia  nazionale, 
essendo  esclusiva  missione  di  questa  tutelare 
l'ordine  pubblico.  Dopo  di -avere  annunziato 
non  essere  turbate  le  relazioni  con  le  poten- 
ze estere,  conchiudeva:  «  Inflessibile  nel  mio 
«  proponimento  di  una  bene  intesa  libertà  , 
«  farò  di  questo  nobile  obbietto  la  costante 
«  preoccupazione  della  mia  vita  ,  e  il  vostro 
«  onorevole  concorso  me  ne  guarentirà  il  sue* 
<t  cesso.  Avendo  chiamato  a  giudice  Iddio  del- 
«  la  purità  delle  mie  intenzioni,  non  altro  mi 
«  rimane  oggi  che  chiamare  a  testimoni  voi 
«  e  la  storia  », 

Iddio  ha  di  già  giudicato  quel  religioso  so- 
vrano; i  deputati  più  faziosi  han  più  volte  te- 

32  jOO( 


—  5oO  — 

stimoniato  ,  ne'  varii  parlamenti  italiani,  che 
il  medesimo  non  fu  in  realtà  quello  che  essi 
lo  proclamarono  per  servire  i  biechi  fini  della 
se»ta.  La  vera  storia  —  vergin  di  servo  en- 
comio—e di  codardo  oltraggio — dirà,  che  Fer- 
dinando li  non  ebbe  alcuna  colpa  se  non  fu- 
rono attuate  le  sud  benefiche  e  liberali  isti- 
tuzioni ,  largite  al  suo  popolo  ;  ma  la  colpa 
ricade  tutta  intiera  sopra  que'  medesimi  de- 
putati, che  le  avversarono,  per  darci  poi  mani 
e  piedi  ligati  a  chi  agognava  le  ricchezze 
ed  invidiava  la  prosperità  di  questo  vetusto 
Regno.     . 

Il  discorso  della  Corona,  com'è  da  supporsi, 
fu  criticato  e  calunniato  con  velenose  parole, 
dovendosi  attraversare  tutto  ciò  che  facea  di 
buono  quel  monarca. 

Gli  atti  preparatorii  tennero  per  più  giorni 
occupate  le  due  Camere  ;  il  3  luglio  erano 
presenti  72  deputati ,  il  dì  8  si  accrebbero 
fino  ad  89,  ed  essendo  in  numero  legale,  si 
cominciò  la  verifica  de'  poteri.  Il  primo  atto 
di  potestà  che  vollero  esercitare  quegli  ono- 
ro voli  fu  quello  di  osteggiare  i  poteri  sovra- 
ni, concessi  dallo  Statuto  costituzionale  ;  di- 
fatti dichiararono  valide  l'elezioni  fatte  prima 
del  15  maggio,  senza  tener  conto  del  decreto 
di  scioglimento  della  Camera  ancor  non  co- 
stituita legalmente. 

Sin  da'  primi  giorni  cominciarono  i  tumulti 
plateali  ;  le  tribune  erano  sempre  occupate 
da*  faziosi  e  da'  camorristi  pagati  ;  e  tutti  a- 
veano  ricevuto  la  missione  di  applaudire  i 
discorsi  sovversivi  e  fischiare  qualunque  pa- 
rola de'  ministri.    A  quelle  sconcezze  si  cre- 

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—  501  — 

dette  di  dar  riparo  con  un  apposito  regola- 
mento della  Camera ,  dal  quale  nulla  si  ot- 
tenne, anzi  fu  disprezzato  ,  ed  i  clamori,  ed 
i  fischi  proseguirono  sempre  più  a  turbare  le 
discussioni  più   interessanti. 

Costituita  la  Camera,  si  elesse  a  presidente 
della  stessa  l'avvocato  Domenico  Capitelli,  vice 
presidente  Roberto  Savarese  ;  e  d'  allora  co- 
minciarono le  chiassose  recriminazioni  dei 
deputati  faziosi.  Costoro  odiavano  a  morte  i 
ministri  Bozzelli  e  Ruggiero  ,  reputati  diser- 
tori della  sètta  ;  e  quindi  faceano  interpel- 
lanze appassionate,  inopportune  ed  incostitu- 
zionali. Inveivano  contro  il  generale  Nunzian- 
te, perchè  questi  avea  abbattuta  la  rivoluzione 
in  Calabria  e  ridonata  la  pace  a  quelle  pro- 
vince, lamentando  la  cattura  de'  siciliani  e  la 
morte  del  benemerito  deputato  Carducci.  A- 
vrebbero  voluto  punito  quel  generale,  messi 
in  libertà  qup'  catturati,  ed  infine  puniti  tutti 
coloro  che  avversarono  la  rivoluzione.  In  ef- 
fetti uno  di  quegli  onorevoli ,  arringando  in 
favore  de'  catturati,  ardi  dire  :  «  Non  so  an- 
«  cora  se  quelli  fossero  da  addimàndarsi  pri- 
«  gionieri  di  guerra  giudicabili,  giudicanti,  o 
«  giudicati  ».  Quel  Parlamento  era  un  vero 
pandemonio:  chi  negava  il  dritto  a  qualunque 
autorità  di  punire  i  ribelli  convinti  di  misfat- 
to, rimproverava  poi  a'  ministri  perchè  i  me- 
desimi non  aveano  puniti  coloro  che  avver- 
sarono la  Calabra  rivolta,  e  tutti  gridavano  san- 
gue, fucilazioni  ed  esterminii  in  nom.;  dell'u- 
'  inanità:  le  tribune  applaudivano  ! 

Frizzi  e  parole  poco  parlamentari,  anzi  poco 
decenti,  corsero  tra  il  ministro  Bozzelli  e  l'ex 

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—  502   — 

ministro  Carlo  Troja  ,  già  fattosi  oppositore 
nell'estrema  sinistra;  e  vennero  a  tali  pette- 
golezzi ,  che  il  presidente  fu  costretto  a  co- 
prirsi. Que'  deputati  censuravano  con  rabbiosa 
acredine,  esercito,  ministri  e  re;  al  contrario 
portavano  alle  stelle  la  rivolta  calabra,  tutt'i 
i  traditori  e  spoliatori  delle  casse  pubbliche 
e  de'  cittadini.  Con  ragione  il  Bozzelli  disse 
a  Ferdinando  II:  essere  la  Camera  dei  depu- 
tati una  congrega  di  faziosi  e  settarii  (1). 

Quando  poi  il  medesimo  Bozzelli  presentò 
il  progetto  di  legge  per  riordinare  la  Guardia 
nazionale,  ebbe  fischi  dalle  tribune  e  da'  de- 
putati ;  e  tutti  dissero  non  essere  bastevoli 
poche  migliaia  di  guardie  nazionali  per  gua- 
rentir Napoli  da  circa  24  mila  soldati,  che 
sogliono  stanziare  in  questa  città. 

Queste  ed  altre  improntitudini  de'  deputati 
venivano  pubblicate  da'  giornali  rivoluzionarii; 
i  quali  insultavano  sempre  più  T  esercito  ,  i 
ministri  ed  il  re.  Per  la  qual  cosa  altri  gior- 
nali moderati  pubblicarono  una  scritta  della 
truppa,  chiedente  che  si  cacciassero  dai  Par- 
lamento gli  autori  delle  barricate  del  15  mag- 
gio ,  e  quelli  che  aveano  fatto  da  capi  nella 
rivolta  del  .Cilento,  delle  Calabrie  o  delle  altre 
province.  I  deputati  faziosi,  al  leggere  quella 
domanda,  allibirono,  perchè  simile  gente  ha 
paura  soltanto  della  forza  bruta;  nonpertanto 
continuarono  a  tenere  accesa  la  face  della 
discordia  con  altri  mezzi  settarii  ,  smettendo 
però  i  consueti  insulti  all'  esercito  ed  al  so- 
vrano. Difatti  cominciarono    a  cianciare   sal- 


ii) Massari,  Casi  di  Napoli. 


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l'abolizione  della  pena  di  morte,  (mentre  vo- 
ìeano  fucilati  gli  uccisori  di  Carducci  !  )  sui 
modi  di  udir  ne*  giùdizii  le  difese  de*  litiganti, 
e  sul  gran  torto  che  si  facea  alla  nazione  per- 
chè non  eravi  bandiera  tricolore  nell'aula  par» 
lamentare. 

Q.ue'  deputati  faziosi,  avendo  osservato  che 
Tira  de*  militari  offesi  da  loro  si  era  un  poco 
smorzata,  il  17  luglio,  proposero  e  discussero 
l'indirizzo  alla  Corona;  col  quale  biasimavano 
i  soldati  e  lodavano  i  rivoluzionarii,  inveivano 
contro  il  sovrano  pel  passato  (governo,  dicendo 
che  il  15  maggio  avea  estinto  totalmente  la 
confidenza  del  popolo  verso  il  capo  dello  Stato. 
Disapprovavasi  lo  scioglimento  della  Camera 
riunita  in  Montoliveto,  come  un  atto  arbitra- 
rio e  nocivo  alla  pacificazione  del  Regno  ;  e 
sopra  tutto  censuravano  senza  forme  rispet- 
tose la  politica  del  re ,  perchè  avea  richia- 
mato il  corpo  di  esercito  mandato  in  Lom- 
bardia, destinato  all'italico  riscatto.  Quest'ul- 
tima censura,  si  fapea  a  Ferdinando  li,  quando 
il  rivoluzionario  governo  di  Palermo  offriva  la 
Corona  siciliana  al  figlio  di  colui  che  volea 
trar  profitto  dall'italico  riscatto;  e  quella  si- 
cula  Gorona  non  fu  accettata  perchè  i  tempi 
noi  permisero.  I  settarii  avrebbero  avuto  al- 
meno il  merito  della  franchezza,  se,  in  cam- 
bio di  sciorinare  tutte  quelle  improntitudini, 
avessero  detto  senza  orpello,  che  voleano  di- 
sfarsi di  Ferdinando  II  per  far  l'Italia  una, 
«ia  repubblicana  o  monarchica. 

Quell'indirizzo,  sebbene  non  piacque  a'  de- 
putati più  faziosi,  perchè  ritenuto  da'  mede- 
simi troppo  moderato,  nonpertanto  fu  appro- 

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vato  con  105  voti;  e  dodici  di  quegli  onorevoli 
lo  recarono  al  re,  dal  quale  non  fu  accettato 
per  quelle  ragioni  che  appresso  dirò. 

Con  due  decreti  si  erano  creati  47  pari  del 
Regno  ;  costoro  si  costituirono  il  19  loglio 
e  il  2  agosto  approvarono  il  discorso  della 
Corona  con  un  indirizzo  al  sovrano,  degno  di 
quella  gente  onesta  e  patriottica  che  erano 
que'.signori,  componenti  l*  alta  Camera  legi- 
slativa. I  pari  del  1848  erano  quasi  tutti  rie* 
chi,  moderati  e  molti  diedero  saggio  di  ma- 
schia eloquenza.  Nondimeno  trovatasi  tra  essi 
qualche  rivoluzionario,  tra  cui  si  distingueva 
il  vecchio  repubblicano  del  1799,  poi  murat- 
tista,  principe  di  Strongoli  ,  che  volle  avver- 
sare l'indirizzo  de'  suoi  colleghi  fatto  al    re. 

Nella  tornata  del  5  agosto  lo  Strongoli,  sa- 
lito in  bigoncia,  pestò  e  ripestò  tutte  le  stu- 
pide e  calunniose  accuse,  che  gl'irreconcilia- 
bili deputati  aveano  lanciate  contro  il  governo 
e  contro-  lo  stesso  re;  asserendo  di  più,  che 
le  popolazioni  delle  Calabrie  fossero  rimaste 
malcontente  a  causa  dell'abbattuta  rivoluzione. 
A  quella  gratuita  e  falsa  assertiva  rispose  un* 
fervente  cattolico  e  vero  patriota  ,  il  barone 
Luigi  Rodino  (1),  ricco  proprietario  calabrese». 

(1)  Quest'ottimo  signore  ha  mantenuto  sempre  in» 
concussa  la  sua  fede  politica;  difatti,  nel  1860,  se- 
guì a  Roma  il  suo  amato  sovrano  Francesco  IL  Ivi, 
eoa  altri  aristocratici  del  Regno  ,  contribuiva  per 
soccorrere  gli  emigrati  napoletani-  bisognosi;  e  spes- 
so si  serviva  dell'  opera  mia  per.  soccorrerli  co» 
quella  modestia,  che  è  propria  delle  anime  nobili  e 
de' veri  cattolici. 

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—  505  — 

Il  quale,  avanzandosi  in  mezzo  all'aula,  fissò 
lo  Strongoli  con  uno  sguardo  d'incredulità  ed 
insieme  indegnato  di  quanto  udiva  ,  non  po- 
tendo più  sentire  tante  contraddizioni  e  fal- 
sità ,  esclamò  :  «  Che  cosa  ci  state  dicendo 
«  signor  principe?  Voi  siete  in  errore  o  fin- 
«  gete  di  esserlo.  Ier  l'altro  ritornai  da  Ca- 
ie labria  ,  ove  ben  sapete  che  ho  non  poche 
a  aderenze ,  e  si  è  perciò  che  posso  assicu- 
«  rare  questa  onorevole  adunanza,  che  lasciai 
«  quelle  popolazioni  plaudenti  la  truppa,  i  ge- 
«  nerali,  e  benedicendo  il  clemente  monarca, 
«  per  averle  liberate  dal  più  degradante  ser- 
ie vaggio  e  per  aver  fatto  grazia  a  tutti  ì  tra- 
u  viati.  »  Gli  altri  pari  applaudirono  strepi- 
tosamente il  Rodino,  e  il  vecchio  settario  ri- 
mase scornato  e  sbugiardato. 

Tra  gli  altri  mali  che  travagliavano  il  Re- 
gno a  causa  della  risorta  Camera  de'  deputati, 
si  aggiungeva  eziandio  la  stampa  faziosa  ;  la 
quale,  al  pari  degli  onorevoli,  malignava  ogni 
atto  del  governo  del  re,  insultandolo  villana- 
mente ,  e  più  di  tutti  vituperava  1'  esercito 
perchè  avea  messo  a  ragione  i  ribelli.  Silvio 
Spaventa,  scrittore  del  Nazionale,  per  cui  sali 
all'  onore  di  essere  eletto  deputato,  schizzava 
veleno  contro  i  soldati ,  gli  uffiziali  ed  i  ge- 
nerali. La  sera  del  3  luglio  ,  pochi  giovani 
militari  1'  andarono  a  trovare  nel  Caifè  di  de 
Angelis ,  al  largo  della  Carità  a  Toledo ,  per 
isfidarlo  a  duello,  se  non  si  fosse  disdetto  di 
quanto  avea  pubblicato  contro  1'  esercito.  Ma 
egli  vile  si  ascose  sotto  un  pancone  del  Caffè; 
un  uffiziale  ,  di  quelli  che  lo  cercavano ,  Io 
.vide  in  quella  posizione  umiliante ,   e  giudi- 

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candolo  codardo ,  finse  di  non  vederlo'.  La* 
sciato  tranquillo  ,  corse  affannoso  alla  Lega* 
zione  di  Francia ,  chiedendo  protezione  allo 
straniero  contro  i  suoi  offesi  connazionali , 
mentre  avrebbe  potuto  ricorrere  (e  chi  glielo 
impediva  ?)  al  magistrato  nazionale. 

Io  conobbi  questo  superbo  pezzente  di  Bomba 
nell'ergastolo  di  S.Stefano,  nel  1857,  e  gli  pro- 
digai qualche  favore  per  la  pietà  che  mi  desta- 
va, facendo  l'ipocrita  ed  essendo  lacero  e  sudi- 
cio. Da  qualche  suo  compagno  di  pena,  non 
povero  quanto  lui,  gli  fu  consigliato  di  met- 
tersi a  filare  il  lino,  per  conto  del  marinaio 
Califano  (1) ,  come  faceano  gli  altri  ergasto- 
lani bisognosi  ;  i  quali  con  quel  femineo  la- 
voro si  guadagnavano  cinque  grana  al  giorno 
e  provvedevansi  di  ciò  che  non  passava  quel 
luogo  di  péna.  Si  disse  che  lo  Spaventa  a- 
vesse  accettato  la  proposta  di  filare,  e  si  fosse 
già  provveduto  di  conocchia  e  fuso;  ma  che  poi 
.si  astenne  da  quel  lavoro  ridicolo,  perchè  co- 
minciavano a  fioccargli  addosso  i  frizzi  di  ta- 
luni ergastolani  (2). 

Rividi  questo  sudicio  pezzente  nel  1861  in 

(1)  Costui  recavasi  due  volte  al  mese  all'  isoletta 
di  S.  Stefano,  ov7  è  V  ergastolo,  portando  da  Napoli 
tutto  quello  che  gli  si  commissionava.  Tra  le  altre 
cose  portava  lioo   per  farlo   filare  a'  servi   di  pena 
più  bisognosi,  pagando  la  filatura  a  prezzo  ineschi» 
Dissimo;  ed  i  filatori,  non  avendo  macchine  ad  hoc, 
erano  costretti  adoperare  la  rocca  e  il  fuso. 
(?)  Favoleggiar  con  la  conocchia  Alcide; 
Se  l'inferno  espugnò,  resse  le  stelle, 
Ora  benigno  amor  sei  guarda  e  ride.,.1 

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—  507  — 

Napoli,  vestito  da  magno  D.  Nicola  ed  in  car- 
rozza, avendo  ottenuto  il  posto  per  cui  avealo 
creato  madre  natura,  cioè  di  capo  birro.  Al- 
lora memore  del  pancone  del  Caffè  de  Angelis 
e  delle  umiliazioni  sofferte  tra'  galeotti ,  si 
vendicò  con  perseguitare  tanti  onesti  e  valo- 
rosi uffìziali,  capitolati  di  Capua  e  di  Gaeta, 
gettandoli  nelle  prigioni  senza  alcuna  forma 
legale.  Lo  Spaventa  salì  a*  primi  posti  nel 
nuovo  stato  del  Regno  d'  Italia  ,  sempre  ma- 
ledetto da'  suoi  stessi  amici,  se  pure  mai  ne 
avesse  avuti.  Oggi,  mentre  scrivo,  trovasi  trai 
Césars  declassés;  ma  egli,  son  sicuro,  riven- 
derebbe la  patria  e  l'anima  sua  a  Satana,  per 
riavere  un  giorno,  un'ora,  un  minuto  di  quel 
potere  birresco  per  cui  sembra  nato. 

Dopo  il  fatto  avvenuto  nel  Caffè  de  Angelis, 
uscì  una  protesta  dell'esercito,  citando  l'arti- 
colo 30  dello  Statuto  sulla  stampa,  e  se  non 
fosse  stato  valevole  per  mettere  un  freno  ai 
detrattori  e  libellisti,soggiungea,  che  sarebbero 
stati  sufficienti  gli  art.  514  e  365  del  codice 
-penaje.  Quella  protesta,  conchiudeva  dicendo: 
1'  esercito  essere  stanco  di  sopportare  insulti 
triviali  sotto  il  pretesto  della  libertà  della 
stampa ,  e  che  in  avvenire  non  lascerebbe 
impunita  alcuna  calunnia  giornalistica. 

La  Costituzione  si  era  resa  esosa  ad  ogni 
-classe  di  cittadini,  e  i  popolani  del  Mercato, 
il  14  agosto,  si  riunirono  e  percorsero  varie 
strade  principali  di  Napoli  gridando:  Viva  il 
Re  !  abbasso  la  Costituzione  !  Dopo  di  aver 
mandato  al  sovrano  una  deputazione  ,  con  la 
quale  gli  manifestavano  sentimenti  di  fedeltà 
«  devozione,  cheti  si  ritrassero  alle  loro  case» 

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—  508  — 

Qualche  scrittore  rivoluzionario  ha  voluto 
insinuare  a*  lettori ,  che  il  Parlamento  fosse 
stato  prorogato  a  causa  delle  accuse  lanciate 
contro  il  generale  Nunziante  e  contro  la  trup- 
pa, e  perchè  i  deputati  si  fossero  dichiarati 
contrarii  ad  approvare  il  bilancio  presuntivo 
e  consuntivo  del  1848  e  49  ;  infine  perchè 
il  re  volea  le  mani  libere,  avendo  di  già  ap- 
parecchiato ogni  cosa  per  la  conquista  della 
Sicilia.  Quegli  scrittori  occultano  la  vera  causa 
della  proroga  di  quello  scompigliato  Parlamen- 
to, la  quale  altro  non  fu  che  l'insultante  in- 
dirizzo de*  deputati  mandato  al  sovrano.  In 
effetti  Ferdinando  II,  che  tutto  volea  accomo- 
dare colle  buone.,  incaricò  varii  distinti  perso- 
naggi ,  affinchè  si  fossero  cooperati  presso  i 
medesimi  deputati  per  far  temperare  in  moda 
quell'indirizzo  da  poterlo  accettare  senza  di- 
sdoro della  regia  dignità.  Il  presidente  e  varii 
membri  della  Camera  trovarono  giuste  le  ra- 
gioni del  re;  però  la  maggior  parte  degli  onore- 
voli, non  solo  manifestarono  contrario  parere, 
ma  dissero  alto  ,  che  Y  indirizzo  era  anche 
troppo  moderato;  e  quindi  vollero  aggiungere 
altri  insulti  contro  l  esercito ,  il  ministero  e 
contro  lo  stesso  sovrano.  Fu  allora  che  que- 
sti non  volle  ricevere  i  dodici  deputati,  e  vi- 
sto che  quella  Camera  era  persistente  a  voler 
suscitare  trambusti,  decise  prorogarla. 

Il  1°  settembre  ,  il  re  ,  per  la  facoltà  che 
accordavagli  l' art.  64  dello  Statuto  costitu- 
zionale, decretò:  «  La  sessione  delle  Camere 
«  legislative  ,  aperta  il  le  dello  scorso  mese 
«  di  luglio  è  prorogata ,  per  la  discussione 
«  de*  corrispondenti  lavori ,   al  30  novembre 

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«  di  questo  corrente  anno.  »  Quel  decreto 
di  proroga  fu  letto  dal  ministro  Ruggiero  alla 
presenza  di  107  deputati;  finita  la  lettura,  il 
presidente  agitò  il  campanello  e  tutti  sfilarono 
silenziosi:  così  ebbe  fine  quella  immonda  riu- 
nione di  pericolosi  ciarlatani. 

Appena  pubblicato  quel  decreto  di  proroga 
delle  Camere  legislative,  rinacque  la  fiducia, 
nelle  trepidanti  popolazioni ,  e  ne  die  segnò 
indubitato  la  Borsa.  Gran  numero  di  popolani 
di  varii  quartieri  di  questa  città  ,  con  ban- 
diera bianca,  si  recarono  sotto  il  palazzo  reale 
per  ringraziare  il  re  di  averli  liberati  da  co- 
loro che  dicevansi  rappresentanti  del  popolo, 
ed  altro  non  erano  che  strumenti  di  setta  e 
di  pubblico  danno.  Nel  medesimo  tempo ,  i 
faziosi ,  che  predicavano  come  un  finimondo 
quella  proroga  ,  si  riunirono  e  si  opposero 
alla  dimostrazione  pacifica  de'  popolani.  Ne 
incontrarono  un  buon  numero  nel  quartiere 
Montecalvario  e  li  aggredirono  proditoriamen- 
te; perlochè  ebbe  luogo  una  zuffa  pericolosa» 
che  fu  subito  repressa  dalla  pubblica  forza. 
In  conseguenza  di  che  fu  ordinato  ed  ese- 
guito il  disarmo  in  quel  quartiere,  dimoran- 
do colà  gli  aggressori  degl'inermi  popolani. 

Dopo  la  proroga  delle  Camere,  il  ministero 
venne  modificato  in  questo  modo:  Longobardi 
fu  destinato  all'  interno  ,  in  cambio  di  Boz- 
zelli, questi  rimase  ministro  della  sola  istru- 
zione pubblica.  Francesco  Scorza  si  ebbe  la 
direzione  del  ministero  dell'  intèrno  ;  invece 
di  Gabriele  Abatemarco.  Gaetano  Peccheneda, 
creatura  del  murattista  Cristofaro  Saliceti,  fu 
nominato  prefetto   di  polizia.   Venne  abolito 


—  510  — 

il  sesto  ripartimento  di  polizia ,  e  Francesco 
Trincherà,  capo  di  quell'uffizio,  fu  dimesso 
per  aver  lasciato  varii  permessi  d'armi  a  gente 
facinorosa. 


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CAPITOLO  XIX. 

SOMMARIO 

Si  prepara  la  conquista  di  Sicilia.  Opposizioni 
francesi  ed  inglesi.  Il  siculo  governo  fa  debiti,  spo- 
glia chiese,  ed  arma.  Spedizione  di  truppe  napoleta- 
ne contro  Messina.  Combattimento  delle  Moselle. 
Giornata  del  6  Settembre. 

Il  napoletano  governo,  sedata  la  rivoluzione 
al  di  qua  del  Faro,  si  decise  abbattere  quella 
-li  Sicilia;  ma  questa  si  era  ingigantita  a  causa 
del  tempo  che  avea  avuto  di  costituirsi,  e  per 
gli  aiuti  esteri  ricevuti  da  due  potenti  na- 
zioni. Oltre  di  che  tentar  la  conquista  di  quel- 
risola  e  non  riuscirvi,  sarebbe  stato  lo  stesso 
che  mettere  in  fiamme  un'  altra  volta  le  pro- 
vince continentali  del  Regno  ;  conciossiachè 
i  deputati  faziosi  e  tutta  la  caterva  de*  rivo- 
luzionarli di  mestiere  ne  avrebbero  approfit- 
tato. Per  la  qual  cosa  è  anche  qui  da  ammi- 
rarsi ed  encomiarsi  la  fermezza  e  il  patriotti- 
smo di  Ferdinando  II,  il  quale,  per  ridonare 
la  pace  alla  Sicilia,  poneva  in  giuoco  la  stessa 
sua  corona.  Le  probabilità  di  ottenere  lo  sco- 
po, punto  non  erano  in  suo  favore;  imperoc- 
ché il  numero  degli  armati  nell'Isola,  di  esteri 
ed  indigeni ,  era  esorbitante  ;  e  que'  ribelli 
erano  diretti    da   capi  stranieri . 


—  512  — 

qualche  nome  ne*  fasti  militari  di  quel  tempo. 
1  punti  principali  del  littorale  siculo  erano  di- 
fesi da  batterie  di  cannoni ,  e  rifatte  le  for- 
tificazioni costruite  dagl'inglesi  nel  decennio. 
A  tutto  questo  apparato  di  guerra ,  si  dovea 
avere  eziandio  riguardo  che  tre  potentissime 
nazioni,  cioè  Francia,  Inghilterra  ed  Ameri- 
ca ,  aveano  riconosciuto  di  fatto  la  siciliana 
rivoluzione;  si  è  perciò  che  il  governo  di  Na- 
poli dovea  andar  guardingo  nel  volerla  abbat- 
tere. Onde  che  fu  necessario  interpellare  dap- 
prima quelle  tre  potenze  per  farle  dichiarare 
la  loro  neutralità  in  quella  lotta  ;  a  questo 
scopo  il  re  mandò  a  Parigi  il  conte  Ludolf 
ed  il  siciliano  principe  di  Petrulla. 

Tutte  le  difficoltà  alla  conquista  della  Si- 
cilia non  isfuggivano  alla  non  ordinaria- per- 
spicacia di  Ferdinando  II  ;  il  quale  da  una 
parte  giuocava  di  politica  verso  le  nazioni  di 
sopra  nominate,  e  dall'altra  rivolgeva  le  sue 
cure  a  scegliere  un  duce  intelligente  ed  u- 
mano,per  superare  gli  ostacoli  di  quella  conqui- 
sta e  far  versare  il  meno  sangue  possibile  per 
ottenere  lo  scopo.  Cadde  la  scelta  sul  valoroso 
tenente  generale  Carlo  Filangieri ,  principe 
di  Satriano,  e  non  potea  esser  migliore.  Fi- 
langieri ,  atteso  i  suoi  antecedenti  politici  e 
militari,  e  le  condizioni  dell'Italia  e  dell'Eu- 
ropa ,  fece  un  nobile  sacrifìcio  accettando 
quella  difficile  e  compromessiva  missione. 
Mentre  il  governo  napoletano  preparavasi  alla 
spedizione  sicula ,  dava  I-  ordine  al  generale 
Ferdinando  Nunziante  di  pigliare  il  supremo 
comando  delle  truppe  di  Calabria  e  riconcen- 
trarle nel  Reggiano. 

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—  513  — 

Rayneval,  ministro  di  Francia  presso  il  go- 
verno del  re,  e  Napier,  con  ristesso  incarico 
per  l'Inghilterra,  si  mostrarono  indegnati  per 
quella  spedizione,  Quest'ultimo,  da  una  parte 
iacea  la  spia  a'  ribelli  siciliani,  tenendoli  in- 
formati di  quanto  si  facea  in  Napoli  con  i- 
spedir  loro  a  bella  posta  i  piroscafi  inglesi , 
dall'altra  scriveva  all'ammiraglio  Parker, solle- 
citandolo  di  opporsi  allo  sbarco  de'  regi  sulle 
coste  della  Sicilia  ;  e  questi  rispondevagli , 
mancare  di  simili  istruzioni  dal  governo  bri- 
tannico. 

Que'  due  settarii,  in  veste  diplomatica,  non 
potendo  adoperar  la  forza  delle  armi,  sfolgo- 
ravano note  al  ministero  napoletano:  Rayneval 
diceagli  :  che  usar  la  forza  contro  i  siciliani 
era  lo  stesso  che  accrescere  le  difficoltà  di- 
plomatiche, facendosi  nemici  inglesi  e  fran- 
cesi; la  conquista  di  quell'Isola  non  esser  fa- 
cile, e  il  re,  tentandola  avrebbe  potuto  pentir- 
sene (1).  Soggiungeva,  che  essendovi  estreme 
pretensioni,  dall'  una  e  dall'  altra  parte,  cioè 
Napoli  volea  la  Sicilia  semplice  provincia — ed 
era  questa  una  sfacciata  menzogna  —  questa 
voleva  1'  assoluta  indipendenza;  e  quindi  altro 
temperamento  non  potersi  scegliere,  che  quel- 
li) Le  medesime  speciose  ragioni  si  sciorinarono 
nel  1860  dalla  Francia  e  dall'Inghilterra;  se  non  che 
Ferdinando  11,  nel  1848,  conoscea  la  perfidia  de'  capi 
di  quelle  due  potenti  nazioni,  e  quindi  le  lasciò  de- 
clamare, badando  al  fatto  suo;  mentre  il  giovanetto 
Francesco  2°,  ignaro  di  tanta  perfidia ,  credette  alle 
assicurazioni  di  quella  trista  volpe,  che  oggi  si  chia- 
ma il  vile  capitano  di  Sédan,  il  crimine  coronato. 

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—  514  — 

lo  di  proclamare  re  de*  siciliani  un  figlio  di 
Ferdinando  II  Costui  capì  che  quella  propo- 
sta era  un  goffo  tranello  per  istornare  la  spe- 
dizione sieula  ;  dappoiché  ben  sapea  che  il 
rivoluzionario  governo  di  Palermo  non  avreb- 
be accettato  simile  proposta ,  e  non  gliela  a- 
vrebbero  fatta  accettare  i  medesimi  Rayneval 
e  Napier. 

Quest'ultimo  diresse  un'altra  nota  al  mini- 
stro degli  affari  esteri,  simile  a  quella  di  Ray- 
neval/ e  credendo  di  incutere  paura,  dicea  in 
ultimo  misteriosamente,  che  deplorava  la  ef- 
fusione del  sangue  per  premature  ostilità;  e 
che  mancavangli  gli  ordini  per  far  conoscere 
le  intenzioni  del  suo  governo,  circa  l'aggres- 
sione de'  napoletani  contro  la  Sicilia. 

Il  ministro  degli  esteri ,  principe  Cariati  , 
con  molta  serietà,  ben  decise  di  non  rispon- 
dere né  all'uno  né  all'altro  ministro.  Ed  in 
vero  qual  risposta  poteasi  dare  a  diplomatici 
di  sperimentata  malafede,  o  per  meglio  dire 
a  settarii  in  veste  diplomatica?  I  governi  inglesi 
e  francesi  non  vollero  la  conciliazione  tra  il  re 
e  i  rivoluzionarii  di  Palermo,anzi  consigliavano 
costoro  di  far  maggiori  pazzie ,  quando  il 
tempo  era  opportuno  per  ottenere  interessanti 
concessioni  dal  legittimo  sovrano.  Essi  sapea- 
no  che  la  rivoluzione  sieula  dovea  lottare  con 
la  potenza  di  Ferdinando  II,  e  che  quella  sa- 
rebbe schiacciata  da  questa  ;  ma  giovava  a 
que'mercanti  diplomatici  tenerla  rigogliosa, per 
così  vendere  armi  vecchie,  munizioni  avariate, 
impedire  il  progresso  delle  manifatture  indi- 
gene, e  distruggere  ogni  sorta  d'industrie  in 
tutto  il  Regno. 

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Intanto  è  giusto  far  conoscere  che  mentre 
lord  Palmerston  facea  ogni  sforzo,  per  mezzo 
de' suoi  sa  te  Ili  ti,  af fra  di  avversare  re  Ferdinan- 
do ,    personaggi  inglesi  distintissimi ,    squar- 
ciando ogni  velame  di  passione  ,  giudicarono 
la  vertenza-  tra  Napoli   e  Palermo  secondo  i 
principii  della  ragione  e  del  dritto.  Lord  Brou- 
gham  insìsteva  presso  il  ministero  Landoswne 
affinchè  fosse  richiamato  un  Fagan,  apparte- 
nente all'ambasciata  inglese  in  Napoli;  il  qua- 
le, in  cambio  di  far  l'obbligo  suo,  congiurava 
contro   il  re    ed  a  favore  de'  ribelli  siciliani* 
Lord  Stanley,  nella  Camera  de'  Comuni  fece 
anche  sentire    la  sua  voce  sul  dritto  de'  po- 
poli e  de'  re,  insistendo  per  una  assoluta  neu- 
tralità circa  la  contesa  tra  Napoli  e  Sicilia.  Il 
sig.  d'Israeli,  nella  medesima  Camera  de'  Co- 
muni ,  il  17  agosto  ,  facea  un  franco  ed  elo- 
quente discorso   contro    il  procedere  del  go- 
verno inglese  in  riguardo    alla  vertenza  sici- 
liana ,  dicendo  che  que'  governanti ,  sotto  le 
finte  di  mediazione  ,  incoraggiavano  ,  proteg- 
gevano   ed  aiutavano    i   ribelli   di  uno  Stato 
amico  e  indipendente. 

Le  note  francesi  ed  inglesi  dirette  al  na- 
poletano governo,  e  gli  aiuti  morali  e  mate- 
riali dati  a1,  ribelli  siculi  indegnarono  la  civile 
Europa,  e  la  voce  possente  del  governo  russo, 
allora  non  atteggiato  né  alla  Cavour  né  alla 
Bismarck,  fece  tacere  il  cicalio  di  quelle  due 
potenze,  protestando  contro  qualunque  inter- 
vento straniero  nella  vertenza  \rt\  Ferdinan- 
do II  ed  i  suoi  sudditi  ribelli.  Cosi  finiva  la 
guerra  delle  note  diplomatiche  e  delle  vee- 
menti arringhe  per  dar  luogo  a  quella  delle 

Di9itiz§§  Google 


—  516  — 

armi  e  de*  campi  di  battaglia.  Gli  umanitarU 
governanti  inglesi,  dopo  che  finirono  di  cian- 
ciare in  favore  della  Sicilia,  sotto  pretesto  di 
proteggerla,  le  vendettero  altre  armi,  e  cosi 
finirono  di  toglierle  quel  che  l' aveano  la- 
sciato. 

Il  governo  rivoluzionario  di  Palermo ,  per 
seguire  gì'  interessati  consigli  inglesi ,  fece 
altri  armamenti,  e  mancandogli  il  danaro,  il 
7  agosto,  decretò  un  altro  prestito  forzoso  dti 
quattro  milioni  e*  mezzo  di  ducati;  e  siccome 
a  quella  spoliazione  si  oppose  la  Camera  dei 
pari,  dopo  due  giorni  ,  tutti  i  ministri  si  di- 
misero. Il  13  ne  sursero  altri,  cioè  Cordova 
alle  finanze,  Viola  al  culto,  Paterno  alla  guer- 
ra, La  Farina  ali'  istruzione  pubblica  ,  Cata- 
lano direttore  dell'  internò  ,  Torrearsa  ,  già 
presidente  della  Camera ,  ebbe  gli  affari  e- 
steri ,  ed  invece  Mariano  Stabile  fu  eletto 
presidente  della  medesima  Camera. 

Quel  nuovo  ministero  ad  altro  non  pensò 
che  a  far  denaro  e  debiti  ;  ne  cercò  anche 
all'  estero  ,  donde  si  ebbe  circa  cinque  mi- 
lioni di  ducati  effettivi  ,  ipotecando  a'  credi- 
tori i  beni  nazionali.  Siccome  costoro  vollero 
altre  guarentigie  per  cautela  del  loro  danaro, 
dopo  varii  progetti,  ordinò  che  si  dessero  ìù 
pegno  a*  medesimi  le  argenterie,  Toro  e  tutti 
gli  oggetti  preziosi  delle  chiese,  conventi,  mo- 
nasteri e  luoghi  pii,  pagando  inoltre  il  sette 
é  mezzo  per  cento  di  usura.  Tutte  le  città 
ed  i  paesi  dell'Isola  soffrirono  quella  vandalica 
e  sacrilega  spoliazione,  soltanto  Siracusa,  Ca- 
tania e  Messina  non  permisero  quello  spoglio. 
Nel  Banco    di  Palermo   si  trovavano ,    prima 


—  517  — 

della  rivoluzione ,  ottocentosettantamila  du- 
cati, depositati  da' particolari,  e  trecentoquat- 
tromila di  depositi  giudiziarii.  Tutto  quel  da- 
naro fu  preso  a  mutuo  da  quella  gioia  di 
ministri;  i  quali  non  pagarono  né  gl'interessi 
uè  il  capitale  ,  ma-  tutto  pagò  poi  il  tiranno 
di  Napoli,  Ferdinando  II. 

Dopo  che  i  padri  della  patria  di  Palermo, 
raccolsero  circa  sei  milioni  di  ducati,  in  mo- 
neta'sonante,  la  metà,  già  s'intende,  si  eva- 
porò per  ìesolite  spese  straordinarie,  l'altra  la 
spesero    in  fretta    ed    in  furia    per  armare  i 
forti   siciliani,    per  fortificare    le   coste    e   le 
città    che    poteano  essere    assalite    da'  regi , 
ed  infine  per  accozzare  armati.  In  effetti  mo- 
bilizzarono la  Guardia  nazionale,  formandone 
sei  divisioni,  in  tutto  ventiquattromila  uomini; 
dando  a  ciascun  milite  grana  48  siciliane  — 
Tina  lira  e  due  cent.  —  e  tari  tre  anche  sici- 
liani —  una  lira  e  ventisette  cent.  —  a'  pa- 
trioti  che  non  poteano  avere  impieghi  civili 
e  che  erano  inabili  alle  armi.  Organizzarono 
in  Palermo  Y  esercito  detto  regolare  ,  che  si 
componeva   di   quattromila  uomini ,   quattro- 
cento de*  quali  francesi  ;  formarono  due  bat- 
taglioni di  volontarii  indigeni  e  stranieri,  ma 
senza  uniforme  e  senza  disciplina,  che  chia- 
mavano  squadre ,    ed  erano    sotto  gli  ordini 
de*  famosi  Interdonato ,  jPagnocco ,   Miceli  e 
Scordato.   La   metà   di  quelle  squadre  erano 
uffiziali,  e  come  tali  pagati;  dissipando  tutto 
ite'  luoghi   di  abbominàzione,  e  facendola  da 
Bravacci  con  la  gente  tranquilla.  Il  comando 
in  capo  di  tutte  le  forze  sicule  fu  dato  al  po- 

■ 


—  518  — 

lacco  Mierolawsky,  ohe  i  siciliani  chiamavano 
Mariolazzu  (1). 

Prevedendo  che  Messina  proverebbe  i  primi 
assalti  delle  regie  milizie,  la  esentarono  dal 
tributo  fondiario,  mandandovi  soldati  detti  di 
linea,  squadre  di  volontarii,  arnesi  di  guerra 
ed  ambulanze.  Trovavansf  in  quella  città  cir- 
ca dodicimila  uomini  di  squadre  ,  comanda- 
ti dal  conciapelle  Pracanica  e  dal  La  Masa, 
centoventi  cannoni ,  trenta  mortai  ;  comprati 
dagl'  inglesi  protettori ,.  e  tutti  erano  puntati 
contro  la  cittadella  e  fortini  adiacenti  alla 
stessa  ,  occupati  da'  napoletani.  Oltre  di  ciò 
armarono  le  vecchie  batterie  di  costa  ,  e  la 
più  formidabile  era  quella  detta. Sicilia  sulla 
spiaggia  di  mare  grosso  presso  Messina.  À- 
veano  sedici  barche  cannoniera  ,  comandate 
da  Vincenzo  Miloro;  il  quale,  da  prosuntuoso 
spavaldo,  il  6  settembre,  mandò  un  cartello 
di  sfida  a'  comandanti  de'  legni  della  real  ma- 
rina. 

Quando  il  ministro  inglese.. Napier ,  accre- 
ditato presso  il  governo  del  re,  die  avviso  al 
governo  siculo  dell'imminente  spedizione  as- 
salitrice  di  Napoli ,  e  il  Torrearsa  la  nunzio- 
al  Parlamento ,  quella  notizia  fu  accolta  da 
tutti  i  faziosi  con  grande  plauso ,  perchè  la 
maggior  parte  nullatenenti,  e  si  die  l'ordine  di 
illuminarsi  Palermo  ,  facendosi  altri  baccani 
e  pazzie.    Quel  governo  di  settarii  affettava 

(1)  Costui ,  prima  di  recarsi  in  Sicilia ,  facea  il 
maestro  di  scuola  io  Parigi ,  ivi  emigrato  dalla  Po- 
lonia ,  perchè  avea  fatto  una  guerra  accanita  alla 
Prussia,  nel  ducato  di  Posen. 

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—  519  — 

sicurezza  nella  vittoria  contro  i  regi,  e*  la  fa- 
cea  strombazzare  ne'- suoi  giornali  con  tronfi 
articoli  di  fondo.  Nonpertanto  ,  il  sapere  che 
il  duca  di  Genova  avea  rifiutata  la  sicula  co- 
rona, che  l'esercito  sardo  era  stato  bàttuto  in 
Lombardia  ,  che  i  siciliani  capitanati  da  Ri- 
sbotti erano  stati  arrestati,,  che  la  calabra  ri- 
voluzione era  stata  domata,  erano  tutti  questi 
preludi  poco  incoraggianti ,  e  faceano  presa- 
gire che  fora  di  finire  gl'inverecondi  bacca- 
nali stava  per  suonare.  A  tutto  questo  arrogi 
ohe  i  governanti  della  Sicilia  si  erano  accorti 
ohe  gì'  inglesi  si  limitavano  a  sole  parole  in 
favorirli,  ed  a  trar  loro  quattrini ,  vendendo 
a'  medesimi  archibugi  di  vecchio  modello  e 
cannoni  del  Medio-evo.  Dagi'  isolani  aveano 
poco  da  sperare  ,  perchè  la  gente  onesta  li 
abborriva  per  essere  stata  spogliata  e  mano- 
messa,  e  quella  irrequieta  e  facinorosa  ar- 
mata ,  in  cambio  di  propugnare  gì'  interessi 
rivoluzionarii,  in  un  rovescio  possibile,  si  sa- 
rebbe trasformata  in  terribile  ^strumento  di 
anarchia. 

Difatti  in "que*  giorni,  nelle  campagne,  nei 
paesi ,  nelle  città  e  nelle  stesse  squadre  si- 
culo, altro  non  si  sentivano  che  furti  ed  as- 
sassina. I  malfattori  aveano  alzato  troppo  la 
-cresta,  credendosi  fautori  di  libertà  ed  indi- 
pendenza, ed  interpretando  queste  a  lor  mo- 
<do,  uccidevano,  rubavano  e  perpetravano  al- 
tre nefandezze  eh'  è  bello  non  dire  (1).   Per 

(1)  Un  deputato  ÌDglese,  nella  Camera  de'  Comuni, 
•definì  la  sicula  rivoluzione:  libertà  di  ladroni  e  di 
assassini  ! 

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—  520  — 

le  quali  cancrenose  piaghe,  che  affliggevano- 
tutta  quell'Isola  un  terapp  si  ricca,  tranquilla 
e  morigerata ,  non  è  da  meravigliarsi  se  la 
gente  onesta  desiderasse  là  fine  di  quella  ri- 
voluzione e  il  ritorno  del  paterno  regime  dr 
Ferdinando  II. 

Però  Ruggiero  Settimo  e  il  suo  governo  cre- 
devamo di  aver  fatto  troppo  per  la  felicità  dei 
siciliani  e  supponevano  che  l'Isola  tutta  fosse 
divenuta  un  Eden  ne'  primi  giorni  della  crea- 
zione ,  sol  perchè  aveano  fatto  piantare  una 
gran  quantità  di  alberi  della  libertà  in  varie 
piazze,  perchè  era  ormai  lecito  cantarsi  can- 
zoni oscene  ed  empie,  e  perchè  aveano  cam- 
biato il  nome  al  piano  del  palazzo  reale  in 
quello  della  Vittoria  e  il  passeggio  della  real 
Favorita  in  quell'altro  della  libertà  (1). 

Come  ho  già  detto  ,   tutta  la  soldatesca  di 
Calabria ,   sotto  gli  ordini  del  generale  mar- 
chese Nunziante,   era  stata  riconcentrata,  fin 
dal  20  agosto  ,  sulla  spiaggia   del  Reggiano» 
occupando  la  linea  tra  Palmi  e  Reggio.  1136 
dello  stesso  mese,  salparono  dal  porto  militare 
di  Napoli   tre  fregate  a  vela  ,    sei  a  vapore  , 
altri  sei  piroscafi,  due  corvette  ed  altri  legni . 
minori;  sopra  i  quali  si.  erano  imbarcati  due 
reggimenti  svizzeri,  pochi  artiglieri  ed  il  ma- 
teriale   di  guerra    per  raggiungere  a  Reggio 
l'altra  truppa  ivi  riunita.  Eravi  a  bordo  il  su- 
premo duce  Carlo  Filangieri,  il  quale,  appena 
giunto  a  Reggio,  die  al  Nunziante  il  brevetta 
di  maresciallo    di  campo  mandatogli  dal  re  ; 

(t)  JRélation  de  la  campagne  de  la  Stelle  en  4849 
par  l'Aide  de  camp  du  generai  en  chef  Mieroslawsky» 

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-  521  — 

dopo  di  aver  presa  cognizione  di  tutta  la  sol* 
da/fesca   a  lui  soggetta ,    ne  formò    due  divi- 
sioni,* una  sotto  gli  ordini  del  generale  Pronio 
e  l'altra  del  medesimo  Nunziante.  Il  primo  co- 
mandava la  la  divisione  di  presidio  nella  cit- 
tadella di  Messina,  divisa  in  due  brigate  ;  la 
4*  comandata  dal  brigadiere  Schmid,    ed  era 
composta  del  4°  di  linea,  di  4  compagnie  del 
5°,  di  un  intero  battaglione  del  6°,  3  compa- 
gnie di  zappatori  e  pionieri ,   e  6  altre  com- 
pagnie di  artiglieri.  La  seconda  brigata  ,   col 
brigadiere  Diversi ,    avea  il  13°   di  linea  ,  un 
battaglione  di  carabinieri ,  un  altro  svizzero  , 
il  4°  cacciatori  e  4  cannoni  di  montagna,  for- 
mando T  intiera  divisione  6935  soldati  e  248 
xtfjfìziali. 

La  2a  divisione,  retta  dal  Nunziante.,  si  di- 
.  videva  eziandio  in  due  brigate;  la  la  col  bri- 
gadiere Lanza  era  composta  del  7°  di  linea , 
de' battaglioni  1°  3°  5°  6°  e  4  cannoni  di  mon- 
tagna. La  2a  col  brigadiere  Busacca  avea  un 
battaglione  del  3°  svizzero  e  l'intiero  4°  reg» 
gimento  anche  svizzero:  tutta  la  divisione  som- 
mava a  6528  soldati  e  255  uffhiali.  Quindi 
tutt*  i  soldati  ed  uffìziali  che  doveano  conqui- 
star la  Sicilia,  inclusi  quelli  che  presidiar  do- 
veano la  cittadella ,  formavano  la  meschina 
cifra  di  tredicimila  novecentosettantasei  uomi- 
ni e  dieci  cannoni  di  montagna  ;  intanto  si 
disse  allóra  che  Filangieri  conducea  da  tren- 
ta  a  quarantamila  combattenti. 

La  regia  flotta  era  sotto  gli  ordini  del  bri- 
gadiere Cavalcanti,  e  si  componea  di  tre  fre- 
gate a  vela,  sei  a  vapore,  sette  piccoli  piro- 
scafi ,  due  corvette  ,  otto  cannoniere  ,  dodici 

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—  522  — 

paranzella  armati ,  quattro  scorridore  e  venti 
barche  da  trasporto:  in  tutto  settantadue  le- 
gni ,  muniti  di  246  cannoni  di  vario  calibro. 

Il  duce  supremo  Filangieri,  prima  di  usar 
le  armi,  con  proclama  del  1°  settembre,  tentò 
ridurre  ali*  obbedienza  dei  legittimo  sovrano 
i  traviati  siciliani;  ricordando  a'  medesimi  le 
sventure  provate  sotto  il  governo  de'  settarii, 
e  quelle  che  avrebbero  potuto  piombar  sulla 
Sicilia.  Inoltre  assicuravali  della  clemenza  del 
re  Ferdinando  11,  e  che  ogni  piagarsi  sarebbe 
molcita,  ogni  ferita  risanata,  se  eglino  aves- 
sero fatto  senno.Ma  nelle  ire  civili  sono  state 
sempre  inutili  1'  esortazioni ,  sembrando  baie 
le  sventure  ed  eroismo  affrontare  i  pericoli; 
perlochè  quel  proclama  altro  non  ottenne 
che  virulente  risposte  e  sconce  caricature. 
Usa  il  forte  e  generoso  guerriero  ,  prima  di 
assalire  il  suo  avversario,  di  porgergli  la  ma- 
no, e  se  costui  la  respinge  ,  calmo  si  appa- 
recchia alla  lotta  :  così  fece  Carlo  Filangieri 
co-  ribelli  di  Sicilia. 

Quel  generale  in  capo,  prevedendo  che  sa- 
rebbe stato  inevitabile  un  duello  a  cannonate 
tra  la  cittadella  e  Messina  ,  avendo  i  rivolu- 
zionarli alzato  de'  fortini  fin  dentro  la  città  , 
scrisse  al  comandante  la  squadra  inglese,  in- 
vitandolo a  prevenire  i  consoli  esteri  per  met- 
tersi in  salvo  co*  loro  connazionali,  perchè  la 
lotta  sarebbe  inevitabile  attesa  l'intemperanza 
de'  ribelli. 

Filangieri  avea  deciso  di  fare  uno  sbacco 
sulle  sponde  delle  M ose  Ile,  affinchè  la  guar- 
nigione della  cittadella  avesse  potuto  concor- 
rere alle  operazioni    di  guerra  con  l'altra  di- 

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—  523  —  ^ 

visione.  I  siciliani  aveano  indovinato  il  dise- 
€£xxo  del  generalissimo  napoletano,    e   quindi 
si     erano  affrettati    di  alzare    una  batteria  di 
opinioni    sopra   quella   spiaggia  ,    e    propria- 
mente alio  sbarco  del  torrente  Zaera;.  donde 
si   poteano  percuotere  le  navi  che  si  fossero 
avvicinate   alla   sponda   ed    anche  il  fortino 
O,  Blasco. 

La  mattina  del  3  settembre  ,  "tre  fregate  , 
altri  tanti  vapori  e  sedici  navi  minori  si  pre- 
sentarono di  fronte  alla  batteria  delle  Mo- 
selle.  I  difensori  della  stessa  rimasero  tran- 
quilli a  quella  vista  :  quando  però  la  fregata 
Ruggiero  trasse  la  prima  cannonata,  alzarono 
bandiera  rossa  e  cominciarono  a  trarre  con- 
tro la  squadra.  Quella  lotta  potea  rimanere 
circoscritta  in  "quel  luogo,  ma  il  forte -Novi- 
ziato e  le  batterie,  erette,  sulla  strada  Marina 
di  detta  città,  aprirono  il  fuoco  contro  la  cit- 
tadella. Il  generale  Pronio,  dopo  di  aver  fatto 
notare  all'ammiraglio  inglése  la  provocazione 
de*  ribelli,  terribile  rispose  a'  colpi  di  costoro; 
e  quindi  la  bella  e  sventurata  Messina  fu  in- 
volta in  un  turbine  di  fumo  di  ferro  e  di 
fiamme.  Le  case  de'  cittadini  pativano  danni 
incalcolabili,  offese  financo  dagli  stessi  proiet- 
tili lanciati  dal  Noviziato  contro  i  regi,  per- 
chè ,  essendo  mal  fusi  e  peggio  diretti ,  in- 
vece di  colpire  al  segno,  spesso  cadevano  in 
città.     • 

Il  3  settembre  fu  giorno  nefasto  pe*  mes- 
sinesi ,  i  quali ,  spaventati ,  fuggirono  fuori 
T  abitato ,  trasportando  quanto  aveano  di  più 
prezioso.  I  difensori  di  Messina ,  la  maggior 
parte  palermitani ,   trovandosi  al  coperto ,  la 

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—  524  — 

faceano   da  bravi ,   poco  curando   gì'  infiniti 
danni  di  cui  erano  cagione. 

Mentre  la  reina  del  Faro  trovavasi  in  quello 
stato  miserando,  la  fregata  Roberto  esegui  la 
commissione  ricevuta   dal  generale  in  capo  , 
cioè    alzò   bandiera  rossa   e  si  avvicinò   alla 
cittadella,  essendo  quello  il  segnale  che  av- 
visava il  general  Premio  di  assalire  la  batteria 
delle  Moselle    con   tre  battaglioni    di  guarni- 
gione che  trovavansi  pronti  ad  uscire  da  quel- 
la fortezza.  In  effetti  quel  generale  assali  da 
una  parte  quella  batteria,  e  dall'  altra  fu  in- 
vestita dalla  soldatesca,  sbarcata  sul  lido  dalle 
navi,  che  correndo  lungo  la  spiaggia,  tiravano 
cannonate  per  offendere  i  difensori  della  me- 
desima batteria.  La  quale,  posta  tra  due  fuo- 
chi, .dapprima   rispose    con  impeto,  ma  poi 
venne  abbandonata,  cioè  quando  i  ribelli  fu- 
rono assaliti  alla  baionetta  da  un  battaglione 
condotto  dal  valoroso  tenente  delio  Stato  mag- 
giore Cosiron.  Nel  medesimo  tempo,  i  mari- 
nari della  regia  flotta,  scesi  sopra  piccole  bar- 
che,   assalirono   e  presero  una  scorridoia  si- 
ati la,  che  facea  fuoco  da  un  punto  donde  non 
poteva  essere  offesa  da'  grossi  navigli.  Fugati 
i  difensori  dalla  batteria,  si  ritirarono  chi  in 
cittadella  ,   chi  sulle  navi,  tutti  carichi  d'  ar- 
mi ,    munizioni  e  provvisioni  tolte  a'  nemici. 
Intanto   i  rivoluzionarii ,   al  vederli  ritrarre  , 
osarono   vantar  magne  vittorie  ,    non  indovi- 
nando questa' volta  lo  scopo  -del  generale  in 
capo  circa    quella  ritirata.    Il  corrispondente 
di  Messina  al  giornale  francese   des  Débats  , 
scriveva  :  «  I  napoletani   hanno   tentato   uno 
«  sbarco,  e  sono  stati  respinti.  I  combattenti 

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«  siculi  portano  per  bottoni  delle  loro  divise 
«  orecchie  ed  altri  pezzi  di  carne  strappata 
«  a'  nemici.  I  fanciulli ,  messinesi ,  vendono 
«  la  carne  napoletana  arrostita  sopra  le  gra- 
«  ticole  ».  Miloro  ,  ed  un  Savoia ,  dicentisi 
colonnelli ,  spacciavano  simili  orrori  quali 
prodezze  rivoluzionarie.  Che  i  settarii  ,  di 
qualunque  siasi  nazione ,  avessero  commes- 
so sì  spaventevoli  inumanità  da  far  racca- 
pricciare gli  stessi  cannibali,  non  è  da  met- 
tersi in  dubbio  ;  ma  che  i  fanciulli ,  i  figli 
della  gentile  Messina,  avessero  imitato  quegli 
uòmini  senza  cuore  e  senza  Dio ,  potrebbe 
crederlo  chi  non  conosce  l'indole  mite  e  ge- 
nerosa del  popolo  messinese  (1). 

Finita  la  lotta  alle  Moselle,  continuò  acca- 
nita quella  tra'  fortini  di  quella  città  e  la  cit- 
tadella, durante  tutto  quel  giorno  e  protraen- 
dosi  per  tutta  la  seguente  notte.  Invano  il 
general  Pronio  fece  più  volte  sentire  a'  ri- 
belli, per  mezzo  dell'ammiraglio  inglese,  che 
quella  lotta  era  senza  scopo  militare  e  di  gran 
danno  alla  città,  e  quindi  che  si  desistesse  ; 
non  fu  inteso;  anzi  da  questi  ultimi  si  traeva 

(1)  Mentre  i  medesimi  patrioti  spacciavano  le 
suddette  efferatezze  perpetrate  contro  i  regi  ,  il  ri- 
voluzionario storico  Carlo  Gemelli  ha  P  impudenza 
di  ascriverle  a  'calunnie  borboniche*  Costui  nega 
che  vendevasi  pubblicamente  sulle  piazze  la  car- 
ne dei  soldati  caduti  combattendo  ,  racconta  però 
con  gran  compiacimento  ,  che  un  tal  Verdura  mes- 
sinese, dopo  di  avere  ucciso  uno  svizzero ,  mozzo- 
gli  il  capo  e  qual  trofeo  di  vittoria  in  città  lo 
recava. 

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con  più  accanimento ,  e  quello  era  costretto 
rispondere  ed  arrecar  danni  alla  sventurata 
Messina. 

Le  regie  milizie  della  la  divisione,  che  tro- 
vavansi  in  Reggio,  il  4  settembre,  ebbero  or- 
dine d' imbarcarsi  e  prepararsi  allo  sbarco 
presso  Messina